Skip to main content

Full text of "Archivio veneto, Volumes 9-10"

See other formats


This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non- commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 

at http : //books . google . com/| 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



ARCHIVIO VENETO. 



TOMO IX. - PARTE I. 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



ARCHIVIO 



VENE 



PUBBLICAZIONE PERIODICA. 



ANNO QUINTO. 



VENEZIA 

TIFOGRAPIA DBL CX>iniBBCIO DI MABCO VIS 

1875. 



Digitized by 



Google 






.'•'..i^J'--- 



SEP c 'm?. 



■ I 



^ '^/^> '-^ / ( 



Digitized by 



Google 



VENEZIA 

E 

DANIELE MANIN 

RICORDI 

BACCOLTI DA R. FULIN. 



.... FoTM il nome di Venezia •' é fatto nH 48 il prìm» 
tra quelli delle città luUane. E «ia che ella debba tal gloria a 
Manin, od anzi questi la soa a Venezia, certo pare il nome di 
lui* rfuMuie il primo fra quelli degli ooratni p<ditici Italiani di 
quell'anno .... 

C. Balbo, .Sommario Mia St. dTIlmUa. 



Mentre Venezia solleva il monumento di bronzo, già de- 
cretato al suo Daniele Manin, il pensiero di tutti si voglie na- 
turalmente a quest'uomo, la cui vita compendia tanta e sì 
gloriosa parte della storia moderna della città. E non è quindi 
a far meraviglie se il nostro Giornale, che intende a racco- 
gliere memorie e documenti che illustrino tutte le parti della 
veneta istoria, consacri qualche sua pagina all' illustre citta- 
dino che fece in tempi nuovi rivivere l'antica gloria. Fu detto 
già molte volte che i nostri padri furono grandi e operosi ; e 
la memoria della loro operosità e della loro grandezza solleva 
certamente lo spirito. Ma ci pare ancor più eflBcace il pensie- 
ro, che il secreto di quell' antica fortezza non è per anco per- 
duto nelle lagune : alle quali speriamo che tornino i lieti gior- 
ni, che alcuni vorrebbero tramontati per sempre. Noi non in- 
tendiamo peraltro di raccontare qui per minuto le vicende dei 
due memorabili anni, in cui le sorti della città di Venezia fu- 
rono quasi costantemente nelle mani di Daniele Manin; e nep- 
pure di Daniele Manin intendiamo di tessere qui una storia, 



Digitized by 



Google 



VI 

che abbracci compiutamente Y alto soggetto. Non ce lo con- 
sente Y ingegno, né lo spazio, né il tempo ; e quando pure cel 
consentisse, non vorremmo o correr la via, ove tanti scrittori 
si affaticarono, od occupare il campo che il prof. A. Errerà ha 
riserbato per sé. Ma non vogliamo per altra parte lasciar pas- 
sare in silenzio questa sì nobile festa; e, senza farci a discor- 
rere dei maneggi della diplomazia o del governo della guerra, 
speriamo che non ci venga disdetto di porre insieme qualche 
ricordo, che aiuti ad apprezzare più giustamente i servigi che 
Daniele Manin e Venezia resero alla patria comune. 

Non e' è stato forse governo che lasciasse, cadendo, tante 
e così care memorie, quante ne lasciò la Republica di S. Marco 
in Venezia. La decadenza della Republica nei tre ultimi secoli 
era stata lenta ma progressiva; e, nel desiderio comune delle 
riforme, eransi mantenute le instituzioni del Medio Evo, contro 
cui si avventarono ciecamente i dempcratici del 1797. Ma in 
mezzo a ciò Y aristocrazia veneziana aveva formato col popolo 
quasi una sola famiglia ; onde i frenetici, che scalpellarono il 
leone dagli edifizì, non poterono cancellarlo dal cuore dei citta- 
dini, ai quali, nella schiaviti! successiva, S. Marco rappresentò 
sempre l'antico onore, l'antica prosperità, la non dimenticabile 
felicità d'un reggimento paterno. Quali si fossero adunque le 
sue convinzioni politiche, Manin doveva gridare : San Marco ! 
perchè il suo grido trovasse un eco nel popolo. Questo nome 
di Republica poteva, è vero, svegliare diflBdenze e sospetti; ma 
guarentivano Y italianità dei propositi e i tre colori fra cui 
campeggiava il leone, e le dichiarazioni che quanto abbiamp qui 
fatto e facciamo non pregiudica in verun modo V avvenire (1), che 
noi non coltiviamo) nessun sentimento municipale: siamo sopra 
tutto italiani; e che, infine, uniti ai Lombardi dalle sventure e 
dalle speranze comuni, quando il santo suolo della patria non 
sarà piti calcato dal piede di straniero oppressore^ noi penseremo 
concordi ad operare ciò che tomi di comune profitto e di gloria 

(1) Indirizzo al Governo Provvisorio di Milano, 26 Marzo 1848. Gaiuita di 
Venezia, 3 Aprile. 



Digitized by 



Google 



Vlt 

comune (1). Delle quali cose non solamente Milano ma Carlo 
Alberto dicendosi persuasi e sicuri (2), ci sembra chiaro che se 
la proclamazione della Republica in quelle circostanze gravis- 
sime fu, non vogliamo negarlo, un errore, fu tuttavolta, come 
lo disse Balbo, uno scumòile errore (3). 

Ma dacché questo scusabile errore non pregiudicava il 
futuro, non e' era questione che di parole ; e il Governo Prov- 
visorio della Republica Veneta non era, in fondo, altra cosa 
che il Governo Provvisorio di Milano. Si potrebbe perciò ri- 
chiedere se la Republica Veneta, nella sua provvisoria esisten- 
za, dovesse essere circondata di tante diffidenze e sospetti; e se 
giovasse non solamente invitarla ma stimolarla e premerla tan- 
to perchè, uscendo dal provvisorio che dapprincipio era paruto 
conveniente non solo a Venezia ma anche a Milano, volesse an- 
nettersi, proprio durante la guerra, agli Stati di Carlo Alberto. 
Certo sarebbe stato assai utile, e avrebbe dato grande speran- 
za di vincere, se contro gX tedesco si fosse trovato non il Pie* 
monte solo^ ma il regno deir Alta Italia. Ma questo regno, co- 
stituito tra il fumo della battaglia, poteva tra il fumo della 
battaglia organarsi d' un subito, come par che credano alcu* 
ni? non sarebbe stato possibile, pure soprassedendo alle que- 
stioni politiche, raccogliere in una sola mano la somma del- 
le cose di guerra, e ottenere così quell'uso gagliardo di tut- 
te le forze del paese che i savi desideravano? Sono domande 
che noi facciamo, ed alle quali non sappiamo dare risposta. 
Ben possiam dire, che in mezzo alla difficoltà delle circostanze, 

(1) Indirizzo a Milano, 26 Matzo. Dog. MaNiN num. 1004. 

(2) Indirizzo del Governo Provvisorio di Milano al Gov. Protv. di Venezia, 29 
Man» 1848. Gazz. di Venezia, 3 Aprile. — Al co. Leopardo Martinengo, il quale 
esponeva a Carlo Alberto le ragioni che avevano consigliato a Manin la procla- 
mazione della Republica, « S. M. rispose d'essere ben persuaso dei sentimenti del 
» tutto italiani di codesta nostra città ». Dispaccio 17 Maggio 1848. Dog. Manin, 
num. 1944. 

(3) Balbo, Sommario, — 0.6. Castellani, inviato da Venezia a Pio IX, avuta 
udienza la sera del 7 Maggio 1848, fra l'altre cose disse: « Vostra Santità avrà 
» certamente avvertito che, dove per tanti secoli s'era gridato Viva S. Marco, non 
» si poteva gridare che Viva S. Marco per ottenere nel momento più decisivo una 
» cooperazione ardente e concorde ». E Pio IX gli rispose : « Capisco che Venezia 
» non poteva fare altrimenti ». Doa Manin, num. 1543. 



Digitized by 



Google 



VITI 

aggravata dalle preoccupazioni politiche, Daniele Manin non 
ismentì mai sé medesimo. Se in lui non fosse stata o tanta 
lealtà di cuore, o tanta temperanza di idee, o tanto amore al 
paese, o tanto e così vero ed efficace desiderio di assicurarne 
le sorti, egli sarebbe forse trascorso a qualche risoluzione arri- 
schiata. Ma la varia difficoltà delle circostanze mostrò tutto 
r uomo ; ed egli apparve uno dei piii eminenti, se pur non fu 
il pili eminente, del tempo suo. In queste pagine vogliamo ap- 
punto raccogliere alcuni dei fatti, su cui la storia dovrà fon- 
dare il giudizio. 

Incominciamo intanto dal dire che, proclamata nel giorno 
22 la Republica, i Deputati ond' era costituita la Congrega- 
zione Centrale, unica rappresentanza che avessero le provincie 
in Venezia, interpreti del sentimento delle venete provincie^ di- 
chiararono il giorno appresso di riconoscere ed accettare per 
conto e nome degli abitanti da loro rispettivamente rappresentati 
il nuovo governo (1). Qualunque valore avesse o potesse avere 
questa dichiarazione, essa fu ben presto seguita dalla piena 
adesione di tutte indistintamente le provincie, che gli Austriaci 
andavano sgomberando. Delle quali adesioni alcune furono par- 
ticolarmente notabili. La Congregazione Municipale di Padova, 
il 24 Marzo a undici ore pom., scriveva al Governo Provvisorio 
della Republica Veneta: « Appena sgombrata questa città dal- 
le truppe austriache, locchè avvenne fra le ore 6 e 7 pom. di 
questa stessa sera, universale si manifestò il desiderio della po- 
polazione e della Guardia Civica per l'adesione di questa città 
al Governo della Republica Veneta ; e tale fu V entusiasmo e 
la costanza spiegata in queste manifestazioni, da convincere il 
Municipio che egli sarebbesi opposto alla volontà generale, sol 
che avesse tardato un istante di più a spedirne a codesto Go- 
verno la dichiarazione » (2). Lo stesso giorno 24 Marzo il Go- 
verno Provvisorio della città e provincia di Treviso accompa- 
gnava al nostro Governo la capitolazione stipulata cogli Au- 



(1) Gazzetta di Venezia^ 24 Marzo. 

(2) Bazz. di Venezia, Supplem. straord., 25 Marzo. 



Digitized by 



Google 



IX 

striaci il dì primo, dichiarando « essere desiderio e voto di 
questa città e provincia di mettersi in perfetta armonia e sotto 
la dipendenza di codesto Governo Provvisorio della Republica 
Veneta (1). D'altra parte il giorno 28 Marzo, pure manife- 
stando desiderio e speranza che la Venezia si unisse alla Lom- 
bardia, e che la Lombardia e la Venezia si confederassero 
cc^li altri Stati italiani, il Governo Provvisorio della città 
e provincia di Vicenza dichiarò di aderire solennemente alla 
Republica Veneta, essendo Venezia naturai capitale del veneto 
territorio (2). Non erano passati ancora otto giorni dalla pro- 
clamazione della Republica, e tutte le sei provincie testé libe- 
rate vi avevano esplicitamente aderito ; sicché il decreto, che 
istituì la Consulta (L** Aprile), cominciava per l'appunto così: 
« Considerato che, negli otto giorni decorsi dopo la instituzio- 
ne di questa Republica^ hanno già formalmente aderito ad essa 
le Provincie di Padova, di Vicenza, di Treviso, di Rovigo, di 
Belluno e di Udine . . . ^» (3). 

Se non che, non appena Y adesione fu fatta, incomincia- 
rono ad apparire le discrepanze. E non vogliamo negare che 
qualche volta le osservazioni delle provincie erano giuste. 
Quando, per esempio, Treviso lagnavasi (30 Marzo) che si fos- 
sero licenziati i soldati, dei quali era sì urgente il bisogno, e 
che questi, tornando alle loro case coir armi in pugno, spar- 
gessero nelle provincie il disordine (4), l'appunto era giusto, e 
le dimissioni del Ministro della Guerra, accettate due giorni 
dopo (5), mostrano che il Governo Provvisorio lo riconobbe. 
Ma non erano, almeno a nostro giudizio, egualmente fondati 
i sospetti che pullularono a Padova, e che diedero occasione 
a queste duo lettere (6) : 



11) Gazz. di Venezia, 24 Marzo. 
(2) Gazz di Venezia, 29 Marzo. 
f3) Gazz. di Venezia, 1.** Aprile. 

(4) Doc. Manin, num. 3517. 

(5) Gazz. di Venezia, 2 Aprile. 

(6} Doc. Manin, num. 3560 e 3558. 



Digitized by 



Google 



Comitato provinciale dipartimentale di Padova. 
Al Governo Provvisorio di Venezia. 

Padova^ li 27 Marzo 1848. 

L' intitolazione di Veneta che avete data alla vostra Republi- 
ca, e lo stemma di S. Marco che avete adottato, destò dei timori di 
troppo circoscritta fratellanza, di risorgimento di antiche e ormai 
impossibili instituzioni, di rapporti di sudditanza tra il dipartimento 
della Capitale e gli altri. L' occluso indirizzo ci fu prodotto in iscritto 
coperto di moltissime firme, publicato colla stampa e diffuso per 
ogni dove (1). Per togliere da nostra parte ogni sospetto di adesione 
a principi che certo non sono neppure i vostri, abbiamo posto in te- 
sta a tutti i nostri avvisi le parole: Viva l'Italia! 

Da noi si crederebbe opportuno che il Governo Provvisorio co- 
gliesse l' occasione di manifestare sentimenti di larghissima nazio- 
nalità, per togliere del tutto i motivi di malumore in proposito. 
// Presidente Meneghini. 

Governo provvisorio di Venezia. 
Al Comitato Dipartimentale di Padova. 

I dubbi sorti in alcuni cittadini fratelli nostri di Padova non 
ci sembrano giustificati dai nostri principi. Questi principi di per- 
fetta eguaglianza professati nel nostro Manifesto del 24 Marzo (2) 

(1) Bs80 diceva così : 

Viva l'Italia! Viva l' Indipbndbkza ! 
n popolo ai rappresentanti di Padova. 

Padova, li 26 Marzo 1848. 
Il popolo che oggi vi ha coetituito ìd GoverDO Provvisorio ha un unico vo- 
to : r Unione italiana. 

Bando ai municipalismi. La Republica delle città d'Italia, qualunque sia per 
essere la sua estensione, deve intitolarsi italiana. 

Stringetevi con Venezia e colle altre città italiane che si sono dichiarate o 
stanno per dichiararsi libere^ onde operare con quelle à\ fraterno consenso. 

Un'altra volontà: provvedete ad un alacre armamento, abbiamo fratelli da 
soccorrere, territorio da difendere. 

Viva la Republica Italiana I 

(2) Non paja inutile richiamare a memoria il passo del Manifesto, a cui qui 
si allude : « 11 nome di Republica Veneta non può portare ormai seco alcuna idea 
ambiziosa o municipale. Le Provincie, le quali si sono dimostrate tanto coraggio^ 
samente unanimi alla comune dign^ità; le Provincie, che a questa forma di Go- 
verno aderiscono, faranno con noi una sola famiglia senza veruna disparità di 



Digitized by 



Google 



XI 

ne fanno testimonianza. E lo conferma la dichiarazione della nostra 
bandiera che oggi publichiamo e vi mandiamo (1). 

Perfetta eguaglianza di vantaggi e di diritti, perchè comnni a 
tutti gli stessi doveri, è il fondamento della Bepnblica. Ciascun cit- 
tadino di essa non si considera né come veneziano, né come pado- 
vano, né d' altro sito qualunque ; ma si considera come cittadino 
della Kepublica, che ci stringe tutti in fratellanza. 

Confidiamo nel senno, nel sapere e nel fervente amore per la 
patria comune del Comitato dipartimentale, eh' egli, facendo svanire 
la diffidenza, saprà distruggere quel mal germe di municipalismo che 
é stato per tanti secoli la nostra rovina. 

Vivano i Padovani ! Viva V Italia ! 

Venezia, 27 Marzo 1848. 

r.® Manin. 

A queste dichiarazioni probabilmente si sarà acquietato 
il Comitato dipartimentale di Padova; ma non tutti vi si ac- 
quietarono parimenti, a quanto almeno si può desumere da 
un indirizzo a stampa, che il giorno dopo fu aflBsso sulle mu- 
raglie della stessa città. Aveva il Governo di Venezia, sanzio- 
nando un decreto del Comitato di Padova, riammesso all' Uni- 
versità gli studenti che per causa politica ne erano stati allon- 
tanati dall' Austria. Nel decreto medesimo stabiliva che, pel 
rimanente dell' anno scolastico, tenesse luogo del Rettore ma- 
gnifico un Consiglio di Reggenza, composto di valentissimi 
professori dello Studio medesimo (2). Immantinenti, come di- 
cemmo, si lesse : 



vantaggi e diritti, poiché uguali a tutti saranno i doveri : e incomincieranDO dal- 
r inviare In giusta proporzione i loro Deputati ciascuna a formare il comune Sta- 
tato. Ajutars! fraternamente a vicenda, rispettare i diritti altrui, difendere i no- 
stri, tale è il fermo proponimento di tutti noi. L'esempio che noi dobbiamo por- 
gere si è quello . . . della non sovvertitrice^ ma giusta e religiosamente esercitata 
uguaglianza ». Gazzetta di Venezia, 24 Marzo. 

(1) « La bandiera della Republica Veneta è composta di tre colori 

In alto . i . . il Leone .... Coi tre colori comuni a tutte le bandiere odierne d' I- 
talia, si professa la comunione italiana. Il Leone è simbolo speciale di una delle 
italiane fòmiglie ». Il decreto è del 27 Marzo. Gazzetta di Venezia^ 28 Marzo. 

(2) Decreto 27 Marzo. Gazzetta di Venezia, 28 Marzo. 



Digitized by 



Google 



XII 

Sono a cognìzioDe dei cittadini di Padova gli ordini spediti al 
Comitato Provvisorio dipartimentale dal Governo Provvisorio di Ve- 
nezia; tali ordini sono di riconoscere una nuova reggenza dell'Univer- 
sità, un nuovo Ispettore postale. Questi ordini attentano alle nostre 
libertà. Non abbiamo appena scosso un giogo, e si tenta impome a 
noi, liberi, un altro. Il grido nostro è quello dell' Indipendenza Ita- 
liana, i nostri voti quelli di stringersi, tutti fratelli, insieme per pu- 
gnare contro chi attentasse all'unione nostra, alla nostra indipenden- 
za. Non abbiamo, no, gridato Viva San Marco; questo grido trova fra 
noi ancora un eco di dolore e di spavento. Cittadini componenti il 
Comitato Provvisorio, a voi venne dai nostri fratelli aflBdato l' inca- 
rico di reggere il paese a seconda de' suoi voti già manifestati. Non 
si osi per voi condiscendere ad ignominie. Milano, Venezia, Verona, 
Brescia, Padova ecc. ecc., ogni città della Lega Lombarda, tutte le 
altre nelle quali suona la favella del sì, devono stringersi unite, de- 
vono aiutarsi quasi sorelle, che una è la loro causa. Che se durò 
lungo tempo, sino alla vittoria, la lotta cogli esosi dominatori, que- 
sta lotta i cittadini sono pronti a sostenere contro il gretto munici- 
palismo e le gloriole individuali. Viva Italia unita/ 
Padova, li 28 Manso 1848. 

ÀLBSSANDBO DB MaBOHI 

Capo squadra della Guardia nazionale. 

Il Comitato di Padova qui non c'entrava per nulla; e la 
sostanza e la forma del manifesto erano proprie del tempo. Ma 
quando il Governo della Republica decretò la Consulta, furono 
propriamente i due Comitati di Padova e di Treviso, i quali 
non se ne tenner contenti. Giudicavano che tutti i pensieri 
dovessero esclusivamente rivogliersi alla difesa; stimavano 
che i Deputati dovessero avere voce deliberativa, non consul- 
tiva soltanto ; e, d'accordo in questi due punti, dissentivano in 
ciò solamente, che Padova credeva bastasse un Deputato di 
ogni provincia, e Treviso ne avrebbe invece voluto due. Altri 
appunti facevano, altri desideri significavano (1) ; che nondi- 
meno è facile argomentare leggendo le due lettere che il Go- 
verno di Venezia scrisse ai due Comitati nello stesso giorno 
6 Aprile (2): 

(1) Doc. Manin, tium. 3520 e 35G4. 
(2)Ibid., num. 3519e3566. 



Digitizedby VjOOQIC * 



XIII 
Il QOVEBNO PbOYYISOBIO DELLA BbPUBLIOA YbNBTA. 

Al Comitato Provvisorio Dipartimentale di Treviso. 

Giunse gratissimo al Governo ProTvieorio il foglio nel quale il 
Ck)mitato del Dipartimento di Treviso approva l' idea dell' unire i de- 
putati deMipartimenti per trattare gV interessi generali del paese, ai 
quali egli crede d'avere anche finora pensato. Gratissima gli giunge 
l'offerta di nomini esperti nella milizia, i quali associare al Comitato 
di difesa, che non è composto di veneziani soltanto. Treviso dunque 
gli mandi questi uomini dell' arte al piìi presto, e noi gli accorremo 
con gratitudine. Sebbene a noi paia che il pensare alla guerra non 
basti a un governo nuovo, ma gli convenga ordinarsi, e prevenire 
que' mali che sono della guerra pih terribili, tra' quali il pessimo ò 
la divisione delle forze e delle volontà, nondimeno convenghiamo 
anche noi nel credere che le faccende militari sono fra le pih urgen- 
ti: ma ci pareva che dalla Consulta stessa, che sta per adunarsi, non 
dovessero essere escluse le deliberazioni delle cose di guerra. U deli- 
berare però non dev'essere nò sì lungo né in tanti, che ponga im- 
pedimenti all' operare ; e qui d' operare si tratta. Trattasi di difen- 
dere anche Venezia, e queste stesse lagune che paiono la sua difesa, 
il cui grande spazio richiede uomini e munizioni e cure di molte. 
Difendendo Venezia, difendesi la terraferma che da nemici entrati qui 
potrebb' essere invasa. Non ci pare però d' aver trascurato, quant' era 
da noi, le provincie. Oltre all' aver mandati facili, cannoni, polvere, 
tanto da restarne noi senza, oltre all' averne ordinati di fuori, oltre 
all'aver chiamati aiuti da altre parti d'Italia e preparato l'occor- 
rente a riceverli, abbiamo con le deboli nostre ma incessanti cure 
abbracciato tutto quanto il territorio della Republica, le cui Provin- 
cie, ciascuna badando a sé, non possono essere consapevoli degli sforzi 
che per l'altre abbiam fatto. Del resto, per quanti si adunassero dal- 
le Provincie a deliberare, non potrebbero armare i disarmati prima 
che arrivino le armi ordinate di fuori. Quanto al conoscere lo stato 
delle cose in provincia, noi desideriamo quante mai notizie possono 
di costà raccogliersi, e, se queste ci vengono in persona portate da 
vecchi militi dotti e periti, ci recheremo ad onore ed a ventura il 
porle a profitto. 

Codesto non dee toglier luogo alla Consulta deliberante intomo 
alle cose generali dello Stato, la quale è desiderata da tutti i pru- 
denti; e, se non si facesse, ecciterebbe sospetti e biasimi, e da- 
rebbe mal saggio di noi al resto d'Italia e d'Europa. Noi dunque 



Digitized by 



Google 



XIV 

ringraziamo codesto Comitato della sua generosa profferta e dei buo- 
ni consigli ; ma crediamo insieme dover distendere in pili ampio 
giro le nostre sollecitudini, e speriamo fermamente nella fraterna 
cooperazione de' valorosi e savi trivigiani. 
Venezia, 6 Aprile 1848. 

// Presidente Manin. 

IL GOVERNO PROVVISOEIO DELLA BBPUBLICA VENETA. 

Al Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova. 

É di molto conforto a questo Governo, che codesto Comitato 
provvisorio riconosca quanti sforzi facciamo per mettere ordine e vi- 
gore nella difesa del territorio, che è, fra tutti gli argomenti di cui 
dobbiamo occuparci, il più grave. La istituzione del Comitato di guer- 
ra, che non ebbe altrimenti per iscopo il discutere ma l'operare, giovò 
e gioverà sempre più eminentemente a questo scopo, quando il no- 
stro Governo trovi fiducia e sia secondato dai Comitati dipartimen- 
tali, dai quali egli non sarà mai alieno dal ricevere quei suggeri- 
menti, che alle condizioni locali fossero più opportuni . . . 

Noi siamo, quanto possa esserlo codesto Comitato, penetrati della 
importanza di quell' assioma di guerra che ci avete ricordato, ma le 
casse che sono in grave penuria di danaro, le spese enormi e cre- 
scenti da tutte parti, le domande che ci vengono da ogni provincia, 
rendono di assoluta necessità provvedimenti a£fatto straordinari, i 
quali soddisfacciano a due scopi essenziali, la prontezza o direm quasi 
la istantaneità del soccorso e del provvedimento, e la salvezza del* 
principio che le spese di guerra devono gravare non le località se- 
condo le condizioni speciali, ma tutta la nazione alla liberazione della 
quale sono dirette. 

Or noi abbiamo stimato, e non dubitiamo che ogni pratico co- 
noscitore di queste cose ne converrà, che il solo mezzo di soddisfare 
ad ambedue questi scopi è procedere come hanno proceduto i nostri 
fratelli di Lombardia, e il decreto della Bepublica, che vi mandia- 
mo con altro foglio, vi dimostrerà il divisamente adottato, confor- 
me appunto a quello dei Lombardi, di consenso coi quali abbiamo 
preso sopra questo argomento, come sopr' altri, i più cordiali con- 
certi, conferendo con una commissione da loro mandataci per ciò 
espressamente. 

Fattevi queste dichiarazioni aggiungiamo che, se avete dubbi, 
se avete nuove rappresentanze a farci, se avete desideri giusti e con- 



Digitized by 



Google 



XV 
formi al bene comune di tutta la nostra Repoblica, ce li manifestiate, 
e meglio sarà per mezzo di qualche vostro membro che si rechi qui, 
perchè, nella folla grande degli affari che ci piovono da tutte le par-^ 
ti, è impossibile che ordinatamente e compiutamente rispondiamo a 
tutti i rapporti che si succedono senza posa, e non sarebbe giusto 
che alcuna magistratura dipartimentale s' adontasse o si dolesse di 
una corrispondenza, cui mancasse quella precisa regolarità che solo 
in tempi di quiete e d' ordine si può pretendere. 

Del resto, attendiamo un valido sussidio dai consigli dei mem- 
bri che invierete alla Consulta, la quale non ha già per iscopo di 
fare quello che solo è nelle facoltà dell' Assemblea Costituente, ma 
bensì di preparare i lavori che a rendere più pronta P azione della 
Costituente stessa sono necessari, e specialmente a concertare un 
buon sistema elettorale, cosa che ci sta sopra ogni altra a cuore, 
perchè troppo ci è grave il peso della responsabilità di cui siam 
caricati. 

Venezia, 6 Aprile 1848. 

// Presidente Manin. 

Queste lettere particolari ai due Comitati non ebbero 
maggiore efficacia di quella, che il Governo di Venezia aveva 
il 3 Aprile diretto Alle Provincie unite della Republica Veneta. 
In questo manifesto ricordava il Governo quanto aveva fatto 
nei suoi dieci giorni di vita : « Armi abbiamo distribuite quan- 
te mai si poteva, e il numero n' è già grande ; altre ancora ab- 
biamo ordinato si comprino in piti luoghi; abbiamo chiamato 
uffiziali, segnatamente artiglieri, della Scuola Piemontese e 
della Scuola di Modena; abbiamo composto il Comitato di 
guerra con persone dotte, esperte, leali, che si ricordano di 
Napoleone »; e come aveva cominciato dicendo che Venezia 
aveva comuni colle provincie i diritti e i doveri, così conchiu- 
deva raccomandando il coraggio non solo ma la fiducia : Jiàu- 
da reciproca e abbianm vinto! (1) Il manifesto avrebbe potuto 
anche aggiungere che Tarmi erano state chieste dalle provin- 
cie, ed alle provincie erano state concesse : e che in otto gior- 
ni la Republica aveva aperto un arrolamento di 6000 uomini 

(l) Gazzetta di Venezia^ 4 Aprile. 



Digitized by 



Google 



XVI 

di Guardia Civica mobile e d'altri 6000 di Guardia Civica 
stazionaria; aperto un arrolamento per la marina, un altro per 
la gendarmeria (1), un altro per T artiglieria, un altro per un 
piccolo corpo di cavalleria regolare ; invitato e veterani e stra- 
nieri ad entrar nelle file del nuovo esercito e, con decreto es- 
presso, assegnato congruo compenso a chi riportasse fucili od 
altre armi, di cui non s' indagherebbe la provenienza^ al Go- 
verno (2). Un Governo di pochi giorni, sorto da una rivoluzio- 
ne, e che doveva portare il peso dei propri e degli errori degli 
altri (3), poteva forse fare di più? 

Ma se a Venezia non si poteva di piìj, di più si chiedeva 
dai Comitati, che non dissimulavano desideri e rimproveri. E 
fossero almeno stati concordi ! Ma Treviso e Padova volevano 
un Comitato di difesa comune per tutto il Veneto (4), Udine in- 
vece un Comitato di difesa suo proprio (5). Padova chiaramente 
diceva : Per le cose della guerra si muove gravissimo ed univer- 
sale lagno contro il Governo di Venezia; ma soggiungendo che da 
Venezia aveva avuti settecento fucili, e che già li aveva distri- 
buiti, conchiudeva sdegnosamente: siamo dunque senza armi {6). 
Nello stesso giorno, osservando che il condottiero dei Corpi fran- 
chi ne aveva perduto la fiducia, il Comitato di Padova chiedeva 
al Governo di Venezia un abile generale (7). Vero è che Vene- 
zia aveva invitato il general Zucchi, e, ricusando questi il ser- 
vigio per cagione dell'età, Venezia aveva nobilmente insistito, 
pregandolo a venire almeno per dar consiglio (8). 11 Zucchi non 
venne, ma, come è noto, assunse il comando della fortezza di 

(1) lì 13 Aprile s' erano già arrolati 800 gendarmi. Atti della Consulta nella 
Gazzetta di Venezia, 15 Aprile. 

(2) Gazzetta di Venezia^ 28 e 29 Marzo, 1 e 4 Aprile. 

(3) Non vogliamo entrare nella questione del malaccorto richiamo della flot- 
ta. Non se ne dovrebbe accagionare peraltro nò Manin nò il Governo della Repu- 
blica, leggendo i Documente ecc. par Planat db la Fayb, I, pag. 111-143. Vedi 
specialmente le pag. 140-143, 111-113. Vedi anche La Vita e i tempi di D. Ma- 
nin dei prof. A. Errbra e avv. C. FiNZi, pag. CXL. 

(4) Dog. Manin^ num. 3520 e 3564. 

(5) Ibid., num. 3603. 

(6) Ibid., num. 3567. 

(7) Ibid., num. 3568. 

(8) Ibid., num. 599. 



Digitized by 



Google 



Palma* Adunque il veneto Comitato gli scrisse per eccitarlo a 
spingere la difesa Jino alPIsonzo; e il vecchio generale rispose 
càe %ffizialmente non riconosceva la Republica, ma dipendeva 
dal Comitato ^ Udine. Negò dire la forza delle proprie truppe e 
quella delle nemiche^ né volle rispondere sul trasportare la li- 
nea (1). Indarno si fece notare che la sola difesa di Palma 
era inutile, giacché il nemico poteva giungere ad Udine per 
Gividale ; il Comitato udinese non se ne addiede : e intanto il 
Comitato di difesa di Padova di proprio capo ordinava a' suoi 
Corpi franchi di penetrare in Tirolo (2). Non piacevano ad 
Udine le relazioni nostre col Zucchi, onde si eccitava Venezia 
a trattare esclusivamente col Comitato di guerra (3). U quale 
Comitato di guerra, riconoscente alla sorella Treviso che gli 
aveva spediti ottocento uomini armati, lagnavasi di non ave- 
re avuto più che duecento fucili e duecento sciabole dalla 
madre Venezia (4). E dimenticava frattanto e Tarmi che Ve- 
nezia aveva diffuso nel Trivigiano (5), e i duecentocinquanta 
veneziani che militavano in Palma (6), e sopra tutto dimenti- 
cava che a due de' suoi membri, il Cavedalis e il Duodo, Ma- 
nin aveva offerto, non chiesto, Tarmi necessarie a duecen- 
to fanti, dopo aver loro pienamente accordato anche quanto 
avean chiesto: i granatieri armati che nel Friuli dovevano, 
a detta loro, prestare più spontanei e piic utili servigi (7). 
Lo stesso argomento delle sussistenze militari non andò sen- 
za difficoltà, ed Alessandro Marcello, che vi era preposto, 
si potè intendere facilmente a Padova ed a Vicenza, ma non 
fu nemmanco voluto ricevere dal Comitato di Treviso (8). In 



{]) Doc. Manin, num. 615. 

(2) Ibid., nom. 615. 

(3) Ibid., Dnm. 3603. 

(4) Ibid., num. 3604. 

(5) Mille e cinquecento fticili erano stati dati ai soli abitanti di Oderzo. E il 
Paulucci lagnavasi di questo sperpero, avvenuto ad insaputa di lui. Doc. Manin, 
Duni. 597. 

i6) La Crociata Grondoni, che Manin peraltro avea creduto utile più che per 
la forza reale, per V aju(o morale. Doc. Manin, num. ò03. 
i7j Doc. Manin, num. 598. 
(8) Ibid., num. 6H, 615. 

b 



Digitized by 



Google 



xvm 

breve: i Comitati dipartimentali erano in una cosa sola con- 
cordi, nel chiedere sempre denari a Venezia e non mandarvene 
mai. Ed era naturalissimo : che non mandassero, perchè le cir- 
costanze esigevano straordinari dispendi; e che chiedessero, 
perchè quand' era urgente il bisogno sentivano la necessità di 
quel centro, la cui utilità rifiutavano quando non era urgente 
il bisogno (1). C!osì ben lungi dal comprendere l'imperiosa ne- 

(l) Trascrìviamo dai Processi verbali delle Sedute del Consiglio qualche passo 
che giustifichi quello che abbiamo detto : 

29 Marzo. « // Comitato di Padova chiede dinaro. Quello per pagamenti pen- 
sioni fu già dato; vorrebbero un fondo per oggetti di guerra. Da riservarsi per 
conferirne col Meneghini, presidente del Comitato ». Ooc. Manin, num. 599. 

3 Aprile. « Legg"esi un Rapporto del Comitato di Rovigo, chiedente fondi per 
pagare li corpi franchi che sotto Zambeccari stanno p *r passare il Po. Rispondesi 
che quella spesa riguardasi come dello Stato, ma per ora i pagamenti si facciano 
dalle Casse provinciali ». Ibid., num. 604. 

5 Aprile. « La Provincia del Friuli scrive che va raccogliendo al confine illi- 
rico un corpo di linea e civici. Scarsa di mezzi finunziart, e trattandosi che la sua 
opera è di comune interesse, chiede un sussidio di lire 500,000, salvi i conjruagli. 
Provvisto Jeri con un acconto di lire 100,000, e circa gli approvìgionamentì, se 
occorrono, facciansi requisizioni », Ibid., num. 606. 

8 Aprile. « Pigliansi concerti di finanza col Luzzati, deputato del Friuli. 
Chiede un milione il mese; 400,000 lire per la metà del corrente^ altre 500,000 per 
lajlne . . . Circa le esazioni delle imposte, scadevano Vicenza, Belluno e Venezia. 
Le due prime città le trattennero per proprio conto, Venezia per le proroghe ac- 
cordate non pagro ancora ». Ibid , num. 609. 

11 Aprìle. « 11 ministro delle finanze parla di nuovo sulla nota del Comitato 
di Vicenza circa le spese di mantenimento dei Crociati, che dice non sostenibili 
per requisizioni, ed applicabili alle singole provincie che mandano i corpi. Ri- 
spondesi che quest'ultimo modo sarebtKJ tardo ed insufficiente: il soccorso dei 
corpi franchi essere necessario alla difesa da coloro che certo vorrebbero, se ir- 
rompessero, essere mantenuti dai Comuni. Se le requisizioni sono impraticabili, 
possono farsi contratti: la cassa, finché abbia mezzi, sopperisca: quella di Vene- 
zia sendo esausta per non essere sovvenuta dalle Comunali^ fra cui quella di Vi- 
cenza. Le spese d* altronde saranno da compartirsi a guerra finita. Sospendesi la 
decisione ». Ibid., num. 612. 

14 Aprile. « Narra il ministro del commercio, come larghe oflerte, fótte dal 
Lavagnoli al Comitato di Udine, fiirono spregiate . . . Leggesi lettera del Gron- 
doni, da Palma ... Il Presidente domanda se sian da rappresentarsi tutti questi 
emergenti alla sezione della Consulta che tratta della guerra. 11 ministro deir in- 
terno teme che, non trovando conformità nella Consulta, sianvi collisioni. Il Pre* 
sidente chiede se sia da' mandarsi infrattanto il dinaro promesso, e si giudica che 
ciò si faccia ... Il comitato di Treviso vuole isolarsi, anche in fatto di dogane e 
dazio consumo, e diede ordini in conformità all' Intendenza. Si risponde come, in 
quel caso, sale, tabacco ecc. non sarebbero più spediti ... Il Comitato di Padova 



Digitized by 



Google 



XIX 

cessità di sistemare centralmente le finanze, il Comitato di Pa- 
dova si lasciò correre v^Vatto più disorganizzatore^ come lo disse 
Valentino Pasini, di publicare, cioè, senza approvazione, anzi 
senza saputa del Governo centrale una sovraimposta straordi- 
naria. La quale naturalmente fu annullata a Venezia, ma per 
molti giorni affaccendò la Consulta ed il Governo in una que- 
stione, ridotta per parte dei Padovani,., di solo puntiglio perso- 
ikr&(l). Imperciocché da principio, diceva lo stesso Pasini, « non 
si pensava a maledire la Republica, né a volere la unione colla 
Lombardia ; si pensava solo a contraddire il Governo centrale. 
Più tardi queste contraddizioni generarono dispetto, la mi- 
naccia della invasione generò la paura, e allora si pensò alla 
unione colla Lombardia, come mozzo di vendicarsi del Governo 
Centrale » (2). Queste parole ci spiegano V ironia del Comitato 
di Padova, quando il Governo di Venezia a dì 22 Aprile emanò 
quella nuova dichiarazione di principi, nella quale all'articolo 
sesto era detto, che la futura Costituente deciderebbe la forma 
del reggimento, giacché il Governo Provvisorio^ serbando in- 
tolte le proprie opinioni., non può pregiudicare la questione in 

scrive manifestarsi in alcuni distretti tendenza a riflntare il versamento nella cas- 
sa provinciale della rata prediale. Chiede una dichiarazione che le somme versate 
resteranno nelle casse provinciali, pei bisogni del Dipartimento. Si mandi alla 
Consulta per notizia e documento . . . Del Comitato di Treviso ... il ministro delle 
finanze aggiunge come volevasi che le banconote colà esistenti fossero cambiate in 
danaro: V introito dei dazi di Venezia, ripartito ». Ibid., num. 615. 

22 Aprile. « Il ministro delle finanze espone che Padova domanda 300,000 
lire, e Rovigo lire 200,000, e che le pensioni da pagarsi importano lire 180,000. Si 
adotta di dare a Padova lire 150,000, e coir appaltatore Petrillo negoziare delle 
cambiali ; di dare a Rovigo lire 100,000: in quanto alle pensioni si adotta pagarle 
anche per questo mese integralmente ». Ibid , num. 622. 

28 Aprile. « ^i annuisce alla domanda del Comitato di Padova che chiede da- 
naro, assegnandogli la somma di lire 150,000 sulla cassa del Ricevitore provincia- 
le di Padova. U Ministro del Commercio legge una lettera del Comitato di Treviso, 
che chiede lire 80,000 1>«* V acquisto di '2000 fucili, fatto a Livorno. Si determina 
di mandare persona atta a visitare i fucili, riconoscere se sieno opportuni, e se 
abbiano le baionette ». Ibid., num. 626. 

3 Maggio. « Alcuni schiarimenti si danno .... circa i bisogni d' arme e di 
danaro per parte di Treviso, ed i modi con cui è divisato supplirvi ». Ibid., n. 632. 

(1) Dog. Manin, num. 611, 615-619. Gazzetta di Venezia, 13 Aprile. Bonghi, 
La Vita e i tempi di Valentino Pasini, pag. 228. 

i2) BoNOHi, La vita ecc., pag. 227. 



Digitized by 



Google 



XX 

modo verdino (1). Il Presidente del Comitato padovano scriveva 
a questo proposito : « Le frasi sono esplicite, in nessuna guisa 
dubitative, e tali che, accennando alle intenzioni delle quali è 
penetrato codesto Governo Provvisorio, fanno sperare e lascia- 
no desiderare che l'aggiunta di Republica di Venezia possa 
d'ora innanzi abbandonarsi » (2). E corainciava egli stesso a pra- 
ticare il proprio consiglio, chiamando G(yvemo Provvisorio di 
Venezia^ non piìi Governo Provvisorio della Republica di Vene- 
zia, quel Governo Centrale a cui aveva aderito, da cui doveva 
dipendere e a cui scriveva. Manin non avrebbe forse risposto : 
ma poiché il suo Governo era immeritamente accusato di tol- 
lerare le intemperanze della stampa e di non reprimere con 
mano forte i disordini, scrisse una lettera degna di essere ri- 
cordata : 

Non credo che il Governo da me presieduto, conservan- 
do il titolo che gli fu dato dal popolo di Governo Provvisorio della 
Republica Veneta, abbia pregiudicato le sorti della guerra, né credo 
che i Comitati distaccandosi dallo stesso le abbiano giovate. 

Le diffidenze che dite correre nel publico verso il re Carlo 
Alberto farebbero meraviglia, se non si unissero alla tarda, ineffica- 
ce, e spesso ricusata assistenza del suo generale Durando, che viene 
imputato dell' abbandono del Piave, del conseguente assalto di Tre- 
viso, e della infruttuosa fazione del 21 sotto Vicenza. 

Se qualche giornale ha parlato e parla irriverentemente di 
quel Re generoso, non è a farne meraviglia in un paese ove la stam- 
pa è libera : ed è a stupirsene anche meno quando si pensi che sia- 
mo nelP eflfervescenza di una rivoluzione, e di una guerra per soste- 
nerla ; quando si pensi che, alle inevitabili quistioni sul modo di 
condurla ed ai timori dell' esito, si vollero associare intempestive 
quistioni politiche, dalle quali sono inseparabili i conflitti delle opi- 
nioni e dei partiti politici. 

Quello che propriamente mi ha fatto meraviglia è il para- 
grafo della vostra lettera, cbe allude a scandalose dimostrazioni, non 
scompagnate da deplorabili casi, avvenute in Venezia. 

Grazie a Dio, Venezia fu sempre e si mantiene tranquilla, e 

(1) Gazzetta di Venezia, Supplem.y 22 Aprile. 

(2) Dog. Manin, num. 3571. 



Digitized by 



Google 



XXI 
non posso comprendere come voi, distante nn* ora da qui, e colle 
continue e non interrotte comanicazioni u£Sciali, possiate accennare 
a fatti non dirò esagerati, ma non mai avvenuti. 

Del resto, se il mio Governo ha creduto di rimaner fedele al 
proprio mandato e di mantenersi in un contegno riservato e pru- 
dente, onde non pregiudicare arbitrariamente o sotto V impero di 
circostanze transitorie i piU vitali e piti sacri interessi della nazio- 
ne, non potrà mai dirsi che egli abbia con ciò compromessa la causa 
della indipendenza italiana, nò la causa della libertà italiana, né la 
causa della anione italiana; e vi confesso ignorare se lo stesso si 
potrà dire di altri rappresentanti che, facendosi campioni d'un par- 
tito politico, gettavano semi di discordia nella stessa loro famiglia 
italiana (1). 

E i dissidi pullulavano infatti nelle provincie che un me- 
se prima erano state così concordi; e dei Comuni parecchi 
erano in disaccordo e in conflitto colle città di provincia, che 
alla volta loro erano in disaccordo e in conflitto col Governo 
della Republica. Tristi preludi, che potevano condurre a mag- 
giori e pili profondi contrasti ; giacché, come Manin libera- 
mente scriveva al Comitato di Rovigo, « la tendenza dellB 
classi inferiori ad emanciparsi da ogni soggezione, a disobbe- 
dire ad c^ni autorità, è forse la conseguenza di quella opposi- 
zione in cui si è posto codesto Comitato contro il Governo 
Provvisorio della Republica, al quale aveva spontaneamente 
aderito in nome della Provincia. La intolleranza della subordi- 
nazione provoca V anarchia » (2). Manin peraltro non si lasciò 
né trasportare né muovere da quella che chiamerò indisciplina 
delle Provincie: concesse loro finché potè armi ed armati, le 
soccorse materialmente e moralmente quanto potè, non rispar- 
miando nò denaro né lodi (3). E quando il pericolo si fé vicino. 



(1) Doc. Manin, num. 3579. 

(2)lbid., oum. 3644. 

(3} A sag'grio dei sussidi in danaro basti quel ohe ne abbiamo acceunato nella 
Dota a pagr- XVllI, XIX. Qai ricordiamo la lettera indirizzata a dì 20 Aprile 1848 
al Comitato del Frinii : 

<« Le Tostre due lettere di ieri ci colmarono d' inquietudine e di dolore, ieri 
stesso abbiamo spedito altro espresso verso Ferrara incontro al corpo pontificio 



Digitized by 



Google 



XXII 

e qualche città di provincia che da Venezia non avea voluto 
consigli ricorse per aiuti a Venezia, fu messo, è vero, in di- 
scussione, « se un paese che, oltre il far la guerra politica, ne- 
ga prestiti, imposizioni ed altro, debha essere ascoltato » (1), 
ma gli aiuti furono concessi, giacché la carità della patria 
vinse ogni particolare rammarico. Non era dunque immeritato 
r elogio che un nobile Comune del Veneto indirizzava al Go- 
verno di Venezia, dicendo che dalle sue deliberazioni traspa- 
riva una generosa moderazione cui le provincie non avevano 
ricambiata di eguale riconoscenza (2). 

I fatti che abbiamo ricordato non devono considerarsi co- 
comandato dal dfenerale Ferrari già avviato al Po, con ordine urgente e positivo 
di accelerare la noarcia per accorrere in vostro soccorso. Alla nostra lettera ne 
abbiamo aggiunta un'altra del generale Della Marmora ed altra dell'Inviato Sar- 
do presso il nostro Governo, dirette allo stesso generale Ferrari, colle quali gli è 
ingiunto di affrettare in ogni modo possibile il viaggio delle sue truppe, essendo 
la causa comune minacciata in Friuli, ove tutti gli aiuti debbono immantinenti 
esser portati. Le disposizioni furono date perchè siano pronti tutti i mezzi di tra- 
sporto possibili, acciò he dette truppe vi giungano rapidamente. Il generale Della 
Marmora si reca oggi a Treviso, ove radunerà 1 corpi franchi, attenderà Tarmata 
pontificia, e si metterà alla testa della spedizione : egli è animato di tutto Tardoro 
patriottico, e si gt^tterà a tutt' uomo a vostra difesa. 

» Tutti i fucili, tutte le cambine, tutti gli stutzen umanamente reperibili, si 
stanno raccogliendo, e domani vi verranno recati dal sig. Antivari. 

» Coraggio, valorosi Friulani : la guerra ci sta sopra con tutte le sue scia- 
gure, ma noi dobbiamo sfidarle, fermi nel proponimento irremovibile di liberare 
r Italia dallo straniero, o morire «. Doc. Manin, rum. 8612. 

E a Treviso il dì 14 Maggio: «( La fermezza dimostrata da codesto Comitato 
in mezzo agli accresciuti pericoli, il proponimento di codesta generosa popolazio- 
ne di resistere imperterrita agli assalti nemici, 11 valore dimostrato da codeste 
brave truppe nei seguiti combattimenti, e la perseverante risoluzione a sostener- 
ne di nuovi sino air ultimo saui^ue, hanno commosso profondamente il Governo 
della Republica, che si affretta di manifestare al degnissimo Presidente del Comi- 
tato, perchè le faccia note alla cittadinanza ed alla milizia, le espressioni della più 
viva riconoscenza in nome della comune patria italiana ». Doc. Manin, num. 3527. 

(1) Doc. Manin, num. 652. 

(2) « Nella risposta che codesto Governo si compiacque traf^pare V al- 
ta saggezza e la generosa moderazione che gli furono sempre compagne nelle 
diflacili congiunture dei tempi presenti, e che adoperò magnanimo verso le so- 
relle provinole, le quali non ricambiarono al certo, riconoscenti, le di esso amo- 
rose sollecitudini. Neir atto adunque permetta che riverente esterni i 

sentimenti d'ammirazione da cui*ò compresa p^r questo virtuoso contegno, oh' è 
premio a sé stesso ». Lettera della Rappresenttnia Comunale di Bovolenta, 30 
Maggio 1848. Doc. Manin, num. 3594. 



Digitized by 



Google 



XXIII 

me un tardo e inopportuno rimprovero alle provincie nostre 
sorelle. La storia registra i fatti e, spente le passioni fra cui si 
sono svolti, li giudica. Se coir aiuto di autentici documenti la 
storia può, nel caso nostro, adempiere al primo dei suoi uflBcì, 
non crediamo che sia venuto ancora il momento, in cui possa 
soddisfare anche al secondo. Ad ogni modo, giova ricordare 
non solo i fatti, ma eziandio le circostanze loi'o, le quali evi- 
dentemente contribuiscono a meglio determinare e a spiegare 
i fatti medesimi. Ora, non può negarsi che alcune delle città 
della terraferma vicina, benché difficilmente potessero aspirare 
a reggimento più mite Hi quello dell'antica Republica, s'erano 
tutta volta un po' risentite dello splendore e dell'aristocrazia 
della Dominante^ per lo che nel 22 Marzo essendosi gridato a 
Venezia: Viva San J/arco/ temevamo che Venezia non si con- 
tentasse d'esser sorella, ma pretendesse di ritornar Dominante. 
Lo stesso Valentino Pasini, così benevolo a Venezia ed al suo 
contegno, lascia trapelare il sentimento proprio da quella frase 
che scriveva a Burini : Ciò che Venezia crede di essere (1). Che 
cosa credeva di essere Venezia ? Nulla più di quello che aveva 
detto lo stesso Valentino Pasini, d'accordo coi suoi amici che 
a Vicenza proposero P aggregazione a Venezia^ eh" è naturai ca- 
pitale del veneto territorio (2). Nessuno poteva dire che noi fos- 
se, che noi dovesse essere, giacché la storia non si cancella 
né con un tratto di penna, né con un tratto ai spirito. Finché 
le sabbie del Brenta non colmino le nostre lagune, e la mal 
aria non ne abbia spento o cacciato gli abitatori (badi chi deve 
a non assumere e a non dividero la responsabilità di questo 
delitto I), Venezia resterà quel che la disse Valentino Pasini 
coi suoi colleghi : la naturai capitale del veneto territorio. Se 
non che, lasciando volentieri da parte i lievi dispetti, s' ag- 
giungevano considerazioni gravi e, siamo lieti di dirlo, sin- 
ceramente patriottiche, che facevano parer buono alle provin- 
cie vicine il loro contegno. Venezia é una città eccezionale: 
circondata dalle lagune e dai forti essa pareva, per natura 



(1) Bonghi, La vita ecc., pa^. 228. 

(2) Qa%z, di Venezia, 29 Marzo. 



Digitized by 



Google 



XXIV 

e per arte, sufficientemente al sicuro dalla rabbia nemica. 
Bisognava, è vero, difenderla ; e difendere una cerchia sì va- 
sta, armar tanti forti, sopra v vegliar tanti accessi, poteva es- 
sere, ed era infatti, difficile : ma insomma con molta fatica e 
con spesa grande Venezia si poteva difendere. Ma si potevano 
egualmente difendere le provincie? potevasi impedire il valico 
dell' Isonzo ? potevansi chiudere le gole delle Alpi ? e nel caso 
che il nemico fosse penetrato nel Friuli o nel Bellunese, come 
potevano sostenersi Treviso, Padova, Vicenza? Ben si fecero 
eroici sforzi, e T assalto di Vicenza costò piii sangue che non 
pensasse Badetzkjr ; ma questo sangue bastava ad assicurare 
il successo ? Bastavano i Corpi franchi, pieni di generoso ardi- 
mento, ma nuovi all'armi, alla disciplina, alle privazioni, al- 
l'eroismo dell'obbedienza che costituisce il soldato? davanti 
alle schiere tedesche non era necessario un esercito regolare? 
E questo esercito regolare dov'era? Non l'aveva il solo Pie- 
monte? E perchè non gettarsi addirittura in braccio a coloro 
che ci potevano difendere? Naturalmente questi discorsi non 
si fecero in Marzo, quando regnava una fiducia improvvida 
nei governi e nei popoli; ma si fecero un po' alla volta in Apri- 
le, quando alla sicurezza dei primi giorni sottentrarono col so- 
pravvenir degli Austriaci le apprensioni, i timori, le diffidenze, 
e le accuse di cui particolarmente furono segno Venezia e Ma- 
nin. E noi non faremo certo rimj)rovero alle provincie, se la 
paura di perdere l'indipendenza così lungamente anelata e così 
maravigliosamente ottenuta le rese talora ingiuste contro Ve- 
nezia e contro l' uomo che vi gridò la Republica : esse non co- 
noscevano ancora lo spirito di Venezia e il patriottismo di Da- 
niele Manin. Il quale per la qualità dei suoi studi e per l' in- 
dole del suo ingegno non voleva uscire d' un punto dalla piii 
stretta legalità; ma per l'intenso amore che portava alla pa- 
tria sapeva non solo sacrificare i propri convincimenti, ma 
sostenere il voto del paese, legittimamente manifestato, con 
quella ferrea energia con cui si sarebbe appena creduto che 
volesse sostenere il suo proprio. Se Manin era men grande, le 
provincie avevano forse ragione. Ma intanto noi possiamo spie- 
garci il perchè di quella opposizione, la quale indusse le pro- 



Digitized by 



Google 



XXV 

vincie a distaccarsi dal centro, a cui prima e naturalmente 
avevano dovuto convergere. Forse si potrà credere che tal- 
volta nella espressione dei loro sentimenti eccedessero; e qual- 
che indirizzo a re Carlo Alberto parrà per avventura troppo 
poetico (1); ma insomma era naturale che a Carlo Alberto si 
rìvogliessero gli occhi delle provincie^ come (e non vogliamo 
cercare perchè talor si dissimuli, ma ci preme appunto per 
questo di avvertirlo chiaramente fin d' ora) a Carlo Alberto si 
era rivolta Venezia, anche prima delle provincie vicine. E pa- 
rimenti, se non potremo approvare, potremo almeno spiegarci 
perchè, ad ottenere una sola assemblea per la Lombardia e la 
Venezia, le provincie nostre vicine anziché indirizzarsi, come 
avrebbero potuto e dovuto, a Venezia, si indirizzassero a Mi- 
lano. 

Ma, per continuare il racconto, è necessario di veder pri- 
ma quali relazioni corressero fra i Governi Provvisori delle 
due città capitali, e tra Venezia e il re Carlo Alberto. 

Le prime parole che pronunziò il Governo Provvisorio a 
Milano, il concetto del proclama di Lodi e le spiegazioni che, 
sorto appena, diede il Governo Provvisorio della Republica Ve- 
ti] Beco r indirizzo che il Comitato dipartimentale di Vicenza foce presentare 
a Carlo Allserto da tre ragguardevoli cittadini. 

« A Carlo Alberto della italiana libertà vindice e redentore! 

La vostra impresa ò degna del vostro braccio, del vostro cuore. 

Voi propugnate la santa causa deir Italia. 1 popoli a voi s' inchinano per 
meraviglia. 

11 lampo solo delle vostre armi bastò a disperare V Austriaco : le vostre vit« 
tohe assicurano Lombardia e Venezia che saranno libere. 

Già ci tarda il pensiero di venire ai vostri piedi. Se Mantova e Verona non 
fossero occupate tuttavia dai nostri nemici saremmo venuti assai prima d' ora. 

A voi sospira, voi attende la città di Vicenza e la provincia. 

Volate : ci vedrete tutti compresi di ammirazione, di gratitudine. 

Pelici questi nostri rappresentanti che primi tra noi s' incontrano nel vostro 
sguardo, specchio vero dell' anima generosa. 

Essi vi esprimeranno i voti di tutti noi : vi diranno quanto abbia a temere il 
nostro territorio e la nostra bella città dalla barbarie del tedesco che voi spingalo 
oltre le Alpi: vi diranno che il vostro patrocinio ci ò necessario: vi diranno che 
solo il vostro patrocinio può compire appo noi il magnanimo intento della bene* 
dizione di Pio. 13 Aprile 184S >». Doo. Manin, n. 3481 



Digitized by 



Google 



XXVI 

neta, non potevano essere più concordi sul punto che, senza 
prestabilire alcun patio, a guerra finita dovesse esprimersi te- 
ramente e liberamente il voto della nazione. Dacché s' era adot- 
tato il principio di rimettere a guerra finita ogni quistione po- 
litica, sarebbe stato forse assai utile pensare intanto esclusiva- 
mente e gagliardamente alla guerra, affidando le sorti della 
patria alla gratitudine ed all'intelligenza dei popoli. Quand' ec- 
co, in un Supplemento della Gazzetta di Parma^ apparve una 
Nota che il ministro Franzini, a dì 6 Aprile, comunicava da 
Bozzolo, allora Quartier Generale, al conte Enrico Martini, com- 
missario straordinario del Governo di Milano presso il re Carlo 
Alberto. La Nota era del tenore seguente : 

S. M. il Re m'incarica di significare a V. S. le cose qui ap- 
presso. 

Nel riconoscere il Governo Provvisorio residente in Milano e 
nel trattare con esso, S. M. ha inteso di avere che fare con un po- 
tere il quale traeva l' autorità, che con tanto patriottismo ha saputo 
esercitare, dalla forza imperiosa delle circostanze e dal concetto di 
ottimi cittadini in che erano universalmente tenuti i componenti 
esso governo ; ma S. M. non può a meno di considerare (ed è lieta 
di trovarsi in ciò pienamente concorde col sentimento già chiara- 
mente e publicamente espresso dal Governo Provvisorio) che al solo 
popolo, che con tanto valore ha saputo di recente liberarsi dal giogo 
straniero, spetta il sacro diritto- di determinare la forma del suo pro- 
prio governo; è perciò desiderio di S. M. che il Governo Provvisorio 
provveda nel più breve tempo possibile alla convocazione di quella 
Assemblea elettiva, che dovrà sovranamente decidere dei futuri de- 
stini di queste belle provincie italiane. È pur desiderio di S. M. (ed 
anche in ciò confida di trovarsi pienamente d' accordo colle inten- 
zioni del Governo Provvisorio) che V assemblea emani da un sistema 
di elezioni larghissimo e libéralissimo, per modo che le decisioni di 
essa possano veramente riguardarsi come l' espressione la piìi sin- 
cera del comune voto. 

Compiacciasi la S. V. di trasmettere copia di questa nota al 
Governo Provvisorio di Milano, e di pregare quest' ultimo a volerla 
diramare ai Governi Provvisori delle altre città della Lombardia e 
della Venezia, e a quelli ancora di Piacenza, di Reggio e di quante 
altre città avessero significato la loro adesione a quel di Milano: in 



Digitized by 



Google 



XXVII 

questo modo S. M. intende di acceonare a un suo desiderio che la 
città di Milano sia la sede deir assemblea che sta per convocarsi. 

V. S. è anche autorizzata a far publicare per le stampe, d' ac- 
cordo col sao Governo, la presente nota (1). 

Era gettare il pomo della discordia, quando sarebbe stata 
suprema necessità la concordia. Al Governo di Milano parve 
inopportuno il consiglio, onde, autorizzato a publicare per le 
stampe il dispaccio, non solamente noi publicò, ma avvertì 
espressamente il Governo di Venezia che non aveva creduto 
utile il publicarlo. Trasmise peraltro la Nota ai vari Governi ; 
e a Venezia fece sapere che si doveva bene dar mano alla com- 
pilazione di una legge elettorale, e che il suffragio universale 
ne doveva esser la base, ma che a raccogliere l'assemblea era 
conveniente aspettare il fin della guerra: si sarebbe allora 
adunata non a Milano, come suggeriva Franzini, ma a Verona 
od a Mantova, vale a dire nell'una o nell'altra delle due gran- 
di fortezze eh' erano in mano agli Austriaci, e dove per con- 
seguenza non sarebbe stato possibile accogliere l'assemblea 
prima che finisse la guerra. Ecco di fatti la comunicazione che 
al Governo Provvisorio della Republica fece a dì 11 Aprile 
r avv. Francesco Restelli, inviato straordinario a Venezia del 
Governo Provvisorio di Milano : 

Per incarico del Governo Provvisorio di Milano ho l' onore di 
trasmettere a questo Governo Provvisorio della Republica Veneta 
copia della Nota del giorno 6 corrente, scritta dal Ministro di Guerra 
e Marina del Re di Piemonte Franzini al sig. Enrico Martini Com- 
missario straordinario del Governo Provvisorio di Milano presso lo 
stesso Re di Piemonte, Nota che il Governo stesso non ha creduto 
di publicare. 

Il Governo Provvisorio di Milano divide l' opinione che abbia 
al più presto ad essere publicata la legge elettorale, e crede dovere 
di giustizia che questa abbia ad essere basata sul principio del voto 
universale, onde tutti abbiano a concorrere a fissare i futuri destini 
politici della patria comune, che così gloriosamente si è emancipata 
dal giogo straniero. 

(1) Gazzetta di Parma, Supplemento, 11 Aprile. 



Digitized by 



Google 



XXVIII 

Quanto al tempo della convocazione dell'Assemblea Gostitnente, 
è conveniente che sia totalmente cessato il fumo della battaglia, af* 
finché tutto il territorio dia i propri deputati, ed il voto di questi sia 
perfettamente libero da qualunque influenza. 

È desiderio del Governo Provvisorio di Milano che una sola sia 
la legge elettorale, ed una sola V Assemblea Costituente per tutte le 
Provincie Lombardo Venete, onde senza difiScoltà e complicazioni si 
prepari concordemente lo stesso patto politico che unirà sotto la 
stessa bandiera due territori, che ebbero comuni per tanti anni le 
sventure dell' oppressione, e che vorranno avere comune anche il 
patto della vittoria. 

Perchè la città dove sia convocata l'Assemblea Costituente sia 
possibilmente centrale, ed ofifra le stesse opportunità alle Provincie 
Lombarde ed alle Venete, sembra al Governo Provvisorio di Milano 
che possa essere scelta Verona o Mantova. 

Per incarico del Governo Provvisorio di Milano, di cui ho l'onore 
di essere Inviato Straordinario, trasmetto le presenti comunicazioni a 
questo Governo Provvisorio della Bepublica Veneta, che è pregato 
di dare partecipazione uffiziale del contenuto di questo scritto e del- 
l' inclusa Nota ai singoli Comitati governativi provvisori che si 
sono formati nelle diverse Provincie Venete ed agli onorevoli Con- 
sultori già qui convocati per occuparsi, siccome di argomento gra- 
vissimo, del progetto appunto della legge elettorale. 

Il Governo Provvisorio di Milano, che ora va trasformandosi 
colla surrogazione di Rappresentanti anche delle Provincie Lom- 
barde, ha già nominato una Commissione per redigere un progetto 
di legge elettorale che mi farò un dovere di comunicare a questo 
Governo della Bepublica Veneta appena l' avrò ricevuto, perchè si 
abbia dei due progetti a formarsene un solo, sul quale concorra il 
consenso delle due sezioni lombarda e veneta. La fratellanza e l'ac- 
cordo dei sentimenti che uniscono i Lombardi e i Veneti sono mal- 
levadore che anche codesta importantissima bisogna sarà concorde- 
mente soddisfatta (1). 

Intanto Venezia aveva inviato a Carlo Alberto il conte 
Giovanni Cittadella di Padova. Già il Governo del Re, informa- 
to dalla voce puòlica e dai giornali, che a Venezia s' era costi- 
tuito un Governo Provvisorio, gli aveva inviato (31 Marzo) W 

[\) Dog. Manin, num. 1013. 



Digitized by 



Google 



XXIX 

primo saluto, offerendogli « colle sue relazioni di buona amicizia 
i soccorsi materiali necessari per arrivare alla completa indi- 
pendenza dell'Italia: soccorsi e relazioni che, secondo l'espres- 
sione magnanima di Carlo Alberto, il fratello deve al fratello^ 
ì amico aU amico ». Anzi « per istabilire dei rapporti più intimi 
fra di noi, e cooperare con piii di ardore e di efficacia al santo 
risultamento della indipendenza e della libertà nazionale », ave- 
va inviato « in qualità d' incaricato d' affari provvisorio, il sig. 
Lazzaro Rebizzo, già noto da lungo tempo pel suo zelo per la 
causa italiana » (1). Al riconoscimento officioso, aveva tenuto 
dietro (11 Aprile) il riconoscimento ufficiale (2). Ma prima an- 
cora di averne questo ufficiale riconoscimento il Governo di Ve- 
nezia aveva risoluto (6 Aprile) di affidare al Cittadella l'onore di 
presentare al Re le espressioni della nostra gratitudine verso la 
M. S.^ e di prendere i concerti opportuni acciocché le milizie di 
S. M. potessero ^*à agevolmente compiere Palla loro missione (3). 
Il Governo presentava inoltre il conte Cittadella al Giulini con 
una lettera (8 Aprile) in cui era detto: Nostro desiderio e bisogno 
è d* andare in tutto d'accordo coi Lombardi fratelli^ volendo noi 
che i principi e gF interessi aòòiansi a riguardare come comu- 
ni (4). Ma non occorsero accordi. 11 Re accolse onorevolmente 
r inviato nostro : s' informò della nostra marina, delle nostre 
truppe, del corpo comandato da Zucchi: « disse di essere venuto 
per aiutare i suoi fratelli^ e le ultime parole proferite dinanzi 
a noi furono r indipendenza délV Italia » (5); ma il Ministro 
della guerra parlò di compensi necessari al Piemonte, e le pa- 
role di molti manifestarono abbastanza chiaramente il concetto 
del regno dell'Alta Italia. Si direbbe che il Re pensava al pro- 
clama di Lodi, e che il ministro Franzini commentava la nota 
del 6 Aprile. Di concerti opportuni non si fece punto parola. 
Questo cenno a noi basta; ma le lettere e le relazioni orali 



(1) Fbdbrigo, Del periodo politico e della vita intima di Daniele Manin, 
p. 48, 49. 

(2) Gatutta di Venezia, 1 1 Aprile. 

(3) La Commissione è daU 1*8 Aprile. Doc. Manin, num. 1919. 

(4) Doa Manin, Dum. 1921. 

(5) Ibid.> num. 1925. 



Digitized by 



Google 



XXX 

deir inviato veneto e del suo segretario si conservano tra i do- 
cumenti che il generale Giorgio Manin ha generosamente de- 
posto nell'archivio del nostro Civico Museo (1), e al prof. A. 
Errerà, che imprese a trattare distesamente della vita e dei 
tempi di Daniele Manin, daranno buona opportunità di met- 
tere in evidenza i primi andamenti a quella fusione che av- 
venne il 5 di Luglio. 

Coir inviato di Venezia era giunto a re Carlo Alberto an- 
che un nostro indirizzo, nel quale si diceva che le sue generose 
e cordiali parole imponevano il dovere di fargli nota la condi- 
zione delle cose, acciocché abbia luogo Veffetto da tutti desidera- 
to e aspettato dall'Europa, L'indirizzo quindi aggiungeva: « Le 
milizie austriache, quantunque scorate e indebolite dall'aspet- 
tazione delle milizie sarde imminenti, tentarono nel frattempo 
un qualche sforzo, il quale, riuscisse anco a vuoto da ultimo, 
porterebbe, non foss' altro, sospetti e discordie fra gì' italiani, 
che sarebbero dileguata da una pronta mossa dell'esercito di 
V. M., mossa che non potrebbe non percuotere di sgomento il 
nemico ». E dopo avere accennato i punti su cui pareva piii 
urgente che si dovesse portar la difesa, chiudeva : « Non ag- 
giungiamo pi'eghiere: l'onore d'Italia è l'onore della M. V. e 
del nome piemontese. Ripetiamo che le morali non meno delle 
materiali necessità sono urgenti, e alla M. V. la comune patria 
raccomandiamo » (2). A questo indirizzo del 9 Aprile, incal- 
zando gli avvenimenti in Friuli, il Governo di Venezia ne ag- 
giunse un altro del 17 (3), al quale alludeva la seguente let- 
tera del 18 al Comitato di Udine: « La difesa del vostro ter- 
ritorio dalla invasione di altri nemici fu ed è il primo pensiero 
del Governo: se egli avesse potuto e potesse disporre di armati 
e di materiale da guerra, non se ne avrebbe fetta ripetere la 
richiesta. Ebbe pertanto ricorso con replicata insistenza al ge- 
nerale Durando, per affrettarlo in tutti i modi al passaggio del 
Po colle truppe poste sotto il suo comando: indi, conosciuto 



(1) Dog. Manin, 1924, 1925, 619. 

(2) Ibid., num. 1922. 

(3) Ibid.. num. 618. 



Digitized by 



Google 



XXXI 

come si aggravasse la condizione di codesta provincia, inviò 
di nuoto appositi corrieri al campo di S. M, Carlo Alberto^ invo- 
cando inslantemeiiite un soccorso^ ed oggi stesso, avendo final- 
mente il corpo del generale Durando cominciato il passaggio 
del Po, il Governo gli scrisse la lettera, che in copia amiamo 
di acchiudervi, dalla quale rileverete come sia stato eccitato 
caldamente a recarsi colla maggior. parte delle sue truppe ver- 
so r Isonzo » (1). Non citiamo anche la lettera al generale Du- 
rando, perchè dobbiamo astenerci dagli argomenti che si rife- 
riscono esclusivamente alla guerra ; ossa tuttavia sarebbe una 
prova dell'occhio acuto cou cui Daniele Manin antivedeva il 
futuro (2). 

Notiamo piuttosto che il Governo di Venezia non si era 
tenuto pago di ciò che aveva fatto sinora; e fin dal giorno 14 
aveva spedito un nuovo inviato al re Carlo Alberto. Spedì que- 
sta volta il ministro dell'interno Pietro Paleocapa, l'uomo jdo- 
siiiw e pratico^ com'egli chiamò poi sé medesimo nel discorso 
tenuto all'Assemblea il 4 Luglio (3). Il nuovo inviato doveva 
rappresentare la necessità istantanea di aiutare il Friuli ; e se 
il Re, aggiungeva la Commissione, « dimostrasse in parole il 
desiderio, già da lui dimostrato nel suo proclama, che l'Assem- 
blea Costituente abbia da determinare la forma di reggimento 
da stabilirsi nella Venezia, voi dichiarerete che tale è appunto 
il principio da noi sempre sentito e professato, essendo già im- 
possibile assumere quei poteri obbligatori per la nazione, che 
noi non abbiamo » (4). 

La Commissione era chiara, ma l' uomo pratico e positivo 
voleva qualche cosa di piii. Egli si ricordava come la prece- 
dente missione del ca Cittadella non avesse avuto in sostanza 
alcun risultamento reale. Ai suoi colleghi di ministero egli ri- 
volse perciò parecchie domande, chiedendone precisa rispoeta. 
Questo singolare interrogatorio diede origine al documento se- 
guente, che il Bonghi chiama curioso : 

(1) Doc. Manin, nuni 3610. 

(2) H. MABTm, Daniel Manin, pag. 93. 
(^ Gazzetta di Venezia, 6 Luglio. 

(4) Bonghi, la vita ecc., pag. 235. 



Digitized by 



Google 



XXXII 

Domande del ministro Paleoeapa. 

Se il Re domanda esplicita- 
mente col mezzo dei snoi mi- 
nistri, se noi siamo disposti a ri- 
nunciare la forma republicana, 
cosa devo rispondere ? 

Se il Re, direttamente o col 
mezzo dei suoi incaricati, doman- 
da se siamo disposti e determi- 
nati a costituirci in uno stato so- 
lo colla Lombardia, qualunque 
sieno le disposizio&i o le delibe- 
razioni della Lombardia stessa, 
cosa devo rispondere ? 

Se il Re spingesse le sue do- 
mande sino a farmi sentire l' in- 
tenzione di fare uno Stato unico 
dell' Italia settentrionale, colla 
capitale Milano ? 



Se il Re insiste nel manifestato 
desiderio che le provincie Lom- 
barde e le Venete si uniscano in 
una sola Assemblea ì 

Se la sua flotta entrasse nel 
vostro porto a prestarvi soccor- 
so, P accettereste ? 

Se facesse conoscere la disposi- 
zione di rinforzare la difesa di Ve- 
nezia con qualche corpo delle sue 
truppe, cosa debbo rispondere ? 

Ho fatto io le domande. 
Palbocapa. 



Venezia, 21 Aprile 1848. 

Risposte del Governo. 

Rispondete : 

Noi accetteremo quella forma 
di Governo che la nazione deci- 
derà. 



Se PÀssemblea costituente de- 
ciderà che debba aver luogo tale 
unione, la accetteremo. 



Il Governo Veneto non può 
convocare che TAsseml^ea delle 
Provincie che hanno fatta adesio- 
ne ad esso. Il primo quesito che 
il Governo farà all'Assemblea sa- 
rà questo: « Se essa intenda fon- 
dersi colla Lombarda ». 

L' Assemblea costituente deci- 
derà. 



Sì. 



Si accetterebbe comesi accetta 
in caso di bisogno il soccorso di 
qualunque amico. 



Manin — Tommaseo — Castelli 
A. Paulucci — Cambbata 

PlNCHEBLB — A. TOPFOLI (1). 

(1) 11 documento è riportato da BoNOUi, La tifa ecc., pag. 234, 235. lo lo pu- 
blioo secondo i Doc. Manin, num. 1929. 



Digitized by 



Google 



XXXIU 

Intanto venivano dal Friuli notizie sempre più gravi, ed 
Udine capitolava (22 Aprile). Per lo che, senza aspettare il ri- 
torno del nuovo inviato dal campo-, il Governo di Venezia di- 
resse (23 Aprile) questa lettera, che è veramente un grido 
doloroso, al ministro della guerra Franzini : 

Ancora un grido innalziamo dal profondo dell' anima al Pie- 
monte e al SQO Re. Nel nome dell'Italia e delP amanita, nel nome 
della giustizia e di Dio, chieggiamo soccorso, pronto soccorso. Udine 
per la discordia dei capi è perduta. Ogni ora che fugge se ne porta 
via parte forse del nostro paese, parte del comune onore. Abbiamo 
ricevute dalla maestà del re Carlo Alberto generose promesse, le 
quali infiammarono la speranza già da più anni eccitata ; e tutta 
Italia vede ormai giunto il tempo del compierle. Noi non intendiamo 
penetrare nei disegni del Re, ma non potremmo senza rimorso ta- 
cere che in questi nostri paesi è il più urgente pericolo, non po- 
tremmo non richiedere aiuto senza che ci pesasse sul capo il san- 
gue sparso dalla rabbia nemica. L'aspettazione non soddisfatta mol- 
tiplicherà le discordie e i sospetti ; le discordie e i sospetti ci lascie- 
ranno preda e scherno a' tedeschi. È debito nostro sacro manifestare 
air E. V. quello che nelle nostre provincie comunemente si pensa e 
si dice. Si pensa e si dice che del forte esercito di S. M. tanto al- 
meno si potrebbe staccare quanto bastasse a difesa del Friuli assa- 
lito e scoperto; che l'impresa di Verona e di Mantova potrebbe da 
ciò essere forse ritardata ma non impedita ; che le armi austriache 
tentando avvicinarsi a Verona potrebbero porre in vero pericolo 
l'esercito piemontese. Checché sia di ciò, la speranza posta nel pas- 
saggio del generale Durando ha raffreddato l' ardore dei popoli, e 
adesso, delusa, si fa scoramento (1). Noi preghiamo per un popolo 



J) Nello stesso giorno il Governo annunziando al Calucci la capitolazione di 
Udine, gli scriveva : « È necessario che rappresentiate a codesto Governo la critica 
posizione delle nostre provincio. Esse sono abbandonate alle proprie loro forze : 
il generale Dorando ba sempre deluse le nostre speranze, e quantunque lo ab- 
biamo secondato in tutte le domande che ci ha fatte di materiale da guerra, di 
piroghe sul Po, di apprestamenti pel passaggio di questo fiume, di 9000 p^a di 
scarpe, di viveri preparati, di paghe da lui stesso fissate, e di un fondo di 100,000 
lire, pure non ebbimo da lui ajuto di sorta. Le nostre frontiere sono aperte dal lato 
di mare, invase dall'Isonzo e dalla Ponteba, tentate agli altri varchi delle Alpi, 
occupate a Verona, a Peschiera ed a Mantova. Venezia che siamo sollecitati a difen- 
dere sarà difesa, ma contornata da nemici avrà da lottare col blocco. Siamo certi 

e 



Digitized by 



Google 



X3CXIV 

intero, non per noi stessi. Se dnbitassimo che la forma da noi presa 
di reggimento, o altre simili considerazioni, potessero nelP animo di 
S. M. nuocere a questa parte di nazione che noi governiamo, di- 
remmo che gli atti e le opinioni nostre non possono in verun modo 
impedire le sorti avvenire di lei, eh' è sola arbitra di sé stessa: ma 
in tal frangente il discendere a tali precauzioni ci parrebbe fare un 
oltraggio all' animo del Re ed all' umana dignità. Detto dunque che 
il pericolo è estremo, e che indugiare il soccorso lo renderebbe peg- 
gio che inutile, nel nome dell'Italia e dell'umanità ripetiamo la 
nostra fervente preghiera (1). 

Paleocapa perorava frattanto la nostra causa e presentava 
le nostre dichiarazioni ; onde il ministro Franzini gli scrisse a 
dì 24 Aprile da Volta : « Dietro le calde rimostranze di V. S. 
fatte a S. M. il Re mio signore sulla posizione critica in cui si 

che i fratelli lombardi non ascoltoranno indifferenti la parola di soccorso che noi 
col vostro mezzo loro indirizziamo : il nimico che desola le nostre campag^ne e che 
sta per impadronirsi di nuovo delle nostre città è il nimico dei Lombardi, è il co- 
mune nimico d* Italia: bisogna combatterlo sopra ogni punto italiano che tiene. 
Eccitateli quindi in nome delT interesse reciproco, in nome dell' affetto fraterno, 
in nomedeiritnlia a venìro in nostro ajuto. 1 Lombardi che qui si recassero rialze- 
rebbero gli animi oppressi, e la loro presenza valerebbe se non come forza mate- 
riale, certamente come forza morale, a promuovere e mantenere una vigorosa di- 
fesa, giacché i veneti non si troverebbero più soli ed abbandonati a combattere in 

questo territorio la indipendenza nazionale Il corpo del generale Ferrari 

forte di 6,000 uomini, e che sarebbe destinato ad accorrere verso il Friuli, non ci 
consta che siasi ancora interamente ragù nato a Bologna, e ci vorranno dieci giorni 
prima che arrivi al passaggio del Po. Bensì quello del generale Durando ha var- 
cato e varca di questi giorni, ma inveoe di venire da noi è diretto ad Ostiglia, per 
appoggiare le fazioni di Carlo Alberto ». Doc. Manin, num. 2054. Calucci il 
giorno dopo scriveva, che la Lombardia poteva dar poco o nulla. « Le truppe re- 
golari stanno appena formandosi, oltre di che dipendono da S. M. Carlo Alberto, 
come generale in capo dell* esercito italiano, né potrebbono prendere alcuna 
mossa senza suo ordine: i Corpi franchi ed i volontari sono tutti spediti a guar- 
dare le bocche del Tirolo. L' unica speranza sta dunque in Carlo Alberto » Ibid., 
num. 2055. Ma a dì 28 Aprile annunziava che Milano spediva a Venezia cento 
milanesi, ingegneri e carabinieri, tutti petti di bronzo, e altri cinquecento, esuli, 
che venivano di Francia. E concludeva « coir accertare che in questo incontro il 
Governo Lombardo ha manifestato un tale interessamento, un tal fuoco per la 
causa dei Veneti, da persuaderci veramente che tutti siamo fratelli ». Ibid., n. 2058. 
(1) Questa lettera fU publicata da Radablli, Storia dell* assedio di Venezia, 
pag. 421, 422 (citiamo T edizione di Napoli, 1865, perchè non ò ancora uscita la 
nuova edizione, procurata dal Municipio di Venezia), evidentemente traduoendola 
dal francese. Noi la diamo dai Doc. Manin, num. 854. 



Digitized by 



Google 



XXXV 

trovano varie provincie venete dirimpetto air invasione, che 
va operandosi, di alcuni corpi austriaci provenienti dalP Isonzo, 
S, M, mi ha tosto ordinato di spedir Y ordine al generale Du- 
rando, comandante le truppe pontificie, di opporvisi nel modo 
che crederà piti convenevole, autorizzandolo a distaccarsi a 
quella volta anche col totale delle sue truppe » (1). 

Non appena Paleocapa riferi a Venezia il successo della 
sua missione, e colla lettera del Franzini le assicurazioni avu- 
te dal ministro Castagneto e dal generale Ferrari, il Governo 
spedi allo stesso Franzini la lettera che segue : 

Gli ordini dati da 8. M. il re Carlo Alberto perchè il generale 
Dorando venga anche col totale delle truppe pontificie in soccorso 
delle Provincie venete, orinai non solamente minacciate ma invase 
dagli Austriaci, ci ha recato un grande conforto, e ci ha colmato 
l'animo di riconoscenza. 

Noi preghiamo T E. V. di significare questi nostri sentimenti 
alla M. S., e di riconfermare nel pensiero del Re quello che a voce 
esprimeva il ministro Paleocapa, cioè che nel possente soccorso che 
aspettiamo da S. M. non valutiamo solo il vantaggio materiale, ma 
Sì ancora la influenza morale che rilevi l'animo delle popolazioni del- 
la Venezia, ed abbatta quello dei nemici, influenza morale tanto piti 
necessaria quanto che il nemico spaventa le popolazioni col ferro e 
col fuoco, e le adesca ad un tempo con lusinghiere promesse. 

Bd è ciò che ci spinge ad invocare che il soccorso stesso non si 
limiti al già conceduto; onde, rinnovando la preghiera che il mini- 
stro Paleocapa ci ha annunciato avere espressa a S. M., preghiamo 
che le gloriose armi di Sardegna, e le insegne del re Carlo Alberto 
si presentino anch'esse incessantemente nel territorio veneto. 

Non è, Eccellenza, che noi disconosciamo come S. M., combat- 
tendo nel paese che è tra il Mincio e l' Adige, ed oppugnando le 
piazze di Verona e di Mantova, combatte come quella della Lombar- 
dia anche la causa della Venezia, che riguardiamo anzi come una 
causa sola, e non è che pretendiamo che per soccorrer noi S. M. af- 
fievolisca il nerbo delle sue forze dove ne è maggiore il bisogno ; ma 



(l) Radablli, Storia ecc., pag. 95, 96. Ma dobbiamo ripetere anche di que- 
sta lettera quello che abbiamo detto del documento precedente. Noi la diamo dai 
Doc. Manin, nunn. 1932. 



Digitized by 



Google 



XXXVI 

invochiamo la presenza di un corpo di truppe che, passato PÀdige, 
nel tempo stesso che fronteggerà Verona, e ne affretterà la espu- 
gnazione, impedisca sempre più sicuramente quella congiunzione 
che le forze discendenti dal Friuli minacciano di fare, con quelle di 
Verona, la cui guarnigione sulla sinistra dell' Adige è ora affatto 
libera. 

Questo concorso dell' esercito proprio di S. M. alla valida difesa 
della Venezia, che ci auguriamo esteso con qualche aiuto anche alla 
nostra stessa capitale, farà più chiaramente conoscere al Governo di 
S. M., come qui l'intento della unione italiana sia sincero, e non mi- 
nore che nelle provincie lombarde. 

Del resto, confermando quanto per nostra commissione ha già 
dichiarato il nostro collega Paleocapa alla E. V. ed a S. E. il mini- 
stro Castagneto, ripetiamo che la forma di Governo adottata nel 
22 Marzo può dalla nazione nell' Assemblea Costituente essere mu- 
tata secondo gl'interessi della comune causa italiana (1). 

A questa lettera del 27 Aprile, il ministro Franzini rispose 
il 30 : che il Re seconderebbe i desideri nostri, quanto lo per- 
mettessero gP interessi generali. E chiudeva la sua risposta 
così: « Al momento di partire per una fazione importante ver- 
so Pastreogo, S. M. m'incarica di esprimere alle Signorie Lo- 
ro Illustrissime tutta la sua gratitudine dei sentimenti esposti 
dalle Signorie Loro » (2). 

Le dichiarazioni, specialmente delle ultime lettere a Carlo 
Alberto, non s* erano fatte per altro senza discussioni e proteste. 
Tutti i ministri avevano, è vero, un intendimento comune: 
r indipendenza d' Italia ; e a questo intendimento comune erano 
anche disposti a sacrificare quello che Tuomo ha di piii proprio, 
che son le proprie opinioni. Ma dacché avevano dichiarato di 
essere pronti anche a questo, chi aveva il diritto di muover 
dubbi sulla parola d' uomini onesti e leali ? Non si doveva né 
€Ì voleva pregiudicare il futuro; ma le successive e sempre 
più esplicite dichiarazioni non miravano, non riuscivano in 
. fine a pregiudicare un dato futuro e a prepararne un altro e 
diverso? E vero che queste dichiarazioni tornavano utili e ne- 

(1) Doc. Manin, uum. 857. 

(2) lbid.,num.856. 



Digitized by 



Google 



XXXVII 

cessarie ; ma Y anima sdegnosa del Tommaseo s' irritava di 
fronte alle politiche necessità, a cui piegavasi anche il suo 
grande collega ; onde, allorché fii votata T ultima lettera che 
abbiamo detto, a Franzini, egli scrisse (1): 

Caro Manin, 
Vi prego di leggere a' colleghi nostri l' inchiusa. 

10 rispetto le ragioni, le quali indussero uomini oh' io stimo ed 
amo a scrivere a re Carlo Alberto parole a cui non posso per ragioni 
mie sottoscrivere. Tale protesta eh' io non debbo rendere pablica, 
ma richiestami dall' intima coscienza, sarà interpretata coli' inten- 
sione medesima che la detta. Lascerei a un più degno il mio posto, 
se ciò non potesse parere in questi momenti timidità colpevole, e se 
non fossi sicuro che i nemici del bene non ne avessero a trarre fo- 
mite di nuove discordie. I miei colleghi nella dignità dell'animo lo- 
ro conosceranno quanto mi costi e tale protesta e il mio sacrifizio. 

28 Apnle 1848. 

Tommaseo. 

Manin fu meno assoluto; e di fronte alle questioni ed alle 
necessità che senza tregua incalzavano, cominciò dall' invocare 
il consiglio della Consulta, la quale, essendo composta di uo- 
mini eminenti e deputati da ciascheduna provincia, meritava 
la piena fiducia e di ciascheduna provincia e dell'intero paese. 
Non sarà inutile riferire qui il voto espresso dalla Consulta 
nella tornata del 20 Aprile : 

11 Governo Provvisorio della Republica comunicava i savi pen- 
sieri del Governo Provvisorio di Milano sulla opportunità di publi- 
care prestamente la legge elettorale, sulla giustizia di basare questa 
legge al principio del voto universale, e sulla convenienza di con- 
vocare l' Assemblea Costituente subito dopo cessato il rumore della 
guerra, e fatte libere tutte le parti del territorio, che devono esservi 
rappresentate. 

Ai quali pensieri il Governo Provvisorio di Milano aggiungeva 
il suo vivo desiderio che la legge elettorale fosse identica per le Pro- 
vincie venete e per le lombarde, e che V Assemblea Costituente, chia- 
mata a fissare sovranamente i destini di tutte insieme queste pro- 
li) Dog. Manin, nnm. 627. 



Digitized by 



Google 



XXXVIll 

vincie, fosse una sola. Questi peusieri e questi desideri meritavano 
da parte della Consulta la piU seria attenzione. 

La sollecitudine a publicare la legge elettorale era eminente- 
mente raccomandata dal doppio riflesso, che bisognava affrettare 
quanto più si potesse la sostituzione d' un reggimento stabile al 
provvisorio, e che era conveniente far conoscere a tutti i cittadini 
quale sarebbe il modo legale di far valere il proprio voto, senza of- 
fendere la tanto necessaria unità delle deliberazioni. 

Il suffragio universale era necessità per un Governo Provvisorio, 
che non ha mandato di limitare V esercizio dei diritti politici a de* 
terminate categorie di cittadini, ed era guarentigia politica, trat- 
tandosi che appunto dalla universalità dei cittadini devesi attendere 
la più opportuna scelta delle persone destinate a formare la Co- 
stituente. 

La convocazione deir Assemblea, subito dopo cessato lo strepito 
delle armi, era affatto conveniente, afSnchè fosse reso possibile a 
tutti gli elettori l' intervento nei comizi primari, e a tutta la rap- 
presentanza nazionale la più sicura libertà. La identità della legge 
elettorale, essendo analoghe le condizioni delle une e delle altre Pro- 
vincie, e le une e le altre provincìe mirando ad unirsi quanto è più 
strettamente possibile, può e deve elaborarsi sulle medesime basi 
dalle Commissioni a ciò incaricate, e può e deve sancirsi colle me- 
desime espressioni dai due Governi. 

Finalmente la unità dell' Assemblea costituente era anch'essa 
una necessità, se si voleva che in fatto la unione si ottenesse. 

A qualcuno parve di ostacolo a ciò V essersi in Venezia procla- 
mata una Republica. Ma gli atti e le dichiarazioni ripetute del Go- 
verno Provvisorio accennavano abbastanza chiaro come, nella pro- 
clamazione della Republica, nemmeno quel Governo vedesse un osta- 
colo alla unione colia Lombardia. Le provincie venete poi, alcune 
esplicitamente, le altre implicitamente, avevano aderito alla Repu- 
blica senza pregiudizio dell'accennata unione, e il Governo Veneto 
aveva con franchezza e lealtà accettato e spiegato in questo senso le 
loro adesioni. D' altro canto, nelle cose fatte non poteva esistere un 
impedimento alle cose da farsi. 

È naturale e fuori di controversia il principio che un' Assem- 
blea Costituente, adunata col mezzo del suffragio universale, sia as- 
solutamente sovrana in tutti i rapporti. Dinanzi al suo voto dee ce- 
dere tutto ciò che, adottato in precedenza, non ne ricevesse ulteriore 
sanzione. 



Digitized by 



Google 



XXXIX 

La proclamazione della Republica sarà dunque di un momenta- 
neo ostacolo perchè il Governo Veneto non possa di sola sua auto- 
rità far concorrere immediatamente ad una sola Assemblea i deputati 
eletti dai comizi di questa Republica, e quelli eletti dai comizi delle 
Provincie lombarde ; ma la proclamazione della Republica non potrà 
essere di impedimento a ciò che i rappresentanti eletti dai comizi 
primari di queste provincie, raccolti in un'adunanza preliminare, 
possano decidere la unione colla Lombardia, e, questa decisa, si fon- 
dano immediatamente coi rappresentanti eletti dai comizi primari 
della Lombardia e formino con essi una sola Costituente, nella quale 
tutte indistintamente le questioni fondamentali, relative alla costi- 
tuzione politica di questi paesi, vengano decise. 

Seguendo questo cammino, non potrà venire tacciato di arbi- 
trario il Governo veneto, come potrebbe esserlo, se di sua autorità 
accordasse senz'altro la immediata singolarità dell'Assemblea. 

Seguendo V accennato cammino, si ha invece un mezzo facile e 
pronto di risolvere la proposta diflScoltà. E così i cittadini, vedendo 
già aperta la via alla regolare definizione delle nostre grandi que- 
stioni politiche, si daranno più tranquillamente al santo e necessario 
partito di diflferirle tutte, fino al giorno in cui questa terra italiana 
sarà in ogni sua parte sgombrata dallo straniero. 

La cacciata dell' inimico deve ora formare l' unico nostro pen- 
siero ; all' eseguimento di questo pensiero dobbiamo ora rivogliere 
tutti i nostri sforzi. Cacciato il nemico, sarà allora il momento di 
decidere tutte le questioni, che tutte possono e devono restare im- 
pregiudicate in faccia al potere sovrano della nazione. Nel frattem- 
po, i due Governi non debbono avere e non avranno se non la cura 
di preparare quanto è mestieri, perchè il pronto e pacifico sciogli- 
mento di esse questioni possa aver luogo nel modo più conforme 
alla volontà nazionale. 

Queste categoriche dichiarazioni della Consulta valgano a ren- 
der chiara la posizione nostra a noi medesimi, alia Lombardia, alle 
Provincie che con noi e colla Lombardia intendessero fondersi, in 
fine agli altri Stati italiani, che per la comune causa della indipen- 
denza ci prestano un aiuto generoso (1). 

A questo voto aderì tosto, schiettamente e semplicemente, 
il Governo di Venezia, onde a dì 22 Aprile publicò nel foglio 

(1) Gaiz. di Venezia, Stipplem., 22 Aprile. 



Digitized by 



Google 



XL 

ufficiale e il parere della Consulta, ed una nuova ed esplicita 
dichiarazione di principi, la quale avrebbe dovuto, se fosse 
stato possibile, tranquillare le provincie nostre vicine, Milano 
e le Provincie lombarde, e, prima e sopra tutti, il Governo di 
Carlo Alberto. Crediamo di dover qui riprodurre anche que- 
st'atto: 

In conferma dei principi molto opportunamente manifestati 
dalla Consulta, il Governo Provvisorio della Republica Veneta gode 
ripetere i principi propri, già in più maniere significati, e sono : 

1.® Che la legge elettorale debba farsi al piti presto possibile, ac- 
ciocché ci affrettiamo, quanto è da noi, ad uscire dello stato prov- 
visorio presente. 

2.® Ch' essa legge sia uguale per Venezia e la Lombardia. 

3.^ Che il principio fondamentale di detta legge debba essere il 
suffragio universale. 

4.® Che l'Assemblea Costituente delle Provincie Venete abbia per 
prima cosa a decidere sulla unione dello Stato Veneto col Lombardo. 

5.® Che ove le Costituenti Veneta e Lombarda decidessero V u- 
nione, seguirebbe immediatamente la fusione delle due Assemblee 
in una sola. 

6.® Che alle Costituenti od alla Costituente, come rappresentanti 
la sovranità della nazione, spetti decidere sulla forma del reggimen- 
to, giacché il Governo Provvisorio, serbando intatte le proprie opi- 
nioni, non può del resto pregiudicare la quistione in modo veruno. 
Venezia, li 22 Apnle 1848. 

// Presidente Manin (1). 

Raccogliendo la somma delle cose fin qui discorse, ecco 
adunque qual era la nostra condizione politica. Venezia s' era 
costituita a Republica, giacché questa era stata la necessità 
del momento. Nessun intendimento municipale, anzi il piiì lar- 
go concetto dell' eguaglianza di tutti , informava il nuovo 
Governo. La forma che si era adottata non doveva pregiu- 
dicare il futuro. Compiuta la guerra, libero il territorio, si sa- 
rebbe raccolta Y Assemblea Costituente, in cui le provincie 

(1) Qazz, di Venezia, Supplem , 22 Aprile. 



Digitized by 



Google 



XLI 

tutte, senza eccettuazione d' alcuna, avrebbero potuto libera- 
mente esprimere il proprio voto. Prima deliberazione dell'As- 
semblea avrebbe dovuto esser questa: se le provincie tenete 
dovessero riunire colle lombaWe in una sola. Costituente i loro 
deputati. Mantenere poi la Republica, adottare una forma di- 
versa di reggimento, costituire un Regno Lombardo- Veneto o 
un Regno dell' Alta Italia, sarebbe stato in potere dell'Assem- 
blea. Intanto era da provvedere alla guerra d' indipendenza. 
Campione di questa guerra era il re Carlo Alberto : a lui ave- 
va dunque Venezia inviati due messi, ad esporre speranze, de- 
sideri e bisogni ; aveva manifestate in piìi modi le schiette e 
italiane nostre intenzioni ; aveva insistito sul pericolo che mi- 
nacciava le Provincie nostre sorelle, per tutte le quali e, natu- 
ralmente, prima per le piìi esposte, chiedeva, implorava, pre- 
gava dolorosamente soccorsi. Venezia medesima avrebbe vo- 
luto combattere sotto il glorioso vessillo di Carlo Alberto, e 
come a Palma erano gli artiglieri inviati dal Re fino dal 5 
Aprile, e nel Veneto il generale Alberto La Marmerà, ^ che il 
Re ci aveva accordato fino dall' 8 Aprile, e che era stato così 
nobilmente festeggiato a Venezia (1) e poi in ogni modo, pos- 
sibile a Venezia, aiutato (2), così si sarebbero accolte, anzi così 
s'invocavano e nel porto le navi e sui forti le milizie di Carlo 
Alberto. Poteva esservi argomento più chiaro per dimostrare 
anche ai ciechi, che Venezia non meritava né rimproveri, né 
diffidenze? E le provincie nostre vicine potevano credere o 
dire di essere o lasciate in dimenticanza dal nostro Governo, 
messe dal nostro contegno in pericolo? Se non credevano 

(!) Gazuttadi Venezia, 16 Aprile. E uei Processi Verbali delle Sedute del 
Consiglio^ dì 14 ApriJe si trova: ^ Leggesi la lettera al Ministro deg^li esterni del 
Re di Piemonte, per ringraziare del pronto riconoscimento della Republica, della 
scelta deir inviato, nonché degli artiglieri spediti e del generale La Marmora 
accordato ». Doc. Manin, num. 615. 

(2) Nei Procetisi Verbali sopra detti, a dì 25 Aprile: « Leggesi la lettera 25 
Aprile del generale La Marmora, dove espone i vari bisogni delle sue truppe, e le 
ragioni cbe lo spinsero a lasciare la linea del Tagl lamento e ritirarsi su quella del 
Piave. A quei bisogni si cerca sopperire nominando a commissario il Lanza, dan- 
dc^li istruEloni vigorose; più tre ingegneri civili, secondo le richieste del gene- 
rale medesimo. Finalmente si propone il Giuriati per sorvegliare l'ordinatore, ec- 
citare 2 Comitati, regolare le requisizioni ecc ecc. ». Doc. Manin, num. 623. 



Digitized by 



Google 



XLII 

che ancora bastasse quello che qui s^ era fatto, non potevano 
esprimere il loro avviso? non avevano propri consultori a Ve- 
nezia?* e col Governo di Venezia non erano in corrispondenza 
continua? Come o perchè Venezia doveva aver perduto a tal 
segno la lor fiducia, da obbligarle a spedire, come spedirono 
infatti sul fin d' Aprile, loro deputati a Milano, perchè Milano 
si facesse interprete dei loro desideri presso Venezia ? Eppure 
è questo il dispaccio che il Governo Provvisorio di Milano 
scriveva a di 5 Maggio al nostro Governo : 

I deputati dei Gomitati dipartimentali di Padova, Belluno, Tre- 
viso, Vicenza e del Polesine hanno diretto alio scrivente un indi- 
rizzo, mercè cui invocano che noi usiamo dei nostri buoni offici 
presso codesto Governo, all'oggetto che sia determinata in massima 
l'unione della Lombardia e della Venezia, e la unicità dell'assemblea. 

Lo scrivente ravvisa nella prima domanda un desiderio che 
procede da lodevole amor patrio, e nella seconda un mezzo per ar- 
rivare piU facilmente allo scopo prefìsso di congiungere i due paesi 
con nodo indissolubile. 

II voto delle provincie soggette a codesto Governo è il voto di 
questo Governo, è il voto della Lombardia. 

Noi siamo persuasi che tal sia il vostro, o onorevoli membri del 
Governo, e speriamo di trovare un eco nel paese che voi governate, 
nel farci interpreti presso di voi dei desideri delle provincie che a 
noi si sono indirizzate (1). 

Al Governo di Venezia non era ignoto il disegno delle 
Provincie, ma pure sifiatta comunicazione dovette riuscirgli 
grave. E lecito argomentarlo dalla lettera, che aveva diretta 
(29 Aprile) all'avvocato Calucci, nostro rappresentante a 
Milano : 

I nostri Comitati provinciali di Padova, Treviso e Vicenza, in- 
vasi dalla opinione che vantaggioso tornar possa il procacciare in 
([ualunque modo un più stretto legame non solo, ma anzi la unifica- 
zione della Venezia colla Lombardia, hanno divisato spedire costà a 
Sfilano a codesto Governo alcuni rappresentanti, onde concertare é 

(1) Doc. Manin, num. 1025. 



Digitized by 



Google 



XLIII 

definitivamente statuire che una sola assemblea jraccolgasi di tutto 
Pex Regno Lombardo Veneto. 

A Yoi, che conoscete quale in così importante argomento sia la 
opinione del nostro Ministero, è inutile aggiungere quanto essa dis- 
senta da quella esternata dai Comitati sopraddetti: e come l'antici- 
pare non solo, ma l' arbitrariamente interpretare il voto de' Veneti, 
avanti che esprimersi possa in libera assemblea, si tenga da esso co- 
me abolizione dell' unico modo con cui possa manifestarsi senza vin- 
coli la volontà del popolo nostro. 

E di vero, o si crede essere desiderio di esso popolo unirsi inti- 
mamente alla Lombardia, e perchè non attendere che tale desiderio 
francamente e legalmente si esprima? o si teme il contrario, e per- 
chè allora tentar di coercire il voto della maggioranza? 

Senza di che i Gomitati troppo imperfettamente rappresentano 
la Volontà del popolo che, provvisoriamente nominandoli, non rinun- 
ziava perciò al diritto di esternare la propria volontà sulle piti larghe 
basi di numerosa rappresentanza. 

Tali riflessioni bisognerebbe che voi, con destro e franco modo, 
faceste presenti a codesto Governo, e con tale accortezza adoperaste, 
che, convinto egli medesimo, essere anco di suo interesse conservare 
intatta la questione delicatissima fino alle decisioni della Costituente, 
la proposta de' nostri Comitati non fosse accolta col favore che essi 
si ripromettono. 

Né mancherete di far osservare a tal uopo come il pessimo 
esempio di una siffatta emancipazione delle autorità dipartimentali 
dalla centrale in affare vitale all' intera nazione, sia pericoloso anche 
a Lombardia, uè possa un regolare e giudizioso Governo prestarvi 
mano senza nuocere anche a sé stesso. Che se antivenire non si 
possa il già fatto, è d' uopo almeno non prestarvi mano ; ma giove- 
rebbe fosse semplicemente risposto dal Governo di Milano che, a que- 
sto nostro di Venezia riferirebbe la proposta ricevuta e concordereb- 
be la risposta da farsi. 

Di tanto lo scrivente si ripromette dalla solerzia e valentia vo- 
stra. In affari di tanta delicatezza ed importanza bene spesa sarà 
ogni vostra cura, gradito un pronto riscontro (1). 

Le idee del nostro Governo, commentate e sostenute dal 
forte e sottile ingegno dell' avvocato Calucci, dovevano natu- 

(1) Ca LUCCI, DocuMCiUi inediti relativi al primo periodo della Rivoluzione 
italiana, negli Atti del R, Istituto veneto. Serie III, Tomo XVI, pag. 398, 399. 



Digitized by 



Google 



XLIV 

Talmente trionfare nel consiglio dei ministri a Milano, a cui 
non fu difficile in fatti riconoscere e confessare da qnal parte 
fosse il diritto (1). Ma quando, ricevuto il Dispaccio del 5 
Maggio, gli antecedenti propositi si videro riusciti ad un fine 
cosi diverso, nel Consiglio dei ministri a Venezia s' accese 
una discussione assai viva. S'impegnò questa il giorno 11 
Maggio, mentre si stavano determinando le istruzioni da darsi 
al co. Leopardo Martinengo, che aveva accettato l'ufficio di 
nostro inviato al re Carlo Alberto. Che cosa doveva il Marti- 
nengo rispondere, nel caso che il Re, riferendosi alle dichiara- 
zioni dei Comitati dello Provincie sulla unicità dell' Assemblea 
lombardo- veneta, « mostrasse nuovamente il desiderio che tale 
unicità avesse luogo, e amasse una dichiarazione assenziente 
anche per parte del Governo Provvisorio della Republica Ve* 
neta? » Ecco il quesito, intorno al quale si aggira la discus- 
sione riassunta nel processo verbale che qui aggiungiamo: 

Il ministro Castelli richiamò a questo punto la lettera 5 Mag- 
gio del Governo provvisorio centrale della Lombardia, relativa alla 
detta dichiarazione dei Deputati dei nominati Comitati dipartimen- 
tali, nella quale è dichiarato che la unione indissolubile della Lom- 
bardia colla Venezia era il voto di quel Governo, il voto delle Pro- 
vincie ad esso soggette, il voto della Lombardia, e che per raggiun- 
gere lo scopo di detta unione veniva stimato efficacissimo mezzo la 
unicità deir assemblea nazionale. 

E poiché nella risposta che dare dovevasi a questa lettera stava 
la soluzione del proposto quesito, così la discussione del Consiglio si è 
impegnata sul punto : se dovevasi dichiarare al governo di Lombar- 
dia, che il governo veneto aderiva al voto manifestatogli della unio- 
ne della Lombardia e della Venezia, secondo le forme che saranno 
determinate dall' unica Assemblea nazionale che sarà convocata. 

I ministri Castelli e Paleocapa, a cui accedono i ministri Ca- 
merata e Pincherle, opinano per la necessità di aderire prontamente 
alla unione della Lombardia e della Venezia, e di adottare la convo- 
cazione di una sola assemblea, sostenendo la loro opinione colle se- 
guenti osservazioni : 

L® Non potere il Governo, nelle gravissime circostanze attuali, 

(1) Doc. Manin, num. 2061. 



Digitized by 



Google 



XLV 
opporsi alla detta anione, essendo essa volata dalle provincie, come 
Io dichiararono i Comitati dipartimentali col mezzo di un' apposita 
Commissione, ed essendo voluta eziandio dalla città di Venezia, come 
lo dichiararono i capi battaglioni della guardia civica, col mezzo del 
loro generale comandante Mengaldo ; 

2.^ Non potersi rifiutare V invito che veniva dalla stessa Lom- 
bardia, V unione alla quale era urgente, sia per dividere le sorti po- 
litiche colla medesima nella stipulazione di un trattato dopo finita 
la guerra, sia per compartecipare alle risorse di essa durante la 
guerra, sia per avere eziandio un più efficace soccorso dal re Carlo 
Alberto, appagando il desiderio che egli ha manifestato per la detta 
unione ; 

3.* L' interesse di stringersi alla Lombardia, per far causa co- 
mune con essa nella futura sistemazione politica delle provincie, di- 
venire piti urgente nella circostanza che trovava credito la voce 
di alcune combinazioni diplomatiche minaccianti Venezia di un nuo- 
vo trattato di Campoformio ; 

4.^ Rispinta la unione, o rimessa alla decisione futura dell* As- 
semblea veneta, collocarsi attualmente Venezia in uno stato d* iso- 
lamento pregiudicievolissimo alla sua difesa, poiché la venuta della 
flotta napoletana era sospesa, quella della flotta sarda poteva essere 
impedita, e i soccorsi arrivati sul territorio erano debolissimi in 
confronto della sempre crescente invasione nemica. 

Il ministro Tommaseo crede che il Governo non possa di sua 
autorità disfare quello che la nazione avea fatto, e la Svizzera e PA- 
merica riconosciuto, cioè V esistenza della Republica Veneta di per 
sé ; che tale stato provvisorio non si poteva mutare in altro stato 
provvisorio, senza che la nazione fosse di ciò interrogata ; che i mi- 
nistri i quali sentivano non avere tal facoltà, se il parere contrario 
prevalesse, dovrebbero ritirarsi, e che solo il riguardo di non dare 
occasione a civili discordie poteva rattenerli. Le altre ragioni ad- 
dette dal ministro Tommaseo in questa, come nelle discussioni dei 
dì precedenti, sono, che i Comitati di alcune tra le provincie venete 
col vqjgersi a Milano perchè Milano raccomandi a Venezia V unica 
Assemblea, fanno atto inconveniente d* irriverenza e discordia; che 
Milano coir accogliere tale dimanda e approvarla, prima d' interro- 
gare Venezia, fa atto incompetente; che del resto il promulgare 
r Assemblea unica, o non ha verun senso politico in tale momento, 
lo ha troppo odioso contro Carlo Alberto, il quale parrebbe avere 
richiesta tale condizione a' soccorsi suoi ; che Sardegna non potrà 



Digitized by 



Google 



XLVI 

per ora, per quante dichiarazioni riscuotesse da noi, dare ajuti mag- 
giori; che la inopportunità dell* atto gli toglieva ogni dignità; che 
nuoceva da ultimo a coloro stessi i quali ne speravano giovamento. 

Il Presidente Manin fa osservare : 

1.** Che il Governo della Republica aveva già emesso il proprio 
voto sulla questione, e dichiarati nel foglio ufficiale i propri principi 
in proposito, analogamente a quelli manifestati dalla Consulta ; 

2.** Che il rimuoversi dai medesimi per la speranza di ottenere 
maggiori soccorsi darebbe a credere che il Governo fosse predispo- 
sto a ceder terreno in ragion del pericolo, e quindi predisposto forse 
in caso estremo a capitolare ; 

3.® Che tale condotta farebbe perdere al Governo tutta la sua 
influenza morale; e quindi dissentiva dalla opinione dei ministri Ca- 
stelli, Paleocapa e loro aderenti. 

Il ministro Castelli riassume tutte le ragioni dette per appog- 
giare la immediata dichiarazione della unione ; afferma che il Go- 
verno deve prendere per norma de' suoi principi i fatti e le condi- 
zioni del tempo; che, questi mutati, è necessario mutar quelli; e 
conchiude che il blocco che ci è minacciato anche per terra, e a 
sostenere il quale non siam preparati, alienerà dal Governo quella 
stessa parte di popolazione che ora gli è favorevole, perchè il popolo 
incolpa sempre il Governo delle sue privazioni, e quindi quella in- 
fluenza morale su cui ora il Governo conta, gli verrà necessaria- 
mente a mancare. 

Chiusa la discussione, il Consiglio a pluralità di voti, perchè 
dissenzienti i ministri Manin e Tommaseo, delibera di dichiarare al 
Governo provvisorio centrale della Lombardia, che il Governo prov- 
visorio della Republica Veneta aderisce alla unificazione dei destini 
lombardo- veneti, quali potranno essere statuiti dalla unica Assem- 
blea, che per tutta la nazione sarà convocata. 

Egualmente delibera di comunicare tale adesione a S. M. il re 
Carlo Alberto, e di dare conformi istruzioni nelP argomento all' in- 
viato Martinengo (1). 

Qui cominciò ad apparire ancora più chiaramente quanto 
e qual fosse T animo di Daniele Manin. Aveva combattuta l'o- 
pinione dei suoi colleghi, aveva sostenuta la propria : il suo 
dovere e il suo diritto era questo. Ma dacché la maggioran- 

(1) Dog. Manin^ num. 635. 



Digitized by 



Google 



XLVII 

za del Consiglio ebbe pigliato un partito, Manin non fece pro- 
teste, non minacciò di dimettersi : inteso tutto a conseguire 
un gran fine, che le ambizioni varie e gFinteressi cozzanti po- 
tevano compromettere, al voto della Consulta e al suo partico- 
lare convincimento antepose l'autorità dei colleghi, e franca- 
mente e pienamente aderì ad una risoluzione che ai suoi col- 
leghi pareva opportuna, utile e necessaria. Comunicò il fatto 
immediatamente (12 Maggio) al ministro Franzini, perchè 
Carlo Alberto vedesse così adempiuto il desiderio in parecchie 
occasioni wani/estalo. E non si lasciò sfuggir Y occasione di 
aggiungere: « Questa uniformità di pensieri e di voti di tutto 
il paese lombardo-veneto, renderà, lo speriamo fermamente, 
sempre più eflBcace il potente e generoso soccorso del Re, a 
cui per i rapporti che saranno pervenuti dal campo del gene- 
rale Durando, non può essere ignoto il doloroso frangente in 
cui ci troviamo. I rovesci toccati al generale Ferrari disgiun- 
to dal generale Durando, e le mosse di questo, lasciano, ove 
non giungano pronti aiuti, esposta all' invasione dei tedeschi 
anche quella parte di provincie venete che non è invasa anco- 
ra. E Venezia, sebbene da poche forze bloccata per mare, sta 
per essere circondata e bloccata per terra. Aspettiamo ansio- 
samente la squadra di S. M., ed imploriamo fervorosamente 
r invio di nuove forze di terra, che valgano a salvare questo 
bel paese da un compiuto disastro, che comprometterebbe gra- 
vemente la santa causa dell'indipendenza italiana » (I). Lo 
stesso giorno 12 Maggio scriveva al Governo Provvisorio a 
Milano: 

La unione della Lombardia e della Venezia fa sempre nella sin- 
cera e cordiale nostra tendenza, che crediamo di avere segnalata in 
tutte le occasioni. 

Sul desiderio indirizzatovi da Deputati de' Comitati dipartimen- 
tali veneti della unicità dell'assemblea, come piti facile mezzo per 
congiungere i due paesi con nodo indissolubile, voi ne annunciate 
che questo desiderio è il voto vostro, il voto della Lombardia, con 
che ne attestate il vostro convincimento della piena facoltà dei due 

il) Caluoci, Documenti inediti ecc., pag. 403, 404. 



Digitized by 



Google 



xLvm 

Governi provvisori di adottarlo, in mezzo alP assentimento manife- 
stato dalle due parti della stessa famiglia. Queste manifestazioni, e 
r autorità che ha per noi il convincimento vostro, onorevoli fratelli, 
che tanto rispettiamo ed amiamo, non ci lasciano esitare nel di- 
chiararvi la nostra franca e piena adesione alla unificazione dei de- 
stini lombardo-veneti, quali potranno essere statuiti dalla unica as- 
semblea che per tutta la nazione nostra sarà convocata (1). 

Ma i due Governi, dice Ruggero Bonghi, non s' incontra- 
vano mai. Per l'appunto lo stesso giorno in cui Venezia ade- 
riva all'invito che le aveva fatto Milano, Milano mutò repenti- 
namente di avviso. E dico repentinamente a disegno. Sui primi 
di Maggio speravasi in Lombardia che Carlo Alberto spingen- 
do gagliardamente la guerra potesse di colpo entrare in Vero- 
na. Se le felici speranze si fossero verificate, non e' era dubbio 
che i Veronesi, nell'entusiasmo del sentirsi liberi alfine, si des- 
sero senza riserve e senza condizioni di sorte al Re vincitore. 
Sarebbe naturalmente nato a Verona quel che sarebbe nato in 
tutta r Italia superiore, se la guerra d'indipendenza avesse po- 
tuto condursi con quella rapidità, con quella energia e, dicia- 
molo pure, anche con quella fortuna che parevano presagire e 
la inaspettata e meravigliosa liberazione di tante provincie, e 
lo scompiglio e lo sgomento non meno inaspettato che aveva 
invaso gli Austriaci. Adunque se Carlo Alberto con un colpo 
di mano avesse potuto entrare in Verona, la guerra poteva 
dirsi quasi finita, e i Veronesi che non avevano udito della li- 
bertà che la voce, al principe che l'avesse condotta fra le lor 
mura si sarebbero dati con l' abbandono del piii sincero entu- 
siasmo. Ora, di questo fatto probabile preoccupavasi nei primi 
giorni del Maggio il Governo di Milano ; giacché, a suo giudi- 
zio, la dedizione dei Veronesi avrebbe pregiudicata la causa 
delle Provincie lombardo-venete, che non volevano determinare 
la loro sorte prima che fosse finita la guerra. E perciò propo- 
nevasi, per via di messi fidati, d'informare i Veronesi, ignari, 
come si reputavano, della vera condizione delle cose, che le 
Provincie lombarde e le venete avevano costituito dei Comitati 

(1) Calucci, Docum. ined., pag. 403. 



Digitized by 



Google 



XLIX 

provvisori, i quali raettevan capo (abbiamo veduto se i C!omi- 
tati veneti mettevan capo davvero) ai due Governi provvisori 
centrali di Milano e di Venezia ; che questo stato di cose do- 
veva durare finché fosse durata la guerra; dopo la quale un'As- 
semblea, accennata già dal medesimo Carlo Alberto, avrebbe 
deciso i futuri destini politici della Lombardia e d^lla Vene- 
zia (1). Questo era il pensiero del Governo Provvisorio di Mi- 
lano ancora il primo di Maggio, né la lettera del 5 Maggio 
modificava punto questo pensiero, né lasciava trapelare il so- 
spetto che questo pensiero potesse modificarsi, giacché tratta- 
vasi sempre d' un' Assemblea, costituita bensì dai rappresen- 
tanti della Lombardia e della Venezia, ma da raccogliersi a 
guerm finita, come il Governo di Milano perseverava a soste- 
nere di fronte ai partiti che ormai s' agitavano molto gagliar- 
damente nella capitale lombarda. Altre particolarità potremmo 
qui aggiungere, che noi crediamo peraltro di preterire, paren- 
doci suflScientemente provato quale opinione avesse il Governo 
lombardo ai primi di Maggio. 

Se non che le solenni dichiarazioni di qualche provincia, e . 
una violenta dimostrazione a Milano, costrinsero quel Governo 
a mutare inaspettatamente d'avviso. Il manifesto, che il Governo 
Provvisorio Lombardo publicò il 12 Maggio, era in aperta con- 
traddizione con quel contegno, che Milano voleva mantenuto 
aveva suggerito a Verona pochi dì prima. Sventuratamente 
erano, pur troppo! veri e reali i motivi che l'avevano indotto 
a prendere un'altra via. Egli diceva: « Il grido salvatore di 
Viva r Italia! che riassumeva tutta quanta la politica del Go- 
verno Provvisorio, non esce più solo. Quella coraggiosa neu- 
tralità di opinioni, quella forte aspettativa, che sarebbe stata 
uno spettacolo unico nella storia, che avrebbe offerto un me- 
raviglioso esempio di temperanza, . . , non venne conservata . . . 
Quella magnanima tolleranza, che nulla voleva dal presente, e 
tutto aspettava dall' avvenire, pur troppo hanno dato luogo 
all'impazienza sdegnosa ed irritante. Indocili di freno, sma- 
niose di preoccupare il libero aringo, le opinioni si agitarono, 

(1) Doc. Manin, nuro. 2060. 



Digitized by 



Google 



L 

si accusarono a vicenda, s'accamparono le une contro le altre. 
La neutralità, eh' era proclamata per impedire i dissidi e le 
discussioni, inutili in faccia al nemico, ... ora viene accusata 
di nutrire e fomentare le discordie civili .... Né gli animi si 
contennero nei limiti di una discussione, che nel suo ardore 
era già pericolosa: ma in molte provincie si publicarono indi- 
rizzi, si raccolsero firme a migliaia, preludendo così al voto 
della nazione : società s' organizzarono con nomi ed intenti di- 
versi, in cui le questioni più sottili ed ardenti vennero agitate, 
discusse, publicate : la stampa legale, la stampa anonima si 
diedero ad esercitare propagande fra loro contrarie, suscitaro- 
no passioni, alimentarono speranze, insinuarono, imposero la 
convenienza, la necessità di riuscire ad uno scioglimento ». È 
questa una pittura del tempo. E veramente è deplorabile, che 
mentre V Austriaco era attendato ancora in Italia e le minac- 
ciava una schiavitù ancor più dura, il paese fosse dilaniato da 
una agitazione così profonda. La quale da una parte si poteva 
prevedere, da un'altra parte si poteva schivare; e la Storia giu- 
dicherà su quale delle due parti pesi più grave la responsabilità 
del sangue inutilmente versato. Ma questa coudizione di cose, 
continuava il Governo, non può durare. « il popolo riprenda il 
suo impegno di non voler parlare di politica, e con la sua gran 
voce imponga silenzio ai partiti, o si decida per quella fusione 
che sola è naturale, sola è possibile nelle presenti circostanze ». 
Poneva di conseguenza l'alternativa: o difierire ogni discus- 
sione a guerra finita, o unirsi immediatamente agli Stati Sar- 
di, semprecM sulle basi del suffragio universale sia convocata 
negli anzidetti paesi, e in tutti gli altri aderenti a tale fusione^ 
una comune Assemblea Costituente^ la quale discuta e stabilisca 
le basi (P una nuova monarchia costituzionale colla dinastia di 
Savoia. Nei registri aperti in tutte le parrocchie di tutti i Co- 
muni, ogni uomo che avesse raggiunto gli anni ventuno era 
invitato a porre il suo nome, a tutto il 29 di Maggio, all' una 
od all'altra delle due formole proposte, o per r unione immedia- 
ta per la dilazione del voto. 

Contro a quest'atto protestarono immediatamente molte 
voci autorevoli, e tuttodì rispettate, a Milano e in tutta l' Ita- 



Digitized by 



Google 



LI 

lia (1). Ma le proteste erano inutili contro T urgente necessità 
delle cose, e contro i fatti che od erano ornai compiuti, od era- 
no in quella di compiersi. Inutili del pari sarebbero state le 
scuse che il Governo di Milano avrebbe dovuto fare a Venezia : 
la quale, invitata ieri a discutere, oggi era lasciata da parte o 
costretta ad accettare la legge. Il Governo di Milano peraltro 
non si scusò. Si contentò di ricordare all' avv. Calucci le gra- 
msime circostanze^ le necessità della g nerica ^ delP intemo, delle 
finanze^ della diplomazia^ che avevano indotto esso Governo di 
Milano ad a frettare r espressione del voto del paese. Non erano 
cose nuove del Maggio, ma erano vere. La comunicazione al- 
l' avv. Calucci chiudevasi con queste parole: « La condiziono 
del Veneto, che sta per essere intieramente rioccupato, e T in- 
grossare degli Austriaci, che richiedono il concorso più eflScace 
di tutte le forze militari, sono nuove ed urgenti circostanze le 
quali obbligano a provvedere alla incolumità non solamente 
nostra ma di tutta l'Italia. L'unione sola potrà ricacciare nuo- 
vamente il barbaro al di là dell' Isonzo, e la nuova monarchia 
costituzionale, dopo avere salvata l' indipendenza, non potrà 
compromettere la libertà, mentre essa sarà guarentita da una 
costituzione discussa e fissata da un' Assemblea nazionale, con- 
vocata col sistema larghissimo del suffragio universale » (2). 

Lasciamo per ora le riflessioni che suggerisce questa 
lettura, e torniamo a Venezia, costretta da Milano ad abban- 
donare la via, in cui la stessa Milano l'aveva fatta entrare 
teste. 

In questa nuova ed inaspettata condizione di cose, che 
doveva fare il nostro Governo? Aprire anch'esso i registri? 
Ma questo sistema pareva bensì facile e semplice, ma vizioso 
e peggio. Convocare un' Assemblea ? Ma il 12 Maggio non 
aveva acconsentito a raccogliere una sola Assemblea per le Pro- 
vincie lombardo-venete? E se la necessità delle cose *ci co- 
stringeva a ritornare sulle nostre risoluzioni, quale Assemblea 
si sarebbe infine raccolta? di Venezia, insieme colle provincie 
che avevano aderito a Venezia, o di Venezia soltanto? E nel- 

(1) La Protesta fu riportata dalla Gazzetta di Venezia, Supplem., 17 Maggio. 
(2} Doc. Manin, num.206a 



Digitized by 



Google 



LU 

Tun caso e ncll' altro, dov'era la legge elettorale, alla cui nor- 
ma si facessero poi le elezioni? La sera del 18 Maggio i mi- 
nistri lungamente discussero i vari partiti che parevano da 
adottarsi o da escludersi, formolarono le questioni da proporsi 
all'Assemblea, dato che si convocasse (1), e tutti finalmente 
si recarono nella sala dove sedea la Consulta, per domandarne 
l'avviso. La Consulta con dieci voti contro nove decise d'agi- 
tar subito la questione se sia da convocarsi r Assemblea ed in 
qual modo (2), e il giorno appresso, 19 Maggio, espose al -Go- 
verno il proprio parere. Tre parti erano state proposte : che si 
raccogliesse 1' Assemblea, che si aprissero i registri, che si 
differisse ogni risoluzione a guerra finita. La prima parte non 
ebbe che un voto solo, tre la seconda, la terza sedici (3). E prez- 
zo dell'opera ricordare i motivi che indussero la Consulta 
a sostenere il terzo partito con una maggioranza così no- 
tevole : 

Nel discutere il quesito proposto ieri sera dal Governo, la Con- 
sulta portava la sua attenzione sul modo onde con minori inconve- 
nienti si potessero raccogliere i voti delle popolazioni sui tre punti 
indicati. 

Sospesa la discussione e protratta a quest' oggi, le si presentò 
il dubbio, se nella presente condizione di cose convenga al Governo 
d'intromettersi in qualsivoglia modo per raccogliere i voti. E dopo 
lungo esame parve alla pluralità che non convenga per le seguenti 
ragioni. 

La votazione, o diretta o per assemblea, va incontro a gravi 
obbietti, comuni a tutti due i modi di votazione, o speciali del- 
l' uno e dell'altro. 

Tanto la votazione diretta, quanto quella per assemblea, potreb- 
bero incorrere l' accusa di essere intempestive, precipitate, non li- 
ti) Ecco i tre punti, come furono formolati il 18 Mag:gio: « 1.^ Deliberare so 
la questione relativa alla condizioDe politica debba esser decisa subito o a guerra 
vinta; 2.o Nel caso deliberasse si avesse a decider subito, determinare se il nostro 
territorio abbia a fare uno Stato da sé o ad altro associarsi ; S.o Costituire un Go- 
verno nuovo in sostituzione all' attuale, che rassegna i suoi poteri addetta As- 
semblea ». Doc. Manin, num. 640. 
(3) Doc. Manin, num. 040. 
(3) Ibid., num. 641. 



Digitized by 



Google 



LUI 

bere, mentre si sta ancora combattendo la guerra della indipen- 
denza e mentre il nemico ci preme in più luoghi. 

Inoltre, s' effetto della votazione fosse quello di associare il no- 
stro territorio ad altro Stato, V ingrandimento di questo Stato po- 
trebbe forse ferire o toccare la suscettibilità di qualche potenza, 
aggravando o complicando così la causa nostra. 

Più ancora : la votazione, o diretta o per assemblea, nel rendere 
solennemente palesi i sentimenti dei votanti, può essere seme che 
fratti discordie e contese fra quelli, che avranno espressi sentimenti 
diversi. Guai se le contese non si limitassero a parole I Guai se 
procedessero a fatti, ed alla guerra col nemico si aggiungessero le 
lotte intestine I Guai principalmente, se in questa Venezia dovesse 
succedere una sommossa, i cui tristi effetti sarebbero forse irrepa- 
rabili ! 

Inoltre la votazione diretta ha il grave inconveniente di con- 
ferire ad ogni elettore le funzioni competenti ad un deputato eletto, 
e di attribuirgli l'esercizio di un massimo diritto politico, senza 
considerazione alla sua capacità intellettuale ed alla sua condizione 
sociale. 

La votazione per assemblea presupporrebbe invece una legge 
elettorale che non è compilata, e che, pur volendo compilarla in 
forma provvisionale, andrebbe incontro a difficoltà d'ogni maniera. 

Che se il Governo Lombardo ha stimato col decreto dei 12 
Maggio di aprire i registri di soscrizione per raccogliere i voti delle 
popolazioni, uopo è considerare la massima differenza che corre tra 
V ano e l'altro paese, perchè mentre nella Lombardia pressoché tutto 
il territorio è libero dal nemico, qui invece nella nostra Venezia è 
invaso per una grandissima parte. 

I popoli della Lombardia possono concorrere a dare il voto ; ma 
il decreto onde questo Governo chiamasse i Veneti a dare il loro, sia 
direttamente sia per assemblea, sarebbe ineseguibile per una metà 
circa del territorio, e forse verrebbe deriso dai malevoli. 

Pare dunque alla Consulta che il minor male consista nel non 
far nulla da parte del Governo. 

A questa inazione governativa possono farsi tre obbietti: 

1.* ch'essa mostrerebbe forse una freddezza verso quel Re ge- 
neroso, che alla testa del prode suo esercito combatte sotto le mura 
di Verona per la santa causa della nostra indipendenza ; 

2.® che denoterebbe una discordia col Governo Lombardo sopra 
on punto di tanto momento ; 



Digitized by 



Google 



LIV 

3.*' che non seconderebbe i voti o noti o presunti dei Comi- 
tati dipartimentali. 

Ma pare alla Consulta che quando S. M. il re Carlo Alberto 
ed il Governo Lombardo, ed i Comitati e le popolazioni, coi mezzi 
diplomatici, col carteggio amministrativo, colle gazzette e con ma- 
nifesti, conosceranno lo spirito ond' è condotto il Governo ; quando 
la inazione sarà debitamente giustificata per la condizione della 
guerra guerreggiata in queste provincie; quando a S. M. il re Carlo 
Alberto col mezzo dell'inviato veneto, ed, occorrendo, anche con un 
inviato straordinario sarà significata la pienezza della nostra grati- 
tudine non minore a quella della Lombardia, e desiderosa siccome 
quella di manifestarsi con atti solenni a tempo opportuno; quando 
al Governo Lombardo sarà notificato che se il nostro non trova di 
seguirlo per ora nella via segnata, non viene meno perciò quel de- 
siderio di unificazione già espresso colla nota dei 12 Maggio; quan- 
do ai Comitati ed alle popolazioni saranno pur resi noti questi mo- 
tivi, e sarà aggiunto che se un qualche Comitato, o per la immi- 
nenza del pericolo o per altre ragioni, ha stimato e stimasse di aprire 
la votazione coi registri di soscrizione, il Governo per ora non può 
né approvare né disapprovare, perchè in una questione d'interesse 
generale non può prendere un partito parziale a provincia per pro- 
vincia; quando tutto ciò sia fatto nelle forme e nei termini che la 
sapienza del Governo troverà migliori, pare alla Consulta che i tre 
obbietti, se non svaniscono affatto, perdano assai della loro gravità. 

La inazione presente del Governo così giustificata, senza com- 
prometterlo, lascierebbe per lui intatta la quistione a giorni mi- 
gliori (1). 

A Manin questo parere della Consulta piaceva. Notava 
egli che un' Assemblea, la quale decidesse i destini delle pro- 
vincie occupate, era del tutto illegale. E relativamente anche 
a noi soli, se V Assemblea dichiarasse di respingere la fusione, 
ogni speranza d'aiuto era perduta por sempre; so accettasse 
invece il partito della fusione, in Venezia non si evitava un 
tumulto. Io non credo, egli concludeva, che noi possiamo rac- 
cogliere un'Assemblea, prima di essere liòeri da injlmnze^ e a 
territorio sgombro e tutto rappresentato. Ai reclami che si faces- 

(J) Doc. Manin, num. 3246. 



Digitized by 



Google 



LV 

sero sulla nostra inazione, risponderebbero le proteste già publi- 
cate a Milano, e che certo si publicherebbero anche altrove (1). 
Il Tommaseo dissentiva dal suo collega, e, colle forme risentite 
(qualche volta anche troppo) che gli eran proprie, diceva: « 
convien cedere senza condizioni a Carlo Alberto, e questo è 
infame ; o seguire V esempio di Lombardia, ed è indecoroso ; o 
convocare un' Assemblea. Resta un quarto, il far nulla ». Ma 
in pari tempo parendogli che il nulla fare^ sia un fare troppo^ 
ed una espressione troppo risentitila veniva a concludere che 
dunque V Assemblea si accogliesse. E così, dopo avere esposti 
e discussi vari consigli, e lette le lettere dal Quartier Gene- 
rale, ove si volean troncati gl'indugi (2), e da Napoli ove in 
opere lente si traduceva il dubbio pensiero, il Consiglio dei 
ministri conchiuse alfine (19 Maggio) che un'Assemblea si 
convocasse, ma si dovessero render publici gli atti che aveano 
indotto il Governo a far la nota dichiarazione a Milano^ onde 
vedasi che abbiamo conservata la nostra libertà di azione : indi 
facciasi il preambolo del Decreto^ coi Considerando che dipen- 
dono da quegli atti^ e dichiarino come per impedire una mani- 
festazione piii irregolare di voti, siasi adottato il partito di con- 
vocare, non una Costituente che stabilisca lo Statuto^ ma solo 
(un'Assemblea) che decida le questioni preliminari^ e riceva l'ai- 
dicazione dei poteri del Governo^ e statuisca un modo di provvi- 
sorio reggimento (3). 

Tanto non costò alle provincie nostre vicine il prendere 
una risoluzione in proposito. Prima s'erano rivolte a Milano, 
perchè s'interponesse fra loro e Venezia; ora, senza autoriz- 
zazione e senza saputa del Governo di Venezia (4), seguivano 
r esempio di Milano in tutto e per tutto. Vicenza, per assicu- 
rare il successo, spediva un propagandista in ogni distretto (5). 

(1) Vedi, per esempio, quella di Parma, riportata dalla Gazzetta di Venezia, 
18 yagsio. 

(2) Doc. Manin, num. 1944. 

(3) Tutta la discussione relativa alla convocazione dell'Assemblea si trova 
raccolta nel relativo Processo Verbale delle Sedute del Consiglio. Òoc. Manin, 
num. 641. 

(4) Doc. Manin, num. 3501. 
i5) Ibid., num. 3504. 



Digitized by 



Google 



LVI 



In conseguenza il Goverao di Venezia, a dì 23 Maggio, dires- 
se all'avvocato Calucci questo dispaccio: 



Il decreto di codesto Governo del 12 corr., che ci trasmetteste 
col vostro foglio del 14, ha dato argomento a gravissime discussioni 
nel nostro Consiglio. 

Prima di tatto ci siamo chiesti, se la dichiarazione da noi fatta 
al Governo di Milano, di aderire alla unificazione dei destini lom- 
bardo-veneti, ci obbligasse a quella condizione politica, che risultasse 
voluta dalle provincie lombarde, votanti nelle forme prescritte dal 
citato decreto. E siamo stati unanimi nel ritenere, che in quella no- 
stra dichiarazione, per li termini con che era concepita, non potè* 
vasi scorgere alcun vincolo obbligatorio per nói, se non in quanto 
la futura condizione politica fosse statuita da xku* unica Assemblea 
nazionale, da convocarsi nelle provincie lombarde e nelle venete, 
sulle basi di quella legge elettorale comune', che stavasi elaborando 
dai due Governi. 

Fatta però astrazione dal detto vincolo obbligatorio, abbiamo 
esaminato se fosse opportuno, che noi pure richiedessimo il voto di 
queste provincie sulla immediata loro fusione nella Monarchia di Sa- 
voja. Concordi nell' escludere la forma di votazione adottata dal Go- 
verno di Milano, siamo stati egualmente concordi nel riconoscere la 
ben diversa condizione in cui attualmente si trovano le provincie 
lombarde e le venete, imperciocché le prime sieno quasi tutte libere 
dal giogo straniero, e le seconde, tranne quella del Polesine, sieno 
in tutto od in parte occupate ed invase dalle truppe nìmiche. Se il 
voto richiesto alle popolazioni lombarde può esprimere la maggio- 
ranza delle volontà di quelle provincie ; il voto che si richiedesse 
adesso alle popolazioni venete, non esprimerebbe chela maggioranza 
di una piccola frazione di queste provincie. 

Inoltre, abbiamo esaminato la opportunità di richiedere il voto, 
sotto l' aspetto dei rapporti attuali del nostro Governo con queste 
Provincie. Riflettuto, che i Comitati di Padova, Vicenza, Treviso e 
Rovigo erano già preparati a seguire V esempio del Governo di Mi- 
lano, indipendentemente dal nostro intervento, come lo seguirono 
in fatto, publicando decreti analoghi, e invitando le rispettive pro- 
vincie a pronunciarsi sullo stesso quesito proposto alla Lombardia, e 
nella forma medesima; abbiamo dovuto convincerci, che sarebbe ri- 
masta senza effetto per quelle provincie una disposizione govema- 



Digitized by 



Google 



Lvn 

tiva, che le richiedesse di un voto sopra qnisiti proposti diversa- 
mente, e da esprimersi in modo diverso ; e che sarebbe stato superfluo 
richiederle dì quello stesso le richiedevano i singoli Comitati, e ri- 
chiederle nelle medesime forme. 

Ristretta pertanto la nostra sfera di attività alla sola provincia 
di Venezia, spogliata però dei distretti di S. Dona di Piave e di 
Portogruaro posseduti dagli Austriaci, abbiamo per ultimo esami- 
nato, se fosse stato opportuno interrogare questa popolazione sullo 
stesso quisito proposto alle altre provincie lombarde e venete, e ab- 
biamo dovuto persuaderci (anche senza entrare nel fondo della qui- 
stione) che nello stato attuale degli animi, tale quisito, anziché ot- 
tenere una soluzione favorevole alla completa fusione lombardo-ve- 
neta-piemontese, poteva pregiudicarla. La publica opinione non è 
più dubbia in questo paese dopo la occupazione austriaca dei terri- 
tori dall' Isonzo al Sile, ora progredita fin sotto Vicenza, occupazione 
che vuoisi rimproverare al tardo, inefficace, e spesso ricusato soc- 
corso del generale Durando, che si sa agire sotto gli ordini del re 
Carlo Alberto. 

Il Governo, sotto il peso delle prefate considerazioni, ha esitato 
quindi d' interrogare sui suoi futuri destini politici il voto della po- 
polazione, che riconosce anche in questo la di lui autorità, ma è di- 
sposto a farlo ; e se indugia, egli è perchè confida che la opinione 
publica tomi in breve spassionata, e si liberi dal timore che la in- 
dipendenza di questi paesi non istia a cuore del re di Sardegna al 
pari di quella delle provincie lombarde. 

Ieri è comparsa nelle nostre acque la fiotta sarda : difendendo 
essa queste coste non solo, ma combattendo le forze nimiche che pos- 
sono minacciarle di nuovo, apparirà pili sensibile il leale concorso 
del Governo piemontese alla liberazione completa di questo territo- 
rio dal dominio straniero. 

Siete pregato di far note a codesto Governo queste nostre con- 
siderazioni a spiegazione della nostra condotta, non senza ripetere 
allo stesso le assicurazioni della nostra stima e del nostro fratelle- 
Tole attaccamento (1). 

Al CO. Leopardo Martinengo erasi il giorno innanzi spe- 
dito un dispaccio analogo, in cui peraltro s' incontra qualche 

(1) Calucci, Documenti inediti ecc., pag. 405-407. 



Digitized by 



Google 



Lvm 

periodo più sviluppato e qualche frase più raddolcita, come 

esigevano i riguardi dovuti al Governo di Carlo Alberto (1). 

Ma intanto i giorni correvano e si coprivano di nomi i 
registri. Era facile prevedere il partito che avrebbe vinto ; ma 
non era egualmente facile prevedere il contegno che assunse- 
ro le Provincie nostre vicine verso la loro naturai capitale. Il 
31 Maggio (2) esse accordarono a Venezia tre giorni per di- 
chiararsi : il 4 Giugno avrebbero troncato gP indugi, e i rap- 
presentanti dei singoli Comitati si sarebbero condotti a Milano. 
Ecco il documento : 

Italia libbba. 
Viva Pio IX. Viva CaIilo Alberto. 

Al Governo Provvisorio della Republica Veneta. 

La indipendenza d'Italia non sarebbe che un desiderio, ove nou 
fosse attuata quella unione dalla quale deriva la forza e la dignità 
nazionale. Il bisogno di sifibtta unione è da tutti egualmente sen- 
tito, e gli sforzi di tutti gli Stati della penisola tendono alla soddis- 
fazione del medesimo. 

Allora che vi compiaceste di dichiarare senza altro la indivisi- 
bilità della Venezia colla Lombardia, per V effetto che i destini poli- 
tici di questa avessero ad essere i destini politici di quella, abbiamo 
applaudito nel vedere in tale ben augurata dichiarazione sancito il 
principio che V unica assemblea non sarebbe che il mezzo per deter- 
minare le modalità della futura esistenza politica del tutto, in rela- 
zione agli interessi dalla maggioranza riconosciuti. 

Nella calma delle opinioni, tanto il Governo di Milano, quanto 
i Comitati delle Provincie Venete avrebbero lasciato alla Costituen- 
te, raccolta a causa vinta, lo stabilire la condizione politica del 
paese Lombardo- Veneto. 

Ma il valido aiuto che re Carlo Alberto portava alla nazionale 

(1) Doc. Manin, num. 1950. 

(2) Nel giorDo 30 Maggio « il mìDistro della Finanza dà lettura d' una let- 
tera del Comitato dipartimentale di Padova, colla quale ricerca in giornata Lire 
50,000, sotto protesta di sciogliersi. Il Consiglio delibera, contro il voto del mini- 
stro Pincherle, di sovvenire le dette 50,000 lire, sotto condizione ch'entro giorni 
dieci renda conto il Comitato della propria gestione economica ». Sedute del Con- 
siglio, Doc. Manin, num. 648. 



Digitized by 



Google 



LIX 

indipendenza, e la gloria delle armi piemontesi altamente eccitarono 
nella più gran parte del paese il desiderio di pronunciare la imme- 
diata fosione cogli Stati Sardi. 

Perciò, e per altri eminenti riguardi di guerra, di finanza e di 
diplomazia, il Governo centrale delle Provincie Lombarde trovava 
necessario di aprire a' suoi cittadini la via da manifestare legalmente 
il loro suffragio anche prima della Costituente, e vi provvedeva col 
decreto 12 Maggio 1848. 

I motivi che hanno provocato un tale partito erano comuni, se 
non anzi più urgenti per le provincie venete, siccome quelle che più 
specialmente sono fatte bersaglio alla nemica invasione, e sono men 
fornite di mezzi propri a sostenere una efficace difesa. 

Di qua lo stesso eccitamento nei popoli della Terraferma, e la 
stessa necessita nei Comitati di aprire alle singole loro provincie, 
nel silenzio del Governo Veneto, quella stessa via legale ad espri- 
mere subito il loro voto, che era stata dal Governo della Lombardia 
designata. 

Compiuto nel giorno 29 corrente il termine prefìnito alle sot- 
toscrizioni nei registri a tal uopo istituiti, dovrebbero i Comitati, 
fatti gli spogli di que' registri, publicarne la risultanza: la quale 
non può non essere conforme alla generale inclinazione, che fu sti- 
molo potente all'aprimento dei registri medesimi. 

Se non che riesce a profonda afflizione dei Comitati il pensiero 
che il provocato scrutinio, inducente la immediata fusione di queste 
Provincie col Piemonte, abbia a poterci distaccare da Venezia, alla 
quale ci stringono tanti vincoli di comuni interessi, di grata affe- 
zione e di gloriose memorie. 

Un tale distacco, comunque lo si dovesse sperare meramente 
interinale, importerebbe la indeclinabile conseguenza che avesse ad 
essere tantosto istituito nelle provincie venete della Terraferma 
un nuovo centro di azione governativa. Né ciò sarebbe senza pre- 
giudizio della causa comune, e sì nei rispetti materiali e sì nei poli- 
tici. E le altre potenze d' Europa avrebbero in codesto fatto un ar- 
gomento per apporci un* altra volta la taccia di inettitudine a redi- 
mere questa Italia, che non sarà grande fino a che non si rigeneri 
nella unità. 

Che se lo intra v veduto disaccordo tornerebbe da un canto a 
disdoro di Venezia, dall'altro tornerebbe a danno delle provincie 
della Terraferma, le quali, sposando insieme colla Lombardia i pro- 
pri destini ai destini del Piemonte, si lascierebbero addietro quella 



Digitized by 



Google 



LX 

gemma preziosa, quella prediletta sorella, che pur dovrebbe nella 
nuova combinazione politica rivendicare il vanto di Regina dell* A- 
driatico. 

Un ampio Stato, che comprenda i territori sardi, gli ex ducati 
di Modena e di Parma, e tutte le provincie della Lombardia e della 
Venezia, saprà essere in grado di preservare con mezzi suoi propri 
la intiera penisola da straniere aggressioni ; saprà elevarla a tale 
potenza da influire molto onorevolmente nella bilancia politica del- 
l' Europa. 

Eppure Venezia non entrerebbe a parte di quello Stato, se il 
Governo che attualmente la regge persistesse nella idea di mante- 
nere la sua forma republicana, non sostenuta dal voto della nazione, 
non favorita da rispetti diplomatici, repugnante alla causa ed alle 
intenzioni dei principi che ci aiutano a purgare la patria dallo 
straniero. 

Nel desiderio vivissimo di ovviare al dolore ed allo scapito che 
soffriremmo a vicenda qualora Venezia non corresse con esso noi le 
sorti del nuovo Stato, i Comitati di Padova, Vicenza, Treviso e Ro- 
vigo, col mezzo dei sottoscritti loro delegati, domandano e pregano 
che codesto Governo prenda in matura considerazione le circostanze 
tutte delle provincie, e s' incammini a quella fusione, nella quale noi 
veggiamo la salute nostra e la gloria. 

Già due di queste provincie, alle prese coli' inimico, fecero pro- 
va che nei nostri petti non anco è morto l'antico valore. Già le altre 
sorelle anelano il momento di emularne l'esempio. E appunto perchè 
ci sentiamo forti nell'animo, ci crediamo anche degni di stringerci 
in una sola famiglia col valoroso Piemonte. Ma deh, Venezia che nel 
22 Marzo ci diede il segnale del grande riscatto, deh che la meravi- 
gliosa Venezia non manchi al banchetto della famiglia I 

Ove per avventura il sistema delle sottoscrizioni adottato dalla 
Lombardia e seguito dai Comitati di Padova, Vicenza, Treviso e Ro- 
vigo, potesse nella vostra posizione speciale sembrarvi meno accon- 
cio a rilevare il voto del popolo con quella sollecitudine che i tempi 
richieggono, e voi vorrete esperire quell'altro mezzo qualsiasi che 
meglio vi paresse condurre al fine inteso. 

Uguale all'importanza è la urgenza dell'argomento. Una Com- 
missione fu dal Governo della Lombardia incaricata agli studi pre- 
paratori del metodo di provvedere alla transizione tra il voto e la 
(Costituente, ed alla organizzazione del potere nello stato transitorio. 
1 Comitati di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo furono dallo stesso 



Digitized by 



Google 



LXI 

Governo della Lombardia, con circolare 25 Maggio N. 784, invitati 
ad occuparsi di quegli studi, e fu loro accennata la convenienza che 
alcDDo dei Veneti nella Commissione Lombarda si facesse interprete 
delle speciali condizioni di queste provincie. I Comitati perciò sta- 
biliscono di inviare ciascuno un proprio membro a Milano, affinchè 
si associ a quegli studi, e della rispettiva provincia rappresenti gli 
interessi. 

Sarebbe deplorabile che Venezia, essa sola non avesse ad aver 
Yoce in quella Commissione. Sarebbe forse così precluso agli uomi- 
ni, che egregiamente meritarono del Veneto Governo, sarebbe pre- 
claso r adito a potere nello stadio della transizione giovare la cosa 
poblica del loro senno e della loro virtù nel grembo del ministero 
che sta per essere nominato. Venezia può e (se lice dirlo) deve de- 
putare immediatamente il suo rappresentante, anche in pendenza 
delle pratiche eh* ella attivasse per raccogliere il voto del popolo 
sulla proposta fusione col Piemonte. Noi facendo, darebbe mostra di 
tendere a disunione, e, lasciati senza tutela i suoi propri interessi, si 
esporrebbe a trovarli pregiudicati allora quando essa stessa il par- 
tito della fusione avesse abbracciato. 

A fronte delle circostanze che stringono, i sottoscritti delegati 
attenderanno fino a Sabbato tre Giugno p. v. che il Governo dichiari 
se aderisce, come vogliono sperare, al desiderio leale delle quattro 
Provincie sorelle. Un pih lungo indugio importerebbe ad essi troppo 
grave malleveria : e, per declinarla, il giorno quattro i membri che 
saranno scelti dai Comitati si condurranno direttamente a Milano. 

Certamente, per guarentire il lustro e la indipendenza dell' Ita- 
lia, non è cittadino che non sia disposto a qualunque maggiore sa- 
crifizio. E però le provincie da noi rappresentate nutrono la fermissi- 
ma fiducia che anche Venezia, e chi ne tiene il governo, saprà immo- 
lare le proprie opinioni al confronto di quelle della grande pluralità 
dei cittadini della Terraferma : saprà immolarle perchè il trionfo 
della Nazionalità italiana sia più sicuro, più prezioso, più splendido. 

Il di Maggio 1848. Dalla residenza del Comitato di Padova, 
presso cui i sottoscritti depositano i loro mandati. 
C. Lkoni Deputato del Comit. Provv, Dipart. di Padova 
Sebastiano Tecchio Deput. del Comit. Prow. Diparta di Vicenza 
Luigi Pebassolo Deputato del Comit, Dipart. di Treviso 
Alessandro Cervesato Deputato del Com. Dipart. di Rovigo (I). 

(1) Gazieita di Venera j Supplem , 2 Giugno. 



Digitized by 



Google 



LXU 

A questa intimazione il Governo di Venezia diede rispo- 
sta breve : 

Venezia, 2 Giugno 1848. 
Posta pel momento da parte ogni considerazione sulle prece- 
denze che hanno condotta la vostra lettera del 31 Maggio p. p., e 
sulle condizioni del paese veneto in mezzo alle quali ce l' avete in- 
diritta, ci limitiamo a dichiararvi che abbiamo risoluto d'interrogare 
la volontà del popolo col mezzo d' un' Assemblea di rappresentanti 
che andiamo a convocare pel 18 corrente, e frattanto scriviamo al 
cittadino Calucci nostro inviato presso il Governo Provvisorio cen- 
trale della Lombardia affinchè in quelle deliberazioni, delle quali la 
vostra lettera ci parla, ci rappresenti come potrà essere del caso. 

Manin (1). 

Questa lettera era stata scritta durante la discussione av- 
venuta nel Consiglio dei ministri a proposito dell' Assemblea, 
di cui si era risoluta (19 Maggio) la convocazione e non pili. 
Dalle Sedute del Consiglio^ che abbiam citate altra volta, pren- 
diamo quelle parti del processo verbale che si riferiscono al- 
l' argomento : 

2 Giugno. 

Il Morandi dichiarò che la Civica di Treviso forma un 

corpo attivo, ma con patto di servire sotto la Republica e non altri. 
Le liste aperte a Treviso non ottennero che 500 voti, e furono sop- 
presse. 

Discutesi se in un' Assemblea per conoscere il voto delle popo- 
lazioni, Treviso debba considerarsi unito a Venezia. Il Ministro della 
Giustizia non lo troverebbe a proposito. Quello del Commercio e il 
Presidente pensano che sì. 

Trattasi del coda debba rispondersi dimani ai Comitati, circa 
il mandare rappresentanti a Milano. Tommaseo pensa che si debba 
promettere un' Assemblea che decida^ e pigliar tempo a convocarla. 
Si uniranno quali provincie vorranno, o quali parti di provincia. 

Il ministro del Commercio vorrebbe si accennasse alla irrego- 
larità delle operazioni fatte dalle altre provincie, e con questa pro- 

(\) OazMtia di Venezia, Supplem,, 2 Giugno. 



Digitized by 



Google 



LXIII 

testa farsi strada e mostrare la giustezza d' unire od' Assemblea, ac- 
ceDDando tempo e modo. Frattanto si conoscerà lo spoglio dei yoti 
delle altre provincie. 

Il ministro di Giustizia teme con ciò si disgustino Lombardi e 
Piemontesi, essendoché si viene a biasimare il già fatto dal Governo 
Lombardo, approvato colà dalla maggioranza. 

Il Tommaseo fa riflettere che Lombardia prima ha mancato a 
noi coir apertura dei registri, impegnativa anche per noi, senza nep- 
pure consultarci in proposito. Non debbasi quindi usare certo ri- 
guardo. 

Enunziata la formula che il contegno delle provincie essendo 
stato irregolare, Venezia convocherà invece un* Assemblea, si passa 
a discutere la forma ed il tempo di farlo. 

Il Tommaseo crede sia da scriversi a Milano, avvertendo della 
nostra deliberazione, acciò s' indugi a determinare una misura defi- 
nitiva fino alla conoscenza del risultato dell' Assemblea stessa. Il 
Paleocapa vorrebbe si mandasse invece un inviato ; al che il. Pre- 
sidente aderisce, proponendo che resti il Calucci, come solo uditore, 
e referente di quanto si andasse operando alla nostra Assemblea. Il 
Castelli ed il Camerata vorrebbero avesse anche facoltà di discu- 
tere chiedere modificazioni : gli altri non aderiscono. 

Osserva il Presidente essere subordinata a un fatto V elezione 
deir Assemblea, cioè quali e quante parti delle provincie vi piglino 
parte, locchè bisogna verificare. L* astenersi dal votare è una specie 
di protesta, ma bisogna conoscere il quantitativo dei voti emessi, in 
ragguaglio colle popolazioni. 

Il ministro della Giustizia formula la risposta da farsi ai Co- 
mitati. Si fissa il giorno 18 per l'apertura dell'Assemblea e verifi- 
cazione dei poteri. Il 19 cominceranno le discussioni. 

Il ministro delle Finanze mostra le spese di guerra per Giugno 
ascendere ad oltre 700 mila lire, senza i corpi Durando, la marina e 
qualche altro titolo. Afferma lo stato delle finanze essere deplorabile, 
né potersi durare oltre il 15 del mese, senza ricorrere a mezzi straor- 
dinari, rifiutando le provincie di mandare i loro introiti. Al che il 
ministro della Giustizia osserva essersi da scrivere ai Comitati, diffi- 
dandoli a spedire alle nostre casse, sotto comminatoria di non più 
ricevere soccorsi da Venezia. Frattanto le spese del corpo Durando, 
pagabili il 5, saranno assegnate sulle casse provinciali . . . 

Il Presidente insiste di nuovo, perchè nella Assemblea sieno 
chiamati tutti i distretti e paesi che dichiararono a scritto o per 



Digitized by 



Google 



LXIV 

rappresentanze di voler restare aderenti alla Bepublica. Tale opi- 
nione viene contraddetta dal ministro di Giustizia, il qnale insiste 
perchè V Assemblea sia paramento municipale. 

Ripigliasi la discussione sul territorip cui estendere il diritto 
d' intervento all^ Assemblea. Castelli e Paleocapa la sola provincia di 
Venezia. Tommaseo anche i paesi d^ altre provincie possano mandare 
indirizzi. Camerata e Pincherle credono difficile il determinare se 
questi indirizzi rappresentino il paese cui appartengono, né d'al- 
tronde si avrebbe la rappresentanza del paese intero, essendo invaso 
per tanta parte. 11 Presidente osserva che avendo accettate le ade- 
sioni delle Provincie, non possiamo tenersene separati, né abbiamo 
diritto d'escluderle non essendo compiuto il fatto di loro separa- 
zione. Ma tal fatto si compirebbe appunto colla esclusione. Abbiamo 
riprovato i registri aperti dalle provincie, lodato chi si astenne dal 
sottoscrivere: ma questi erano in fede di votare con noi, dunque non 
accettandoli restano privi del loro diritto di esternare la propria opi- 
nione. Sulla fede a loro ispirata di avere un mezzo legale, rifiutarono 
V illegale, ed ora si trovano delusi. Crede doversi lasciar adito a chi 
volesse di mandare la sua voce. 

Il Castelli oppone che non avremmo più una questione netta 
da proporre all' Assemblea. 

Il Presidente osserva come molti distretti si erano eretti indi- 
pendenti, e rinunziarono a quella sovranità per fondersi colla Be- 
publica. 

Il ministro delle Finanze nota però che quei distretti furono iu 
massa considerati come facienti corpo coi dipartimenti. 

Il Tommaseo crede che si metta un germe di discordia nelle 
Provincie, accettando i singoli distretti. Ma il Presidente crede che 
anzi si apre il campo alle provincie di concorrere a votare intere, e 
far prevalere la loro opinione. 

La prevalenza dei voti è per la circoscrizione della provincia di 
Venezia. Tutti concordi, meno il Presidente, e le modificazioni pro- 
poste dal Tommaseo. 

Si fissa la misura di un deputato su duemila anime — 116 per 
la Provincia. Nei distretti si voterà per Comune, nelle città per par- 
rocchie. Elettori ed eleggibili a 25 anni. 

Leggonsi e si discutono mano mano tutti gli articoli della leg- 
ge, che rimangono approvati, e si formuleranno dimani in apposito 
decreto. 



Digitized b^GoOgle 



LXV 

3 Gingno. 
Il Presidente legge il preambolo del decreto per la convocazione 
dell' Assemblea. Viene lodato di moderazione ed approvato (1}. 

(1} Ci permetta il lettore di riportar qui il citato preambolo. Dopo le contrad- 
dizioni e i disioganoi patiti da Daniele Manin, e in mezzo ad una discussione an- 
cora TiTa ed aperta, nella quale eg'li non era sempre d' accordo coi suoi colleghi, 
il preambolo stesso non si risente né di amarezze né di puntigli, e come fu lodato 
di moderazione il 3 Giugno 1848, cosi speriamo che posBa ottenere anche oggi la 
stessa lode. Eccolo adunque, quale usci dalla penna deiruomo illustre: «Alla 
veneta Republica, proclamata in questa città il 22 Marzo, ed al suo Governo 
provvisorio costituito nel 23, prestarono successivamente adesioni spontanee 
tutte le altre Provincie del territorio veneto, eccetto Verona, ancora occupata 
dair inimico. B i Governi provvisori, che in dette provincie erano stati istituiti 
quando ne partiva T Austriaco, al potere centrale del Governo della Republica 
«ssentendo, limitate le attribuzioni, assunsero il nome di Comitati provvisori di- 
partimentali. 

11 Governo provvisorio della veneta Republica fin da principio aveva in più 
fiirme dichiarato, che le questioni sulla costituzione politica più conAicente agi' in- 
teressi italiani non erano punto pregiudicate ; e che, fluita la guerra dell' indi- 
pendenza, e sgomberato il territorio dallo straniero, sarebbero state, in regolare 
Assemblea Coetituente. discusse e decise dai legittimi rappresentanti della nazio- 
ne, cui sola apparteneva il potere sovrano. 

Queste dichiarazioni si trovarono essere conformi a quelle che faceva il 
Governo provvisorio centrale della Lombardia, liberata nello stesso giorno 22 
Marzo. 

Da esse il nostro Governo veneto non si è mai dipartito; e le confermava 
anche con Tatto 12 Maggio decorso, in cui, secondando il voto de' Comitati dipar- 
timentali veneti e del Governo Lombardo, e cedendo a' vivi sentimenti di stima e 
di affezione, cementati dalla fratellanza delle sventure ne' lunghi anni di comune 
servaggio, consentiva che le provincie del già Regno Lombardo- Veneto fossero 
tntte a suo tempo rappresentate da una sola assemblea costituente, ma sotto con- 
dizione che a questa unicamente spettasse decidere sui destini politici dello stato. 

Sennonché il Governo Lombardo, allegando che la guerra d' indipendenza 
si prolungava oltre le sue previsioni, e adducendo le impazienze manifestate dal 
suoi ammiui:»trati, ed altri motivi che a lui parvero possenti, decretò che, pur 
pendente la guerra, si votasse il partito della fusione immediata del territorio 
IcxDbardo col regno di Sardegna, e la votazione si facesse, non in assemblea, ma 
ricevendo le sottoscrizioni del popolo in apposite liste. 

L' esempio fu seguito dai Comitati provvisori dipartimentali di Padova, di 
Vicenza, dì Treviso e di Rovigo, i quali, di sola loro autorità, decretarono vota- 
zioni sullo stesso partito e col metodo stesso 

Ciò lacevasi mentre erano già state invase dal nemico le provincie di Udine 
e di Belluno, e trovavasi tuttora da esso occupata quella di Verona. Laonde, pre- 
idDdendo da ogni quistione di diritto e di convenienza, sta il fatto che la pro- 
Tincia dì Venezia è minacciata di rimanere, per un tempo più o meno lungo, nel- 
r isolamento. 

Questo fatto è di tanta gravità, che il Governo provvisorio, sebbene deplori 



Digitized by 



Google 



LXVI 

La seconda delle questioni da proporsi alP Assemblea, inserita 
nel processo verbale 18 Maggio, viene modificata, sostituendo alle 
parole associarsi ad altro, associarsi al Piemonte. Opponenti il Ca- 
stelli ed il Paleocapa, che finalmente aderiscono (1). 

Circa la terza (la instituzione d*un nuovo Governo) muove al- 
cuni dubbi il Castelli. Dietro osservazioni del Pincherle e del Paleo- 
capa, viene riformato nel modo seguente : sostituire o confermare i 
membri del Governo provvisorio (2). 

Il segretario legge il decreto che stabilisce le forme di convo- 
cazione dell' Assemblea, secondo i modi già stabiliti nella sessione di 
ieri sera. Con poche modificazioni viene approvato alla unanimità. 

Ore 10 sera. 
Il ministro della Giustizia amerebbe che nei quesiti da pro- 
porsi all'Assemblea fosse introdotta la parola Republica. Dubita che 
r alternativa portata nel secondo quesito, indisponga il popolo. Ma 
dietro alcune osservazioni del Presidente e di altri ministri, desiste 
da quella opinione. Il proemio del decreto è riletto ed approvato. 
Si fa una leggera modificazione al primo quesito, che si fissa 



che, mentre l'animo e la mente d'ogni italiano dovrebbero essere rivolti ad un 
fine solo, cioè quello della indipendenza, s'abbia a trattare d'argomenti politici, 
e così destare partiti, generare discordie, produrre debolezza; luttavolta erode 
non poter dispensarsi dall' interrogare prontamente^ sulle quistioni cbe reclamano 
soluzione immediata, le volontà degli abitanti di questa provincia minacciata di 
abbandono. 

Ma esso Governo intende che questa volontà sieno significate con cognizione 
di causa, previo esame dei fatti, previa esposizione ragionata delle opinioni, e 
quindi in assemblea di rappresentanti. Non assemblea costituente, cbe stanzii de- 
finitivamente le leggi fondamentali dello stato: ma assemblea, eletta col metodo 
sommario comandato dalla stringenza del tempo, cbe deliberi sulle condizioni 
del momento, che, mutando o confermando i membri del Governo, lo rinforzi e 
ritempri nel voto popolare. 

Pertanto il Governo provvisorio della Republica Veneta decreta: 1. È con- 
vocata in Venezia un'Assemblea di Deputati degli abitanti di questa Provin- 
cia ecc. » Gazzetta di Venezia^ 2 Giugno. 

(1) 11 18 Maggio s' era formolato il secondo quesito così: « Nel caso delibe- 
rasse si av^se a decider subito, determinare se il nostro territorio abbia a fare 
uno stato da sé o ad altro associarsi ». E il quesito fti modificato nel modo che 
segue: « Determini, nel caso che resti deliberato per la decisione istantanea, se 
il nostro territorio debba fare uno stato da se, od associarsi al Piemonte ». 

(2) La primitiva redazione diceva: « Costituire un Governo nuovo in sostitu- 
zione all' attuale y che rassegna i suoi poteri a detta assemblea ». B Ai modificato 
così : « Sostituisca o confermi i membri del Governo Provvisorio ». 



Digitized by 



Google 



LXVII 

nel modo seguente : deliberi se la questione relativa alla presente 

condizione politica debba essere decisa subito od a guerra finita (1). 

Si formula e sottoscrive il decreto di convocazione, e V altro 

che ne determina le forme (2). 

In seguito a queste risoluzioni, il Governo scrisse all'avv. 
Caiacci la lettera che segue, data a di 4 Giugno : 

Dalle annesse stampe rileverete siccome anche il Governo Ve- 
neto abbia creduto dovere interpellar la popolazione, circa V oppor- 
tonità di tempo e di modo nel risolvere la questione politica che tiene 
sospesi tutti gli animi, e volle farlo nella maniera più dignitosa e 
legale che le circostanze pressanti, ed il malo esempio dato dalle 
Provincie, potessero permettere. Ai 18 del mese corrente si aprirà 
adunque V Assemblea della nostra città e provincia di Venezia. 

Nella nostra lettera ai Comitati, inserita nel Supplemento della 
Gazzetta N. 135, avrete veduto siccome indicavasi che voi ci avreste 
rappresentato, come potesse essere del caso, presso la Commissione 
istituita dal Governo di Lombardia. Ora, per aprirvi il nostro pen- 
siero, sarebbe desiderio del Governo Veneto che voi riusciste ad ot- 
tenere dal Lombardo, che le deliberazioni della Commissione fossero 
protratte fino a che anche l' Assemblea di Venezia abbia esternato il 
proprio voto e siavi comunicato. Che se questo indugio non vi riu- 
scisse direttamente o indirettamente procurare, potrete allora assi- 
stere alle discussioni e prendere nota, senza però assumervi parte 
attiva, fuori i casi che si volesse stanziare qualche misura che ledere 
potesse minacciare gli interessi nostri, all'evenienza che Venezia 
stessa si pronunciasse pella immediata fusione col Regno Sardo. In 
quei casi dovreste anzi apertamente protestare contro qualsiasi de- 
terminazione pregiudicevole al paese nostro, condizionatamente ed 
ora per allora che facesse parte esso pure di un Regno Subalpino. 
Insistete poi sempre che niente sia conchiuso, finché la definitiva 
determinazione di Venezia non sia conosciuta (3). 

Ma le istruzioni arrivarono troppo tardi, quando a Milano 
erasi già compiuta la discussione in proposito. Scrivendo un 

(1) » La questione relativa alla condisione politica», diceva più generica- 
mente la redazione primitiva. 

(2) Doc. Manin, num. 650, 651. 

(3) Calucci, Documenti inediti ecc., pag. 424. 



Digitized by 



Google 



Lxvra 

quarto di secolo dopo, non è quasi possibile persuadersi che i 
Lombardi ed i Veneti, pure gridando re Carlo Alberto, non si 
mostrassero guari contenti della costituzione eh' egli aveva 
già data al Piemonte e regge ancora T Italia, e ne esigessero 
un' altra , eh' essi volevano punto per punto discutere. Noi 
abbiamo veduto che il Governo Provvisorio di Milano, dopo 
avere aperto i registri, ed eccitato i Lombardi a votare per 
quella unione che sola pareva tiaturale^ sola possibile nelle pre- 
senti circostanze^ spedi al Governo Provvisorio di Venezia un 
dispaccio (13 Maggio) con espressioni tali, che lasciavano 
trasparire assai chiaramente la diffidenza, da cui si sarebbe 
detto che fosse animata tutta la Lombardia. Dopo avere salvata 
r indipendenza, diceva in fatti il dispaccio, la nuova monarchia 
non potrà compromettere la libertà^ giacché la libertà sarà gua- 
rentita da una costituzione discussa e fissata da un Assemblea 
nazionale^ col sistema larghissimo del suffragio universale. Era 
anzi questa una condizione espressa dalla medesima formola, 
che dovea sottoscrivere chi si voleva unire immediatamente 
al Piemonte. Si scorgono in tutto ciò i primi ed incerti passi 
d' un popolo, che incomincia appena la sua vita politica ; e le 
precauzioni, che si volevano prendere contro i possibili abusi 
del potere reale, erano così straniere ad ogni malignità di pen- 
siero, ad ogni diffidenza di persone, che i Lombardi ed i Veneti 
le propugnavano apertamente, e non se ne tenevano offesi né 
il vecchio Piemonte, né il suo re Carlo Alberto. Ma se queste 
circostanze spiegano e scusano i fatti, non devono impedirci 
di confessare gli errori e le contraddizioni dei fatti stessi. Le 
quali apparvero subito, e per l' appunto la sera del 5 Giugno, 
allorché presso il Governo Provvisorio di Milano si comincia- 
rono a proporre e a discutere le disposizioni transitorie, che 
dovevano assicurare la libertà finché si fosse raccolta la gran- 
de Assemblea nazionale. « Due piani furono presentati. Secondo 
il primo i Governi Provvisori avrebbero dovuto mantenersi 
colle principali loro attribuzioni fin all'epoca della Costituente, 
devolvendo peraltro al ministero piemontese quanto riguarda 
la guerra, la diplomazia, ed, in parte, le finanze. A termini del 
secondo, i Governi Provvisori cesserebbero tosto : per porre a 



Digitized by 



Google 



LXIX 

parità di condizione i Piemontesi, si scioglierebbero o, a me- 
glio dire, si abolirebbero le Camere attuali, ed il tutto sarebbe 
amministrato da un ministero misto di Piemontesi e Lombar- 
di, responsabile verso la futura Assemblea del proprio ope- 
rato » (1). Evidentemente, nel primo caso la fusione immedia- 
ta era, o quasi, come non fosse avvenuta ; nel secondo, per 
avere una nuova costituzione si cominciava dal togliere quella 
che già esisteva. Era perciò naturale che nel Consiglio sor- 
gesse una discussione assai viva. Ma, discutendo, si risali alla 
formola stessa della fusione. Secondo la formola, votavasi V im- 
mediata fusione^ semprechè fosse convocata queir Assemblea 
Costituente, che doveva poi dare la costituzione al paese. Era 
questa una contraddizione aperta. Come immediata^ la fusione 
era un atto assoluto ; e diveniva condizionato alla convoca- 
zione della futura Assemblea. E se il Piemonte, poniamo caso, 
che aveva una costituzione sua propria, non avesse acconsen- 
tito a mutarla, che cosa avrebbero dovuto fare i Lombardi ? 
Era dunque necessario dare alla formola una interpretazione 
ragionevole, la quale possibilmente togliesse il vizio della con- 
traddizione. E così, escluso il primo disegno perchè impediva 
la compiuta fusione, che si voleva immediata^ conveniva esclu- 
dere anche il secondo il quale, colla speranza della libertà fu- 
tura, conduceva intanto direttamente all'assolutismo. È vero 
che i ministri del gabinetto di transizione dovevano essere re- 
sponsabili alla futura Assemblea: ma di quale responsabilità si 
parlava? Qual legge fondamentale poteva violare il gabinetto 
proposto, allorché, tolta di mezzo l'antica costituzione, non s'era 
stabilita ancora la nuova? Tutte queste cose ed altre molte si 
dissero in quella sera, finché convennero tutti « che per ora 
altro non si farà che riconoscere Carlo Alberto per re, onde 
venire poi alla vera fusione col Piemonte, dietro la futura As- 
semblea ; che fino all' Assemblea Costituente, a temperare il 
potere monarchico continueranno i Governi Provvisori ; che la 
commissione, la quale aveva esteso il primo progetto, sia in- 
caricata di estendere un piano di costituzione provvisoria, da 

(1) Doc. Manin, num. 2088. 



Digitized by 



Google 



LXX 

cui risultino i diritti del Re e dei Governi Provvisori, fino al 
radunarsi dell' Assemblea » (1). Noi non dobbiamo tener dietro 
ai lavori del Governo Provvisorio Lombardo, cui la fusione 
votata a gran maggioranza non aveva tolto alle difficoltà, di 
cui per avventura era stanco. Fu compilata una legge transi- 
toria, che doveva reggere la Lombardia, finché si fosse adu- 
nata l'Assemblea Costituente. Il ministero sardo V accettò, con 
qualche modificazione leggera; Casati presentò al Re l'atto 
formale d'adesione; e i deputati dei quattro dipartimenti sci- 
smatici^ come Valentino Pasini facetamente chiamava le quat- 
tro Provincie che s'erano staccate da noi (2), recatisi diretta- 
mente a Torino, finalmente furono ricevuti dal ministero, pas- 
sarono al campo, e sperarono d' aver così assicurata per sem- 
pre la loro sorte, 

La quale negli ultimi giorni s' era aggravata d' assai. 
Questo periodo di storia è assai noto, e non accade che ora ne 
ripetiamo, quantunque sommariamente, il racconto. Diamo 
piuttosto qui alcune lettere scritte in questi giorni d'angustia, 
le quali rappresentano vivamente e la gravità delle circostan- 
ze, e r indole dei provvedimenti che Venezia credeva neces- 
sari al bisogno : 

Ai citCadini Aleardo Aleardi e Tomaso Oar, a Parigi, 

Venezia, 16 Giugno 1848. 
Da quella che pareva sconfitta di Goito, il Radetzky con qua- 
rantamila uomini e pib di cento cannoni corse sol Veneto ; e intanto 
che Carlo Alberto era tenuto a bada da pochi minaccianti calar dal 
Tirolo, egli, il Radetzky, prese Vicenza, ricevette quasi in dedizione 

(1) Doc. Manin, num. 2088. 

(2) Nei Doc. Manin, num. 2092, troTo la lettera seguente : 

TóHno, 10 Giugno 1848. 
Scrivo in fretta poche righe. Pare sostanzialmente che il ministero sardo ac- 
cetterà tatte le condizioni proposte, poco sa, poco giù. Domani le scriverò con 
maggiore dettaglio. Ella saprà che vennero qui i deputati dei quattro diparti- 
menti scismatici. Nò i deputati milanesi vollero associarseli, nò il ministero sardo 
volle fin qui impegnarsi in trattative con loro. Sembra che la inconvenieuza ver- 
so il Governo Veneto sia sentita. Molto in fretta 

V. Pasini. 



Digitized by 



Google 



LXXI 

Padova, fece prendere Treviso, e tornò a rinforzare Verona, la quale, 
lasciata con pochi, poteva intanto essere assalita con buona speran- 
za. Ecco quel che fruttarono alle città venete le dedizioni vitupera- 
tamente precipitose. 

La Bepublica, eccitata da molti e molti, chiedenti che s' invo- 
casse il soccorso di Francia, non poteva assentire da sé sola, e per 
non chiamare sul capo suo le imprecazioni degli altri d' Italia, e 
perchè il pur invocare esso soccorso era un provocar V Inghilterra 
che ci chiudesse il mare, e un intimar guerra al Piemonte, per le 
cui terre doveva l' esercito francese passare nemico. 

Quel che era possibile e debito dal canto nostro si fece : scrivere 
a Carlo Alberto — Potete voi da voi stesso finire la guerra ? — Scri- 
vere agli altri Stati d'Italia — Può ella l'Italia fare da sé? Se può, 
mandi aiuti ; se non può, chiamiamo insieme al soccorso, e facciam 
patti onorati. 

L' ordine dell' Oudinot, che mette in moto verso Italia l'esercito 
d'oltr'alpe, saprete voi se sia mera minaccia, o incoraggiamento a 
noi, che ne invochiamo il venire. Ma alla Bepublica conviene non se 
ne dar per intesa, e fare la sua proposta per nostro mezzo ne' due 
modi che ora diremo. 

Siccome la vóce pacifica del Pontefice s' interpose tra l' Austria 
e noi, così potrebbe una voce pih guerriera, tra consiglio e minac- 
cia, indire all' Austria la pace. E questa maniera d' intimazione, qua- 
lunque dovessero seguire gli avvenimenti, sarebbe onorevole alla 
Francia, e a noi decorosa, perché dimostrerebbe né noi gettarci vili 
sotto le armi straniere, he le armi gettarsi cupide sopra di noi. 

L' altro passo da fare sarebbe, che Francia domandasse da sé a 
Carlo Alberto quello che noi dal canto nostro gli abbiam domandato, 
se possa Italia bastare nel cimento a sé stessa. E forse il Re sarebbe 
per tale interrogazione alleggerito dal peso del dover egli stesso 
dopo tariti vanti invocar lo straniero ; e certamente apparrebbe che 
noi non invochiam lo straniero per essere verso il Re liberati dal de- 
bito della riconoscenza. Questi, a ogni modo, sarebbero stimoli da 
scuotere la nazione nostra tutta quanta a spiegar la sua possa : che 
certamente se molti milioni d' anime vogliono, cacciam via degli au- 
striaci non centomila, ma fossero un milione. 

Quel che sarebbe sopra tutto a temere dall' intervento di Fran- 
cia, gli è che la guerra diventasse non solo europea (e l' Italia arena 
e preda comune), ma diventasse guerra sociale tra i non aventi e gli 
aventi: ed allora sarebbe peggio che la rivoluzione del secolo pas- 



Digitized by 



Google 



LXXU 

sato, perchè in essa i principi preludevano alle passioni, ma qui le 
passioni, e le pih ignobili, farebbero tacere i principi. Due vantaggi 
avremmo però sopra il secolo passato, che V esperienza di cinquanta 
anni ci ha resi men creduli insieme e men difSdenti, e che il cooi- 
battere le idee religiose non è stimato da nessuno oramai fondamento 
di libertà. 

A causare i mali accennati, giova rivogliersi agli uomini di 
Francia più autorevoli per probità, sicché, se la guerra ha a essere, 
dien essi, per così dire, V intonazione al grido di guerra. 

Vedete, amici, di qual peso sieno ne'nostri destini le parole che 
voi sarete per proferire costì in nome nostro. 
// Presidente Manin (1). 

Cireolare ai Gabinetti italiani di Roma, Toscana e Sicilia, 

ECGBLLBNZA, 

Venezia, 14 Giugno 1848. 
Il buon volere e il valore per certo non mancarono a que' prodi 
italiani che, da tutte parti della penisola concorrendo, vennero nelle 
nostre provincie a lasciare una traccia d'amore e d'onore: e di quan- 
to valgano questi popoli, tanto tempo divezzi dall'armi, son testi- 
moni Vicenza e Treviso, Palmanova, Osopo, il Cadore. Ma i casi 
della guerra condussero le cose a tal segno, che quel eh' era prima 
agevole e sicuro, diventa ora sempre piU difficile e incerto. Onde noi 
abbiamo creduto del dover nostro scrivere a S. M. il re Carlo Al- 
berto, rappresentandogli che le città venete tornate, o già per tor- 
nare, sotto il giogo dell' Austria, il disfarsi dell' esercito napoletano, 
lo struggersi del pontificio, l'ingrossar del nemico, imponevano al 
Governo Provvisorio della Republica Veneta l'obbligo di soddisfare, 
quant'era in lui, alle instanti domande delle moltitudini, che ricor- 
dando le alte promesse apportate dal re di Sardegna, bramavano 
ansiosamente sapere se possa il Piemonte porgere alle angustie co- 
muni pronto ed efficace soccorso, se possa adesso bastare a tanta 
mole di guerra. Questa medesima interrogazione e preghiera urgen- 
te volgiamo agli altri Stati d'Italia, poiché della somma delle cose 
italiane al presente si tratta. Se tutti i principi e i popoli volessero 
concordemente, certo è che l' Italia potrebbe bastare a sé stessa : e 
noi, quand' anco dovessimo vedere le nostre città fatte preda ancora 

(1) Doc. Manin, Appendice alla Busta Vy num. 80. 



Digitized by 



Google 



Lxxm 

dell'Austria, assicurati dalla solenne promessa di tutta Italia, aspet- 
teremmo con fede la liberazione ventura. Del nostro destino adun- 
que e del comune onore chiamiamo arbitri tutti i popoli italiani ; e 
a ciascuno dei loro Governi domandiamo se credano cosa possibile 
che r Italia faccia adesso da sé. Molti della Venezia domandano a 
questo Governo che chiami con onorevoli patti Paiuto straniero. Ma 
noi che vediamo il pericolo e del soddisfare e del non soddisfare a 
tal desiderio, né d'altra parte vogliamo da quest'angolo d'Italia de- 
cidere una questione che importa a tutta Italia in comune, invo- 
chiamo da ciascun degli Stati della penisola uua risposta chiara e 
pronta : chiara, perchè delle ambiguità non è questo il tempo : pron- 
ta, perchè il bisogno stringe, e, ripetiamo, non delle sole venete pro- 
yincie si tratta, ma dei destini forse dell' intero paese per anni ed 
anni. 

Il Presidente Manin (1). 

A S. E. il siff, co. Franzini, ministro della Guerra e Marina 
di S, M. il re di Sardegna, 

Eccellenza, 

Venezia, 13 Giugno 1848. 
Le città di Vicenza e di Padova tornate sotto il giogo dell' Au- 
stria, le* altre due città del Veneto alle quali sovrasta il medesimo 
caso, il disfarsi dell'esercito napoletano, lo struggersi del pontificio, 
r ingrossar del nemico fatto più baldanzoso e comunicante libera- 
mente con aditi d'onde possono affluirgli i rinforzi, impongono a 
questo Governo provvisorio il sacro dovere di soddisfare, quanto in 
lui, alle continue instanti domande delle moltitudini che, ricordando 
le alte e solenni promesse all' Itaha congratulante portate da S. M. 
il Re di Sardegna, bramano ansiosamente sapere quali mezzi per la 
loro salvezza e redenzione abbia disposti in cotanta vicenda di guerra 
e nell'apparato di sì ostinata lotta la eccelsa mente di re Carlo Al- 
berto. Noi dobbiamo una risposta non solo al Cadore e a quelle altre 
parti del paese veneto ove tuttavia si combatte : la dobbiamo all' in- 
tero paese, da cui ci vien l'affannosa domanda se possa il Piemonte 
porgere alle angustie comuni pronto ed efficace soccorso, se possa 
adesso bastare a tanta mole di guerra. L'aspetta ansiosamente que- 
sta risposta tutta il popolo della Venezia, che, memore di un' im- 

(l) Dee. Manin, Dum. 1090. 



Digitized by 



Google 



LXXIV 

mensa sventara, e vedendo procedere impertorbata la invasione aa- 
striaca dall' Adige in qua, non sa difendersi dallo spavento di una 
voce funesta che, moltiplicata da un eco invisibile e maligno, lo mi- 
naccia di un fatto scellerato e impossibile, della cui ipotesi noi ci 
faremmo un vero delitto, k ricreare tutta la confidenza del paese 
veneto, a consolare i ricaduti nella servitù, a tenere saldi gli animi 
di chi propugna la causa della indipendenza italiana, basta Eccel- 
lenza una nuova solenne parola che venga dal suo acclamato cam- 
pione. Venezia, assistita nella difesa di mare dalla flotta reale, farà 
tutto ciò che le sarà possibile per resistere all' inimico, ella che ha 
fatto il possibile per mantenere libere le provincie, mandandovi dei 
suoi uomini,- del suo danaro, delle sue armi, le quali vede ora fatte 
austriache ritorcersi contro lei stessa. Ed ella attende con fiducia 
per mezzo dell' E. V. quella rassicurante parola, a cui tutte le anime 
generose con gioia risponderanno, risponderà una benedizione di 
tutta Italia rassicurata di bastare a sé stessa. 
Il Presidente Manin (1). 

"Risposero a un modo stesso i vari Stati italiani. Da Firen- 
ze, il 18 Giugno, scriveva il ministro N. Corsini : « Sì, T Italia 
può far sempre da so, o compire senza aiuti forestieri l'opera 
gloriosa della propria rigenerazione ». Le cose non sono ancor 
disperate ; ed, a qualunque termine fossero infine per giungere, 
« lo straniero, non temete, non si ricuserà mai alle vostre do- 
mande, in qualunque tempo voi lo imploriate; esso accorrerà 
anche troppo presto a prestarvi T invocato soccorso » (2). Da 
Roma, a dì 21 Giugno, G. Marchetti andava ancora più oltre: 
« Quanto poi al chiamare l'aiuto dello straniero, il Governo 
nostro non considera in ciò una proposta, ma un mezzo per 
indurre i Governi ad affrettare i loro soccorsi : vi considera 
l'espressione di un disperato partito, a cui gl'Italiani non si 
appiglieranno mai, finché vorr^inno e concordemente vorranno 
bastare a loro stessi » (3). Anche secondo Ruggero Settimo 
(29 Giugno), l'Italia doveva bastare a sé stessa, ed « ove le 
ineluttabili necessità del presente stringessero il Governo e il 

(1) Dog. Manin, num. 863 

(2) Ibid., num. 1092. 

(3) Ibid., num. 1073. 



Digitized by 



Google 



LXXV 

popolo veneziano ad estremi partiti, piuttosto che allo stranie- 
ro si volgeranno essi a quello Stato che, forte e zelante com' è 
della indipendenza d'Italia, è pure Governo e popolo italia- 
no » (1). Quasiché Venezia non avesse ripetutamente e caloro- 
samente richiesto aiuto al Piemonte (2), e non avesse indetta 
già un'Assemblea per risolvere dignitosamente il quesito, sciol- 
to pochi dì prima dalle provincie lombarde. 

Vero è che la convocazione di questa Assemblea era stata 
a dì 13 Giugno sospesa, causa i rovesci militari che ci colsero 
per l'appunto in quei giorni. La dilazione fu breve, e a dì 21 
Giugno fu publicato i! decreto per cui doveva raccogliersi il 
successivo 3 Luglio. Questa circostanza si collega colla rispo- 
sta che il gabinetto di Torino diede alla lettera inviatagli dal 
Governo nostro il 13 Giugno. Riferirò le proprie parole che 
Manin (21 Giugno) scriveva all'inviato veneto al campo di 
Carlo Alberto: « Due potenti motivi determinarono quella ri- 
soluzione. 11 primo è quello delle finanze, le cui ristrettezze vi 
sono già note. Il secondo è nuovo d' oggi. Il conte Martini ha 
prodotto la sua credenziale, rilasciata dal ministro degli affari 
esteri di Torino, nella quale è detto ch'egli potrebbe essere in 
caso di fare al nostro Governo qualche comunicazione impor- 
tante, e che speravasi che il Governo Veneto darebbe a lui 
quella pienissima fiducia che gli accordava il suo Re. Il conte 
Martini non tardò infatti a fare la comunicazione, e disse mol- 
to chiaramente che ai nostri bisogni di danaro e di buona trup- 
pa regolare di linea avrebbe potuto provvedere, se Venezia, 
abbandonando il suo stato attuale d'isolamento, si pronuncias- 
se per la fusione. Per quanto siano urgenti i bisogni di danaro 
e di soldati regolari, il Governo non poteva assumere sopra di 

(1) Dog. Manin, niim. 1121. 

(2) Ai documenti che abbiamo citato potremmo agoriungrere parecchi altri. Ci 
contentiamo di ricordare che il proclama di Carlo Alberto ai popoli della Venezia, 
in data 2;^ Maggio (v. Gazzetta di Venezia, 25 Maggio), fu l'effetto dulie insistenti 
preghiere del Governo di Vcn( zia. Di che si trovano apnrte testimonianze nei Doc. 
Manin, pff«i«. Si veggano anche gl'indirizzi a Carlo Alberto (22 Maggio} e al- 
l'ammiraglio Albini (27 Maggio) per l'invio della flotta nello acque di Venezia 
(^<i«. di Venezia, Supplem.f 22 e 29 Mnp-gio), e il nuovo indirizzo a Carlo Alber^ 
todei 29 Maggio, publicato uelja Oazz. dì Venezia del 30 Maggio. 



Digitized by 



Google 



LXXVI 

sè una dichiarazione di tanta importanza, come non poteva 
conscienziosamente restarsene neghittoso, e non consultare il 
voto del paese, in un supremo affare, che della sorte futura del 
paese si trattava». Convocò dunque l'assemblea per il succes- 
sivo 3 Luglio, scrisse al ministro Pareto, e raccomandava al- 
l' inviato che, se il destro si offrisse, facesse scaltramente sen- 
tire come gioverebbe alle mire del Re, che il soccorso arrivasse 
prima della votazione (1). Ecco qual era la lettera al ministro 
Pareto : 

Eccellenza, 

Le sorti della guerra fecero ricadere le provincie venete sotto il 
giogo dell' Austria. Venezia soltanto serba ancora la indipendenza, 
che ha conquistata nel 22 Marzo. Protetta dalle sue naturali difese, 
dal patriottismo de' suoi cittadini, dal valore dei militi pontifici e na- 
poletani, lombardi e veneti, che qui si sono concentrati dopo la in- 
vasione dei territori che la circondano, ella potrebbe resistere agli 
assalti dell'inimico. 

Se non che, pensando il Governo quanto interessi alla comune 
causa italiana, e specialmente alla indipendenza dell'Italia Setten- 
trionale, che questo antico propugnacolo della libertà sia posto al 
sicuro da qualunque pericolo, e che su questa sicurezza possano con- 
tare tutti i fratelli che si sono impegnati nella gran lotta del co- 
mune riscatto, il Governo sente il dovere di esporvi, Eccellenza, co- 
me Venezia si trovi in preda di due potenti bisogni. 

Le truppe che guardano i suoi forti, e che compongono la sua 
guarnigione, sommano ad oltre 18,000 soldati. Per numero, per ar- 
dore di coraggio, e per generosi proponimenti, queste truppe sareb- 
bero più che sufficienti a garantire la inviolabilità di questa capi- 
tale. Ma si compongono esse quasi tutte di militi volontari, ne'quali 
non prese per anco radice quella indispensabile abitudine di disci- 
plina, quella costante fermezza a perdurare nelle fatiche, quella pa- 
ziente perseveranza, che si richieggono nelle fazioni militari, e spe- 
cialmente nel sostenere la difesa prolungata di una fortezza com' è 
la nostra, che non è costituita in un solo corpo di piazza, ma è 
scompartita fra un numero notevole di forti isolati, difesa che può 
venire singolarmente complicata pel sussidio reciproco che dovreb- 
boDO recarsi le armi di terra e quelle di mare. 

(1) Dog. Manin, num. 1985. 



Digitized by 



Google 



LXXVU 

In tali circostanze noi stimiamo necessario, Eccellenza, che an 
corpo delle agguerrite e valorose troppe piemontesi venga per van- 
taggio cornane ad assicurare la difesa di Venezia. Le splendide loro 
Tirtti militari vi serviranno di eccitamento, e desteranno una nobile 
emulazione in queste soldatesche novizie ; e avremo con esse e per 
esse garantita la conservazione di una città, che, una volta ricaduta 
in potere dell' Austria, non potrà piti agevolmente essere riconqui- 
stata. Rimarrebbe allora non solo impedita la grand' opera della in- 
dipendenza italiana, ma verrebbe convertito questo infelice paese, in 
tramite miserando di schiavitù e d' oppressione. 

À togliere poi la sovrabbondanza delle truppe in Venezia, una 
buona parte di queste potrebbe essere spedita al grande esercito di 
S. M. l'augusto Sovrano di V. E., ove, rannodate ai corpi regolari, 
riordinate e fatte esperte sui campi, piene di valor personale come 
pur sono, diverrebbero ben presto atte a tutte le operazioni di 
guerra. 

L'altro bisogno, che dobbiamo esporre a V. E., è quello deri- 
vante dalle nostre stringenze economiche. Non è d' uopo significare 
all'È. V. come i redditi limitati a quelli della sola nostra citte, con 
all'incontro le spese dell'amministrazione centrale di otto provincie, 
il dispendio della marina e quello di un esercito di oltre 18,000 sol- 
dati, abbiano dovuto produrre il gravissimo sbilancio in cui versa la 
nostra finanza. E si che Venezia è accorsa, come forse poche altre 
città italiane, a sostenere i pesi del proprio governo. Il prestito for- 
zato di dieci milioni, che nello scorso mese avevamo gettato a carico 
delle Provincie unite, fu attribuito a Venezia per quattro milioni e 
mezzo, di cui stiamo già consumando la seconda rata : oggi stesso 
abbiamo decretato un altro prestito di un milione e mezzo, a carico 
di questa città, e contiamo di realizzarlo metà pel giorno 8 metà pel 
giorno 24 del prossimo mese. A questi sei milioni è da aggiungere 
altre lire 600,000 offerte spontaneamente dalla carità cittadina. Ma 
queste straordinarie risorse, ci basteranno a stento per far fronte agli 
impegni delle prime settimane di Luglio, imperciocché sommino a 
circa tre milioni di lire le nostre spese mensili. 

Abbiamo fatto appello a tutte le città italiane, perchè vengano 
in nostro soccorso. Ma, Eccellenza, una più speciale preghiera dob- 
biamo innalzare al governo dell' augusto re Carlo Alberto. Se Vene- 
zia debbo esser difesa, è conseguente che sia posta in possesso dei 
mezzi per farlo. Dovremmo noi licenziare le truppe, abbandonare la 
nostra marina, e farci così preda certa dell'inimico? E lo vorrebbe 



Digitized by 



Google 



Lxxvtn 

P Italia, e lo permetterebbe il campioDe della sua indipendenza? Noi 
non lo crediamo, Eccellenza, assolutamente non lo crediamo. 

Espressi i nostri bisogni, non vi aggiungiamo stimoli perchè 
siano soddisfatti, non consentendolo certo la grandezza della causa 
né la dignità del Governo a cui vengono manifestati. 

Soltanto preghiamo V E. Y. a presentare sollecitamente queste 
nostre dichiarazioni al ministero ed al Re, impetrando che siano pre- 
se in quella benevola considerazione che, non per noi, ma pel bene 
di tutta Italia reputiamo possano meritare. 
Venezia^ 21 Giugno 1848. 

// Presidente Manin (1). 

La lettera che abbiamo riportato del 13 al ministro Fran- 
zini, e questa del 21 al ministro Pareto, suscitarono una tem- 
pesta nell'anirao di Nicolò Tommaseo. Non crediamo né neces- 
sario ne utile di riportare qui per disteso le due proteste, che 
il fiero dalmata scrisse il 13 e il 21 di Giugno, e consegnò al 
presidente Manin il 22 Giugno J848 (2), perchè ci paiono piut- 
tosto dettate dall' impeto della natura sua subitanea che dal 
discorso della sua mente elevata. Eppure il nobile cuore si fa- 
ceva sentire fin dalle prime parole : « Giacché certi atti e pa- 
role di questo Governo, alle quali io non sottoscrivo il mio no- 
me, ma possono parere approvate da me col silenzio, vanno 
contro, ancor più che alle mie opinioni, a' miei sentimenti, che 
sono la proprietà mia pivi sacra, serbata con gelosa cura nella 
povertà, nella solitudine, neir esilio; e giacché m'è imposto il 
silenzio dalla necessità dell' aflfetto eh' io porto a questo paese da 
tanti pericoli circondato, a cui la discordia, e pure un Segno 
di discordia tra' governanti, potrebb' essere il maggior de' pe- 
ricoli ; mi sia conceduto aflBdare almeno ad un foglio la manife- 
stazione dell'animo mio, acciocché ne rimanga documento da 
farsi publico a tempo ». E dopo avere esposto perché non appro- 
vasse le lettere che il nostro Governo indirizzava al re Carlo 
Alberto, scendeva a discorrere di quella che a dì 13 Giugno era 
stata spedita al ministro co. Franzini, la quale avrebbe voluto 



(1) Doc. Manin, num. 866. 

(2) Ibid., num. 657. 



Digitized by 



Google 



LXXIX 

più esplicita; e consigliava a scrivere quelle altre, che in fatti 
furono spedite ai Governi di Sicilia, di Firenze e di Roma. Egli 
diceva : « Quanto air intenzione dell' ultima lettera scritta al 
campo, pare a me che non solo Carlo Alberto si debba inter- 
rogare, se possa prontamente recare aiuto a noi e a so stesso, 
ma scrivere il medesimo a tutti gli altri Stati d'Italia, accioc- 
ché veggano in qual modo onorato possa la guerra aver fine. 
crederanno bastare le forze italiane a ciò, ed armeranno eser- 
citi nuovi, se pure è possibile; e se sarà tardo il soccorso a noi, 
sarà almeno gloriosa la resistenza all' Italia. confesseranno 
non poter fare da sé, e allora da altri sarà pronunziata quella 
parola, che a noi soli sarebbe vergognoso, inutile e funesto 
proferire: il soccorso di Francia. Inutile e funesto, perchè l'In- 
ghilterra alla prima voce della nostra domanda congiurerebbe 
con r Austria a chiuderci il mare ; perchè il Piemonte e la 
Lombardia, avversi, non permetterebbero a' Francesi il pas- 
saggio; e la Francia non ha flotta in pronto da trasportare dal 
Mediterraneo all' Adriatico un esercito intero. Ma questa pa- 
rola, pronunziata che fosse da tutta Italia, non provocherebbe 
le imprecazioni de' nostri fratelli contro noi sventurati. Biso- 
gna soddisfare almeno al desiderio de' nostri, che invocano le 
armi di Francia, e dir loro: abbiam fatto a codesto fine quan- 
t'era fattibile » (1). In questo argomento, Venezia aveva il 
gran torto di prevedere quanto il Gabinetto di Torino e il Go- 
verno di Milano non videro che alla vigilia dell'armistizio Sa- 
lasco, per sentirsi rispondere : Malheur aux nations^ qui w' ont 
pas de foi en la loyauté de la France! (2) Ma relativamente ai 
soldati piemontesi che Manin domandava, il Tommaseo in 
parte aveva torto e in parte aveva ragione ; aveva torto di dif- 
dame, aveva ragione di credere che non potessero, quanto a 
numero, bastare ai nostri bisogni. Della sua protesta, data a 
di 21 Giugno, recherò alcuna parte: « Do il mio voto in iscrit- 
to anche contro T invocare, che il Governo fa, milizie piemon- 
tesi in Venezia; sì perchè non essendo determinato il numero, 

(1) Doc. Manin, num. 657. 

(2) Odorici, Il conte Luigi Cibrario e i tempi suoi, pag. 245-249. V. anche 
BoNOHiy La vita ecc., pag. 263 e segg. 



Digitized by 



Google 



LXXX 

possono nascerne o pericoli o sospetti gravi, che sono pure tra 
i più gravi pericoli; sì perchè l'invocare guarnigione pie- 
montese e il convocare un' Assemblea che deliberi se debba 
no Venezia essere del Piemonte, parmi atto di scherniti o 
di schernitori, ... e finalmente perchè non credo che il Pie- 
monte ci possa, pur volendo, eflScacemente soccorrere, credo 
che l'inchinarci non altro sarà che gratuito avvilimento » (1). 
Gravi parole all' animo di Daniele Manin, che conosceva la 
nobile alterezza dell' uomo, con cui aveva diviso la lotta ed il 
carcere, e non poteva dividere il peso delle presenti necessità. 
Ma i due colleghi, avendo lo stesso scopo, avevano un diverso 
concetto della via che vi poteva condurre : e se la rigidezza 
dell' uno merita il nostro rispetto, la prudenza dell' altro me- 
rita non solo il nostro rispetto ma ancora la nostra ricono- 
scenza. 

E tanto pili che, a malgrado di ogni sollecitudine, Venezia 
e il suo Governo era bersaglio continuo alle accuse e ai rim- 
proveri più contradditori e più assurdi. Mentre Nicolò Tomma- 
seo faceva colpa a Manin di piegarsi soverchiamente alle cir- 
costanze, non mancava chi gli facesse colpa di non piegarvisi 
punto. Non amo discendere a troppo particolari dimostrazioni ; 
ben mostrano i giornali del tempo se alcuna amarezza fosse 
risparmiata a Venezia, del cui Governo si poteva dire con ve- 
rità « non ha mai provocato ne insultato nessuno ; e mostrò 
sempre quanto sinceramente sia entrato nella causa italiana, 
scevro da ogni spirito di municipalismo, col tollerare l' imme- 
ritato insulto, piuttosto che, respingendolo in questi momenti, 
lasciar credere al nemico d'Italia che le grida discordi di qual- 
che giornale esprimano discordie non esistenti nel popolo » (2). 
Del precipizio a cui rompevan le cose, a senno d' alcuni gior- 
nalisti, Venezia era sola o principale colpevole : aveva dappri- 
ma seminato il sospetto e la divisione col proclamar la Repu- 
blica, aveva poi ritardato con una logica inopportuna il pro- 
gresso della vittoria. Ed un' accusa trovava maggiore ascolto. 



(1) Dog. Manin, num. 657. 

(2) Oa%t. di Venezia^ 13 Maggio. 



Digitized by 



Google 



LXXXI 

Venezia, dicevasi, aveva senza fatica, e quasi senza ardimento, 
ottenuta la libertà, e demente agognava 

Trarre io guancial di sterili 
Alghe i deserti dì (1) 

senza saper difendere né sé stessa, né le sue provincie, e tanto 
meno la causa dell' indipendenza italiana, alla quale invocava 
desiderava soccorsi al di qua ed al di là delle Alpi, conten- 
tandosi di trascinare intanto i suoi giorni neir abituale indo- 
lenza. Quest' ultima accusa pungeva fieramente Manin ; ed 
era in fatti Y unica accusa che non si potesse fare a Venezia. 
Parlo del quarantotto ; quantunque talor si esageri troppo 
quando si parla dell'ozio dei veneziani : se pur non sono vene- 
ziani quei soli che mendicano sciaguratamente la vita agli 
angoli delle strade, o la consumano non meno sciaguratamente 
nei pettegolezzi al caffè. Ma nel quarantotto non c'era accusa 
che si potesse fare più ingiustamente a Venezia. La quale ave- 
va in sé la coscienza non pur di ciò che faceva, ma anche di 
ciò che aveva risoluto di fare : e fu parola quasi profetica quel- 
la che sfuggì alla Gazzetta il 6 Maggio 1848 : Che cosa si fac- 
cia anche da noi per la causa comune . . . saprà meglio F Italia 
a guerra Jinita. Se non che la guerra nelle nostre provincie 
presto finì : e a mezzo Giugno la terraferma veneta era rica- 
duta in mano al tedesco. Crebbero allora e si fecero e piiì co- 
muni e piiì smodate le accuse; con una ingiustizia così pun- 
gente, che Manin prese la penna, e, coli' impeto con cui si di- 
fende la madre, scrisse : 

La povera Venezia ha dato all'Italia un esempio, che finora non 
trovò imitatori. — Venezia si tenne scrupoloBamente lontana dalla 
improntitudine dei vanti, credette indegna cosa il suonare la tromba 
per dire quello che fece per la redenzione della patria comune. Per 
tema di diminuire le nostre forze e di accrescere quelle del nemico, 
seppellì dentro al suo cuore il rammarico per le Bccxxse/alse, ingiuste, 
crudeli, che le venivano dai fratelli, che non hanno pietà alcuna della 
madre. Venezia fece sulV altare della patria il sacrifizio fino della 

(1) Peati, Via io itranim, nella Raccolta Andreola al 2 Giugno 1848. II, 296. 

/ 



Digitized by 



Google 



liXxxn 

propria/anut, speraiido che le voci stolte o maligne oessassero, spe- 
rando che i fatti facessero ricredere gli uomini di buona fede, spe- 
rando che in qu^ti momenti ogni Italiano, che ama la patria e vuole 
servirla efficacemente, conoscesse che primo dovere di noi tutti si è 
di vedere ognuno l' obbligo suo prima di quello degli altri. 

Vane speranze I Coloro, che proclamano sé soli i redentori dUta- 
lia, seguitano tuttavia ad accusare Venezia, non de' suoi, ma fino dei 
propri errori. Ogni uomo, che faccia eccezione nelle schiere dei va- 
lorosi che vennero in queste provincie, ogni giornalista al secco di 
articoli, trova il fatto suo collo scagliare ingiurie a Venezia. Tutti 
i giornali accolgono volentieri gP improperi contro di lei, e se li 
passano V un V altro con una carità fraterna esemplare : le difese, le 
giustificazioni, i fatti ch'essa non vanta, ma che si fanno e che la 
onorano, nessuno li riferisce. E codesto fanno, non solo i fogli ai 
quali è buono riempirsi di cose qualunque che eccitino la curiosità 
dei lettori ; ma i fogli ufficiali de' governi amici, di quelli che s' im- 
pennerebbero, se di qui uscisse una voce men benevola ad essi. Tac- 
ciamo degli altri; ma fino al « 22 Marzo » (n.® 83) parve bello infio- 
rare le sue colonne di questa accusa, tolta all' « Opinione :», che Vi- 
cenza cadde « solo per mancanza di munizioni da guerra (1), invano 
richieste all'indolente Venezia ». 

La misura ò al colmo : e noi diffidiamo tutti i giornalisti, che 
vogliono essere tenuti per italiani ed agire di buona fede, a riportare 
la mentita che noi diamo a questa accusa. 

Indolente Venezia, che ha fatto « da sé sola » più che « qua- 
lunque » altra città italiana ! Sì, lo diciamo altamente : Se vi ha una 
città italiana, che abbia fatto pih di Venezia, si levi e lo dica, e noi 
la loderemo, e noi ci sforzeremo d' imitare il suo esempio, tacendo 
sempre degli errori altrui. 

Quale è la città, che come « l'indolente Venezia >, uscita appe- 
na dal sonno trentenne, abbia armato, fornendoli di 12,000 uomini, 
dei quali oltre 6000 sono raccolti da Venezia, tutta una provincia, 
tutta una costa di forti, che nella somma della guerra italiana im- 
porta moltissimo difendere, che furono più volte e da pih parti mi- 
nacciati ? 

(1) È singolare che, circa alle munizioni dì Vicenza, vengano in difesa di 
Venezia, il ministro della Guerra in Roma, il quale dietro i rapporti del generale 
Durando, opina non essere stata la mancanza delle munizioni che lo aveamo ah- 
stretto a cafitolare, e Radetzky, che nel suo ballettino della guerra dice di aver 
trovato a Vicenza molti cannoni # munizitmi. Nota di D. Manin. 



Digitized by 



Google 



Lxxxm 

Quale città, come e V indolente Yenesìa », tiene armati con ma- 
rinai e militi Buoi 75 legni da guerra, tra grandi e piccoli, a guardare 
le 8U6 lagune, senza contare i legni maggiori che colla flotta sarda 
bloccano Trieste, mentre occupa d'un incessante lavoro 2000 operai 
nel suo Arsenale, che han potuto mettere al varo una corvetta, ed 
ora apprestano due brick, una goletta, un vapore ed altri legni 
minori? 

Quale è la città che, come « P indolente Venezia », consumati 
nell' aiutare le provincie, dalle quali non ricavò mai un centesimo, i 
pochi fondi trovati, e le moltissime offerte dei cittadini, un buon 
milione di lire, abbia levato dentro di sé soltanto un prestito di sei 
milioni, col quale non giunse a coprire le spese della guerra per la 
prima decade di Luglio ? 

Quello che Venezia ha fatto per le altre provincie, che certo 
non la contracC'ambiarono di pari uffici, supera in proporzione quello 
che fece qualunque altra parte d^ Italia per noi. Ora Venezia, che s'ò 
dissanguata in tante spese, mantiene, e senza risparmio, le numerose 
truppe (oltre 18,000 uomini di terra e 4000 di mare) che trovansi 
nel suo grembo, per le quali, se vi si comprendano gli stipendi dei 
generali e dei tanti uffiziali, spende giornalmente poco meno di 
80,000 lire. 

Quante cose dovrebbe dire Venezia, se ricambiasse della stessa 
moneta tutte le accuse che le vengono, se rispondesse ad una ad una 
alle velenose ferite che le fanno ! 

Ma no: essa aveva d'uopo di sfogarsi una volta per tutte, ed 
anziché insistere, scongiura i fratelli, se è vero che amano la pa- 
tria, a risparmiare parole amare, che in bocca loro sono un parri- 
mdio. 

Qoando Tedeschi, Boemi, Ungheresi, Croati e Polacchi dell'Au- 
stria, discordi tutti fra loro, sono d' accordo contro l'Italia, quando 
nuovi eserciti ne minacciano, è tempo di garrire fra noi, e di co- 
stringerci a mostrare al nemico il lato debole? E voi, o Gioberti, 
credete di servire alla causa italiana, quando da Ancona, udito il 
caso doloroso di Vicenza, calunniate questa povera Venezia, peggio 
che non farebbe un austriaco, e sognate qui un' oligarchia del medio 
evo, istituzioni dei secoli passati, idee di separarsi dall' Italia, che fu 
la prima, l'ultima, la sola parola, che fu costantemente sulle labbra 
di tutti i nostri cittadini ? È questa la mano soccorrevole, che ogni 
Italiano deve prestare alla patria ? È degno di uno spirito nobile, il 
farsi eco alla voce di quegli infelici, che non sanno quello che fanno ? 



Digitjzed by 



Google 



LXXXIV 

Italiani 1 non siate pih nemici di voi medesimi, di quello che i 
Croati non sono (1). 

Questo articolo fu scritto a dì 20 Giugno 1848. Ed era 
pronto già per la stampa, quando, sbollito il primo calore, Ma- 
nin s'avvide che forse, cosi com'era, poteva il suo articolo 
giungere inopportuno. E prima cominciò a ritoccarlo, e cassò 
il povera che aveva dato a Venezia, e il false che aveva ag- 
giunto alle accuse, e la frase in cui accennavasi al sacrificio 
fatto alla patria, ove non era ben chiaro a che si alludesse; e 
tutta intera rifece la seconda parte, che mirava a confutare 
l'accusa dell'indolenza. E finalmente pensò di non publicar- 
lo; e nella Gazzetta del 24 si lesse invece un articolo, il 
quale non vivacemente ma chiaramente mostrava se Venezia 
meritasse infine le accuse di cui era fatta cod costantemente 
bersaglio. Le accuse probabilmente non saran cessate per que- 
sto: un articolo pieno di particolarità, che leggevasi nella 
Gazzetta del 20 Giugno, aveva fatto tacere gli accusatori ma- 
ligni? Era peraltro il caso di dire: « Venezia ha T avvenire 
per sé. Ella pensa alla storia e ai documenti che stanno nelle 
sue mani. La storia sarà il suo migliore avvocato, e l'Europa 
il suo miglior giudice » (2). Noi possiamo invidiare, ma non 
possiamo arrogarci l'onore di mettere in luce tutta la serie dei 
documenti, che vendicheranno Venezia dalle accuse bugiarde 
e dalle insinuazioni maligne. Il tempo ha fatto in parte giù- ' 
stizia; ma la publicazione intera dei documenti renderà quella 
giustizia più piena e più luminosa. 

E così, senza debolezza e senza ostinazione, Manin si pre- 
sentò air Assemblea che si raccolse il 3 Luglio. I due partiti 
che si stavano a fronte, rappresentati dai due ministri Tom- 
maseo e Paleocapa, trattarono splendidamente la loro causa. 
Fu detto già che Paleocapa tenne un discorso abilissimo, ma 
che, ad ottenere la quasi unanimità delle voci, più che i ra- 
gionamenti di Paleocapa influì la generosità di Manin. Ci sia 

(1) Le bozze di stampa di questo articolo si conservano fra i Doa Manin, 
n.535. 

(2) Qtm. di Venezia^ 19 Maggio. 



Digitized by 



Google 



LXXXV 

permesso adunque di riportarne le poche ma efficaci parole; 
che sono ancora, egli è vero, nella memoria di tutti, ma che 
riassumono, a così dire, quanto fin qui siamo venuti esponen- 
do. l^Ii disse : « Io ho oggi la stessa opinione che aveva nel 
22 Marzo, quando dinanzi alla porta delVÀrsenale ed in piazza 
S. Marco proclamai la Republica. Io la ho : e tutti allora V a- 
vevano. Ora tutti non V hanno, f Agitazione J Parlo parole di 
concordia e di amore, e prego di non essere interrotto. È un 
fetto che tutti oggi non V hanno. È pure un fatto che il nemi- 
co sta alle nostre porte, che il nemico attende e desidera una 
discordia in questo paese, inespugnabile finché siamo d' accor- 
do, espugnabilissimo se qui entra la guerra civile. Io, astraen- 
do da ogni discussione sulle opinioni mie e sulle opinioni al- 
trui, domando oggi assistenza, domando oggi un grande sa- 
crifizio; e lo domando al partito mio, al generoso partito repu- 
blicano. Air inimico sulle nostre porte, che aspettasse la nostra 
discordia, diamo oggi una solenne mentita. Dimentichiamo og- 
gi tutti i partiti ; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere 
o realisti o republicani, ma che oggi siamo tutti italiani ». Qui 
le parole dell' oratore furono coperte d'applausi; e il ministro 
Castelli, slanciatosi alla bigoncia ed alzate le mani al cielo, 
gridò: La patria è salva! Viva Manin! 

Alle • parole di Daniele Manin non è commento da ag- 
giungere. Quanto a Jacopo Castelli, il suo grido era figlio 
della commozione, dell' entusiasmo generale. Ma ci sia lecito 
dirlo: Castelli, come ministro, conosceva tutti gli atti del 
Governo dal 22 Marzo al 21 Giugno: egli adunque, prima 
d' entrar nella sala, sapeva bene che la patria era salva, finché 
Manin poteva salvarla. 

Adunque anche Venezia fu unita agli Stati sardi, e Ma- 
nin ritornò volontariamente alle consuetudini usate di citta- 
dino. Fu un mese di tregua, che doveva ritemprargli le forze 
a piii lunghe, più gravi, piìi solenni fatiche. Ma la calunnia 
volle turbargli anche quest' unico mese. G. Vittorio Rovani, 
nel Gennaio 1850, fra i Documenti della guerra santa d'Italia 
(Capolago, tip. Elvetica), publicò un piccolo libro intorno a 



Digitized by 



Google 



LXXXVI 

Daniele Manin, affinchè, com'egli diceva, con giudizio più si- 
curo fosse guardato quest' uomo piic celeòre che conosciuto^ piti 
ammirato che giudicato. Il libro è dimenticato, e lo merita ; 
quantunque le accuse di cui ribocca dimostrino chiaramente 
agli spassionati lettori, quanto gagliardo e schietto fosse Ta- 
more che Manin portava alla patria. Né io ricorderei questo 
libro; se il figlio dell'illustre uomo non avesse avuto la corte- 
sia di prestame a me un esemplare, postillato dallo stesso suo 
padre. Le postille si riferiscono quasi tutte a questo mese di 
requie. E son brevi : poche e recise parole. Dice, per esempio, 
il Rovani, che in s'uir aprirsi dell'assemblea, Manin e Tomma- 
seo si convennero « di star forti a qualunque costo, contro 
l'urto delle opinioni contrarie » (pag. 71), e Manin annota: 
Menzogna e calunnia. Gli rimprovera la sua condotta il 4 Lu- 
glio (pag. 70), e Manin osserva: Giornali repuòlicani (f allora 
approvarono pienamente la mia condotta — Vedi Indipendente 
e Fatti e Parole. — Ma quando pure ci fossitno ingannati^ io 
ed essi^ perchè invece d'accusarmi d* errore^ si preferisce calun- 
niarmi affermando che ho sagrificato scientemente il bene della 
patria alla mia ambizione personale? Aggiunge lo scrittore 
(pag. 73-77) che, rientrato nella vita privata, Manin diede ambi- 
zioso spettacolo di sé stesso alla plebe, volendo prestar servigio 
nella guardia cittadina, e in ora di gran concorso, e in luogo 
molto cospicuo. « Fu uno di quei momenti, dice Rovani, che 
danno luce e spiegazione a tuttaquanta una vita ». E alle singo- 
le imputazioni Manin annota : Menzogna e calunnia — Falso e 
calunnioso — Non ho sollecitato, né giorno, né ora, né luogo — 
Appena uscito dal Governo, mi sono fatto iscrivere nella legione 
della Guardia Civica del mio sestiere, per adeinpiere al mio do- 
vere di cittadino e dar r esempio ad altri che lo trascuravano. 
Ho prestato servigio assiduo ed esalto, obbedendo ai miei capi, e 
quando m' imposero il servigio alla Gran Guardia in piazzetta, 
obbedii^ come aveva obbedito prima, e come ho obbedito in segui- 
to. Dico il Rovani che Manin « aveva pensato di publicare un 
Giornale d'opposizione » (pag. 77), e Manin aggiunge: Men- 
zogna. Ciò non vuol dire peraltro eh' egli non guardasse il 
Governo, specialmente quando inaspettati rovesci comincia- 



Digitized by 



Google 



LXXXVU 

roDO a far presentire il futuro. Ma in una radunanza che pa- 
recchi deputati tennero in casa San tallo a di 10 Agosto (noti 
il lettore la data), quando il timore di peggio poteva sugge- 
rire strani partiti, Manin sconsigliò da quegli atti che potes- 
sero ce opporsi alle viste del Governo, indebolirne Y energia e 
diminuire la fiducia del popolo verso il Governo stesso, in cir- 
costanze tanto stringenti ... Si è fatta menzione che il gene- 
ral Colli è un' ottima persona. Manin dice di aver parlato jeri 
col commissario Cibrario, e di essere ritornato questa mattina 
da lui, per comunicargli T idea che avevano alcuni deputati 
di radunarsi oggi per fare la detta protesta. Soggiunse Manin 
che gli attuali Commissari sono animati da spirito di nazio- 
nalità, e bene disposti a resistere contro il nemico » (1). E 
tuttavia fu steso Tatto seguente che, precipitando gli avveni- 
menti, non giunse neppure ai tre Commissari : 

Visto l'avviso 7 corrente, con cui la Presidenza dell'Assemblea 
dei Deputati della Provincia di Venezia dichiara non potere aver più 
luogo, mancandone lo scopo, la seduta dell'Assemblea stessa, indetta 
pel giorno 10 Agosto con altro avviso del giorno 4; 

Atteso che per i patti stabiliti a regolare la fusione della città 
e provincia di Venezia col Piemonte, conformemente alle condizioni 
stipulate dalla Lombardia, il Governo Provvisorio di Venezia deve 
continuare ad esistere come Consulta di Stato deliberante ; 

Atteso che le funzioni di una tale Consulta di Stato, destinata 
ad impedire leggi o trattati che potessero tornare dannosi o peri- 
colosi agi' interessi del popolo, sono di una così grande importanza 
da richiedere che non sia diminuito il numero dei suoi membri fis- 
sato a sette dal volere dell' Assemblea ; 

Atteso che nella tornata 5 Luglio 1848 l'Assemblea deliberò 
che i% q%ahtnq%e caso i% cui maneasse uno dei membri del Governo 
si abbia a richiamare l'Assemblea stessa allo scopo di /are la sostin 
tusiane; 

Atteso che il contratto stipulato dai rappresentanti del Gover- 
no Veneto col Governo di 8. M. il re di Sardegna non potè essere 
altra cosa che la esecuzione delle deliberazioni dell'Assemblea, e la 
legge 2? Luglio 1848 decretata dalle Camere di Torino e approvata 

;i) Dog. Manin, Dum. 717. 



Digitized by 



Google 



Lxxxvni 

dal prìncipe luogotenente contiene un'accettazione pura e semplice 
delle deliberazioni medesime; 

Atteso che dopo la legge 27 Luglio 1848 è avvenuto il caso 
della mancanza di due membri del Governo, perchè i signori Paleo- 
capa e Castelli accettarono ufl5zio e rappresentanza di S. M. il Re 
nel potere esecutivo, ciò eh' è incompatibile col formar parte di una 
Consulta destinata a limitare e controllare in qualche modo la vo- 
lontà e Fazione di questo potere regio e ministeriale, quando si 
tratta di leggi e trattati ; 

Atteso che in questo caso la Presidenza deve limitarsi ad ese- 
guire la chiara e determinata volontà espressa dalP Assemblea ; 
Noi sottoscritti deputati della Provincia di Venezia 
dichiariamo che V atto di revoca 7 corrente mese fatto dalla Pre- 
sidenza è illegale, eccedente il mandato della Presidenza stessa, le- 
sivo dei diritti dell' Assemblea, della quale siamo parte, e di quelli 
del popolo da essa rappresentato; 
protestiamo contro quest' atto, e 

domandiamo che allo scopo dì fare le necessarie nomine di sosti- 
tuzione venga convocata di nuovo, entro il più breve termine possi- 
bile, l' Assemblea. 

Della presente, che indirizziamo alla Presidenza dell'Assemblea, 
mandiamo copia per notizia al Presidente del Consiglio dei ministri 
in Torino, ed ai Commissari regi straordinari in Venezia. 
Fatta in Venezia il 10 Agosto 1848 (1). 

Questa protesta non porta che trentaquattro sottoscri- 
zioni, e fra esse quelle di Tommaseo e di Manin ; ma probabil- 
mente ne avrebbe avuto un numero ben maggiore, se gli av- 
venimenti deir undici Agosto non avessero troncato i dubbi e 
rovesciato il Governo. Le più minute particolarità di quella 
fortunosa giornata ci sono guarentite dai due documenti uffi- 
ciali che soggiungiamo : 

Questo giorno 11 Agosto 1848 — ore una pomeridiana. 
Nelle stanze di abitazione del marchese Colli nel palazzo nazio- 
nale, raccoltisi con esso lui il cav. Cibrarìo, l' avv. Castelli, i consol- 
li) Doc. Mamim, nnm. 719. Una terribile requisitoria contro il QoverDO del 
Luglio publioò il Tommaseo nel Giornale L'Indipendente, 10 Luglio, riprodotta 
nella Raccolta Andreola, III, 279 e segjr. 



Digitized by 



Google 



LXXXIX 
tori Camerata, Paalucci, Martinengo, Cavedalis, Reali, Castelli ha 
data comunicazione del Dispaccio, quest* oggi ricevuto dal generale 
Welden, contenente una convenzione di armistizio tra l'armata im- 
periale e il re di Sardegna, per effetto della quale Venezia dovreb- 
be essere evacuata dalle truppe e dalla flotta di Sardegna. 

I tre Commissari hanno dichiarato che non potevano prestar 
fede a simile notizia ; ma pel caso che fosse vera, il marchese Colli, 
il cav. Cibrario dichiararono energicamente, e con italiana commo- 
zione, divisa da tutti gli altri, che mai non si presterebbero a parte- 
cipare menomamente ad atto, che tanto ripugna ai loro sentimenti, 
quale sarebbe la consegna di Venezia; che dal momento in cui rice- 
vessero notizia uflSziale di tale convenzione, considererebbero il loro 
mandato come cessato, e Venezia restituita alla condizione politica 
in cui era al momento della fusione ; che quindi Venezia sarebbe li- 
bera di agire come stato indipendente, nel modo che credesse piti 
utile alla causa propria ed italiana, valendosi, o no, della loro coo- 
pemzione come privati cittadini, cooperazione che essi deplorano 
nel profondo del cuore, che possa ridursi a proporzioni meramente 
private. 

Castelli ha detto con tutta la forza della sua anima, che la con- 
venzione, di cni si tratta, sarebbe nulla per lo stesso patto della fu- 
sione, non potendo decidersi delle sorti del paese senza 1' adesione 
della Consulta : che in ogni modo V abbandono di Venezia da parte 
del Re, la riporrebbe nello stato di prima, sicché resterebbe nulla e 
come non avvenuta la fusione, e mai cessata la sovranità della Re- 
publica, la quale non sarebbe cessata che a condizioni non seguite: 
che ciò dichiarava e protestava da questo momento, perchè Venezia 
nata libera, e tale durata finché fu oppressa dalla forza, e poi dopo 
50 anni rivendicatasi in libertà per convenzione, che fece sgombrare 
i suoi occupatori, non ha per la prima volta dalla sua origine fatto 
adesione ad una monarchia, che ad un patto rimasto inefficace, sic- 
ché la causa della sua libertà originaria rimane integra, e potrà soc- 
combere unicamente alle violenze, che non lasciano perire i diritti. 

I Commissari piemontesi, aderendo pienamente a tale dichiara- 
zione, hanno fatto osservare che nella triste previsione di cui siamo 
minacciati, importa fin d' ora di accrescere immediatamente i mezzi 
di difesa, e perciò propongono : l.<> che s' addottine immediata- 
mente le proposte del Comitato di vigilanza, relativamente alla ri- 
gorosa chiusura di tutti i varchi, che mettono nella laguna; 2.** che 
al primo desiderio espresso dal popolo di un Comitato di difesa, lo 



Digitized by 



Google 



xc 

8i crei per mezzo delP Assemblea di deputati da convocarsi a tale 
effetto. 

Alle quali proposte applaudirono subito Castelli colla Consulta, 
essendo stato unanimemente risoluto che al primo annunzio ufficiale 
r Assemblea sia convocata per l'indomani. 

Colli, Cibrabio, Castelli, Antonio Pauluooi, 

O. B. CaVEDALIS, FbANOBSGO CaMBBATA, LbOPABDO MABTINBNaO, 

GiusBPPB Bbali (1). 

Rafforto del eante Luigi Cibbabio ai Ministero sardo, sulla Cam- 
missione straordinaria sostenuta a Venezia in Agosto 1848. 

In sul finire di Luglio di quest' anno siamo stati onorati, il 
marchese Colli ed io, dell'alta missione di Commissari regi straordi- 
nari a Venezia, coli' incarico di prenderne il possesso ed assumerne 
il governo. 

Le nostre armi, state fino a quel tempo vittoriose, avevano già 
incominciato a patire un rivolgimento di fortuna. Il valore cedeva 
al numero ed all'arte nemica. Era facile il prevedere che la nostra 
missione poteva divenir impossibile, e doveva riuscire ad ogni modo 
non scevra di qualche pericolo. Per ciò appunto abbiam creduto de- 
bito di buon cittadino accettare e partire. 

La partenza fu Domenica 29 di Luglio. Una prima somma di 
L. 600,000, spedita dalle Finanze in sussidio delle casse venete, era 
stata affidata al cav. Reali, membro di quel Governo provvisorio. 
Un altro sussidio di pari somma era stato inviato a Venezia in tanti 
scudi, ed era accompagnato da un impiegato dell' Ispezione gene- 
rale del R. Tesoro. 

Due brevi fermate in Alessandria ed a Genova ebbero per isco- 
po la prima di convertire l' argento in oro, la seconda di convertire 
l' oro in cambiali. La prima operazione potò compiersi, non così la 
seconda. Onde, considerato' essere le vie di terra mal sicure, abbia- 
mo consigliato il conte Brunet, Intendente generale di Genova, a 
spedir quella somma per mare sopra un vapore francese, la cui ban- 
diera sarebbe fuor d' ogni dubbio rispettata. Dopo ciò soUecitanuno 
il viaggio. 

Per Firenze ci slam condotti a Bologna. Giunti in quella città 
il mattino del 4 di Agosto, siamo stati informati del manifesto di 

(l) Gazutta di Venezia, 12 Agosto. 



Digitized by 



Google 



XCI 
Wdden soli' occupazione delle Legazioni e della marcia degli Au- 
striaci che già 8i trovavano a Cento. Proseguito con rapidità il cam- 
mino, siamo giunti la sera a Ravenna, e nella notte medesima ab- 
biamo preso imbarco sul Mocenigo, piccolo vapore mercantile, che 
doveva portarci a Venezia. La mattina del 5 trovandoci a circa 15 
miglia dal porto di Malamocco, abbiamo incontrato il battello a va- 
pore, il QoUo, che veniva in traccia di noi e che, presici a bordo, ci 
sbarcò a Venezia verso le 4 pomeridiane. Pigliammo stanza all' al- 
bergo Danieli, dove poco stante venne a visitarci il signor dottor 
Jacopo Castelli, Presidente del Governo provvisorio di Venezia. 

Un dispaccio del Ministero, statoci consegnato dal comandante 
del Chito, ci aveva annunciata la elezione del* Castelli a terzo Com- 
missario straordinario, coir incarico degli affari amministrativi. Il 
signor Castelli esitò alquanto ad accettare tale ufficio, perchè non 
sapeva quali fossero le intenzioni e le tendenze dei Commissari pie- 
montesi. Una mezz'ora di conversazione lo rassicurò pienamente, di- 
mostrandogli che l' unica nostra tendenza era di combinare gP inte- 
ressi veneti con quelli della comune causa italiana. 

All' indomani, 6 Agosto, vi fu adunanza del Governo provviso- 
rio, alla quale siamo intervenuti. Presentata la legge del 27 Luglio, 
che accetta la fusione della città e provincia di Venezia col regno 
dell' Alta Italia e coi patti medesimi della Lombardia, data lettura 
delle nostre commissioni, i membri del Governo provvisorio osser- 
varono, che la sola legge precitata del 27 Luglio non poteva da per 
sé operare l' immediata cessazione del Governo Veneto, perchè quel- 
la le^e proclamando la massima, nulla definisce sul regime transi- 
torio fino alla convocazione della Costituente : che per questo re- 
gime transitorio evidente palesavasi la necessità di un' altra legge 
ancora mancante, che assicurasse a Venezia anche in tal parte le 
condizioni medesime della Lombardia, secondo i patti della delibera- 
lione del 4 Loglio, e provvedesse intorno al mutarsi del Gt)vemo 
provvisorio in Consulta. Su questa difficoltà molto insistevano i mem- 
bri dol Governo provvisorio, per non essere addebitati dal popolo 
veneto di una grave responsabilità, se in caso tanto importante, co- 
m' era quello di dimettere il Governo al re Carlo Alberto, non aves- 
sero richiesta la pienissima esecuzione dei patti della fusione, e la 
totale parità di trattamento fra Venezia e la Lombardia. 

Noi, considerando che dall' un canto i patti della fusione e la 
legge del 27 Luglio all' art. 2 stabilivano questa parità di tratta- 
mento; che non si trattava per ciò se non di ripetere quanto era 



Digitized by 



Google 



XCII 

stato dichiarato per la Lombardia, e trovavasi già virtualmente com- 
preso all'art. 2 della legge 27 Loglio; considerando dall'altro lato 
che importava sopra tatto troncare immediatamente ogni difficoltà 
di tal natura e non ritardare l' atto di cessione, avuto anche riguar- 
do alle facoltà straordinarie di cui eravamo investiti, abbiamo pro- 
messo di supplire con un nostro decreto dichiarativo al difetto di 
apposita legge ; e così fu convenuto, compilandosene processo ver- 
bale, di cui il Ministero ha copia. 

Si convenne intanto che l' atto di cessione avrebbe luogo l' in- 
domani mattina alle nove ; che si farebbe per atto publico r(^to 
da due notai in presenza del cardinale Patriarca e di tutte le prima- 
rie autorità, e che il segno publico della presa di possesso sarebbe 
l' issamento della R. bandiera italiana sulle grandi aste che si le- 
vano di fronte alla basilica di s. Marco, la quale sarebbe in quel 
punto salutata collo sparo delle artiglierie, e col suono a festa di tutte 
le campane della città. 

Conoscendo poi quanto affetto susciti nei cuori veneziani T em- 
blema di s. Marco, abbiamo creduto opportuno di prescrivere , che 
il medesimo non si togliesse dalla bandiera in cui occupava parte 
del campo rosso a guisa di quartier franco, ma solo si aggiungesse 
nel campo di mezzo la croce di Savoia. Siffatto consiglio fu inteso 
con indicibile commozione dai membri del Governo provvisorio, e 
fece ottimo senso nel popolo. 

Lunedi alle 9 V) i^^Ha ^1& del palazzo nazionale, ov'era un 
tempo la biblioteca, l' atto solenne ebbe luogo con gran concorso e 
nel modo sopraindicato. 

Il cardinale patriarca Jacopo Monico apparecchiò e volle che 
leggessimo in minuta una lettera pastorale, scritta con sentimenti 
di ottimo prelato e di buon italiano, e ci consegnò una lettera che 
conteneva un suo primo omaggio al Re. 

Della pastorale non fu compiuta la stampa per le vicende che 
presto sopravvennero. La lettera pervenne all'alta sua destinazione. 

Il proclama da noi publicato in occasione della presa di pos- 
sesso, quello del Governo provvisorio, il nostro decreto relativo alla 
compiuta parità di condizioni tra la Lombardia e la Venezia, sono 
già stati prima d' ora trasmessi al Ministero. Appena entrati in uf- 
ficio abbiamo proceduto all'ordinamento dei Dipartimenti governa- 
tivi nel modo seguente: 

Marchese Colli: Guerra, Marina, Uffizi di porto, Relazioni poli- 
tiche. Ordine publico. 



Digitized by 



Google 



xeni 

Gay. Gibrarìo : Finanze, Commercio e Industria, Poste, Ordine 
e personale degli afSzl amministrativi, Economato. 

ÀYY. Castelli : Calte, Grazia e Giustizia, Interno colle publi- 
che costruzioni, Publica Istruzione, Belle Arti, Archivi, Pesi e Mi- 
sure, Sanità. 

I fatti dimostrarono, che la diligenza usata nel viaggio e nello 
appianare ogni ostacolo, che si frapponesse alla presa di possesso, 
era stata molto opportuna. Ed in vero PS Agosto, alla mattina per 
tempo, un parlamentario mandato da Welden recò la notizia del- 
l'ingresso degli Austriaci in Milano, con un invito ad entrare in 
n^ziazioni. 

ContemxK>raneamente la stessa notizia veniva disseminata in 
Venezia dai molti ed attivi agenti che l'Austria vi possiede , fra 
i quali è voce universale che primeggino i consoli di Inghilterra e 
di Napoli. 

Noi per tutta risposta abbiamo mandato al generale Welden 
copia del nostro proclama del giorno 7, riferendoci del resto alla ri- 
sposta già data dal Governo provvisorio ad una comunicazione di 
ugual natura, e frattanto, affine di rassicurare la publica opinione, 
abbiamo publicato il proclama di cui s'unisce copia. 

In quel mentre una parte del corpo d' artiglieria napoletana tu- 
multuava, dichiarando di voler ripatriare, secondo V ordine espresso 
ricevuto dal proprio Re. Ritenerli per forza, secondochè consigliava 
il generale Pepe, non era utile né prudente partito, perchè come ce 
ne saremmo potuti fidare nel primo scontro col nemico ? Volevano, 
partendo, asportare armi e cannoni; ma furono costretti ad abban- 
donarli, e si contentarono di consegnarci una protesta. 

La mattina del Mercoledì 9 Agosto, a me si presentava Da- 
niele Manin ( probabilmente informato da' suoi republicani del pe- 
ricolo corso dal Re a Milano, e delle luttuose condizioni del nostro 
esercito), e dopo qualche parola cortese, così mi parlava: « Se il re 
» Carlo Alberto, trovandosi colla spada alla gola, fosse costretto a 
» ceder Venezia agli Austriaci, voi altri cosa fareste? » 

Risposi che non apriva discussioni sopra un' ipotesi assurda ed 
impossibile. Ripigliò: « sarà assurda ed impossibile; auchMo amo 
^ di crederla tale ; ma siamo in tempi in cui conviene preoccuparci 
lanche dell'assurdo e dell'impossibile: dunque fate il piacere di 
» rispondermi ». 

C^cai ancora per qualche tempo di schivare un discorso che 
troppo mi addolorava ; ma ostinandosi il Manin nel chiedermi una 



Digitized by 



Google 



XCIV 

risposta, gli dissi : « Be poi volete assolatamente conoscere come io 
» la pensi, non ho la menoma difficoltà ad aprirvi V animo mio. Ve- 
» nezia si è unita al Piemonte per essere governata e difesa. Quando 
» manchi al Re il modo di governarla e difenderla, manca la causa 
» per cui si è data, e torna all'indipendenza in cui era prima ddla 
» fusione ». 

€ Dunque, ripigliò Manin, voi non la consegnereste agli Au- 
» striaci? » 

« No, risposi ; piuttosto mi farei tagliare a pezxi ». 

« Dunque, soggiunse, disubbidireste anche ad un ordine pre* 
» ciso del Re ? » 

« Non disubbidirei, dissi : io dal Governo ho accettato il man- 
» dato di prendere possesso di Venezia e di governarla. Quando mi 
» venisse un altro mandato, sarei padrone di accettarlo o di rifiu- 
» tarlo, e vi so dire che rifiuterei ». 

€ E Colli, disse ancora, come la pensa a questo riguardo? » 

« Non r ho interrogato su questo caso, che, vi ripeto, io credo 
» impossibile: ma sono convinto, conoscendolo intimamente^ che 
» egli non ha sentimento diverso dal mio ». 

Allora r ex Presidente mi abbracciò e partì. 

Ho parlato di questa conversazione, perchè sono persuaso che 
forse contribuì a salvarci nel tumulto del giorno 11. 

Si alzò il medesimo con sinistri auspici, perchè di buon mat- 
tino un altro parlamentario di Welden ci portò copia dell' armistizio 
del 9, lasciandoci padroni di sospendere o no le ostilità. 

Rispondemmo subito, che non potevamo accettar da lui ninna 
simile comunicazione, né consentire a veruna sospensione d'ostilità. 

Intanto col cuore oppresso da tanta sciagura, avvisammo senza 
indugio a quello che era da farsi. 

Eravamo convinti che la notizia dell'occorso non avrebbe tar- 
dato a trapelare, e che una città la quale solo cinque giorni prima 
avea dato compimento alla fusione coli' intento di sottrarsi in per- 
petuo al giogo austriaco, si crederebbe tradita, trascorrerebbe a 
violenze forse estreme, quando sapesse di essere stata abbandonata 
all' Austria. 

Per tenere in rispetto il popolo, oravi un certo numero di trop- 
pe piemontesi, di cui ci potevamo fidare, ma non volevamo armare 
italiani contro italiani, col pericolo di versare il sangue di chi ave- 
va poco prima con tanto affetto e così unanime consenso domandata 
l' unione. 



Digitized by 



Google 



xcv 

Risolvemmo pertanto di correre noi eoli quel rischio che ci po- 
teva essere, fidando nella purità delle nostre intenzioni, nella bontà 
del popolo veneto e nell'aiuto della Provvidenza. 

Intanto però era nostro dovere di radunare e d'informare la 
Consulta. 

£ inutile il trattenermi a spiegare quanto sia stata dolorosa per 
tutti la comunicazione del triste annunzio. Noi dichiarammo che, 
avuta la notizia ufficiale dell' armistizio, considereremmo il nostro 
mandato come estinto, e Venezia restituita allo Stato in cui era 
prima della fusione; che avremmo in tal caso raccolto l'Assemblea 
dei Deputati del popolo, affinchè provvedesse al Governo : che si do- 
veva intanto accrescere la difesa, chiudendo rigorosamente i passi 
delle lagune, e di tali dichiarazioni si scrisse processo verbale se- 
gnato dai Commissari Regi e dai membri della Consulta. 

Memori poscia della conversazione surriferita di Manin, e sa- 
pendo quanta influenza conservasse sul partito republicano, gli ab- 
biamo fatto comunicare dal Commissario dottor Castelli il processo 
prementoyato, chiedendogli la sua parola d'onore che non ne fareb- 
be parola, prima che fosse divulgata la notizia dell' armistizio. 

Intanto l' infausta nuova serpeggiava tra il popolo e tra i vo- 
lontari lombardi e pontifici; e benché non incontrasse forse dapper- 
tutto piena fede, ingenerava sospetti. Sul far della notte la piazza 
8. Marco era gremita di gente. Il popolo già usato nelle sere prece- 
denti a domandare ad alta Toce notizie, rinnovava più vigorosamente 
ed insistentemente le sue istanze ; né stette contento alla dichiara- 
zione che non s'avevano notizie ufficiali, ma della flotta e delle 
truppe piemontesi in Venezia fece speciali inchieste, e domandò 
precisa risposta, che il marchese Colli, uomo lealissimo, non poteva, 
non voUe dare. 

Allora scoppiò il tumulto, e le grida di — Abbatto i tradi- 
tori; morte ai Cammittari — ed altre d' uguale natura, udivansi 
d' ogni lato. 

Il palazzo del Governo fu invaso da una turba furibonda, diretta 
da un certo Sirtori, volontario lombardo, che ci pose le mani ad- 
dosso e tentò di trascinarci al balcone per obbligarci a solenne ri- 
nuncia del Governo. Il marchese Colli protestò che lo farebbero 
a pezzi, ma che non rinunzierebbe prima che si avesse notizia uf- 
ficiale dell' armistizio. La medesima cosa andai ripetendo a quei 
che m' attorniavano. 

Durava da quasi un' ora il tumulto, quando giunse Manin col 



Digitized by 



Google 



XCVI 

commisBario Castelli. Qaest^ ultimo, ricercato di rinunsiare, rinanziò, 
dicendo che prima di tutto era cittadino veneziano. Manin parlò al 
popolo, e disse che rispondeva sul suo capo del nostro patriottismo. 
Fu accolto con grandissimo plauso. Con tutto ciò il popolo, vale a 
dire la parte di esso che tumultuava, non s'acquietò. Voleva un cam- 
biamento di Governo. Manin si ristrinse con noi a consiglio. Ci 
domandò se credevamo di poter ancora governare. Bisposimo es- 
serne impediti dalla violenza. Replicò essere il popolaccio quello che 
tumultuava. La maggioranza non essere capace di usarci violenza. 
Rispondemmo che la minorità che agisce è padrona, quando la 
maggioranza non si muove. 

Ripigliò : « dunque rinunciate, o dichiarate almeno che v'aste- 
» note dal governo, affinchè non vi sieno due Governi ». 

A ciò osservammo che non intendevamo rinunziare, e che l'a- 
stenerci dal Governo era cosa di fatto e non di diritto. La violenza 
e la conseguente impossibilità di governare essere cosa notoria. Dun- 
que facesse egli ciò che credeva. Manin ci pregò ancora di aiutarlo 
a formare un altro Governo, ed a governare con lui. Noi declinammo 
quest'onore, non patendo conciliare col mandato che avevamo dal 
Governo piemontese, un novello mandato del popolo veneto, che 
non era ancora rientrato legittimamente nell'esercizio del potere 
sovrano. 

Manin allora ci lasciò; assunse la dittatura per 48 ore, e con- 
vocò per la Domenica l' Assemblea dei Deputati. 

Noi passammo la notte nelle stanze di nostra abitazione nel pa- 
lazzo del Governo. La mattina verso le 9, non potendo con nostro 
decoro rimanere a Venezia, chiamata la lancia del &aito, vi salimmo 
ad ora già tarda, ed, a malgrado di certi timidi consigli, publica* 
mente Manin venne a trovarci e, dopo di averci con modi a&ttuosi 
pregati di rimanere e di prestargli il nostro soccorso, vedendo inu- 
tili le sue istanze, pigliò commiato. 

Il Gfoito era ancorato al giardino publico, e vi rimase fino alle 
4 pomeridiane. Molte ambasciate furono spedite da Manin, onde e- 
splorare le nostre intenzioni e confortarci a tornare. Forse aveva in 
animo ciò che poi all'indomani fu proposto formalmente, e gradito 
dall'Assemblea dei Deputati: vale a dire che s'investissero esso Ma- 
nin e i due Commissari piemontesi di poteri dittatoriali, fii\chè du- 
rava la guerra. Ma noi non potevamo mutar linguaggio. Alle 4 po- 
meridiane del Sabato, saputo che la squadra del conte ammiraglio 
Albini era vicina al porto di Malamocco, uscimmo per andarlo a 



Digitized by 



Google 



XCVII 

ritrovare. Il cav. Albini non aveva altra notizia dell' armistizio, salvo 
quella che noi gli diemmo, e clie gli confermò alF indomani un par- 
lamentario nemico. Dàlie autorità piemontesi, nulla. Rimanemmo 
colla squadra Domenica e Luned\. Martedì, giorno dell' Assunta, la 
mattina per tempo venne al nostro bordo il Contrammiraglio, e ci 
disse averlo Manin informato, che la flotta Austriaca uscita da Trie- 
ste s'era schierata lungo l'Istria. Le sue istruzioni prescrivergli di 
assalire l' inimico appena fosse fuori del porto. Essergli necessari 
tutti i vapori. 

Pigliammo allora il partito di farci trasportare in Ancona, d'on- 
de per Tolentino, Foligno, Firenze, Livorno e Genova ci siamo ri- 
condotti in patria, non senza aver raccomandato al cav. Albini di 
impedire che le L. 600,000 destinate a sussidio di Venezia, a noi 
Commissari indirizzate ed imbarcate, per quanto ci era stato detto, 
sul vapore francese, il Sully^ pervenissero ad altre mani innanzi che 
si ricevessero nuovi ordini da Torino. 

Esaurita la narrazione politica, scendo a dare qualche raggua- 
glio sulla condizione delle finanze venete, dipartimento del quale io 
era specialmente incaricato. 

Appena entrato in ufficio, ebbi cura di far eseguire la verifica- 
zione delle Casse. Il verbale di questa operazione, come pure gli 
specchi delle spese presuntive, erano tutti preparati il Venerdì, e do- 
vevano servir di base ad un lungo rapporto per cui m' ero serbato 
la mattina del Sabbato. 

La catastrofe del Venerdì me ne tolse il mezzo ; le carte rima- 
sero in ufficio, ed ora sono costretto a valermi delle note sparse, che 
sono andate segnando, ma che pure derivano da fonti autentiche. 

Dopo la rivoluzione veneta, molti intesero a levar truppe ed a 
formar compagnie, ma senza una regola comune e ciascuno a pro- 
prio capriccio. Onde il soldo e gli altri patti degli assoldati diversi- 
ficavano secondo i capi, ed anche dall'una all'altra compagnia di 
un medesimo battaglione. Diciassette corpi erano formati con di- 
ciassette modi di reclute e diciassette paghe diverse. 

Inoltre comparvero da varie parti Generali, taluno dei quali non 
a?eva meno di quattordici aiutanti di campo. Tutti chiedevano de- 
nari, senza curarsi nò di formar ruoli, né di passar rassegne, né di 
render conti. I Pontifici sopra tutto durarono assai tempo in questa 
ostinazione di non voler render conto fuorché al proprio Sovrano. 
La Republica dapprincipio cercava d'afforzarsi, e non volea guardar 
pel sottile. Dava denari a chi ne chiedeva, e pagava per mille e due- 

9 



Digitized by 



Google 



XCVIII 

cento soldati, chi non ne aveva uoveceoto. Per tal guisa non tar- 
darono a dissiparsi i cinque milioni di lire austriache trovati nelle 
casse air epoca del 22 di Marzo, e si consumavano, oltre le rendite 
ordinarie, circa sei milioni di straordinari^, che pagò la sola città 
di Venezia. 

Ma l'eccesso del disordine fece sentire l'assoluto bisogno del- 
l'ordine. Vi si adoperò lodevolmente il conte Marcello, Intendente 
generale dell'approvvigionamento, e dal Luglio in qua l'amministra- 
zione procede con un po' piti di misura. 

Sono in Venezia cinque casse. La situazione delle medesime il 
dì 5 Agosto era la seguente : 

1/ Cassa centrale: In oro L. 633,378.53 

» In argento » 245,323.71 

»• In rame » 10,192.67 

» Note di banco .... » 33,885.— 

» Cambiali » 59,000.— 

» Az. della Cassa di Risp. . » 22,553.40 

L. 1,004,333.31 

2." Cassa di Finanze » 200,619.08 

3." » della Zecca » 27,070.55 

4.» » delle Poste » 25,341.71 

5.^ » del Lotto . • ! . » 2,403.14 

L. 1,259,767.79 
Nella somma di moneta metallica conservata nella Cassa cen- 
trale figura il sussidio di L. 615 mila, consegnato dalla tesoreria di 
Torino al cav. Reali, e pari ad austriache L. 706,896.55, il' quale 
crebbe di L. 5572.41 per utile del cambio fattone a Milano in tan- 
t'oro e di L. 6072.68 per l' utile derivante dalla differenza del prezzo 
dell'oro fra Milano e Venezia, di modo che tale sussidio, sommò in 
definitiva ad austriache L. 718,541.64. 

A questa somma erano da aggiungersi : 
l,^ Pochi residui in parte inesigibili dei due prestiti forzati già 
consunti, l'uno di L. 4,500.00, l'altro di L. 1,200.00. 

2."* L'imposta sugli argenti dichiarati. Le dichiarazioni ascen- 
devano al valore di L. 1,000,000 circa. 

Era mio proposito e voto della Consulta d' imporre il 50 0(0, 
donde sarebbesi ottenuto un mezzo milione di svanziche. 

3." Il prestito d' un milione e mezzo da farsi dalla Banca di 
Venezia, contro deposito di boni del Tesoro. 



Digitized by 



Google 



XCIX 

é.^ Il provento mensuale delle contribuzioni indi- 
rette calcolato a L. 190,000 

5. ' Il provento annuo della tassa commerciale, che 

si pagava in una sola rata in Agosto » 90,000 

6."* Il provento trimestrale delle contribuzioni diretr- 
te che scadeva in Settembre, ma di cui si era prescritto il 

pagamento anticipato, calcolato in » 180,000 

Dimodoché in totale si sarebbe potuto calcolare in quel mese d'Ago- 
sto un attivo di 3,800,000 lire circa, piìi che suflSciente a sopperire 
alle spese ordinarie, sia quelle di guerra [che sole assorbivano più 
di due milioni e che dovevano necessariamente aumentarsi di molto, 
tanto per fornire camicie, cappotti, calzoni e stuoie ai Lombardi e 
Pontifici del forte di Malghera, che in queir aria semipestilenziale 
difettavano di questi oggetti di prima necessità, come ce ne siamo 
convinti coi nostri occhi propri), quando per la costruzione di block- 
house e d'altre difese. 

Ma, esauriti questi fondi, con qual mezzo si sarebbe supplito alle 
spese dei mesi successivi? Le rendite ordinarie di Settembre consi- 
stevano nelle sole 190,000 di contribuzioni indirette. 

Le dirette non erano più esigibili fino al Gennaio. I proventi 
delle Poste sono di niun rilievo. Come cercare risorse straordinarie, 
dopo le tante già messe in opera, dopo i due prestiti forzati, le cui 
azioni si vendevano al 7 0|0 ? Rimaneva il mezzo che ora Manin ha 
adottato di prendere, — gli argenti dichiarati. Rimane l'altro mezzo 
delle visite domiciliari per sequestrare gli argenti non dichiarati. Il 
Banco di Venezia, che distribuisce le sue azioni forzatamente, i cui 
biglietti hanno corso obbligatorio, che ha un fondo capitale di 
L. 2,000,000, e che ne ha già dovuto prestare L. 1,500,000 al Go- 
verno, che fiducia può ispirare al publico, e di qual sussidio può 
essere ancora alle finanze? Possono sovraimporsi le case di Venezia, 
le quali per altro colla imposta diretta sono già competentemente 
aggravate. Con tutto ciò, e coli' enorme sproporzione tra l'attivo ed 
il passivo, si prolungherà di poco l' effimera risorsa finanziaria di 
quel Governo. 

Vi vogliono due milioni e mezzo al mese per la sola guerra: si 
potrebbe veramente introdurre qualche economia, rimandando un 
certo numero di volontari non assolutamente necessari per la difesa, 
scemando il soldo troppo largo agli altri, riducendo le paghe di certi 
generali, fra le quali quella del generale in capo barone Pepe di 
L 60,000 annue. 



Digitized by 



Google 



e 

Ma le provviste da farsi a quei soldati medesimi che mancano 
di camicie, cappotti, scarpe e d'altri oggetti più indispensabili; la 
compera di schioppi da distribuirsi alla Guardia nazionale, che non 
ha attualmente più di dodici fucili per compagnia; la costruzione di 
block-house e d* altre opere, indurrebbe una spesa maggiore del ri- 
sparmio che una severa economia potrebbe operare. 

Supponendo i maggiori sforzi dal Iato dei cittadini, la maggior 
economia possibile in sì disordinata amministrazione, anche la so- 
spensione degli stipendi a parte degli impiegati, la sospensione del 
pagamento delle provviste, per cui da gran tempo non si fanno pa- 
gamenti integrali, ma si danno degli acconti, se la guerra continua, 
io scorgo inevitabile in termine di due o tre mesi il fallimento. 

E questa dolorosa certezza la deduco dai risultamenti indubita- 
bili che ho avuto l' onore di esporre. 
Torino, 26 Agosto 1848. 

Luigi Cibbario (1). 

Cosi chiudevasi il primo atto d'un dramma che, incomin- 
ciato con auspici meravigliosamente lieti, doveva riuscire ad 
una catastrofe meravigliosamente terribile. Diranno i periti, 
se la guerra condotta con rapidità energica in sullo scorcio 
del Marzo e nei principi d'Aprile potesse assicurare la sua 
vittoria all'Italia. Proporzione di forze certo non era tra 1' Au- 
stria e il Piemonte; ma nel Marzo 1848 la rivoluzione crolla- 
va le fondamenta del grande impero, e in Italia gli Austriaci 
si credevano perduti per sempre (2). 

Di questa condizione di cose resercito liberatore non pro- 
fittò: e la medesima esitazione che si lasciò sfuggire la fortuna 
in Marzo e in Aprile apparecchiò i disastri conseguenti del 



(1) Tratto dall'ARCHivio Cibrario e publicato nella sua integrità dall'onore- 
vole cav. Federico Odorici nell'opera // Conte Luigi Cibrario e i tempi suoi, 
Memorie Storiche con Docut/ienti, Firenze, 1872, Civelli, paj^. 257 e segg. 

(2) « 11 maresciallo (d' Aspre) entra a discorrere col Pasini, e mostrò quel- 
l'opposizione al Metternich, che era comune alla fazione militare nell'Austria. — 
A questa estremità, diceva, siam giunti per lui. Ora, tutto è nelle mani di Radetzkjf, 

S* egli tiene Milano, noi torneremo g«i; se no, no. V Impero deW Austria/ e 

batteva del pugno sul tavolino, - a che termini devo vederlo condotto io! — ed 
una grossa lagrima spuntava dall' occhio al fìerissimo uomo ». Bonghi, La 
Vita ecc , pag. 217. 



Digitized by 



Google 



CI 

Giugno e del Luglio (1). Se i condottieri non furono eguali 
alle circostanze, noi furono neppure i ministri; e la politica fu 
condotta così come fu condotta la guerra. Il Re aveva parlato 
nobili parole all' Italia, né egli le smentì mai. Il suo carattere, 
le sue abitudini, T avranno forse talvolta fiatto parere un po' 
freddo, un po' riserbato; ma Carlo Alberto sentiva l'Itaiia e 
voleva redimerla, né i nosfri inviati notarono mai atto o pa- 
rola di lui, che fosse in contraddizione col suo proclama di Lo- 
di. Potesse dirsi così de' ministri e de' cortigiani, gli errori dei 
quali dovevano essere espiati dal Principe sventurato! Para- 
goni il lettore le parole del Re colle comunicazioni ministe- 
riali del 6 Aprile (pag. XXVI) e del 21 Giugno (pag. LXXV, 
LXXVI), e tragga le conclusioni da se. A molti perciò la 
fusione poteva parere atto imposto ed estorto dall'arbitrio mi- 
nisteriale (2) ; e Venezia mostrò il suo pttriottismo votandola 
quasi unanimemente, ma non festeggiò il 7 Agosto, e cortese- 
mente ma freddamente e, si direbbe, sospettosamente accolse il 
Governo dei Commissari. Il Governo Lombardo aveva nasco- 
sto ai republicani le intelligenze già corse tra l'aristocrazia mi- 
lanese e il Re di Sardegna col rimettere a guerra vinta ogni 
questione politica (3) ; ma desiderava la costituzione del regno 
dell' Alta Italia che, per un patto segnato con Carlalberto (4), 
avrebbe avuto Milano per capitale. E qui molti, superbi delle 
gloriose cinque giornate, credevano che gli otto morti e i no- 
ve feriti del 18 Marzo a Venezia (5) fossero troppo scarso tri- 
buto alla gran causa italiana ; anzi, prima che il valore dei 
Veneti cominciasse a dimostrarsi a Vicenza e a Treviso, sti- 
mavano che il coraggio fosse una merce rara sulla sinistra 

(1) « È generale il rimprovero di lentezza e di poca perizia di quelli che con- 
ligliano il Re . . .tutti poi disapprovano V inazione di tanti giorni, dopoché si sa- 
pevano le mosse degli Austriaci nel Veneto: quella dimostrazione fatta jeri senza 
scopo sull'Adige, ove si fosse eseguita vari giorni prima, avrebbe distratto V ini- 
mico da Vicenza, e forse salvato Durando ». Così si scriveva dal Campo stesso di 
Carlo Alberto il 14 Giugno. Doc. Manin, num. 1978. 

(2) Sarebbe importante a questo riguardo il Doc. Manin, num. 1986, ohe 
leggeremo nella publicazione dei sigg. Finzi ed Errerà. 

13) Calucci, Documenti inediti ecc., pag. 347, 319. 

14) Ibid., pag. 335. 

I5j Doc. Manin, num. 655. 



Digitized by 



Google 



cu 

riva del Mincio (1). Grandi perciò e sincere le dimostrazioni 
d' aflfetto verso Venezia, ma una soverchia facilità nell' acco- 
gliere i deputati delle nostre città di provincia, di cui peraltro 
Milano non approvava il contegno (2), e nell' aprire i registri 
senza attendere nemmeno risposta all'invito già fattoci di de- 
terminare in masshna V umane della Lombardia e della Vene- 
zia e F unicità dell* Assemòlea. Non diciamo nulla delle nostre 
Provincie: il distaccarsi che fecero dalla naturai capitale forse, 
notava il Calucci, « non ebbe nelle sorti d'allora una decisiva 
influenza »; ma il danno grave fu questo, « che nulla fu fatto 
in comune: armi, munizioni, denaro si dispersero: i tanti trat- 
ti di eroismo, perchè isolati, si ridussero a inutile martirio, ed 
in luogo di operare si finì col pretendere nelle provincie che 
gli altri operassero » (3). Piìi tardi inutilmente s'accorsero del 
loro orrore ; Meneghftii lo confessava all' amico Gar (4) ; Tec- 
chio, scrivendo a Manin, incuorava V eroica, la divina Venezia 
a resistere (5), e quegli stessi deputati dipartimentali che ave- 
vano sottoscritto l'intimazione del 31 Maggio, il 17 Settembre 
sottoscrivevano un indirizzo a Venezia, pregandola con ap- 
passionate parole a dimenticare il passato contegno e a pro- 
teggere i conculcati diritti delle loro provincie (6). 

E Venezia? non abbiamo dissimulato gli errori ch'essa 
commise nei primi giorni della sua libertà; non abbiamo dis- 
simulato i rimproveri che il conte Luigi Cibrario fece alla no- 
stra amministrazione. Ma, senza entrare in campo non nostro, 

(1) Doc. Manin, num. 2063, 2069. 

(2) Ibid., num. 3061. 

(3) Calucci, Documenti inediti^ pag. 338, 339. 

(4) Gar scriveva a Manin il l.o Febbraio 1849 cbe Meneghini, cogli altri suol 
amici, confessava d'essersi ingannato nel suo contegno verso Venezia^ che ora loda 
ed esalta. Doc. Manin, num. 1230. 

(5) Doc. Manin, num. 924. 

(6) L' indirizzo si legge nella Gazzetta di Venezia, 20 Settembre 1848. Ne ri- 
porteremo alcuni brani: <^ Bensì dobbiamo ricordare che Venezia ci fu in ogni 
opera sorella generosa e aiutatrice gagliarda, e divise con noi le glorie e \ dolori, 
inviando i suoi figli ad ingrossare le nostre schiere, sovvenendoci di denaro e di 
armi . . . Che se qualche nube leggiera sorse per alcun tratto a turbare il sereno 
della concordia; se parve per un istante cbe Venezia e le sue provincie si acco- 
miatassero per avviarsi su diverso sentiero, f\i dìtferente modo di giudicare le 
condizioni italiane, maggiore o minor confidenza in chi prometteva lang^ per 



Digitized by 



Google 



CHI 
oseremmo dir qnasi che, dominato dalla memoria dei dolorosi 
avvenimenti oud'era stato spettatore a Venezia, senza volerlo e 
senza saperlo, il Cibrario aggravasse un poco al quadro le tinte. 
Certo egli disse in Agosto che si prolungherebbe di poco V effi- 
mera risorsa finanziaria del nostro Governo; ed aggiunse: sup- 
ponendo i maggiori sforzi dal lato dei cittadini, la maggiore eco- 
nomia possibile^ la sospensione degli stipendi a parte degli im- 
piegati^ e finalmente la sospensione del pagamento delle provi- 
sle; se la guerra continua, io scorgo inevitabile in termine di 
due tre mesi il fallimento. E invece la guerra continuò piii 
che un anno, e si fece sempre piii grave e terribile; e mentre 
il resto d' Italia guardava, applaudiva e prometteva, Venezia 
dimostrò al conte Cibrario V inesattezza delle sue previsioni. 
Del resto Venezia e Manin vanno giudicati in comune, perchè 
in questo periodo di tempo Daniele Manin fu il cuore e fu Ta- 
nima di Venezia. Chi non ha veduto la piazza gremita di po- 
polo tumultuante, quietarsi all' aspetto solo di Daniele Manin, 
attingere alla sua parola il coraggio di sacrifici sublimi, e scio- 
gliersi ad un suo cenno la folla per correre alla difesa della li- 
bera patria, non può imaginarsi qual fascino abbia esercitato 
quest'uomo, e fino a qual segno il popolo di Venezia avesse 
riposto in lui il più legittimo orgoglio e la più illimitata fidu- 
cia (1). Ho udito dire talvolta che Manin fu un tribuno. La 
frase non mi par vera. Il tribuno suscita le passioni, non le 
governa o rafiVena. Manin non eccitò mai, non lusingò mai, 

attendere corto, più o meo grave timore di vederci separati dai fratelli Lombardi 
... Ma oggi . . . Venezia sola . . . può vigorosamente proteggere le proprie sorti 
e le nostre . . . Noi non possiamo levare che ana voce, che un grido ... ma que- 
sto grido non è che debole suono ... se voi, uomini preposti degnamente a reg- 
gere questa città, non lo raccogliete e non ve ne fete gì* interpreti ... Noi vi pre- 
ghiamo ... a prendervi cura delle nostre provinole ... a dichiarare infine che, 
unite a voi da vincoli antichi, viventi della medesima vita, esse desiderano corre- 
re le vostre sorti . . . Alle quali parole noi non aggiungiamo restrizione veruna; 
egli è un voto di fiducia che noi vi diamo ». 

(1) Trovo in Cantù, Cronistoria^ li, 1190, citate queste parole di Francesco 
DairOngaro, che sono un quadro dal vero: « Gli emissari subalpini non parla- 
vano tanto del Piemonte, quanto del Re che lo rappresentava: Carlalberto, che 
era quasi divenuto popolare in Lombardia, era incognito affatto al popolo vene- 
zìaDo. Molti si domandavano chi fosse e che volesse da loro. Chi xelo sto Carlo AU 
M^^ chiedevano quelle buone donne di Castello e di Santa Marta. Nu no volemo 



Digitized by 



Google 



CIV 

non tollerò mai le torbide passioni che sogliono destarsi nei 
grandi commovimenti e sogliono spesso contaminarli. Non in- 
ceppò la libertà della stampa e della parola; ma con pronte ed 
energiche risoluzioni impedì che la libertà divenisse stromento 
alla discordia e al disordine (1). Di questi risoluti provvedi- 
menti gli fu fatto acre rimprovero; ma non dal popolo, che in 
Manin conosceva il più vero dei suoi amici. Veneziani! so che 
mi amate, aveva detto Manin il 22 Marzo, e in nome di questo 

altri che el nostro Manin e che el nostro Tommaseo l Gl'inviati di Milano e di To- 
rino possono far fede di questa felice ignoranza. L'avvocato Dionisio Zannini di 
Ferrara, uno de' primi che venissero a sdottorare nelle vie di Venezia, aveva un 
bel dire: Carlalberto è un vero republicano, è un vero Enrico Dandolo I II popolo lo 
ascoltava con aria tra lo sbadato e V incredulo, e gli ripeteva la sua canzone: A 
nualtri ne basta el nostro Manin ». 

(l) È noto che Manin allontanò da Venezia alcuni celebri agitatori. Ad uno 
che si lagnò con lui, rispose: « Mi rincresce quanto è avvenuto. Ma dovete con- 
siderare che noi abbiamo assunto l' impegno sacro di difendere Venezia ad ogni 
costo, e che Venezia non può essere difesa se non vi si mantengono la concordia 
e la tranquillità. Le quali potevano essere compromesse dal vostro circolo popo- 
lare, e per la classe di cittadini chiamata a comporlo, e per l' indole di alcune fra 
le persone che intendevano guidarlo, e per le teoriche socialistiche che vi si co- 
minciavano a predicare. E voi ben sapete quanto facilmente i popolani, ardenti, 
vigorosi e poco istrutti, si lascino da queste seducenti teoriche trascinare a prati- 
che applicazioni tremende, che mettono a ripentaglio la società civile, e portano 
insieme rovina a quella stessa classe povera, di cui pretendesi migliorare la con- 
dizione. La Francia ne diede testò un esempio terribile e solenne. E se tanto fu- 
nesti effetti quelle teoriche partorivano in Francia, non minacciata da nimicl es- 
teri, pensate quanto più funesti potrebbero riuscire a Venezia, bloccata, assediata, 
col nemico alle porte. E vi prego inoltre avvertire che qui entro abbiamo certa- 
mente buon numero di emissari austriaci, pronti ad attizzare il fuoco della di- 
scordia ovunque cominci a manifestarsi, poiché sanno troppo bene che solamente 
cosi potrebbe la città nostra essere espugnata. Dei quali emissari molti vestono la 
maschera di ardenti patrioti! e fanno il mestiere di demagoghi. Vera dunque 
pericolo vero, e la parte sana della popolazione n'era già gravemente allarmata. 
E però il Governo non poteva astenersi dal fare il debito suo troncando il male 
dalla radice, con l'uso di quei poteri straordinari che per la salvezza del paese gli 
erano stati conferiti. Spiacemi, ripeto, che i presi provvedimenti abbiano dovuto 
colpir voi ; ma qualunque riguardo, qualunque affetto deve tacere dinanzi al de- 
bito di salvare la patria. E scusate se vi faccio rimettere che non sarebbe avvenuto 
quello di che vi lagnate, se aveste avuto in me quella confidenza, che credo non 
demeritare .... Vi avrei dimostrato che il vostro nome, la vostra popolarità, il 

vostro Ingegno erano cercati per usarne- come strumento alla consecuzione di 
fini molto diversi dalle intenzioni vostre ...... 14 Gennaio 1849. Doc. Manin, 

num. 4035. Che Manin avesse veduto giusto, lo confessò l'Autore dei Vingt ans 
de exit (Il ed.), pag. 89. 



Digitized by 



Google 



cv 

amore vi domando di condurci con la dignità che si addice ad 
uomini degni di essere liberi! Queste parole sono un program- 
ma. Tutti i più nobili sentimenti e, primo e piii eflBcace di tut- 
ti, il sentimento religioso (1), furono invocati da lui a sostegno 
dell'amore di patria, che ai cittadini allora chiedeva sacrifici 
tanto gravi e diuturni. Se questi sentimenti elevati non aves- 
sero sosteiluto il grosso del popolo, Venezia non avrebbe dato 
il memorando spettacolo d'una resistenza che non ha esempio 
né macchia. Il suo contegno infatti fu semplice come tutte le 
cose grandi ed eroiche. Chiesta inutilmente giustizia a Londra 
e a Parigi, aspettati inutilmente gli aiuti di Francia e d'Un- 
gheria, fattasi inutilmente la gran mendica^ Venezia si dissan- 
guò per sostenere alta ed intemerata la sua bandiera; e dopo 
avere, e vuotati gli scrigni, e fusi gli argenti, e pensato a ven- 
dere i monumenti della sua passata grandezza, splendori inu- 
tili se doveva ricadere in servaggio, sostenne la fame, il bom- 
bardamento, il cholera ; e questo cumulo di mali sostenne con 
calma, con dignità e, non sembra possibile eppure è vero, con 
gioia, fortificando così col proprio contegno la ferrea tempra 
dell'uomo che l'aveva ridesta ai grandi fatti degli avi. Ma que- 
sti sono publici fatti e solenni, conosciuti e ammirati concor- 
demente da tutti, amici e nemici. L'eròica risoluzione d'Aprile, 
e il tragico scioglimento d'Agosto, conquistarono le simpatie 
di quanti v'hanno animi onesti nel mondo. Ma il periodo che 
noi abbiamo particolarmente studiato è forse il periodo men 
conosciuto, certo il periodo meno ammirato; per alcuni anzi è 
nn periodo di allucinazioni e di errori, che potevano essere a 
gran fatica redenti dall'abnegazione dei dì successivi. Non 

(1) II lettore ne troverà qualche prova Della Cronaca del segretario Zennari, 
che aggiungiamo nei documenti. Nò si trattava di sole dimostrazioni publiche. 
A dì 13 Gennaio 1849 Manin autorizzava il Castellani, inviato veneto a Roma, a 
portarsi a Gaeta, ed ivi : « presenterete al Sommo Pontefice i rispettosi omaggi di 
questa nosirs, città, che in mezzo ai difficili tempi presenti ha conservato e con- 
terva immacolata la religione dei suoi padri, e colle frequenti publiche preci si 
rafferma nell'eroica sua resistenza, e perdura in magnanimi sacrifici. Implorate 
dal Santo Padre una benedizione a Venezia, e raccomandategli la nostra esistenza 
politica». Doc. Manin, num. 1737. Vero è che il Castellani non andò punto a 
Oaeu, per le ragioni che adduce nel dispaccio del 20 Gennaio 1849. Doc. Manin, 
OQin. 1759. 



DigitizegI by 



Google 



evi 

osiamo sperare di essere riusciti a togliere il pregiudizio ; spe- 
riamo peraltro di avere aperta la strada perchè altri lo tolga. 
Diciamo solo che in mezzo a difficoltà varie, oscure, minute; 
dinanzi al sospetto di non amare sinceramente la patria e di 
volerla sacrificata alla sua particolare ambizione ; fra le cupi- 
digie degli uni, le paure degli altri, il voler discorde di tutti, 
anche nei primi mesi del suo governo, Manin ebbe costante- 
mente, esclusivamente, di mira il bene del suo paese. Il salus 
publica suprema lex esto, Manin lo applicò a sé medesimo; sof- 
focando ogni personale risentimento, sacrificando ogni con- 
vinzione particolare, pure che fosse salva la patria. Le famose 
parole del cinque Luglio non sono che T ultimo termine d*una 
progressione, della quale i termini medi sono ignorati o dimen- 
ticati dai piii. E mentre le passioni bollivano, e ì sentimenti 
rendevano ingiusti gli animi deboli, Manin fu il solo che e nei 
convegni privati e nella publica piazza a viso aperto difese i 
Commissari del Luglio ; e scrisse al Governo di Carlo Alberto 
un dispaccio (1), che doveva essere una guarentigia, ed è ri- 
masto una prova della vera onestà e nobiltà dell' animo suo. 
Poiché a Daniele Manin nessuno ha negato mai questo elogio : 
disse quel che pensava, e quel che disse mantenne. Laonde, 
piii che il monumento di bronzo, sarà a Daniele Manin monu- 
mento vero il suo carteggio politico, se vedrà, come speriamo, 
completamente la luce. 



(1) Lo diamo nei Documenti, al num. I. 



Digitized by 



Google 



DOCUMENTI 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



AVVERTENZA. 



Questi documenti appartengono al periodo che va dalPA- 
gosto 1848 all'Agosto 1849. Non sono tutti ignoti, né tutti ine- 
diti; alcuni furono publicati in Italia, altri furono tradotti e^ 
pnblicati a Parigi. Alcuni peraltro sono, a quanto crediamo, ine- 
diti ancora ; e tutti compariscono qui per la prima volta raccolti 
insieme. Fu utile che in altri tempi questi documenti vedes- 
sero in Francia la luce ; ma ci sembra conveniente che ora si 
presentino al publico nella loro veste originale, e a Venezia. 
Non abbiamo creduto di aggiungervi alcun commento, e nep- 
pnre di collegarli fra loro con una specie di narrazione. Queste 
scritture sono in fatti di per sé stesse eloquenti : e i casi ai 
quali si riferiscono non uscirono ancora dalla memoria degli 
uomini, e furono narrati e descritti da valentissime penne. Ba- 
sterà che noi ricordiamo i motivi da cui fummo determinati 
alla scelta. 

I. Diamo per primo un dispaccio (20 Agosto 1848) del 
Governo di Venezia al Gabinetto di Torino, nel quale si rac- 
contano i fatti dell' 11 Luglio e le loro conseguenze a Vene- 
zia. La temperanza di questa lettera ci sembra degna di nota, 
e più ancora quella dichiarazione aperta della gratitudine che 
a Carlo Alberto professava Venezia, e degl' intendimenti che 
si era proposti il nuovo Governo. Il quale voleva occuparsi 
esclusivamente dell' ordine interno e della difesa esteriore, ri- 
manendo impregiudicale tutte le condizioni politiche precedenti 
^future. La sventura delle armi italiane non faceva dunque 
rinnegare il passato, e il nome di Republica, che aveva dato 
<^ne a tanti timori, restava escluso dalle dichiarazioni del 
nuovo Governo. 



Digitized by 



Google 



ex 

II. Segue un dpcuniento che prova come Venezia fin da 
principio intendesse di resistere all' inimico. Stretto da diflB- 
colta finanziarie sempre crescenti, il Governo di Venezia a dì 2 
Settembre 1848 propose air Italia un prestito di dieci milioni, 
per cui guarentigia impegnava il palazzo ducalo e le procura- 
tie nuove. L'Italia trova vasi in circostanze assai gravi ; ma, ad 
ogni modo, il palazzo ducale e le procuratie nuove avrebbero 
potuto sempre guarentire T interesse dei soscrittori? Molti ne 
dubitavano. Il conte Terenzio Mamiani consigliava piuttosto il 
nostro Governo a mandare all'estero e a dare in pegno i capola- 
vori dell'arte veneziana (Doc. Manin, n. 1162), e un illustre sviz- 
zero che aveva operosamente aiutato in tutta Europa la causa 
della, libertà, col mezzo del signor Giampietro Viesseux non 
solamente consigliava . a dare all'estero in pegno i quadri e 
le statue di publica proprietà, ma esortava i ricchi veneziani 
ad aggiungervi tutti i capi d'arte che possedevano in proprio, 
giacché, dovendo essi desiderar di salvarli de Pincendie ou du 
sequestre^ avrebbe ciascuno potuto dire a sé stesso : cette borine 
et utile action pourrait sauver et ma patrie et mes taileaux (Doc. 
Manin, num. 1362). Che doveva lare il nostro Governo? Il Go- 
verno conosceva che i Veneziani avrebbero sacrificato tutte le 
loro ricchezze, piuttosto che metter la mano su quegli avanzi 
preziosi della passata grandezza. Ma siccome il Governo spe- 
rava un qualche aiuto dall' Italia o dall' estero, e non voleva 
che gli si potessero n)uovere obbiezioni sostanzialmente o ap- 
parentemente fondate, volle studiare almeno la grave questio- 
ne e confidò questo uflScio ad una Giunta d'artisti. Della quale 
qui diamo la relazione, in cui si vedrà come negli artisti lottas- 
sero l'amore dell'arte e l'amor della patria. Certamente il let- 
tore apprezzerà le ragioni che rendevano la Giunta molto pe- 
ritosa ad esporre l'avviso proprio, ma quando la relazione fu 
pronta (31 Ottobre) il Governo aveva già abbandonato asso- 
lutamente r idea di porre a ripentaglio tante opere insigni, 
tanto più che l' opinione publica s' era mostrata avrersissima 
a questa idea ; temendo il paese di perdere oggetti tanto cari e 
tanto gloriosi ( Lettera di Daniele Manin a Giampietro Vies- 
setix, 50 Ottobre 1848^ nei Doc. Manin, num. 1412). 



Digitized by 



Google 



CXI 

Dal Documento II si può dunque argomentare in quali 
angustie finanziarie si ritrovasse il nostro Governo; dal Docu- 
mento III si può invece conoscere quanto sproporzionate alle 
rendite ordinarie fossero le spese, che le necessità della guerra 
rendevano indispensabili. Fu publicato già un Prospetto delle en- 
trate e delle spese del Governo di Venezia dal 22 Marzo 4848 a. 
tutto il fnese di Gennaio 4849 (anche da Bonghi, La vita ecc., 
p. 489 e segg. ) ; e si conosce, almeno approssimativamente, 
quanto spendesse Venezia nei diciassette mesi della sua libertà 
[Radaslli^ Assedio di Venezia, p. 467 e segg.): ma il breve do- 
cumento che publichiamo ha tuttavolta uno speciale interesse, 
perchè lo seguono alcune osservazioni che mostrano a che si 
riducessero finalmente i sussidi che il resto d'Italia inviò alla 
grande mendica. Ci duole soltanto di dover qui notare unMne- 
sattezza, corsa nella prima edizione del Radaelli, e che, spe- 
riamo, scomparirà nella seconda edizione. Dice in fatti il Ra- 
daelli che il Piemonte pagò una sola volta il sussidio delle sei- 
centomila lire mensili promesso a Venezia (pag. 251). Era pili 
esatto il dire che pagò soltanto una rata della prima mensilità, 
non avendo in fatti spedito a Venezia che duecentomila lire, 
come apparisce dai Documenti publicati dal Bonghi (pag, 612 
e segg.). 

Diamo il quarto posto ad una specie di Cronaca, che Ja- 
copo Zennari, secretario generale del Governo di Venezia, 
compilava* giorno per giorno, rimettendo il lettore ai docu- 
menti ufficiali che, o si publicavano nella Gazzetta di Venezia^ 
si custodivano negli archivi del Governo. Sono semplici ap- 
punti, che dovevano aiutar la memoria di chi prendesse a de- 
scrivere particolarmente la storia di questo tempo. Noi la 
publichiamo, vedendola ricordata frequentemente dagli scrit- 
tori francesi che parlarono di Daniele Manin. Essa può rin- 
frescare le ricordanze o dirigere le ricerche di chi vide o di 
chi vuol conoscere il periodo famoso del Resistere ad ogni 
co5to/ Dalla semplicità degli appunti traluce T entusiasmo del 
popolo e dell'esercito; e alcuni nomi e alcuni fatti, che meri- 
tavano di essere salvati dalla dimenticanza, hanno dai rapidi 
cenni del Secretario piìi lustro che non potessero avere dalle 



Digitized by 



Google 



cxn 

retoriche declamazioni di alcuni scrittori. Avremo aggiunto 
così un nuovo nome alla onorata serie di quelli che, come Pla- 
nat de la Faye, H. Martin, De la Forge, Carrano, De Brunner, 
Noaro, Radaelli, Fantoni, illustrarono questo periodo della ve- 
neta istoria, benché non abbiano posto fra i narratori ricordati 
da Cesare Cantii nella sua Cronistoria (II, 1217-1225). 

Le Relazioni della Commissione annonaria fDocum. VJ, 
del tenente colonnello dei Pompieri civici (Docum. F/y, gli 
indirizzi dei medici della città (Docum. VII) e del Patriarca 
di Venezia (Docum. Vili J^ mostrano a quali strettezze fosse 
ridotta la città nell'ultimo mese. Leggendo questi documenti, 
il lettore chiede naturalmente a sé stesso : Manin voleva dun- 
que protrarre oltre ogni termine ragionevole, e fino ad un 
completo sterminio della città, quella resistenza che fu glorio- 
sa, ma che poteva diventare insensata? A questa domanda ri- 
spondono i Processi verbali dell' Assemblea Veneta, raccolta in 
Comitato secreto^ che noi diamo per ultimo (Docum. IX). La 
grandezza dell'animo di D. Manin vi si mostra nella sua piena 
luce; e la Storia deve accordargli la lode ch'egli diceva di 
ambire sopra d'ogni altra : che, cioè, sopra la sua tomba potesse 
scriversi : Qui giace un galantuomo ! 

Non chiuderemo senza ricordare, che gli originali dei Pro- 
cessi verbali, custoditi gelosamente nei tempi della schiavitù 
dal secretario G. B. Ruffini, furono da lui generosamente do- 
nati al R. Archivio generale dei Frari. Udendo 'che noi li 
avremmo publicati assai volentieri, egli ci aveva promesso di 
aggiungervi quelle illustrazioni preziose, che non può dare se 
non chi è stato testimonio e parte dei fatti. Gravi occupazioni 
non gli hanno conceduto ancora di attenere la sua promessa; 
ma noi vogliamo qui ricordarla , e per mostrargli che non 
abbiamo perduto ancora la speranza eh' egli, quando che sia, 
la mantenga, e per manifestargliene innanzi tratto la nostra 
riconoscenza. 



Digitized by 



Google 



CXIII 



I. 



A S. B.il rig. Ministro degli Affari esteri di 8. M. 
il He di Sardegna, Torino. 

(Doc. Manin, nuin/868). 
ECGBLLBNZÀ, 

Gli avvenimenti di Venezia nella sera dell' 1 1 corrente vi sa- 
ranno già noti: il nuovo Governo nominato dall'Assemblea dei rap- 
presentanti di qqesta città e provincia nel successivo giorno 13, non 
appena potè provvedere* alle prime urgenti necessità che lo accer- 
chiarono, sentì il debito di rivolgersi a V. E., e di esporre le cause e 
le condizioni della sua istituzione. 

Le sventure toccate alle armi italiane, aveano grandemente 
commossa Venezia : la notizia dell' ingresso degli Austriaci iii Milano 
circolava come un tetro dubbio, che alla sera dell' 11 divenne una 
tremenda verità : il popolo si affollò nella piazza : ebbe dai regi Com- 
missari comunicazioni sconfortevoli, quantunque non ufficiali : si svi- 
luppò allora un'agitazione tumultuosa: i depositari del potere di- 
chiararono di astenersi dall' esercì tarlo: il paese sarebbe caduto nel- 
l'anarchia se Daniele Manin, già presidente del Governo del Marzo, 
non si fosse dato il coraggio di riassumerlo per quel brevissimo tem- 
po ch'era pur necessario, per convocare l'Assemblea dei deputati 
acciò costituisse un nuovo Governo provvisorio. Partecipata al popolo 
la dichiarazione dei regi Commissari, l'assunzione temporaria del 
potere per parte di Manin, e la convocazione dell'Assemblea pel 
giorno 13, il popolo si disperse immediatamente, e la più piena e 
perfetta tranquillità tornò a ristabilirsi in tutta Venezia. 

L'Assemblea dei deputati, che nella sessione del 5 Luglio erasi 
dichiarata permanente all' effetto di completare il Governo, pel caso 
che i membri allora nominati fossero venuti a mancare, ne elesse 

h 



Digitized by 



Google 



CXIV 

uno di tre, colla pienezza del potere, sino a che duri il presente pe- 
ricolo della patria. 

Il nuovo GoYerno fu assunto senza veruna determinazione di 
forma politica : esso è provvisorio in tutta la estensione del termi- 
ne : provvisorio così nella sostanza delle sue attribuzioni, come nelle 
persone : è un governo, il cui mandato unicamente consiste nella 
difesa esteriore, e nel mantenimento dell'ordine e della sicurezza in- 
teriore: tutte le condizioni politiche precedenti e future rimasero 
impregiudicate : i diritti e i doveri della città e provincia di Venezia, 
intorno al proprio reggimento e intorno air appartenenza politica, 
restano incolumi : il nuovo Governo provvisorio sotto questi rapporti 
è un puro Governo di conservazione. 

Eccellenza 1 Nelle gravissime congiunture attuali, Venezia non 
ha dimenticato né dimenticherà mai quanto abbia fatto per la causa 
della indipendenza italiana V augusto re Carlo Alberto, il valoroso 
suo esercito e tutti i popoli del regno. La più profonda riconoscenza 
è scolpita nel cuore di tutti : la sventura non V ha afSevolita, ma 
anzi accresciuta : tutti sperano ancora che il campione d' Italia, non 
riponendo nel fodero la spada generosa, ristorerà in breve le sorti 
della santa guerra. 

Preghiamo V. E., in nome del popolo di Venezia, di presentare 
air augusto re Carlo Alberto questi sensi di gratitudine e di attac- 
camentQ. 

Finchà Venezia rimane libera, la causa della indipendenza ita- 
liana non è perduta. Interessa dunque a tutti i popoli e Governi 
italiani che Venezia conservi la sua libertà. 

Se, come corre voce, la Francia e V Inghilterra entrassero me- 
diatrici per definire la guerra italiana, facendo intanto cessare le 
ostilità, converrebbe fosse provveduto in modo che le ostilità cessas- 
sero anche intorno Venezia, affinchè la sua posizione non fosse mu- 
tata in pendenza delle trattative. E a questo fine il Governo del Re 
potrebbe prestare efficacemente V opera sua, ed acquistare così nuovi 
titoli di riconoscenza da Venezia e dalP Italia. 

Ed anche indipendentemente da ciò, il Governo del Re potrebbe 
assistere questa città ne'suoi più stringenti bisogni, ordinando alPam- 
miraglio Albini di mettere a nostra disposizione il danaro già invia- 
to da Genova per uso nostro, e che a lui fu consegnato, e trasmet- 
tendo sollecitamente quelle armi che noi avevamo acquistate in 
Francia, e che ora si dicono già pervenute a Genova, poiché la metà 
di esse, cioè diecimila fucili erano già destinati per noi, e V altra 



Digitized by 



Google 



cxv 

metà cedala al Governo di Lombardia. Non pnò più ivi giovare, e 
qui gioverebbe possentemente alla caasa italiana. 

E qaesti soccorsi Venezia li domanda, Eccellenza, non in solo 
nome proprio, ma in nome di tutta T Italia, e li domanda al gene- 
roso popolo ligare-piemontese, della cui fratellevole carità ebbe tante 
indubbie e splendide prove. 

Aggradite ecc. 

Venezia, 20 AgoHo 1848. 

Manin. 

Oraziani C. à. 
G. B. Cavedalis. 



Digitized by 



Google 



ex VI 



IL 



Relazione sui capi d* arte che Venezia avrebbe potuto costituire in 
pegno d* un prestito. 

(r. Archivio dei frabi.) 

Al Oovbbno di Venezia. 

L'incarico demandato da questo Governo ai sottoscritti, divi- 
devasi essenzialmente in dae parti distinte. Trattavasi colla prima di 
riconoscere, quanti e qaali dipinti esistano in Venezia di ragione pn- 
blica e comunale, di tale importanza e fama da potersi utilmente desti- 
nare a costituir un pegno per un prestito, e di fissare il vero valore 
commerciale di essi dipinti, prese a calcolo le condizioni del tempo. 
Per la seconda dovevasi indicare quanta spesa e qual tempo fossero 
occorrenti per levare di sito, e diligentemente incassare tutti i di- 
pinti prescelti, in modo da tutelarli in caso di viaggio, sia per mare 
sia per terra : determinando in pari tempo, almeno approssimativa- 
mente, il volume ed il peso che risulterebbe da trasportare. 

Non può dissimulare la Commissione siccome un senso d'ama- 
rezza la preoccupasse, nell' accingersi a disimpegnare il difficile in- 
carico che le era affidato. Cercare di esimersene per ragioni perso- 
nali, sarebbe stato mancare vilmente a quelP imperioso dovere che 
tutti obbliga i cittadini a prestare l'opera propria alla patria, qualun- 
que sia l' incombenza che loro venga affidata ; ma doloroso era cer- 
tamente per uomini vissuti sempre nel culto dell' arte, e nella vene- 
razione ai grandi maestri che la illustrarono, il dover portare le loro 
indagini in cosa che minacciasse privare, comecché temporariamen te, 
il paese di molti fra à suoi capolavori. 

Più grande ancora rendeva il loro ribrezzo la considerazione 
della responsabilità della quale si caricavano, col presumere di fis- 



Digitized by 



Google 



CXVII 

sare an prezzo equo e commerciale a prodozioni di un genere tan- 
to elevato, da potersi affermare che, tolte eccezioni rarissime, so- 
do afiatto fuor di commercio. S più finalmente li rendeva peritosi 
e qoasi scorati, le voci che si andavano diffondendo, e presto furono 
imprudentemente raccolte dalla libera stampa, che quasi vandalico 
atto tacciava quello, alla possibile iniziazione del quale erano appunto 
chiamati. 

Tutte queste ed altre ragioni con diverse misure negli animi 
dei membri della Commissione influendo, produssero sulle prime al- 
cune varietà d' opinione. Temevano alcuni di essi (i cittadini Schia- 
vooi, Lorenzi, Lipparini, Origoletti e Santi , ai quali faceva eco il 
cittadino Gualdo) che il temuto allontanamento da Venezia di al- 
cuni dei suoi più preziosi dipinti potesse riuscire gravissimo danno 
al paese, togliendo, o notevolmente scemando in avvenire l'affluenza 
dei forestieri, che perennemente volgono il piede alle nostre lagune, 
ad ammirarvi una delle più celebri scuole d' Italia, e quella che a 
tutte sovrasta nella forza e magia del colorire. 

Lamentavano i mezzi che di tanto sarebbero scemati, d' istru- 
zione ai 'giovani allievi, di guadagno ad un'intiera classe d'artisti. 
Paventavano i pericoli, che inevitabili, almeno in parte, prevedevano 
nel trasporto di gravi e vetusti dipinti, che finora le molte cure 
non valsero sempre a preservare dagli oltraggi del tempo. Erano 
spaventati della possibilità che, le vicende politiche o finanziarie 
matasserò in etemo quell'allontanamento, che si presentava ora come 
temporaneo soltanto. Lagnavansi finalmente che, col mettere mano 
sai suoi quadri, si toglieva al paese il suo lustro, uno dei suoi vanti 
maggiori, studiosamente conservato per secoli. 

Ma altri membri della Commissione medesima (i cittadini Me- 
dana. Zen ed il relatore) a tali rimpianti, onorevoli per il senti- 
mento che li moveva, piti che giusti nella loro espressione, risponde- 
vano: l'affluenza dei forestieri a Venezia provenire da ben altre 
cagioni che dalla preziosità, comecché generale, delle sue tele : sin- 
golarità di sito, unicità di forma, splendidezza di memorie, grandio- 
sità di monumenti, vaghezza ineffabile di viste, dolcezza di clima, 
poesia di tradizioni, ricchezza di commerci, varietà di spettacoli, 
diflosione dì civiltà, mitezza di costumi, facilità di vivere, prover- 
biale cortesia degli abitanti. Non Pitti o gli Uffizi chiamare tanti 
ospiti alla gentile Firenze, né la ricca Milano dovere l'affluenza dei 
suoi visitatori a Brera od all' Ambrosiana, nò al Vaticano Roma, o 
a Napoli gli Studi ; ma ripetersi da ben altre cagioni. E non man- 



Digitized by 



Google 



CXVIII 

cherebbero neppure a Venezia quei rarissiiui, che viaggiano unica- 
mente per diletto o per studio dell'arte della pittura; dacché, mal- 
grado la privazione d' alcuni fra i piti classici suoi dipinti, il solo 
luogo per conoscere e studiare la storia e i caratteri deir arte vene- 
ziana in tutte le sue fasi, sarebbe sempre Venezia soltanto. Aggiun- 
gevano come sceltezza di preziosi esemplari non sarebbe perciò 
mancata agli alunni, tanto più che, per avventura, non poche fra le 
opere più insigni erano, a cos^ dire, inamovibili: nò all'altra classe 
d' artisti sarebbe stata tolta affatto occasione di lucro. Osservavano 
che V esperienza dimostra tuttogiorno possibilissimo senza danni il 
trasporto di oggetti i più fragili, non meno che di maggior forma ; 
né scarseggiano fra noi i mezzi tecnici per ovviare a qualunque 
pericolo, i buoni ingegni per riconoscerlo non superabile, e decli- 
nar quindi dall' affrontarlo. Notavano che la dichiarazione del Go- 
verno, trattarsi non di alienazione ma di pegno, doveva assicurare 
anche i più pavidi circa il destino delle venete tele, e tanto più 
nella considerazione che, se Dio volesse dannarci a servitù nuova, 
non sarebbero certo salve dal rapace nemico. E quanto finalmente 
alla tema che il loro allontanamento scemasse decoro al paese, face- 
vano riflettere che se gran vanto al paese era veramente a stimarsi 
1* aver prodotto quei capolavori, mediocrissimo l'averli conservati 
in tempi facili e tranquilli (che quando le sorti volsero diverse, indi- 
fesi varcarono le Alpi), vanto senza alcun paragone sarebbe lo spo- 
gliarsene adesso a difesa della dignità nazionale, e dell' indipendenza 
veneziana. Né valere il maligno dubbio che tanta perdita non ba- 
stasse forse a conseguire l'altissimo scopo: essere mandato dei go- 
vernanti nulla lasciare intentato per conseguirlo, e questo esserne 
un mezzo. Tale magnanima risoluzione onorare non avvilire un 
Governo ed un popolo; e nobilitare 1' arte stessa ed i suoi cultori, 
facendoli dopo tanti secoli ministri del salvamento di loro nazione. 
Doversi inorgoglire non dolorare vedendo nude le pareti che 
splendeano finora di tanta luce, dacché luce ancora più grande sfa- 
villerebbe da quella nudità, dove sola campeggiasse l' iscrizione che 
ivi fu una celebre tela che Venezia, con memorabile esempio, dava in 
pegno, per continuare a conservarsi libera ai futuri destini d'Italia. 
Alcuni dubbi furono poi posti innanzi circa l' efficacia del mez- 
zo come misura finanziaria, osservando che la lentezza necessaria 
dell'esecuzione, mal corrisponderebbe alla strìngenza dei bisogni; 
non meno che circa la parte politica, obbiettando che un Governo 
estero (Roma, per esempio) non acconsentirebbe forse ad accettare 



Digitized by 



Google 



CXIX 

DD tale deposito ; e, piti facilmente, i soyyentori non stimerebbero il 
6o?erno Romano abbastanza energico, per garantirne la conservazio- 
ne, se le condizioni politiche del nostro paese volgessero così infau- 
ste, che avessimo a ricadere in mani straniere. Ma la Commissione, 
chiamata a dare un giudizio d' arte e non altro, stimò doversi aste- 
nere da quanto evidentemente nel suo mandato non era compreso. 

Nel prefiggersi un metodo per la risoluzione della prima parte 
del quesito, la scelta degli oggetti, adottò ad unanimità la massima 
che non dovessero avervi parte fuorché lavori, i quali riunissero le 
ke condizioni : di autenticità incontrastabile, fama divulgatissima, 
merito eminente. I minori, comecchò importanti, ed anche di valen- 
tissimi maestri, si trasandassero. 

Fu poi stabilito circoscrivere le indagini ai soli tempi migliori, 
trascurando perciò alcune antichissime tavole, non trattandosi di 
comporre una compiuta serie storica, ma solo un' eletta di oggetti 
veramente eccellenti. Non si credette però di ommettere qualche 
saggio dei benemeriti Huranesi, perche di rara bellezza pari alla 
preziosità: ma si preferì largheggiare nelle opere di Giovanni Bellino 
e dei suoi contemporanei ; trascegliere indi le più importanti produ- 
zioni di Tiziano e dei suoi piti vicini imitatori ; ammettere qualche 
classico Tintoretto, qualche Bassano, le più magiche tele di Paolo 
Veronese, ed escluderne i facili imitatori, nonché tutti i maestri di 
tempo a noi pih vicino. 

Senonchè fin dalle prime ebbe ad accorgersi la Commissione, 
siccome alcuni dei massimi capolavori della nostra scuola, per im- 
periosità e specialità di circostanze, non si avrebbe potuto compren- 
dere in questa scelta. Così, ad esempio, le colossali dimensioni del- 
l'Assunta di Tiziano, e l'essere dipinta sopra grosse tavole, esclu- 
devano la possibilità del trasporto senza mezzi afiatto straordinari ; 
così la Presentazione al Tempio dello stesso maestro, deteriorata 
dall'umido, e però di recente dovutasi foderare, oltrecchè per la 
grandezza della tela, avrebbe opposto ostacoli difficilmente vincibili 
per assicurarne la conservazione ; così la Cena di Paolo, e la Croci- 
fissione di Tintoretto, i due più vasti quadri che possediamo, sarebbe 
stato per lo meno imprudentissimo propor di rimuovere dal loro 
luogo. À tali dipinti, che la Commissione non esita a dichiarare ina- 
movibili senza pericolo espresso, non credette dovere per ciò appunto 
stabilire alcun prezzo. 

Avvi poi una seconda classe di quadri, all'ammissione dei quali, 
se era chiamata della loro importanza e bellezza, pendeva però dub- 



Digitized by 



Google 



cxx 

biosa per altre circostanze. Ne valutò quindi il presso, ma sospeae 
di comprenderli nel suo elenco. In alcuni la materia, sulla quale o 
colla quale sono condotti, e le grandi dimensioni, presentano ostacoli 
tecnici non diremo invincibili, ma compromettenti la loro conserva- 
zione. Ciò si dica specialmente della pala del Vivarini terminata dal 
Basaiti, con 8. Ambrogio, 8. Sebastiano ed altri, ai Frari, stimata 
L. 200,000; e dei due di Giovanni Bellino e del Basaiti medesimo 
all' Accademia, il primo colla Vergine in trono e Santi, stimato Lire 
400,000, il secondo colla Vocazione all'Apostolato, stimato L.300,000. 
In altri invece il pericolo del trasporto nasce dalle vicende sofferte 
dal tèmpo, che ne sollevava a larghe bolle il colore ; non di rado per 
r insalubrità dei sito, talora forse per ristauri che ebbero a soppor- 
tare in vecchi tempi. Ciò dicasi particolarmente del Martirio di 
San Lorenzo del Tiziano ai Gesuiti, stimato L. 400,000, e del Prese- 
pio di Cima da Conegliano ai Carmini, stimato L. 160,000. 

Talvolta la destinazione e la forma si trovò che facevano osta* 
colo air utile asporto. E per la prima ne basterà citare i tre soffitti 
con Abele, Abramo e Davide del Tiziano alla Salute, stimati Lire 
450,000, costosi a levarsi e che non possono godersi che in soffitto, 
ed a molta distanza, non mai neir ordinaria collocazione verticale. 
Per la forma citeremo invece il S. Sebastiano ed altri Santi del Por- 
denone a S. Giovanni Elemosinano, stimato L. 50,000, e piii parti- 
colarmente poi la Santa Barbara del Palma vecchio a S. M. Formosa, 
stimata L. 400,000, coi cinque quadretti annessi, la quale, tolta 
dair altare per cui fu dipinta, offre forma così bizzarra e sconcia da 
perdere in massima parte il suo effetto. 

Né taceremo dei fatti di S. Giorgio del Carpaccio nella Scuola 
degli Schiàvoni (tre pezzi stimati Lire 300,000), specie di lungo e 
basso fregio non applicabile che alla speciale situazione nella quale 
fu condotto. 

Qualche altro quadro finalmente, benché posto in publico luogo, 
si ebbe ragione a crederlo di proprietà privata, siccome il Tobia e 
due Santi del Cima da Conegliano all' Abazia della Misericordia, sti- 
mato L. 40,000. 

Altri dipinti poi si giudicò, dopo mature considerazioni, dovere 
escludere dalla scelta, benché insigniti d'illustri nomi, e rammen- 
tati con onore nelle guide e nelle, descrizioni di Venezia, ma circa 
i quali, alterazioni notevolissime prodotte dal tempo e dall'incu- 
ria, che a perdita quasi assoluta li condussero, od intemperanza ed 
imperizia di ristauri, che ne alterarono o travisarono lo stile, o scar- 



Digitized by 



Google 



CXXI 

anche in origine di artistico pregio, in onta alla fama mal me- 
ritata, non era lecito ad artisti assegnar loro che luogo affatto se- 
condario, rimpetto alle altre opere dei maestri dei quali portano il 
nome. Così mal si pnò conoscere Oiorgione, nella Burrasca dei De- 
moni air Accademia. Poco degni di Tiziano sono la Visitazione (fra 
le prime sue opere, se pure è sua, locchè a credere ripugniamo), o 
r Ànnuuziazione a 8. Salvatore, e la Deposizione di Croce, all' Acca- 
demia, 8U0 ultimo quadro compito dal Palma. Pordenone e Paris 
Bordone sono inferiori a loro stessi, il primo nel San Cristoforo e 
8. Martino a S. Rocco, l'altro nel S. Agostino e due Angeli a 8. An- 
drea. La Probatica piscina del Tintoretto viene citata da molti, ma 
non è certo fra le produzioni più lodevoli di queir ingegno potente 
ma disuguale ; né Paolo Veronese sarebbe giustamente giudicato da 
obi volesse parlarne sull'osservazione del Miracolo del fanciullo, a 
S. Pantaleone, del Cristo fra gli Angioli a S. Giuliano, e dell' Ado- 
razione dei Magi a 8. Silvestro. 

Premesse tali considerazioni, e dietro la più accurata ispezione, 
in vari giorni successivi operata, la Commissione crede che i soli 
€ dipinti esistenti in luoghi publici e comunali a Venezia, i quali 
» possano utilmente destinarsi a costituire un pegno per un pre- 
» stito », sarebbero i 58 nominati nell'annesso elenco. 

Vi figurano ventidue maestri, a cominciare da Giovanni Anto- 
nio da Murano, padre della nostra scuola, del quale sono due preziose 
Ancone, una colla data 1443. Seguono i benemeriti muranesi Viva- 
rini, Luigi e Bartolommeo, con sei opere. Sette ne conta Giovanni 
Bellino, quattro delle quali di grande dimensione e con molte figure. 
Tre per uno ne formano Cima da Conegliano ed il Carpaccio, due il 
Santacroce, una per ciascuno il Catena, il Bocaccino, il Buonconsigli. 
Venendo all'epoca più splendida, Tiziano Vecellio vi sfoggia 
sette mirabili tele, due di varia importanza il Paris Bordone, ttocco 
Marconi altrettante, quattro il Bonifacio. Per una sola prova, ma 
importantissima, si mostra quanto valessero Sebastiano del Piombo, 
il vecchio Palma, il Pordenone. Giacomo Bassano vi ha pure due 
quadri ; uno Leandro, più celebrato che celebrabile. Due opere di 
stile diverso vi presenta il fulmineo ingegno del Tintoretto, ma in 
Bevetele pompeggia invece la soave magia del pingere del Veronese. 
Raccolta non copiosa per numero, ma unica per importanza e per 
varia bellezza, come per autenticità indubitabile. 

A questi dipinti la Commissione non crede troppo scostarsi dal 
800 mandato, se propone di unire una serie d'oggetti di natura al^ 



Digitized by 



Google 



CÌCXII 

quanto diversa : la collezione degli intagli in legno del belloneae 
Brustolon; ingegno tragrande, cui mancò felicità di tempi al fiorire, 
ma che tuttavia va ammirato per copia di ingegnosa e bizzarra fan- 
tasia, per certo innato vezzo, e per sorprendente maestria di mecca* 
nica esecuzione. Componesi di poltrone, ornate nella foggia piti stra- 
na e colle pili gustose decorazioni, statue cariatidi grandi al vero, 
tripodi, candelabri, tavoli e simili ; in tutto quaranta pezzi. Al vero 
merito, che certamente non manca, questa serie unisce P alletta- 
mento della voga, nella quale adesso, e non faustamente per l' arte, 
sono in molti paesi tenute le produzioni di quel genere ghiribizzoso 
e di quello stile, cercate e pagate ad ingente prezzo. Fu stimata 
nello insieme Lire 400,000. 

Anche circa la valutazione del prezzo degli oggetti prescelti, 
nacquero alcune discrepanze di parere fra i membri della Commis- 
sione. I vari elementi di originalità accertata, derivazione conosciu- 
ta, celebrità divulgatissima, merito sommo e non impugnabile, do- 
vevano contemperarsi e risolversi in una cifra che rispondesse ad un 
valore realmente esigibile in commercio, viste le specialissime con- 
dizioni del tempo. Trattandosi di dipinti, non poteva aver luogo la 
ricerca di un valore reale nello stretto senso della parola, ma nò si 
poteva mettere innanzi tampoco un valore di affezione, come d'or- 
dinario avviene nelle contrattazioni di simil genere: occorreva tro- 
vare un medio, certo assai difficile a stabilirsi, ed indipendente dalla 
particolare ammirazione verso qualche maestro, o qualche opera. 

I professori Lipparini , Grigoletti, Santi, Lorenzi, Schiavonì, ed 
il Gualdo dietro a loro, dichiaravano apertamente che taluna delle { 

opere prescelte non avevano affatto valor commerciale, essendoché ! 

giammai era finora avvenuto che se ne trovassero in commercio di 
tale importanza, e perciò le dichiararono senza alcun prezzo. Pure, 
dovendo necessariamente fissare qualche cifra, prendevano a punto 
di confronto Tessere stata altre volte stimata la Trasfigurazione di 
Raffaello a tre milioni di lire: ed il primo di essi credeva prezzo non 
minore fosse da apporsi al S. Pietro Martire ; il secondo teneva che 
a due milioni, od almeno un milione e mezzo, dovesse calcolarsi la 
pala di Giovan Bellino a S. Zaccaria. 

Opponevano altri membri, e tra questi il Relatore e i cittadini 
Meduna e Zen, che la pretesa stima dei tre milioni era stata sem- 
plice frase di un letterato, ne fu mai presa a base di reale contratta- 
zione veruna. Che dovea piuttosto partirsi dal prezzo, al quale furono 
notoriamente pagati altri celebri quadri. Che le semplici dimande. 



Digitized by 



Google 



CXXIII 

&tte spesso da gelosi ed avidi proprietari e da scaltri negozianti a 
ricchi, vani ed ignoranti amatori, non dovevano prendersi a calcolo 
del pari, se non in quanto almeno fossero state seguite da veri con- 
tratti compiuti, e non da fittizie profferte. 

Ora, nelle vendite conosciute, il quadro pagato finora a più caro 
prezzo fu la Risurrezione di Lazzaro, dipinta da Sebastiano del 
Piombo coir aiuto e la direzione di Michelangelo, appunto per lo 
scopo di vincere Raffaello che allora dipingeva la Trasfigurazione; e 
quel quadro, da Narbona passato ad esser il gioiello della Galleria 
d'Orléans, dopo varie vicende, in una delle quali fu pagato soli 50 
luigi, e dopo che invano col mezzo di Denau Napoleone ne offerse 
16,000 pezzi da 20 franchi (fr. 320,000), finalmente fu acquistato 
dal Museo di Londra per 14,000 lire sterline (fr. 350,000). 

Che se questo fu il prezzo col quale il Museo reale della ricca 
Inghilterra pagava il primo quadro che sia in quel paese, e per so- 
prappiìi di autore rarissimo in tutte le Gallerie, e ciò avveniva in 
tempi della maggior floridezza e di pace profonda, non doversi cre- 
dere che di tanto maggiori si possano ottenerne adesso, e sieno pur 
Bellini Tiziani, nelle presenti condizioni mutate tanto, e nelle quali 
il denaro siffattamente scemava nella circolazione, che tutti gli og- 
getti di lusso perdettero la maggior parte del loro valore. Non es- 
aere finalmente nelle circostanze speciali nostre a tacersi, che trat- 
tavasi non di vendita, ma di semplice pegno, e che l'oggetto dato 
a tale titolo si riceve sempre per un valore alquanto inferiore al 
vero, come quello che ad ogni modo è redimibile. 

Tali considerazioni variamente poste a calcolo, approvate ed 
oppugnate dai diversi membri della Commissione, si passò alla fis- 
sazione dei prèzzi, i quali risultano nello stesso elenco A contrappo- 
sti all'indicazione degli oggetti. 

Siccome però ai ridetti cittadini Meduna, Zen ed al Relatore 
parve che le fatte osservazioni non fossero bastantemente prese a 
calcolo in quelle valutazioni, dichiarano, per loro conto, di non avervi 
avuta parte veruna, e protestano anzi dissentire in larga misura dai 
pretesi valori apposti nell' elenco medesimo ; afiBdandosi piti all'espe- 
rienza dei fatti noti in commercio, che secondando il loro sentimento 
d'ammirazione per quelle classiche tele. 

Tornando ai presunti valori, dichiarati nel suddetto elenco A^ 
troviamo che i 58 quadri prescelti importerebbero L. 13,504,000.00 

cui si potrebbero aggiungere le » 400,000.00 

dei legni del Brustolon, cioè un totale di . . Lrr3~904,000.00 ; 



Digitized by 



Google 



CXXIV 

uno arriva a due milioni, il 6. Pietro di Tiziano, di quei 58 pezzi, tre 
arrivano ad un milione per uno, la pala dei Pe8aro di Tiziano, quella 
di S. Zaccaria di Bellino, il Miracolo di S. Marco di Tintoretto. Uno 
tocca alle Lire 800,000, Panello del Pescatore di Bordone. Tre ginn-» 
gono alle Lire 500,000, la Presentazione del Carpaccio, il 8. Lorenzo 
delPordenone, laS. Caterina di Paolo. Quattro si valutano L. 400,000, 
la Cena del Bellino, il S. Tommaso del Cima, il 8. Gio. Batta ed il 
8. Marco di Tiziano. Cinque finalmente s'innalzano a L. 300,000, 
un Bellino, due Cima, un Rocco Marconi, un Paolo ; altrettanti a 
200,000 od alquanto al di sotto; sette non passano le L. 100,000 e 
ventotto non le raggiungono, scendendo fino a L. 6000 soltanto. 

Il secondo quesito che la Commissione era chiamata a risol- 
vere riferivasi alla spesa ed al tempo necessari a levare ed incassare 
i dipinti scelti, in modo da tutelarli in viaggio di mare o di terra, 
indicando il volume ed il peso che si avrebbe dovuto trasportare. 
Per risolverlo, la Commissione, a merito specialmente del suo mem- 
bro ingegnere Meduna, si occupò dapprima di osservazioni e di sta- 
di circa il modo più cauto di togliere di sito ciascuno dei quadri, ed 
assicurarli in apposita cassa. Lungo e fuor di luogo sarebbe il ren- 
der conto in questo rapporto di tutte le avvertenze che furono mes- 
se in campo, o trovate opportune a scemare, per quanto fosse possi- 
bile, il pericolo, se non a rimuoverlo affatto. Si adottarono in genere 
i cilindri a gran diametro per le tele più vaste, le minori conser- 
vandosi stese. Si credette dover moltiplicare le casse che furono 
fissate a 54, molte di esse dovendosi impiegare per i legni intagliati. 
Si pensò ai meccanismi più acconci per levar d'opera e trasportare 
i quadri, per muovere e caricare le casse: che sarebbero coperte di 
tela cerata, indi fasciate di paglia, e chiuse in fodere di stuoia. 

Il tempo occorrente a siffatte operazioni non si potè valutare a 
meno di due mesi, nella considerazione che ogni parte della gelosa 
operazione doveva essere sorvegliata da persone dell'arte; che si do- 
vevano trasportare da luogo a luogo i meccanismi, per evitare la 
spesa di rifarli più volte ; che perciò non si potea lavorare in diversi 
siti contemporaneamente; finalmente che piccolo era il numero de- 
gli artefici diligenti ed esperti in tali operazioni ; e più di tutto, che 
la stagione offriva il doppio ostacolo della brevità dei giorni e della 
frequente umidità, mentre era strettamente necessario non incas- 
sare i quadri che con tempo sereno ed asciutto. 

La spesa, escluso qualunque compenso di sorveglianza, ma com- 
presi i veicoli di trasporto e la mano d' opera, fu trovata ascendere 



Digitized by 



Google 



cxxv 

preBomibilmenie a L. corr. 14,855; siccome a parte a parte può ri- 
scontrarsi dall' unito elenco ^ (1). 

n peso approssimativo da trasportarsi si potè calcolare appros- 
simatiTamente in cbilogr. 38,990, ossieno 80 tonnellate circa. Il 
volume corrisponderebbe a metri cobi 280,60. 

Soddisfatto per qaanto dalla Commissione si poteva l'incarico 
affidatole da codesto Governo, crede sarà per essere scusata, se, ec- 
cedendo di alcnn poco i limiti del suo mandato, forte del sentimento 
del proprio dovere e dell' amore per quanto concerne ogni maniera 
di interessi della patria comune, alla quale non esiterebbe a sacrifi- 
care lietamente qaanto ha di più caro, se credesse che utile tornar 
potesse il sacrificio, si permette di assoggettare alcune altre gene- 
rali osservazioni in proposito. 

Langi da essa V idea di esaminare il progetto di dare i quadri 
pib classici di Venezia ad esteri Governi, Società od individui, a 
titolo di pegno per un prestito, sotto i rapporti politici, od anche 
guardandolo come semplice operazione finanziaria; essa si limiterà 
soltanto a semplicissime considerazioni pratiche, e più consentanee 
ai suoi studi ed alla sua esperienza. Né toccherà tampoco dei rischi 
dei trasporti per mare, ovvi a valutarsi da tutti, massime in sta- 
gione invernale ed in tempo di guerra. 

I nostri dipinti, da lunghissimi anni esposti in luoghi general- 
mente umidi e poco ventilati, hanno tutti dal più al meno subito 
influenze, le quali se non si manifestano apertamente finché non 
sono tocchi, si rivelerebbero al certo appena fossero posti in condi- 
zioni diverse. Lo assoggettarli a temperatura difierente, il levarli 
dalle intelaiature, lo avvolgerli sopra cilindri sono sempre scosse 
fatali a vecchie tele, e peggio a vecchie tavole : maggior danno il 
chiuderli per tempo più o meno lungo in casse, ed esporli, per quan- 
to difesi si voglia, à replicati scuotimenti : maggior ancora di là ri- 
tirandoli, doverli di nuovo stirare su telai che si troverebbero più o 
meno alterati dalle vicende dell' atmosfera. E la stagione dell' umido 
e della pioggia raddoppia il danno di tutte queste operazioni. Per 
quante care si vogliano usare è certo che detrimento è inevitabile, 
e bisogno di ristauro si manifesterà senza dubbio al momento di 
togliere i quadri dalle casse, più o meno grande secondo le materie 
con, e sulle qaali sono dipinti, secondo la qualità e grossezza del- 



(1) Crediamo iuutilè di dare anche questo elenco, i cui risultati si trovano, 
c^l T«8to, riassunti nella presente relazione. 



Digitized by 



Google 



ClXVl 

l' imprimitura , la maggiore o minore cristallizzazione sofferta dalle 
tinte, i ristauri patiti altra volta, la esposizione alla quale furono 
abituati, la qualità delle vernici da cui furono coperti, e mille altri 
accidenti individuali, impossibili a prevedere e specificare. 

Per tutte queste ragioni, se la Commissione chiamerà esage- 
rato l' asserto che far viaggiare i nostri quadri sarebbe perderli af- 
fatto, non può peraltro non convenire unanimemente che un detri- 
mento pili men grande è inevitabile. Circa il viaggio per terra 
poi non oserebbe garantirli in alcun modo. 

Il detrimento del quale si è parlato porta seco necessariamente 
il bisogno di passare ad un più o meno largo ristauro avanti di 
esporli alla publica vista. Ora a nessuno è ignoto come rarissimi 
sieuo dovunque i discreti ristauratori ; e quasi ogni maestro, certo 
ogni scuola ed ogni epoca, abbisogni di artisti che abbiano profon- 
damente studiato appunto quel maestro, quella scuola, quelP epoca. 
Tutte le volte che quadri veneziani furono ristaurati in altri paesi, 
poterono dirsi quasi quadri perduti ; dacché, ripetiamo, i soli nostri 
più esperti pittori hanno confidenza bastante collo stile non solo, 
ma eziandio coi mezzi meccanici usati 4ai vecchi maestri veneziani, 
per affrontare con probabilità di riuscita le difficoltà di restaurazioni 
anche lievi sulle opere dei classici della nostra scuola. 

Queste considerazioni, che nessun uomo dell'arte oserebbe con- 
traddire, oltre al ribrezzo che nasce dall' avventurare ad imminenti 
pericoli opere insigni, la perdita delle quali sarebbe obbrobriosa ed 
irreparabile, dimostrano in pari tempo che ai limiti accennati come 
quasi positivi di spesa e di tempo, bisogna aggiungere due elementi 
dello stesso genere, ma di misura incalcolabile. 

E di vero circa il tempo, ammessi due mesi per approntare i 
quadri al viaggio, valutata dal più al meno la durata del viaggio 
medesimo, e circa due altri mesi per sballarli e rimetterli nei telai, 
resterà sempre impossibile a calcolarsi il tempo necessario al ri- 
stauro. 

Così circa la spesa, ammessa la preventivata di circa 15,000 
Lire per apprestamenti, e fissata quella del trasporto, bisognerà ag- 
giungerne altra poco minore della prima per rimettere i quadri sui 
telai, quella non calcolabile dei restauratori. Né si può lasciar di 
avvertire che sarebbe poi sempre indispensabile, non solo che vi 
fosse chi li accompagnasse materialmente nel viaggio, per vigilare 
alla men dannosa collocazione delle casse e provvedere ai guasti che 
potessero succedere, ma che bisognerebbe assolutamente mandare 



Digitized by 



Google 



cxxvn 
sul luog^, ove dovessero essere scoperti, quei medesimi falegnami che 
serrirono a metterli nelle casse, e che soli perciò potrebbero con mi- 
nor pericolo levameli e rimetterli sui telai per collocarli al nuovo 
sito. Del pari occorrerebbe mandare da Venezia parecchi esperti e 
Talenti rìstauratori, per tutto quanto occorresse di riparare circa i 
danni sofferti dalle pitture. 

Non è finalmente da tacersi che, quantunque i membri della 
Commissione, i quali fissarono i prezzi portati dalP Elenco A^ riten- 
gano i valori indicati come inferiori al merito dei dipinti piuttosto- 
cbè come esagerati, convengono però pienamente anche essi con 
gli altri opponenti, che non è immaginabile realizzare nelle condi- 
zioni presenti la somma preventivata. La loro coscienza impose ad 
essi di segnare come moderato quel limite ; ma la fatalità dei tempi 
è tale da non lasciar fiducia alcuna sulla possibilità di contrattazioni 
anche a patti che non diremo discreti, ma più meschini. 

Per tutte le quali ragioni non può a meno la Commissione di 
esternare di comune voce la preghiera al Governo di misurare ma- 
toratamente il pericolo, il tempo, la spesa, il denaro, la probabile 
non riuscita, prima di formare alcuna risoluzione in questo impor- 
tante argomento. 

Venezia, li 31 Ottobre 1848. 

Fbangbsco Gualdo. 
Natale Sohiavoni. 
Sebastiano Santi. ' 
Giuseppe De Lorenzi. 
Michelangelo Gbigolbtti. 
Lodovico Lippabini. 
Oio. Batta Mbduna ing. 
A. Zen. 
ÀLESSANDBO ZANETTI Relatore. 



Digitized by 



Google 



CXXVIIt 



ELENCO A. 

1 Gio. Antonio da Murano — Coronazione di N. 

D., Ancona a S. Pantaleone L. 100,000 

2 Gio. Antonio da Marano — Ancona a sei com- 

parti 1443, a S. Zaccaria » 60,000 

3 Vivarini — Vergine coi Ss. Gio. Batt.» Donato 

e un divoto, a S. Donato, lunetta .... » 25,000 
4-7 Vivarini Luigi — quattro Ancone con due com- 
parti, all'Accademia » 24^000 

8 Vivarini Bart. — Trittico con S. Marco ed altri 

due Santi, ai Frari '. . . . » 50,000 

9 Bellino Gio. — N. D. col Bambino e Santi con 

altare contemporaneo, ai Frari » 300,000 

10 Vergine in trono con quattro 

Santi, a S. Zaccaria (fu a Parigi) .... » 1,000,000 

11 Cena in Emaus, a S. Salvatore . » 400,000 

12 Ss. Cristoforo, Grisostomo e Lo- 
dovico, a S. Gio. Grisostomo » 100^000 

13 N. D. col Bambino e due Angeli, 

al Redentore » 50,000 

14 N. D. coi Ss. Gio. e Caterina, ivi » 60,000 

15 N. D. coi Ss. Girol. e Frane, ivi. » 30,000 

16 Catena — S. Cristina al lago di Bolsena, a S. 

M. Mater Domini » 50,000 

17 Cima da Conegliano — Vergine in trono e San- 

ti, air Accademia » 300,000 

18 Incredulità di S. Tommaso, ivi . » 400,000 

19 S. Gio. Batt. e quattro Santi, alla 

Madonna dell' Orto % 300,000 

20 Carpaccio — Presentazione al Tempio, all'Ac- 
cademia (in legno) » 500,000 

21 S. Gioacchino, S. Anna ed altri 

Santi, ivi » 50,000 

22 Coronazione di N. D., a Ss. Gio. 

e Paolo » 50,000 

23 Boccacino — Vergine in trono e Santi, a S. 

Giuliano » 80,000 



Digitized by 



Google 



cxxnc 

24 BooDCODsigli — Cristo e due Santi, allo Spi- 

rito Santo L. 20,000 

25 Santacroce Gir. — Tre Santi, 1528, a 8. Silv. » 50,000 

26 Cenacolo, a 8. Martino ...» 80,000 

27 Tiziano Vecellio — 8. Gio. Batt. nel deserto, 

all'Accademia » 400,000 

28 Annunziaz. della Vergine, Con- 
fraternita di S. Rocco » 150,000 

29 S. Pietro Martire, a 8. Giovanni 

e Paolo (fu a Parigi) * 2,000,000 

30 N. D., 8. Pietro ed altri, detta la 

pala dei Pesaro, ai Frari » 1,000,000 

31 Tobia e l'Angelo, a 8. Marciliano j> 80,000 

32 8. Marco ed altri Santi, in sacri- 
sta alla Salute » 400,000 

33 Elemosina di 8. Giovanni, a 8. 

Gio. Elemosinano » 90,000 

34 Sebastiano dal Piombo — 8. Gio. Grisostomo 

ed altri Santi, a 8. Gio. Grisostomo ...» 230,000 

35 Paris Bordone — Circoncisione, all'Ospedalet- 

to ai Gesuiti » 40,000 

36 L'anello del Pescatore, all'Accad. » 800,000 

37 Palma il Vecchio — 8. Gio. Batt. e due altri 

Santi, a 8. Cassiano » 100,000 

38 Pordenone — 8. Lorenzo Giustinian ed altri 

Santi, all' Accademia » 500,000 

39 Rocco Marconi — Tre Santi, a 8. Gio. e Paolo » 140,000 

40 Deposizione di Croce, all'Accad. » 300,000 

41 Bonifacio — Il ricco Epulone, ivi ... . » 120,000 

42 Cristo fra gli Apostoli, ivi . . » 60,000 

43 Adorazione dei Magi, ivi . . . » 100,000 

44 La Strage degli Innocenti, ivi . » 100,000 

45 Tintoretto — Martirio di 8. Agnese, alla Ma- 
donna dell' Orto (fu a Parigi) » 100,000 

46 Miracolo di 8. Marco, all' Accad. » 800,000 

47 Bassano Frane. — 8. Giov. predica alle turbe, 

a S. Giacomo dall' Orio » 30,000 

48 N. D. e i Santi Gio. e Nicolò, ivi » 25,000 

49 Bassano Leandro — - Risurrezione di Lazzaro, 

all'Accademia (fu a Parigi) » 100,000 



Digitized by 



Google 



cxxx 

60 Paolo Veronese — Nascita di Cristo, a S. Gius. L. 80,000 

51 Martirio di S.Sebast., a S.Sebast. » 200,000 

52 Martirio dei Santi Marco e Mar- 
cellino, ivi » 300,000 

53 Secondo martirio di S. Seb., ivi . » 150,000 

64-56 Tre soggetti sulle portelle del- 
l'organo, ivi » 250,000 

57 Sposalizio di S. Caterina, a S. 

Caterina » 500,000 

58 N. D. appare a 8. Luca, a S. Luca » 100,000 

L. 13,504,000 
Aggiunti : 
Brustolon — 40 pezzi d' intaglio in legno, pol- 
trone, tavoli, statue, tripodi, candelabri, al- 
l' Accademia L. 400,000 

L. 13,904,000 

Dipinti tenuti in sospeso : 

1 Viyarini e Basaiti — Santi Ambrogio, Seba- 

stiano ed altri, ai Frari (in legno di grandi 

dimensioni, difficile al trasporto) . . . . L. 200,000 

2 Basaiti — Vocazione all' Apostolato, all' Acca- 

demia (grandissimo, in legno) » 300,000 

3 Bellino Gio. — Vergine in trono e Santi, ivi 

(grande, in legno, difficile al trasporto) . . » 400,000 

4 Cima da Conegliano — Presepio, Tobia e due 

Santi, ai Carmini (pericoloso a trasportarsi 

per i molti danni sofierti) » 150,000 

5 — — Tobia e due Santi, all' Abbazia 
della Misericordia (di poca entità, e facilmen- 
te di proprietà privata) » 40,000 

6-8 Carpaccio — Tre fatti della vita di S. Gior- 
gio nella Scuola degli Schiavoni (parti di fre- 
gio di mediocre importanza e di cattiva forma) » 300,000 
9 Tiziano — Martirio di S. Lorenzo, ai Gesuiti 
(pericolosissimo al trasporto per i molti dan- 
ni patiti) » 400,000 

10-12 Abele, Abramo, Davide, sof- 
fitti alla Salute (sconvenienti per l'obbligo di 
collocazione in soffitto) » 450,000 



Digitized by 



Google 



CXXXI 

13-18 Palma il Vecchio — 8. Barbara e cinque 
piccoli pezzi annessi, a S. Maria Formosa ( il 
principale di pessima forma, e gli altri di 
lieTissimo conto) L. 400,000 

19 Pordenone — Ss. Oìo. Batt., Caterina ed al- 
tri, a S. Gio. Elemosinario (di forma catti- 
vissima, sicchò levato perderebbe quasi ogni 

pr^io) » 500,000 

L. 2,690,000 

Fbancbsco Gualdo. 
Natale Sohiayoni. 
Sebastiano Santi. 
Giuseppe De Lobenzi. 
Lodovico Lipparini. 

UlCHBLANOELO GbIGOLETTI. 



Digitized by 



Google 



CXXXII 



III. 

(Doc. Manin, nura. 3154, 3155). 

SendiU e spese di Venezia dal 22 Marzo 1848 al 30 Aprile 1849, 
come da Prospetto stampato a parte a tutto Genna iol849, e dalla 
Gazzetta Veneta dei giorni 13 Marzo, 14 Aprile e 18 Maggio 
1849. 

Rbnditb. 

Reudite straordi- 

Rendite ordinarie narie per prestiti, 

per imposte doni, vendita di 

dazi ecc. beni naz. ecc. Somma 
Ci?anzo di cassa 

al 22 Marco L. 6,958,558.53. 

Dal 22 Marzo al 31 
Die. 1848. Lire 

corr. Vs di fior. L. 5,544,099.98 L. 24,527,124.91 » 80,071,224.89 

Gennaio 1849 v 582,129.48 » 3,237,742.15 » 3,819,871.63 

Febbraio » » 220,777.41 o 8,855,178.87 » 4,075,956.28 

Marzo » » 227,376.84 » 8,534,71659 » 3,762,093 43 

Aprile » » 436.351.12 » 3,510,W 3.79 » 3.947,044.91 

» 7,010,734.83 » 38,665.456.31 (1) » 52,684,749.67 
Rimanenza in cassa il 30 Aprile 1849 »> 4,189.977.45 

Somma delle spese dal 22 Marzo 1848 al 30 Aprile 1849 . . » 48,444,772.22 

Spese. 

Sp. straord. 

Spese ord. di guerra e Sp. straord. 

amministrai. marina interne ecc. Somma 
Da 22 Marzo 

a 31 Die. 48 L. 7.488,083.19 L. 24,259,295.21 L. 3,853,732.09 L. 35,601,110.49 

Genn. 1849 »> 645,586.43 » 2,402,589.13 » 162,920 23 » 5,211,095.79 

Pebbr. » » 592,392.40 » 1,989,263.39 '> 210,961.90 » 2,792,617.69 

Marzo » »» 620,935.49 » 2,814,175.10 »> 277,364.63 » 3,712,475.22 

Aprile » » 484,162.37 » 2,877,251.47 » 266,059.21 » 3,127,473.03 

» 9,831,159.88 » 33,842,574.28 » 4,771,038.06 » 48,444,772.22 

(1) 1 prestiti ammontano a L. 83,460,000 circa, ne' quali i soli veneziani con- 
corsero per Lire 38,000,000, e per mezzo milione circa altre parti d'Italia. Le offerte 
doni fatti dai Veneziani ammontano a Lire 847,235, quelli fatti dalle altre parti 
d' Italia a Lire 382,690, oltre le Lire 238,275 donate dal Governo del Piemonte, e 
Ure 196,500 dal Governo della Republica Romana. 



Digitized by 



Google 



cxxxin 

Nokt sulle flnanu venete da 22 Marzo 1848 a tutto Aprile 1849. 

Dall' annesso prospetto delle rendite e spese di Venezia a tutto 
•il mese di Aprile 1849 si rileva che finora, in tredici mesi e mezzo cir- 
ca, si spesero 48 milioni di Lire correnti (tre delle quali formano un 
fiorino, moneta di convenzione), cosicché la spesa per ogni mese è di 
tre milioni e mezzo circa. Si rileva che le sole spese di guerra e ma- 
rina ammontano a 2,700,000 Lire circa per mese, e aL. 800,000 cir- 
ca per mese le spese inteme ordinarie e straordinarie. 

Le rendite ordinarie di Venezia sono presentemente ridotte a 
circa Lire 300,000 per mese, cosicché è necessario di procurarsi in 
ogni mese, con prestiti o doni, tre milioni circa di rendite o risorse 
straordinarie, per fare equilibrio colle spese. 

Finora si ebbero sussidi da fuori di Venezia per Lire 800,000 
circa; ed i Veneziani contribuirono con doni ed offerte spontanee 
per altre Lire 800,000 circa. Un prestito volontario nazionale era 
stato aperto per 10 milioni di franchi, ma poche azioni se ne collo- 
carono nelle varie parti d' Italia, cioè per P importo appena di mezzo 
milione. Alla mancanza si ha dovuto supplire con vari prestiti con- 
trattati in Venezia, coi cittadini e col Municipio, per l'importo com- 
plessivo di 33 milioni. Ma oramai le forze economiche di Venezia 
SODO esauste, e senza potenti aiuti pecuniari dal di fuori non si po- 
trebbe molto a lungo durare nella resistenza. 

Per 18 milioni circa dell'importo dei detti prestiti fu emessa 
ana carta monetata, la quale non ha corso fuori di Venezia; e tutte le 
provviste di viveri od altro dal di fuori, essendo stato necessario di 
pagarle in denaro sonante, ne avvenne che l' oro e l' argento sia 
quasi intieramente scomparso da Venezia, che la carta monetata vi 
scapiti ora del 30 per cento, e che, anche emettendo nuova carta, non 
possa questa giovare per le provviste al di fuori, e sollevare Venezia 
daUe sue angustie economiche. 

Occorre dunque un potente soccorso in danaro sonante, od in 
tratte negoziabili sopra Londra, Parigi od altre principali piazze 
della Inghilterra e della Francia . . . 

La somma di denaro occorrente a Venezia per questi primi tre 
inesi, da pagarsi in rate, sarebbe di 6 milioni di lire o 2 milioni 
di fiorini. 






Digitized by 



Google 



CXXXIV 



IV. 

Cronaca del Seeretario Jacopo Zbnnari. 
(Dog. Manin, num. 38*20). 

1849. 

I. Aprile, Domenica. L'Assemblea si riunisce in Comitato secre- 
to alle 1 pom., per udire una comunicazione del Governo. Questo par- 
tecipa i fatti che gli sono noti, il bollettino di Radetzky e la partecipa- 
zione deirarmistizio avuta da un parlamentare austriaco. Si sospende 
ogni deliberazione, finché si abbiano notizie precise e dirette. Oggi 
e ieri il popolo affollato chiede a Manin notizie ; questi gliele dà quali 
sono, accenna, senza darvi peso e in generale, le notizie buone che'si 
avrebbero dalle lettere di terraferma, che in questi giorni e nei se- 
guenti giungevano in gran numero, accennando ripresa delle osti- 
lità e vantaggi grandi dei nostri. Si ha ragione di credere che fos- 
sero arti austriache, per indurre la nostra guarnigione ad uscire in 
campagna. Il popolo si mostra forte nella sventura, e chiede che sia 
esposta V imagine della Madonna, ciò che da S. B. il cardinal Pa- 
triarca fu tosto fatto, fino al Mercordì santo. 

2 Aprile. L* Assemblea, nuovamente adunata in Gomitato se- 
creto, vedendo che il fatto deir armistizio era certo, decreta che 
Venezia resisterà all' Austriaco ad ogni costo, ed investe Manin per 
quest'oggetto di poteri illimitati. 

É da notare che Manin, dopo le comunicazioni sui fatti, nulla 
disse chiese, se non che V Assemblea prendesse quelle determina- 
zioni, che le sembrassero opportune. Dopo non breve silenzio, il rap- 
presentante Benvenuti Bartolommeo disse che il presidente del Go- 
verno, informato siccome doveva essere meglio di tutti, delio stato 
delle cose in ogni rapporto, proponesse ciò che reputava pih utile 



Digitized by 



Google 



cxxxv 

nelle gravi circostanze. Manin sale alla bigoncia, e dice pacatamen* 
te: ciò dipende dalla volontà vostra; se volete che si resista, resiste- 
remo (o presso a poco così). Allora spontaneo e unanime sorse nella 
Domerosissima adunanza il grido : r^m^^ a^f o^ni co^^. Manin, 
'animatissimo da tanta grandezza dell' Assemblea, chiede se gli pre- 
stano i poteri necessari, dice che possono occorrere misure grandi, 
istantanee, tali che chi le prende non sappia egli stesso renderne 
ragione, sebbene intuitivamente le conosca buone. A tutto accon- 
sente unanime FAssemblea, e dichiara di voler prestargli tutto V ap- 
poggio che gli sarà necessario per adempiere il mandato che gli 
conferiva. Si discute tranquillamente suU' importanza della delibe- 
razione che si vuol prendere, sul vero valore dell'espressione: resi- 
stere ad ogni eosto. Si osserva che, facendosi un' atto grandemente 
storico, occorre raccomandarlo ad un monumento perenne, formulan- 
dolo in un decreto. Si esaminano varie formule piti o meno atte ad 
esprimere il vero concetto dell' Assemblea, e in fine si conviene in 
quella del decreto. Posto a voti, tutti come un sol uomo si alzano 
contemporaneamente, e in mezzo ai viva e agli applausi dell'As- 
semblea, e di Manin che vi corrisponde, in mezzo ad un entusiasmo 
ponderato, ragionato e indescrivìbile, si scioglie l' adunanza. Il po- 
polo in piazza, avuto sentore della presa risoluzione, applaude ai rap- 
presentanti : vuole udire Manin. Bgli partecipa ad esso il decreto 
reso dall' Assemblea, lo esorta alla costanza, a prepararsi ai sacrifici 
che potrebbero essere necessari, e conchiude con : viva l' Assemblea I 
viva Venezia! viva S. Marco! 

Durante la discussione, essendo sorto il pensiero che l' Assem- 
blea si prorogasse, taluno osservò che Manin avea la facoltà di farlo. 
Manin risponde che egli non farà ciò, che ha bisogno di ritemprarsi 
nel voto dell' Assemblea, ogni volta che avrà bisogno di nuove forze, 
che ha bisogno di quel concorso che l' Assemblea gli aveva offerto. 
Accenna che, per quanto egli stimi il sangue freddo dei rappresen- 
tanti, non crede che in tali circostanze si possa convenientemente 
discutere sopra le cose che avrebbe a trattare. L' Assemblea da sé 
dichiara sospese le sue adunanze ordinarie. [Vedi il processo verbale 
di questa seduta.) 

3 Aprile. Giungono a Venezia i giornali colla relazione delle 
memorande sedute del 27 Marzo, alle Camere dei Deputati di To- 
rino. Prime notizie della commozione di Genova [Gazzetta 3 Aprile, 
Bum. 93). 

17 Aprile. Si espone per trenta giorni l' imagine della Madonna 



Digitized by 



Google 



cxxxvi 

della Vittoria sairaltar maggiore di S. Marco. Ogni parrocchia per 
tomo vi si reca processionalmente» parteudo dalla chiesa di 8. Moisè. 
Un' immensa quantità di cerei arde dinanzi all' ara, portati dai de- 
voti che vi vanno in processione o soli. Mai, a memoria d' uomini, 
8i vide tanto concorso e tante offerte di ceri. Alla Giudecca, alcuni 
poveri lavoranti si astengono qualche giorno dal ber vino, onde ri- 
sparmiare per comperar la candela. A. S. Geremia, poveri sovvenuti 
dalla publica beneficenza, pregano per la decade anticipata, onde 
portar la candela alla Madonna. Il Governo manda quattro cerei. 

La Domenica 22 Aprile, tutto il corpo della Marina si reca 
processionalmente, partendo da S. Biagio, con candela. Chi non potè 
intervenire, perchè in servizio sui legni, vi mandò la candela. Tale 
atto reca grandissima commozione al popolo affollatissimo. La* folla 
del popolo, e il numero di quelli che presero parte alla processione 
(circa mille), era s\ grande, che non poterono tutti capire nel tempio. 
V eran pure i collegi della marina, lo stato maggiore della ma- 
rina ecc. 

La Domenica 29 detto vi andò il Governo e il Municipio, senza 
pompa né distinzione alcuna di posti; nemmeno il Presidente, che 
era in mezzo indistintamente cogli altri. Intervenne pure S. E. il 
cardinal Patriarca e i Canonici. S. E. celebrò la messa votiva della 
Madonna. Non si ritornò processionalmente da S. Marco. 

Con avviso patriarcale 1 1 Maggio si prolungano le processioni 
fino al 31 detto. Il 30 vi andarono i padri Armeni, il 31 l'Assem- 
blea dei rappresentanti. 

Con altro avviso 30 Maggio si protrae l'esposizione della Ma- 
donna fino al 5 Giugno, al qual giorno si trasporta la processione 
che si era stabilita pel 31 Maggio, essendo trasferita al 5 Giugno 
la festa di M. V. sotto il titolo Aaailium Chris tianorum, perchè il 
24 cadeva l' ottava dell' Ascensione. 

Verso la fine di Maggio, una povera vecchia venne da Manin 
per dirgli che le era comparsa la Madonna, che l'aveva assicurata 
che tutto andrebbe bene, che egli non pensasse a niente, che essa, 
la Madonna, le aveva detto penserebbe a tutto. Dopo, di tanto in 
tanto, tornava a chieder notizie e domandare della salute di Manin. 
Il 2 Giugno la stessa vecchia, trovando Zennari che veniva in ufiicio, 
lo baciò in un braccio, e gli ripetè che non pensassero loro a niente, 
che la Madonna le avea detto, avrebbe lei pensato a tutto. 

Il 5 Giugno ebbe luogo la splendidissima processione. La chie- 
sa era parata a festa, a similitudine di ciò che usavasi nella proc^s* 



Digitized by 



Google 



cxxxvn 

sione della Madonna la vigilia di Natale sotto la vecchia Republica, 
ma con maggior quantità di cera e miglior disposizione di lumi (1). 
Il concorso del popolo, immenso e tranquillissimo; tutto il clero se* 
colare intervenuto portava T offerta della sua candela accesa, come 
aveva fatto il clero regolare e il popolo nelle processioni particolari. 
L'ordine tenuto era questo: Confratelli delle pie riunioni della Ma- 
doDDa, colle loro insegne e aste ; — popolo ; — torchi ; — clero rego- 
lare neir ordine consueto; — le nove congregazioni del clero di Vene- 
zia, colla stola, e ciascuna colla sua insegna e aste; — banda civica; 
— clero di S. Marco ed altri sacerdoti della città, che non fanno 
parte delle nove congregazioni; — Municipio, con candela; — chie- 
rici con torchi; — cerei in buon numero attorno alla imagine della 
Madonna, portata come al solito, e circondata da ufficiali delia Guar- 
dia civica colle spade snudate; — dietro la Madonna il baldacchino; — 
Stato maggiore della Civica, la quale, non avendo avuto la sua pro- 
cessione particolare, prendeva parte a questa, che era in certo modo 
funzione particolarmente sua. 

Durante la funzione tuonava il cannone, e succedeva il fatto di 
Pellestrina [vedi sotto la data del 5 Giugno, in seguito). Magnifico 
spettacolo d'un immenso popolo, coraggiosamente tranquillo in mez- 
zo al tuonar del cannone nemico, perchè pieno di fiducia nella pro- 
tezione di Maria. Da questo coraggio, di che il popolo diede prova, 
prendendo parte in tanto gran numero a solennità religiosa, prese 
occasione Manin per dire, pochi giorni dopo (il 7), dopo la processione 
del Corpus Domini, alcune parole al popolo che voleva udir la sua 
voce, come poche parole avea detto anche dopo la processione del 5 
di cui parliamo. 

18 Aprile. La Gazzetta fa elogio della spontaneità e prontezza, 
con cui i ricchi concorsero al nuovo prestito imposto; così anche 
queUa del 19, 20, 21, N. 107, 108, 109 e 110. 

25 Aprile. Festa di S. Marco. Dopo la funzione di chiesa, gran- 
de rivista della Guardia nazionale e di altri corpi militari. Un im- 
menso popolo si raccoglie sotto il palazzo nazionale, per udire la voce 
di Manin. Questi si affaccia al poggiolo, e dice parole di coraggio e 
di costanza; esorta i Veneziani a ricordarsi che il grido di Viva San 
Marco! echeggiò glorioso per tanti secoli sui mari. Al mare, o Ve- 



[\) Vedi le relazioni del Giornale Fratellanza dei popoli dei giorni appresso, e 
A Supplemento ^\V A smodeo del 3 (Domenica) Giugno, sulla quantità della cera 
neata Nota di Jacopo Zennari. 



Digitized by 



Google 



cxxxvra 

Deziani, al mare — là nuovamente faremo risaonar glorioso qaesto 
grido di Viva 8. Marea! 

È da notare che lo stesso giorno era uscito V ordine generale del 
Comando della Marina, per l'arroolamento volontario di marinari per 
Tarmo dei bastimenti, che si stanno adattando in Arsenale agli usi 
della guerra. Infatti molti trabaccoli venivano accomodati e armati 
da vari giorni con grande alacrità. Gli operai dell'Arsenale, per rag- 
giungere pih presto lo scopo, lavorano gratuitamente fino a sera, dopo 
le loro ore di obbligo. Sempre costanti nell' impegno di fare del loro 
meglio, inventano da sé macchine per migliorare e sollecitare i la- 
vori, e compierli con pih economia. 

Memoria prodotta al Governo da A. Marcello giorni addietro, 
sulla possibilità di resistere in mare, in vantaggio della quale sem- 
bra aver avuto occasione la risoluzione di armar trabaccoli. 

26 Aprile. Il nostro vapore di guerra il Pio /Z, dopo breve scon- 
tro col piroscafo nemico pur da guerra 11 Vulcano, che per primo gli 
aveva tirato contro, costringe questo a ritirarsi, lasciando in libertà 
un brick greco che avea predato, e che dal nostro piroscafo V Achille 
fu tosto rimorchiato in porto. 

4 Maggio. Gli Austriaci attaccano Marghera, scoprendo cinque 
batterie. Condotta eroica della guarnigione. Bravura degli artiglieri 
Moro-Bandiera. Vedi Bollettino 5 Maggio, e Rapporto 4 Maggio del 
comandante UUoa. Vedi alcuni dettagli interessanti nella Fratellan- 
za dei popoli num. 11, e nelle notizie a stampa di N. Tommaseo. 

6 Maggio. La notte dal 5 al 6 le nostre batterie a Marghera re- 
spingono gli Austriaci (V. Bollettino 6 Maggio). 

7 Maggio. Esplorazione felicemente eseguita nella notte prece- 
dente. Gli assedianti sono continuamente molestati dalle nostre ar- 
tiglierie (Vedi Bollettino 7 Maggio). 

8 Maggio. Ricognizione nella notte precedente eseguita dalla 
guarnigione di Marghera. Grandi perdite degli Austriaci [Bollettino 

8 detto, num. 4). 

C'è qualche lagno sul raffreddamento dell' entusiasmo nei la- 
vori dell'Arsenale, per l'allestimento dei trabaccoli armati; però il 

9 n' erano usciti otto e altri erano quasi pronti. 

9 Maggio. Dalle esplorazioni si sa che morì a Mestre l'aiutante 
di Haynau, in conseguenza delle ferite riportate. Si dice che a Me- 
stre vi siano ufficiali russi e d'altri Stati, venuti per assistere all'as- 
sedie di Marghera per loro istruzione. 

(Mattina.) Vigorosa sortita dal forte di Marghera, per ricono- 



Digitized by 



Google 



CXXXIX 

soere lo stato dei lavori del nemico. Eroico coraggio dei nostri. Ab- 

\ biamo 4 morti e 30 feriti (Bollettino num. 5 éJiapporto mss. da me 

y veduto del chirurgo in capo). Bellissima azione di alcuni militi con- 

/ dotti da Martinelli de' Zappatori [Bollettino num. 11), che vanno a 

raccogliere due cadati rimasti presso la nemica trincea, fra una 

grandine di palle {Bollettino num. 6). 

1 (3 ore pam.) Durante la giornata e fino alle 8 ^'^ della sera, il 

[ oemico dirige contro Hargbera, ad intervalli, an fuoco nutrito di 

bombe, razzi, granate, cbe non ci recano il più piccolo danno [Bol^ 

IMino num. 6). 

IO Maggio. Qualche piccolissimo danno ci recano le bombe 
nemiche, ferito il capitano d' artiglieria (Bandiera e Moro) Bosi (Boi- 
leUino mss. da Marghera, num. XX). 

I i Maggio {ore 7 a. m.). Nella notte piccole ricognizioni. 11 
nemico ripiglia il fuoco, cessato alle ore 8 V: i^^^^ sera precedente. 
Sembra alquanto riparata la sua nuova parallela. 

{Ore 7 p. m.). Nessun progredimento nei lavori degli assedian- 
ti. Continua il fuoco tutta la giornata. Abbiamo due morti, uno per 
accidente involontario, di un artigliere terrestre, l' altro un barca- 
iuolo, e cinque feriti. Bi continuano dai nostri i lavori di riparazio- 
ne, non potuti compiere la notte, e sotto il fuoco nemico. Gli arse- 
nalotti addetti ai lavori del forte, dopo essersi prestati con molto 
zelo e assiduità, rinunziano a favor della patria ai supplemento di 
soldo di cent. 50 (Rapporto di Marghera delle dette ore, donde /u 
tratto il Bollettino num. 7). 

12 Maggio {ore 7 a. m,). 11 nemico sembra occupato neirag- 
} giustare la trincea della prima parallela. Cresce V inondazione del- 

I r Oselino. Nella notte il nemico scaglia alcune bombe, che non ar- 

restano i lavori né recano altro danno. Questa mattina mantiene il 
fuoco più lento del solito {Eapporto di Marcherà, donde fu tratto il 
Bollettino num. 7). 
J {Ore 12 m.). Pioggia dirotta, che dall'estensione delle nubi 

: sembra cadere anche in terraferma. Si benedicono dal cappellano 

I della marina i primi dieci trabaccoli armati in guerra. Interviene 

anche Manin, salutato dall'equipaggio con Viva S. Marco! Viva 
Manin/ Egli corrisponde con Viva alla marinai 

{Ore ép. m,). Il nemico apre il fuoco dal fortino di Campalto 
verso S. Giuliano, e le piroghe ivi stanziate. Vi rispondono assai 
vivamente i nostri da tutti questi punti e dal forte Manin per oltre 
mezz'ora, finché, usciti trenta uomini e alcuni artiglieri dal forte 



Digitized by 



Google 



CXL 

Manin, diretti dal tenente d* artiglieria marina Àndreasi, e avanza- 
tisi fino a 500 passi dal ridotto nemico con una macchina di razzi, 
costringono il nemico a sloggiare, ritirando seco i cannoni (Jtopp. 
di MarffAera, BoUett num. 8). 

(Orel p. m.). Continua il fuoco nemico di bombe, granate e 
razzi. Vi si risponde con calma. Abbiamo un solo ferito. Dal tele- 
grafo si osserva un corpo nemico, verso le 8 della mattina, forte di 
circa 600 uomini; per la strada delia Rana sembravano dirigersi al- 
la volta di Padova. Alla sinistra della strada ferrata si scoprono la- 
voratori intenti a levar V acqua dalle parallele, ora più che mai al- 
lagate [Jìapp. di Marcherà, Bollett. num. 8). 

13 Maggio. Il nemico continua il fuoco tutta la notte. Non si 
scorge avanzamento nei suoi lavori. Noi riuscimmo nella notte a 
compiere l'ingrossamento del cavedone alla lunetta 13. Il distacca- 
mento di fanteria che vi stava di posta, si avanzò durante il lavoro 
verso le trincee, e, trovandole occupate dal nemico, scambiò alcune 
fucilate. Il livello dell'acqua continua ad essere soddisfacente (Happ. 
e BoUett num. 8). 

14 Maggio. Scoppia a Marghera una bomba» lanciata dagli Au- 
striaci, in mezzo a un gruppo di quaranta militi che stavano man- 
giando, e non reca altro danno che quello di fracassare un fucile. 
I militi portano riconoscenti un pezzo della bomba e un fucile al- 
l' altare della Madonna. 

15 Maggio [ore 7 a, m.). L'inimico nella impossibilità dr con- 
tinuare i suoi lavori sulla fronte d'attacco, tenia prolungare la sua 
ala destra per quanto glielo permette il terreno. Sono prese tutte le 
misure, anche da questa parte, per affrontarlo. L' inondazione della 
spianata continua ad essere soddisfacente. Anche nei giorni' scorsi 
non rallentò, nemmeno ieri ; e, per l'ammirabile indifferenza della no- 
stra truppa, ci recò qualche perdita. Ieri però, grazie alle precauzioni 
prese, non ebbimo che un solo ferito [Rapporto Marghera e Boiler 
tino num. 9). 

Due feriti di bombe abbiamo ; un napoletano, e il bravo inge- 
gnere lombardo Valli. Questi, ferito nel dirigere i lavori ai posti avan- 
zati della lunetta 13 [Boll. num. 10), mentre il chirurgo si accingeva 
ad amputargli un piede, trasse l' orologio per notare quanto tempo 
v'impiegasse, dicendo che era dar nulla dando un piede per la 
causa d' Italia. 

Non vi sono novità di conto nei lavori del nemico dinanzi 
Marghera [BoUett, num. 10). Ottanta barcaiuoli che prestano servizio 



Digitized by 



Google 



CXLI 

sopra le barche che tengono il cordone di vigilanza, chiamati dal 
loro ispettore Scarpa, ed esortati a prestarsi al servizio, per turno, 
di prendere e portare i dispacci o rapporti di Marghera, vi aderi- 
scono, meno soli quattro, che pregano di esserne dispensati per ti- 
more dei proiettili. 

16 Maggio (ore 9 V4 antim.). Gli Austriaci staccano dalla fre- 
gata del comandante due imbarcazioni grosse, e fanno scandagliare 
in Sacca di Piave. Le loro tre fregate sono a quattro miglia circa 
dalla marina del Lido. Le imbarcazioni si dirigono verso Treporti, 
assai vicino alle nostre marine. L'imbarcazione pih grande tira uno 
e poi altri due colpi di cannone verso un bragozzo, investito nelle 
marine a mezza Sacca, colle vele ancora issate e abbandonate ; pare 
foggito da qualche legno austriaco. Le due imbarcazioni tentano 
prendere il bragozzo ; i forti di Treporti tirano colpi di cannone 
contro di esse, e una mano dei nostri soldati si dirige verso quelle 
marine. L' imbarcazione che s' era avvicinata per prendere il bra- 
gozzo (11 ^^ anHm.) non vi riesce, mentre investiva anch'essa; re- 
trocede coir altra verso le fregate, che chiamano con un colpo di 
cannone i vapori, che le prendono a rimorchio. Alcune persone, scor- 
tate dalla nostra truppa, vanno a sciogliere il bragozzo investito e 
ricuperarlo. Alle 12 */^ il Vulcano s'avvicina alla marina di Tre- 
porti, e tira un colpo verso il. bragozzo, che si dirige verso l'entrata 
di Treporti, scortato per terra da truppa. 

(Ore 12). A Marghera si fa fuoco or più or meno, da qualche 
lato, il nemico egualmente, non da tutti i punti (Osservazioni del 
CampanileJ. 

Nella giornata si osserva maggiore attività alle trincee nemi- 
che, che appariscono rassodate sull'ala destra. Nella notte continua 
il fuoco delle nostre batterie e delle numerose pattuglie. Una piroga, 
inoltratasi nel canale della Bova Foscarina, coglie di rovescio la li- 
nea degli assedianti. I nostri lavori di difesa avanzano con alacrità 
(BoUeU. 11). 

17 Maggio (giorno dell'Ascensione). Una parte delle nostre 
f(«e navali, trabaccoli 11 e 3 vapori, escono in mare e ritornano in 
porto la sera. Arrivano viveri in qualche copia [Osserv. del Camp, e 
ftki, verbali). 

Alla mattina il nemico è intento a rassodare i lavori già ope- 
nti. Le nostre artiglierie lo disturbano. Verso mezzodì risponde con 
mi vivo bombardamento, che non ci reca alcun danno. I nostri razzi 
(appiccano l' incendio su vari punti della sua linea e dei suoi parchi. 



Digitized by 



Google 



CXLII 

A sera, un pìccolo drappello d^artiglìeri di campagna ai atringe sot- 
to le trincee nemiche, e vi desta la confusione e Tallarme (Boll. 12). 

18 Maggio. Un piccolo drappello dei nostri respinge un forte 
distaccamento austriaco, che pareva avanzarsi contro il forte Manin. 

i9 Maggio. Si scambiano colpi di cannone fra il vapore austria- 
co il Vulcano e il nostro Pio IX e due dei nostri trabaccoli, però a 
distanza e spesso fuori di tiro [Ossero, del Campanile), 

19 e 20 Maggio Si continua il fuoco dal forte Marghera e for- 
tini annessi, e si rafforzano le difese [BolL 14}. 

22 Maggio. I nostri, usciti dal forte di Brondolo, dopo uno scon- 
tro con un forte drappello nemico, s' impadroniscono a Cayarzere, o 
in quei dintorni, di 339 buoi, 45 cavalli, 8 maiali, e fanno prigio- 
nieri 8 soldati. Pochi giorni prima, una simile fazione aveva avuto 
luogo verso il Cavallino^ dalla parte di Treporti, prendendosi agli 
Austriaci 105 buoi, e circa 140 montoni. 

23 Maggio. (Ore 2 pom.). Il nemico lavora, pare anche mettersi 
in grado di molestare i nostri cogli stiltzen, di fronte alla lunetta 13. 
I nostri ordinano un lavoro fuori della stessa, per distruggere subito 
il lavoro nemico. La guarnigione è di ottimo spirito. I lavori del 
nemico principalmente procedono alacremente verso la Strada ftr- 
rata e CampcUto. 

(Oftf 8jK»m.]. Il nostro cannone ha disturbato immensamente 
il nemico, e guasto molto i lavori di fronte alla lunetta 13. Nessun 
morto ferito. 

24 Maggio. Air alba comincia un vivo fuoco del nemico, cai 
risponde energicamente il nostro forte da tutti i punti. Fino alle 7 
antim. abbiamo 14 feriti, in parte gravemente. 

(Ore 11 aìUm!). Rallenta il fuoco nemico. Si dice che abbiamo 
smontata una batteria. Ammontano a 50 i militi nostri morti o fe- 
riti, ai quali si prodigano tutte le cure. La truppa ò maravigliosa- 
mente pronta e coraggiosa (Boll. n. 15 per ulteriori ragguagli). 

25 Maggio. Come nel 24 (Boll. n. 16]. 

26 Maggio. (metiti%d!\. Danni gravi al forte. Buono spirito anzi 
ottimo della guarnigione. Decreto che ordina lo sgombro del forte. 
Si eseguisce la ritirata nella notte, in ottimo ordine e senza perdita 
alcuna. 

Oiacomo da Lio di Chirignago, dei Bandiera e Moro, già sta- 
dente di legge secondo anno, di anni 22, quantunque in permesso per 
riposarsi, andò volontario a Marghera, ad onta che lo stesso Manin 
gli avesse raccomandato di rimanere per essere pih utile coli' opera 



Digitized by 



Google 



CXLIII 
soa, dopo avato riposo dalle fatiche sosteBute. Là, non trovato il suo 
cauDcoe al bastione 6, andò al bastione 5 ove, essendo safSlciente il 
numero degli artiglieri al servizio dei pezzi, montò sul bastione per 
osservare ed additare ai compagni i punti donde veniva il fuoco 
nemico; là fu colpito e morto da una palla. La perdita di quest* ot- 
timo e colto giovane fu sentita con particolare dolore dai suoi com- 
pagni. 

Durante l'attacco, il tenente dei Bandiera e Moro, Torossi^ 
vecchio soldato, fu coperto da sacchi di sabbia per una bomba ; rial- 
latosi tutto contuso, gli dissero di farsi un salasso. Rispose : il sa- 
lasso me lo faranno gli Austriaci. — Un artigliere di marina, men- 
tre gli amputavano un braccio, cantava : CAi per la patria muor vis- 
iuto è assai. 

Alla lunetta 13 una palla fece cadere la bandiera: il maggiore 
Bodsaroll montò sullo spalto per riporvela ; un artigliere di marina 
lo ritrasse, dicendogli : Tocca a me, signor maggiore ; e ve la ripose. 

Oli ufSciali d' ogni arma fanno a gara il servizio di ordinanze, 
servizio pericolosissimo, e che non sarebbe di lor obbligo né di lor 
grado. 

E impossibile raccogliere tutti i tratti di valore, di presenza 
di spirito, di vero disprezzo della morte, specialmente degli arti- 
glieri di ogni compagnia. Tutta la guarnigione è ferma di morire 
piuttosto che cedere. Chi non è mandato a far parte della guarni- 
gione, se ne lagna fortemente. Artiglieri stanchi che ricusano d' es- 
ser cambiati ecc. ecc. Nessun lamento di feriti né durante le ope- 
razioni, né dorante la cura. 

Il generale Oraziani chiamò 48 artiglieri di marina, eh' eraxro 
sai nostri legni quadri. Disse che 36 andassero a Marghera, e 12 
restassero in città di riserva. Allora tutti lo pregarono istante- 
mente a lasciarli andar tutti, voler essi morire per vendicare i loro 
fratelli caduti. Il Generale commosso non potè rifiutare il permesso 
di andarvi tutti (V. altri particolari néìls, Fratellanza dei popoli, n. 17). 

Un milite, mentre gli amputavano una gamba, udendo un 
compagno d' armi che gli diceva : coraggio ! si alzò a sedere e gli 
rispose: a voi coraggio, io ho fatto la mia parte; e cadde supino 
mezzo morto. 

Nel lasciar la fortezza la sera del 26, due militi camminando 
insieme, uno di essi lagrimava dicendo : dopo tanti sforzi abbiamo 
dovuto cedere. No, soggiunse V altro, il forte ha ceduto, noi non 
cedemmo. 



Digitized by 



Google 



CXLIV 

27 Maggio (giorno di Pentecoste). Alle 5 soltanto il nemico si 
accorse dell'abbandono del forte. Salta la polveriera di B. Giuliano, 
e reca grave danno al nemico. Colle mine si rompe il ponte [Boll. 
17, 18, e Ordine del giorno 27 sottoscritto da Pepe). 

28 Maggio. Nella notte precedente e nel giorno continua il lavo- 
ro di distruzione del ponte. Manin parla al popolo dicendo, che 
quelli i quali gli avevano detto, il Governo non voler distrutto il 
ponte, avevano detto menzogna; il Governo vuole distruggere quel- 
la parte che si può. Essersi oflferti spontanei dei cittadini per aiuta- 
re. Abbisognare ordine e abilità. Le migliaia di braccia disordinate 
e inesperte al maneggio degli stromenti opportuni, valer meno del- 
le centinaia ordinate ed esperte. Chi vuole e sa, specialmente i na- 
vali, vadano ad iscriversi presso i capi battaglione di ciascuna le- 
gione della Civica, dai quali saranno ordinati militarmente e mandati 
a lavorare sotto il bravo già colonnello, ora generale, UUoa, coman- 
dante del circondario, che si è tanto distinto nella difesa di Mar- 
ghera. Raccomanda la quiete, il buon ordine, la fiducia, dicendo 
esser ciò necessario a chi dirige la guerra e le opere di difesa, né 
potersi discutere con ogni cittadino continuamente su questo ponto. 
Sono quattro notti che non si dorme, e le forze fisiche hanno un 
limite. 

Ho notato che una voce gridò : Viva Manin ! e nessuno rispose, 
sebbene lo avessero applaudito al suo comparire, e avessero dato ri- 
petuti segni d'approvazione alle sue parole. 

È pur da notare che si era sparsa voce in città, aver egli rice- 
vuto notizie di prossimo aiuto dalla Francia, ed anzi che lo avesse 
detto. Si asseriva, ciò che non è vero : avere egli chiesto al popolo : 
— Volete la vostra indipendenza? — S\, risposero; ed egli: — Eb- 
bene, fra 48 ore avrete i Francesi in aiuto — assurda cosa che non 
è punto vera. 

Da qualche parola detta dal .... , il quale faceva osservare 
che delle cose diplomatiche non si può parlare in piazza, ma che 
Manin, se reputasse inutile allo scopo la difesa, non la trarrebbe più 
a lungo, per solo il gusto di tener duro due mesi di più. 

29 e 30 Maggio, Un poco di agitazione, che gradatamente va 
cessando. Verso la sera del 30, è ucciso a sassate un operajo, che 
venne in sospetto (pare senza motivo) di tentare qualche cosa a 
nostro danno sul ponte. Nella notte del 29 al 30 si eseguisce una 
ricognizione a S. Giuliano, che reca molto danno al nemico colla 
mitraglia dei cannoni delle piroghe. Abbiamo pochi feriti [Boll, 19). 



Digitized by 



Google 



CXLV 

31 Maggio. Una granata nostra cade sopra un deposito di ma- 
nizioni austriache alla testa del ponte, e lo fa saltare in aria. 

Sedata delP Assemblea in Comitato segreto, convocata già dal 
giorno prima. Alla mattina del 31 giunge da Marghera un parla- 
mentario, con dispaccio del ministro austriaco De Bruck, che dice di 
essere autorizzato a sentire le proposte di Venezia ( V. il processo 
verbale dell' Assemblea e il rapporto della Commissione). Si sospet- 
tano perciò grandi avvenimenti. Alla sera la posta reca la notizia 
del cambiamento di ministero e di politica in Francia, e delle vit- 
torie uogberesi. L' Assemblea emette un decreto, lodando i militi, il 
popolo, confermando il decreto del 2 Aprile, e autorizzando Manin a 
continuare le trattative diplomatiche. Tosto dopo fu chiamato Ma- 
nin dal popolo affollatissimo in piazza, che gridava: Viva Manin, 
Viva Venezia, Viva la truppa, Viva l'Assemblea! Egli parlò loro del 
decreto dell' Assemblea, che dichiarava le nostre milizie bene aver 
meritato della patria. Aver l' Assemblea, per rispondere a maliziose 
insinuazioni, votato segretamente la conferma del decreto del 2 Apri- 
le, e conchiuse dicendo : Dio premiere la costanza I Propose viva al- 
r Assemblea, all'esercito, alle milizie che furono esuberantemente 
applauditi dal popolo. 

I Ghigno. Manin scrive a De Bruck in risposta del dispaccio di 
jeri, chiedendogli, se voleva trattare, un salvocondotto pei cittadini 
Fu risposto dal Segretario di legazione che il colon- 
nello rispondeva sulla parola d' onore, che sarebbero u- 

sati tutti i riguardi. 

Si replica dicendo che, senza far torto al signor colonnello, oc- 
corre un salvocondotto sottoscritto da De Bruck, perchè gli inviati 
si decidano a partirsi. 

Si passa in rivista parte della guarnigione che fu a Marghera. 
Manin dopo è chiamato, e parla al popolo in questi sensi: Voi 
avete veduto parte delle milizie, che tanto si distinsero nell' eroica 
difesa di Marghera. Quelli che hanno avuta la sventura di non pren- 
dervi parte, devono desiderare di emularle. Viva la guarnigione di 
Marcherai Abbiamo fatto delle perdite, conviene riempiere i vuoti 
che sono nelle file. Ai depositi d' arrolamento. Veneziani, ai depo- 
siti d'arrolamentol 

Viene sollecitamente un parlamentario, recando la risposta. Il 
nostro ufficiale (un moravo d'artiglieria marina), che avea la conse- 
gna di andare a ricevere i dispacci, che venissero dagli Austriaci pel 
Governo, vedendo la soprascritta — all'avv. Daniele Manin — non 



Digitized by 



Google 



CXLVl 

volle riceverlo» nò gli bastò che TÀustriaco gli osservasse, che anche 
gli altri avevano lo stesso indirizzo; fedele alla lettera della consegna, 
si rifiatò costantemente. Il dispaccio fu riportato a Mestre, e di là 
venne colla soprascritta — al Governo Provvisorio di Venezia — 
contenente il salvocondotto nominativo pei nostri inviati avv. G. 
Catncci e G. Foscolo. 

2 Giugno. Alle 8 ant. partono Caiacci e Foscolo — Sono rice- 
vati cortesemente da De Brack, col quale hanno una conferenza 
lunga, e ritornano in sulla sera. 

Del viaggio sono a notarsi due circostanze. Uscendo di Mestre 
sul Terraglio in carrozza per andare in casa Padenghe, dove stava 
De Bruck, l' ofBlciale austriaco che li accompagnava, accennando le 
campagne bellissime, diceva ad essi : vedete le devastazioni che com- 
mettono i barbari sul territorio nemico ! Il Generale austriaco, acco- 
miatandogli, li assicurava di aver dato gli ordini perchè non si fa- 
cesse fuoco durante il tragitto ; ma, soggiunse, se però i vostri ti- 
rano, io non posso garantire della vostra vita, perchè allora tire- 
ranno anche i nostri. Infatti i nostri tiravano, e gli ujQiciali che 
tenevano compagnia a Marghera, finché quello che gli portava andò 
a fare i segnali a S. Giuliano, dissero ai nostri inviati che noi face- 
vamo la guerra da barbari, poiché tiravamo contro i nostri stessi 
parlamentari — Tuttavia giunsero sani e salvi. 

Quanto alla conferenza avuta, pare, da quanto ho potuto racco- 
gliere da terze persone, che De Bruck non si sia punto spaventato 
della nostra proposta di un regno Lombardo-Veneto indipendente 
e separato, ed abbia dal canto suo messo innanzi la base di un re- 
gno confederato^ con amministrazione, finanze, impiegati e rappre- 
sentanze al parlamento di Vienna, chiedendo se avessero istruzioni 
per accondiscendervi ; sulla risposta negativa, e V osservazione che 
non era cosa da decidersi in poche ore, disse che partiva per Vienna, 
dove avrebbe aspettato persone o lettere dal nostro Governo spedite. 

3 Giugno. Tentativi di sbarco e di attacco verso Brondolo (Boi- 
lettino del III dr&mdario 3 Giugno, fublieato il ^ e eeguenH Bol- 
lettini nella Gazzetta) . 

4 Giugno. Idem. (Altro bollettino in data 4 publieato il hj. 

5, 6, 7, 8, 9 Giugno. Altri bollettini di fatti parziali, tanto di 
Brondolo che delle strade ferrate. Il 5 era cominciato uno sbarco sul 
littorale di Pellestrina. I Lombardi che da un vapore erano condotti 
di rinforzo a Chioggia, accortisi, smontano e fanno macello degli 
Austriaci, respingendoli alle barche che si allontanano. (Questo/atto 



Digitized by 



Google 



CXLVII 

è da rettificare nelle sue particolari circostanze, specialmente tignar^ 
io ai segnali che si dicono fatti da %n prete agli Austriaci) ^ 

Qaest' ultimo fatto non è vero. Il povero vecchio aveva in aU 
tana uno straccio appeso per far fuggire le passere ; ciò servì di pre- 
testo ad alcuni cattivi soggetti per investir la sua casa, e rubargli i 
polli e il vino che teneva in serbo. Poi non si parlò pih di spionaggio. 
Punius campanus, poteva dire, 19»^ perdidit. 

Il 6 la flotta nemica si allontana quasi tutta. 

13 Giugno. Dopo quattordici secoli dalla sua fondazione, (^gi 
per la prima volta cadde in Venezia qualche bomba, non però oltre 
qualche metro dopo il ponte di S. Giobbe e in piccolissimo numero, 
quattro cinque ( Vedi i bollettini di questo giorno). In generale Pe- 
BÌto delia giornata fu per noi vantaggioso. I militari che servono 
alla batteria o forte a mezzo ponte, chiedono al Governo di nomi- 
narlo Forte S, Antonio. W oggi in poi si chiama cosi. Il console 
inglese, senza dissimulazione, era infuriato perchè non si capitolava, 
com'egli, nel suo disprezzo per noi, teneva fermo dovesse succedere 
alla prima bomba. 

14-17 Giugno. Poco danno riceviamo dalle palle nemiche, che 
quasi tutte cadono in acqua. Le nostre, sì da S. Antonio come da 
S. Secondo, recano gran guasto al nemico, così alla testa del ponte 
come a S. Giuliano. 

15, 16 Giugno. U Assemblea, convocata per udire comunica- 
zioni del Governo in Comitato segreto, tiene due sedute. Nella prima 
ode le comunicazioni intorno alle trattative con De Bruck e col Bra- 
tich, inviato ungherese, e nomina una Commissione composta di 
Caiacci, Avesani, Tommaseo, Vare, UUoa, Sirtori, F. Baldisserotto, 
L. Pasini, B. Benvenuti, perchè studii e riferisca V indomani. Udito 
il saggio e prudente rapporto della Commissione, che dichiara non 
dover comunicare all'Assemblea tutta ogni cosa udita nelle confe- 
renze col Presidente del Governo e gli altri capi dei Dipartimenti 
guerra e marina e Magistrato alP annona, l' Assemblea vota la pro- 
posta che le fu fatta, ed emana solo il decreto risguardante la Com- 
missione e le cose militari fVedi il processo verbale e il rapporto della 
Cmmissione). 

i8 Giugno. Vivo fuoco. Alcune bombe e frammenti di bombe 
arrivano all' estrema punta di 8. Giobbe, presso a poco al limite a 
cui giunsero il 13, e piuttosto qualche poco indietro. (Si parlava i 
giorni passati di una scatola di ferro bianco con materie incendiarie 
niccia, trovata legata ad una cordicella lunga, in campo di Marte). 



Digitized by 



Google 



cxLVin 

19 Giugno. Gontinna il bombardamento entro gli stessi limiti. 
Alla sera verso le 10, prese fuoco la fabbrica delle polveri all'isola 
della Grazia. Le pronte sollecitudini poterono salvare il deposito dello 
zolfo e del nitro. Circa 1400 sacchi di polvere bruciarono, e tutto il 
legname. Due macine rimasero intatte, la terza ebbe qualche danno, 
che si tenne per facilmente riparabile. La causa di questo incendio 
si ripeteva dalla troppa sollecitudine, per le circostanze, usata nel 
fabbricare. Lavorandosi anche la notte, l'atmosfera non mutata spes- 
so era piena di pulviscolo, a segno che ufficiali andativi il giorno 
asserivano mancare il respiro. È facile che un po' di pulviscolo pe- 
netrasse per le fessure nelP interno dei fanali, e producesse, coli' in- 
cendiarsi, Io scoppio della polveriera. 

20 Giugno. Bombardamento come al solito con poco danno. Alla 
sera le nostre batterie fanno grandi guasti a S. Giuliano. 

21 Giugno. Partono per Verona i nostri agenti Calucci e, in 
luogo di Foscolo, L. Pasini. La notte si cominciò il lavoro di una 
nuova batteria a lato del forte S. Antonio. Si costruisce pure un se- 
condo forte nella successiva piazzetta dietro S. Antonio. 

22 Giugno. Verso sera ritornano i nostri inviati da Verona. 

24 Giugno. Si parla d'un ammutinamento avvenuto fra l'equi- 
paggio del vapore da guerra Pio IX, per cui sarebbero stati forzati 
i cannonieri a servire per forza nei luoghi più esposti, e si vorrebbe 
decimata la ciurma, e che Mazzucchelli non potè prendere il Vulcano^ 
nella fazione di vari giorni addietro, per rifiuto della ciurma. Pare 
che v'abbia parte il denaro austriaco (2>a verificare e appurare), 

... Si fucila uno dell'equipaggio Pio IX, 

6, 7 Lugiio. Nella notte dal 6 al 7 Luglio gli Austriaci, per sor- 
presa e con stratagemmi distraendo i nostri militi, che pochi e male 
armati erano sul luogo, s' impossessano della batteria a mezzo ponte. 
Sono tosto respinti con perdita, da una mano di gendarmi e da altri. 
Vedi Bollett, del 7 e l' unita nota dei gendarmi che si resero in 
questa occasione benemeritissimi. 

Essi sono : 

1 Gendarme Pasuello Luigi Compagnia IV 

2 Vicebrigadiere Dorin Demetrio 

3 Gendarme Dalla Costa Angelo 

4 Brigadiere Albanella Tommaso 

5 Gendarme De Paoli Alessandro 

6 Brigadiere Zuliani Domenico 

7 Gendarme Bassani Giuseppe 



» 


» 


» 


VI 


» 


III 


» 


I 


» 


VI 


» 


II 



Digitized by 



Google 



CXLIX 

8 Gendarme Cosano Antonio Compagnia I 

9 » Toninato Giovanni » III 

10 » Paccagnella Giovanni » VI 

11 » Zanon Pietro » IV 
diretti dal maresciallo d'alloggi Moras Giovanni della VI Compagnia. 
Essi furono tosto segniti dal cannoniere di marina Santini Matteo, e 
dal tenente Durelli della Guardia mobile, con cinque de' suoi soldati. 

SorgiuDsero subito, dopo quattro minuti, perchè le traverse era- 
no di impedimento, altri 28 gendarmi diretti dal maresciallo Freddi 
Pietro, in uno al tenente dei cacciatori del Silo Perazzo, che col can- 
noniere suddetto fecero fuoco col cannone non inchiodato ; e poscia 
militi ed officiali di altri corpi. 

Il Pasoello è quello eh' ebbe più parte di tutti nel fatto, poiché 
trovavasi alla batteria al momento dell' attacco, presso la quale era 
di custodia ai viveri. Esso con una sassata colpì nella faccia un uf- 
ficiale austriaco, che primo avea scalato il parapetto, fu l' ultimo a 
ritirarsi col sig. tenente colonnello Cosenz comandante il Circon- 
dario, ed il primo a ritornarvi quando vide i suoi compagni a ciò 
disposti. 

8, 9 Luglio. La sera dell' 8 al 9, scoperti alcuni lavori che fa- 
ceva il nemico nei primi archi rotti, e datone avviso alla batteria di 
S. Antonio (a mezzo ponte), si produsse un falso allarme, per cui fu 
fatto nn gran fuoco di palla e mitraglia dalle piroghe, legni, batte- 
rie, temendosi l' appressare del nemico in barche. 

In taluna di queste ardite esplorazioni dei nostri, avvenne che 
Dna nostra palla colpisse un nostro milite; pare inavvertenza di 
qualche giovane nuovo cannoniere, poiché i segni di convenzione si 
erano fatti. 

13 Luglio. Scoppia un proiettile nell' officina pirotecnica. Uc- 
cide l' uomo che stava preparandoli, senz' altro danno. Poteva essere 
an gran disastro pei moltissimi proiettili che v'erano, forse meglio 
che trentamila funti di polvere. 

14 Luglio. Altra accensione della polveriera (fabbrica) della Gra- 
zia. Non grave il danno materiale. Però si deplora la perdita di circa 
dodici individui tra morti e feriti. 

NB. Crescono i lagni generali verso la Commissione militare, a 
motivo dell'inerzia della marina, non vedendosi ottenuto l'effetto 
inteso col decreto 16 Giugno che la istituì. Si spende assai, e si ha 
poco niun risultato. 

28 Luglio. Comitato segreto dell' Assemblea per udire le comu- 



Digitized by 



Google 



CL 

nicazioni del Qoveroo sullo stato del paese e interpellarlo. Si discor- 
re molto, specialmente sulla marina. È promesso che uscirà a salvare 
almeno Tonor suo e del paese. Posto dal Governo replicatamente il 
quesito suir interpretazione da darsi al decreto 2 Aprile, T Assem- 
blea non vuole pronunciarsi; Avesani e Benvenuti specialmente in- 
sistono suir iniziativa delle proposte, spettante al Governo. Si con- 
chiude coir ordine del giorno cV è stampato. 

29 Luglio (Mattina). Manin visita la squadra. Il suo coman- 
dante Bucchia gli fa riflettere, che sarebbe indebolita V autorità sua 
e ne soffirirebbe la disciplina, se egli, Manin, le parlasse direttamen- 
te. Tutto si riduce ad una conferenza col Bucchia, che non dissimula 
quanto V impresa sia ardita e perigliosa. 

Alla sera (10 \f^ circa) da S. Giuliano il nemico apre un fuoco 
contro la città di bombe e palle infuocate, almeno alcune. Le bombe 
non oltrepassano che d' assai poco il solito limite. Le palle giungono 
a colpire oltre mezza la città, ma specialmente la linea di S. Polo, i 
Frari, S. Toma, S. Barnaba, Zattere. Non molto il danno. Il popolo 
sorpreso da questa visita nel mezzo del sonno, parte tranquillo dai 
luoghi colpiti, e si ritira alle piazze, a Castello e altri siti tsou espo- 
sti i salvo qualche donna, e rarissima, che movea lamenti e manife- 
stava desideri di resa; tutti tranquilli e lieti, solo imprecando alla 
sevizie del nemico, coi bambini in collo, e molti cantando, si mettono 
in salvo. Era spettacolo da non potersi descrivere: gli stessi indiffe- 
renti e gli avversi alla causa italiana ne erano tocchi. 

30 Luglio. Continua fra il giorno il gettar dei proiettili in città, 
però con minor frequenza. Alla sera, presso a poco, lo stésso gioco 
della precedente. Intanto si era prontissimamente provveduto a ri- 
covrare i moltissimi individui, che rimanevano senza tetto sicuro. 
Oli aventi erano andati nelle locande in luoghi non esposti. Alcuni 
alloggiavano presso amici. Grande ospitalità e cordialissima dap- 
pertutto. 

31 Luglio. Continua il gettare de'proiettili in città. 
I, 2, 3, 4 Agosto. Egualmente. 

Il 3, una carta o petizione da presentarsi airAsscmblea, firmata 
dal Patriarca e da altri, che non piacque a veruno. Qualche agitatore 
suscita una mano di popolo, che invade la casa del Patriarca per 
fargli oltraggio e devastazione. Il danno maggiore lo pat\ Querinì, 
nel cui palazzo abita S. E., e che non avea parte neiratto, e reca al 
Querini non lieve danno, distruggendo oggetti di pregio e disper-- 
dendone altri. 



Digitized by 



Google 



GLI 

5 Agosto. L* Assemblea si aduna in Comitato segreto per af- 
fari di finanze, e si vota una nuova emissione di sei milioni di monete 
colle solite regole. In questa occasione si toccano le condizioni del 
paese e si differisce la discussione ai giorno seguente. 

6 Agosto. Altro Comitato segreto. Si discute a lungo e si met- 
tono in chiaro le condizioni annonarie e sanitarie del paese. Manin 
pone r alternati va: speranza, o no. Se sì, si scelga chi si vuole a 
governare; se no, viceversa si potrebbe afiSdare al Municipio ecc. Nel 
primo caso egli propone, tre: Àvesani, Tommaseo, Sirtori; se uno: 
Siriori. I due primi rifiutano tosto, il terzo in seguito. Finalmente, 
ad onta di una parte dell' Assemblea che volea non si prendesse de- 
liberazione, passa la proposta Minotto, di concentrare in Manin tutti 
i poteri, perchè provvegga alla salute e all'onore del paese. 

Egli parla al popolo adunato in piazza in questo senso, e con- 
chinde colla certezza che la Provvidenza non ci abbandonerà. 

7 Agosto. Una parte della flotta esce nuovamente in mare, e 
scambia alcuni colpi colle guardie nemiche. 

8 Agosto (Mercordì). Affissi per la città invitano ad una riu- 
nione il piazza per la mezza notte, coli' idea di proporre una leva 
io massa. Sulle 9 pom. molto popolo vuol sentire Manin, essendosi 
sparsa la voce dell' arrivo di Garibaldi. Era infatti giunto un suo 
aiutante. Manin parla francamente, dice aperti i ruoli ; chi vuole 
riempire le fila vi accorra, vi accorrano quelli eh' eccitano il popolo 
alla leva in massa e promuovono tumulti. — Uscì in mare tutta 
la flotta. 

IO Agosto. A sera rientra la squadra a gonfie vele e con ma- 
gra d'acqua. Il comandante Bucchia fa rapporto che, temendo lo 
scirocco, non volle esporre ad essere battuta alla spicciolata la squa- 
dra che sta organizzando. 

A prevenire i danni delle palle e bombe, che continuano sem- 
pre, e danneggiano qualche quadro di minor conto all' Accademia di 
Belle Arti, si fanno dei ripari di severo e di cotone per garantire il 
quadro dell' Assunta. 

13 Agosto. Rivista della guardia nazionale numerosissima. Pa- 
role di Manin ( F. la itampa). Non potò compire il discorso, soprap- 
preao da male ; cadde a terra piangendo dirotto, e battendo i pugni 
sol suolo gridava: con tale popolo bisogna cedere! 

14, 15 Agosto. Nella notte Manin fa la ronda colla guardia ci- 
vica nei luoghi pih esposti. 



Digitized by 



Google 



CLiII 



Baf forti della Oommissiane Annonaria di Venezia 
e delle sue adiacenze militari. 

(Doc. Manin, n. 3161, 789, 790, 795). 
Alla Presidenza del Govbbno Pbovvisobio. 

Venezia, 28 Luglio 1849. 

La Commis8Ìone Annonaria Centrale si crede in debito di rag- 
guagliare codesto Governo dei risoltamenti offerti dalle notificbe 
per le vittoarie, presentate il 16 Luglio corrente, dai negozianti e bot- 
tegai, giusta quanto antecedentemente praticavasi, ed inoltre per 
questa volta anche dalle fomiglie private, secondo le norme contenu- 
te neir avviso publicato da questa Commissione il 13 Luglio. La 
necessità di spogliare una grande quantità di note, per ottenere il 
risultato, complessivo, è la cagione che il presente rapporto non 
abbia potuto esser presentato più presto. 

Dai cenni riassuntivi che seguono rileverà il Governo quale sia 
l'attuale approvvigionamento di Venezia e dell'estuario in grani, 
farine, ed altri generi principali ; e fino a qual giorno possa la Com- 
missione Annonaria continuare con sufficiente regolarità la distribu- 
zione del grano e delle farine alla popolazione civile ed air azienda 
militare di terra e di mare, nelle misure ultimamente adottate e cor- 
rispondenti, per quanto puossi teoricamente e praticamente desu- 
mere, ai bisogni quotidiani reali dei consumatori. 

Risulta dal prospetto generale annesso al presente rapporto (1), 



(1) Ci parve inutile publicarlo, poiché i risultameli ti ne sono esposti in que- 
sta scrittura. 



Digitized by 



Google 



CLUI 

che nel giorno 16 Luglio esistevano In Venezia e furono notificati 
dai negozianti, bottegai, magazzinieri e dalle private famiglie, staia 
22,781 di frumento, compreso quello di publica ragione, e libbre 
126,851 di farina bianca, del qual frumento, ridotto tutto in farina, 
se ne avrebbe di questa circa 2,500,000 libbre. Si aveano inoltre 
stala 17,052 di frumentone, che in unione a libbre 19,500 circa di 
farina esistente, formerebbero 2,230,000 libbre di farina gialla; e 
staia 22,583 di segala, che tutta potrebbe esser macinata, ma non 
tutta accoppiata ad altrettanta farina di frumento, per la deficienza 
di quelle qualità di grano che sole si prestano a tale miscela. Calco- 
lando di servirsi per le farine miste di sole 13,000 staia circa di se- 
gala, si trarrebbero da queste 1,200,000 libbre di farina di segala, 
cosicché comprese libbre 70,000 circa di farina o grano esistente 
nddì 16 Luglio presso i mulini, si avrebbero complessivamente in 
farine di frumento, di segala e di frumentone 6,000,000 di libbre. 

Alle sopraindicate quantità debbonsi aggiungere tutte le ri- 
manenze esistenti il giorno 16 Luglio nei magazzini militari di Ve- 
nezia e dei Circondari, nei magazzini della marina, le scorte dei ba- 
stimenti, ed inoltre tuttociò che dai negozianti e privati non fosse 
stato notificato, le piccole partite non soggette all' obbligo della no- 
tificazione, e le poco rilevanti quantità notificate dagli altri Comuni 
dell'estuario. ^ 

Avanzano inoltre, e non furono comprese nel computo preceden- 
te, le residue 9600 staia circa di segala di proprietà governativa, altre 
staia 1400 circa di segala dei magazzini militari, 16,939 staia di 
avena, ed una notevole quantità di crusca e cruschelli, dai quali si 
potrebbe trarre un qualche partito, come si fece in quei giorni in 
coi il mulino di S. Girolamo rimase inoperoso. Ciò nondimeno nei 
seguenti calcoli non furono prese in considerazione le or ora accen- 
nate partite. 

Il consumo giornaliero per Venezia, l' estuario ed il militare si 
calcola, come dall'annesso prospetto, in libbre 150,000 di farine 
diverse, cosicché si avrebbe, coi sei milioni di libbre, la quantità 
occorrente per 40 giorni, ossia fino al 25 del prossimo Agosto. 

Ma una notevole parte delle dette farine o grani non è in pote- 
re della Commissione, bensì presso i piccoli negozianti, i bottegai e 
le private famiglie; e la Commissione Annonaria non può mettervi 
sopra la mano o regolarne la distribuzione. Al contrario, la Commis- 
sione Annonaria è obbligata di fare ogni giorno per Venezia, Chiog- 
gia e l'estuario la distribuzione di una determinata quantità di fari- 



Digitized by 



Google 



CLIV 

na, che non è certamente minore di libbre 140,000, e che essa deve 
trarre dai propri depositi, cioè dalle partite acquistate per conto del 
Governo nel 1848, ovvero dalle partite di privata ragione da molti 
mesi requisite, o finalmente da altre partite di privata ragione alla 
cui requisizione si procede in questi giorni. Prendendo in conside- 
razione le sole granaglie che sono o verranno agevolmente in pos- 
sesso della Commissione Annonaria, si trova che nel 27 Luglio si 
aveano stala 13,000 circa di frumento disponibili dalla Commissio- 
ne, oltre tutta la quantità di segala da accoppiarsi al detto grano, 
e staia 6500 circa di frumentone. Il bisogno quotidiano di frumento, 
per contiuuare le attuali somministrazioni, è di circa staia 460 ; e di 
frumentone, di circa staia 400. In conseguenza la Commissione An- 
nonaria può continuare le attuali distribuzioni al militare ed alle po- 
polazioni dell'estuario, per giorni 28 circa in quanto al frumento, e 
per 16 giorni circa in quanto al frumentone; e tutto insieme, fatti i 
debiti compen8Ì,.per circa giorni 22, ossia fino al 20 Agosto prossimo, 
computate alcune scorte esistenti nel dì 27 Luglio presso i mulini. 

Nel computo precedente non è compresa la segala, che soprav- 
vanza alla miscela col frumento, dalla quale si potrebbe trarre un 
pane particolare, spogliandola di tuttaqoanta la crusca; non si tien 
conto dell' avena e del cruschello, dai quali pure si potrebbe avere 
qualche sussidio; si ritiene che tutte le Scorte dei privati, dei piccoli 
negozianti e dei bottegai, debbano andar consumate contemporanea- 
mente; ed in fine non solo si continuerebbe a somministrare alle 
truppe di terra e di mare la stessa quantità giornaliera di farina, 
eh' è di circa libbre 25,000, ma non si porrebbe mano alle scorte 
militari che trovansi nei magazzini, nei forti ed a bordo dei legni, 
le quali complessivamente possono servire ad alimentare la truppa 
per 10 giorni circa, ammontando, fra biscotto e farine, a libbre 
250,000, ossia a quanto basterebbe per due giorni al rimanente della 
popolazione. 

Non vuoisi né anche dimenticare che, dopo la metà di Agosto, 
si comincia a raccogliere nell'estuario il frumentone che vi è colti- 
vato, il quale si suppone in quantità tale da bastare al consumo di 
farina gialla per qualche giorno. 

Il prospetto dimostra le esistenze per ogni altro genere di 
vittuaria al 16 Luglio. Trascurando quegli articoli, intorno ai quali 
le notifiche sono naturalmente meno esatte, e de' quali non havvi 
così assoluta necessità, o non abbisogna una quantità determinata, 
come delle farine, si fa notare che il 16 Luglio rimanevano ancora 



Digitized by 



Google 



CLV 

libbre 290,000 sottili circa, di riso; libbre 187,000 grosse di lega- 
mi in sorte; libbre 120,000 di orzo, non però ancora brillato; libbre 
329,000 di olio di oliva, e libbre 164,000 di formaggi. 

Coofrontando le quantità esistenti coi consumi di questi ultimi 
tempi, si può ritenere che vi sia quanto basta per continuare le di- 
stribuzioni in corso dei legumi e del riso fino al 22 od al 24 di Ago- 
sto, ed in qoanto all' olio ed ai formaggi tutto quanto può la nostra 
popolazione consumare fino al principio del prossimo Settembre. 

Dall'esposto rileverà codesto Governo quali provvedimenti sia- 
no da adottare per fornire Venezia delle vettovaglie occorrenti dopo 
i termini sopraindicati, non potendo la scrivente, per le interrotte 
comunicazioni col mare e colla terraferma, intavolare trattative di 
importanza a questo proposito. 

Il Prendente L. Pasini. 

Alla Presidenza del Governo Provvisorio. 

Venezia, li \\ Agosto 1849. 

In seguito al precedente Rapporto 28 Luglio N. 7427, al ri- 
saltato delle notificbe fatte il 31 Luglio detto, ed alla conferenza 
tenuta con codesta Presidenza di Governo il giorno 9 corrente, la 
scrivente Commissione trova indispensabile di adottare le seguenti 
massime, le quali per ogm buon fine crede di dover assoggettare 
alia definitiva sanzione del Governo. 

Si premette che le scorte di frumentone posseduto dalla Cora- 
missione sono quasi affatto esaurite, cosicché nei primi giorni della 
entrante settimana dovrà cessare la distribuzione della farina gialla. 

Si renderà allora necessario di somministrare giornalmente una 
^^gio^e quantità di farina mista di frumento e di segala, ma se la 
miscela fosse continuata nelle proporzioni attuali, con accoppiare 
cioè alle farine di frumento altrettanta farina di segala e nulla più, 
anche le scorte di frumento sarebbero presto esaurite, e nulla piti 
resterebbe dopo pochi giorni per alimentare la popolazione dell' e- 
stuario, se non che quelle partite di segala e di avena che sono in- 
dicate nel citato Rapporto 28 Luglio. 

Converrebbe dunque allora confezionare il pane di sola farina 
di segala o con farina di segala mista a farina di avena. Però dalle 
sperienze fatte in questi giorni risulta che non si può trarre, e con 
istento, dair avena se non poco ragguardevole quantità di farinai 



Digitized by 



Google 



CLVI 

Considerate le quantità rispettive dei grani esistenti, la Com- 
missione reputa miglior consiglio far confezionare un pane, il quale 
abbia un 20 p. % di farina di frumento ed un 80 p. % di farina di 
segala. Appositi esperimenti eseguiti in questi giorni han dimo- 
strato che ne risulta un pane suflScientemente buono e nutritivo, 
quando ne sia ben diretta la cottura. Le stesse proporzioni saranno 
adottate anche dalla Intendenza militare per il pane delle truppe. 

Si comincierà adunque a distribuire una farina mista nelle so- 
praccennate proporzioni col giorno 14 corrente, ed il prezzo in con- 
fronto della farina mista precedente ne sarà ridotto di un centesimo 
per libbra. Con ispeciale avviso il publico sarà edotto di questa mo- 
dificazione. Alle Commissoni annonarie di circondario sarà nuova- 
mente raccomandato di vegliare alla buona confezione del pane. 

La Commissione Centraleniell'atto che, per rendere più lunga 
la durata delle sussistenze, e meglio giovare in tal guisa alla difesa 
dello Stato, trova indispensabile di appigliarsi alle sopraindicate mi- 
sure, non può far a meno di dichiarare che, se la qualità di pane 
presentemente in distribuzione è poco conveniente allo stato sani- 
tario del paese, e cagion certa di una maggiore diffusione delle pre- 
dominanti malattie, un peggior risultato si deve aspettarsi dalla 
nuova qualità di pane che una dura necessità ci obbliga di porre in 
distribuzione. Il membro della Commissione Centrale che, per es- 
sere medico di professione, presta speciale attenzione agli argomenti 
sanitari, domanda che ciò sia specificatamente avvertito a toglimen- 
to d'ogni sua responsabilità, e dimette a questo proposito l'annessa 
memoria. 

Questa Commissione rinnova poi le dichiarazioni già fatte al 
Governo nella seguita conferenza, che cioè, anche adottando le so- 
praindicate misure, la distribuzione delle farine non potrà essere 
continuata oltre il giorno 23 o 24 corrente. Prega che di ciò sia 
data notizia alla Commissione militare ed all' Intendenza dell'arma- 
ta, con la quale si presero ì debiti concerti per variare le proporzio- 
ni delle farine. 

// Presidente L. Pasini. 

Il membro della Commissione Dott. Fario, nella sua qualità di 
medico, considerando il proposto modo di prolungare la durata del 
pane, in relazione alla publica igiene, e alla malattia così grave- 
mente ora dominante, è in obbligo d' aggiungere al rapporto della 
Commissione le seguenti considerazioni. 



Digitized by 



Google 



CLVII 

I. Che ponendo nel pane la farina di segala in misura delP 80 
per cento, avuto riflesso alla qaalità della segala, tal misura è asso- 
lotamente disorbitante. 

II. Che lasciando nella farina di segala (come si propone di la- 
sciare) quasi il 30 per cento di cruschello, il pane acquista per esso 
una proprietà amara e purgativa, perchè le parti corticali della se- 
gala contengono una materia grassa, che, inrancidita pel tempo, 
stantechè la nostra segala è molto vecchia, diviene amara e purga- 
tiva, come ce ne convince la giornaliera sperienza. 

III. Che la durezza e la forma stessa delle scabre scagliette del 
cruschello di segala, lo rendono irritante le tonache intestinali, e 
causa di diarrea. 

IV. Che il danno recato da siflfatto pane diviene altrettanto mag- 
giore, quanto più si aumenta la diflScoltà di confezionarlo a dovere, 
e quanto più si riduce il popolo alla necessità di nutrirsi esclusiva- 
mente di esso per la mancanza di altri alimenti. 

Per le addotte ragioni il Dott. Fario deve mettere innanzi al 
Governo le ulteriori disgrazie minacciate da un alimento che egli 
non esiterebbe a dichiarar cattivo, ma tollerabile, in circostanze di 
publica perfetta salute, ma che non dubita in tutta coscienza di giu- 
dicare assolutamente dannoso nelle presenti. 

Dott. L. Paolo Fabio 
membro della Comm. Cent, annonaria. 

Al Governo Provvisorio. 

Venezia li 22 Agosto 1849. 

In seguito al rapporto che si ebbe l' onore di rassegnare TU 
corrente sotto il N. 8121 a codesta Presidenza di Governo, si par- 
tecipa che ieri la scrivente Commissione si die cura di rilevare nuo- 
vamente tutte le esistenze in grano e farine, e si ottennero i se- 
guenti risultamenti : 

Rimanenze la sera del 21 Agosto. 
Frumento macinato staia 1310 ossia libbre di farina 150,000 circa 
» in grano » 1762 » i> » 200,000 » 

Libbre 350,000 
Segala macinata staia 470 farina 40,000 
» in grano » 11344 » 960,000 

» 1,000,000 
Libbre 1,350,000 



Digitized by 



Google 



CLVIII 

ossia il bisogno per nove a dieci giorni al pili, contando da oggi, e 
supponendo che il consmno quotidiano non divenga maggiore di 
libbre 140,000. 

Questo risultato è un poco migliore di quello offerto col prece- 
dente rapporto, perchè, dopo cessata la distribuzione della farina' 
gialla, non crebbero le domande per farina mista da pane, nelle 
proporzioni che si erano supposte, essendosi distribuite sinora sole 
libbre 4000 di piU al giorno di farina di frumento pura per confe- 
zionare il pane pegli infermi vecchi e fanciulli. 

Ciò sembra provenire dalle piccole scorte di grano turco e di 
farina gialla, che esistevano presso i privati, e sono poste ora in con- 
sumazione ; dal minor consumo che si fa del pane per la sua qualità, 
e per esservi molti malati o convalescenti; e finalmente dalla minor 
quantità di farina somministrata in questi ultimi giorni all'azienda 
militare, a Chioggia ed a Pellestrina. 

La farina di frumento, secondo i dati sovraesposti, sarebbe re- 
lativamente alla farina di segala in una proporzione maggiore di ^/s, 
ma siccome è necessario somministrare ad alcuni stabilimenti pu- 
blici, alle Commissioni di Circondario ed anche alle Comuni di Mu- 
rano, Burano, Chioggia, Pellestrina ecc. una quantità giornaliera di 
farina di frumento, così risulta conveniente mantenere nella mistura 
delle due farine la proporzione ch'ò in corso. 

Codesta Presidenza si compiacerà di comunicare il presente 
rapporto alla Commissione militare ed alla Intendenza Generale del- 
l' armata. 

Per il Presidente E. Radaelli. 



Digitized by 



Google 



CLIX 



VI. 
Rapporti relativi al bombardamento della città. 
(Doc. Manin, num. 781, 787, 792). 

Alla MdnicipalitX di Venezia. 

UrgentisHma. 

Venezia, 5 Afoeto 1849, ore 8 pom. 

Le palle arroventate» le granate e le bombe che slancia il ne- 
mico, producono ogni giorno piti frequenti gì' incendi. Oggi stesso 
se ne svilupparono sei, e fra questi uno di tremendo nel palazzo Zen 
a riva di Biagio. I sussidi furono quanto mai è possibile solleciti su 
tutti i punti, ma la veemenza delle fiamme nel palazzo Zen impedi- 
rono di salvare il tetto, ed una porzione della travatura dell'ultimo 
piano. 

Con tutta la buona volontà dei pompieri, che si hanno dispo^ 
nibili, e malgrado le piti violenti fatiche, è impossibile che si prov- 
veda pei soccorsi in tatti i punti minacciati, quando io non abbia 
a mia intera disposizione tutto il corpo, e quindi invoco dal Muni- 
cipio che faccia subito la richiesta al Comando Generale della Ma- 
nna, perchè tutti senza eccezione gli operai dell' Arsenale, che ap- 
partengono al corpo, siano lasciati in libertà. 

Del resto io provvedere per quanto umanamente può farsi per- 
chè i sussidi siano disposti nella parte della città minacciata, per 
goisa.da accorrere prontamente ove il bisogno si manifesta; ma de- 
vo contemporaneamente dichiarare senza riserva, che io non posso 
rendermi garante di un efficace effetto delle nostre prestazioni, quan- 
do gli incendi abbiano a manifestarsi simultaneamente in piti luoghi, 
e la loro importanza sia rilevante. 



Digitized by 



Google 



CLX 

Il Manicipio sa che né io ne gli ufBciali in tatto il corpo dei 
pompieri rifuggono dalla fatica e dal pericolo, e quindi riceverà la 
dichiarazione, che gli ho fatta, come figlia puramente della verità e 
della considerazione della moltiplicità dei tristi casi, ai quali noi 
dobbiamo prestare soccorso. 

G. Sanfermo Tenente Colonnello. 

ALLA MUNICIPALITÀ DI VENEZIA. 

Venezia, li\2 Agosto 1849. 

Quando la mia patria, confidando nella scarsezza del mio inge- 
gno e nel patrio mio affetto, mi appoggiava la difesa delle proprietà 
e delle sostanze dei cittadini dai pericoli dcgrincendl, m'imponeva 
eziandio il dovere di porre sott' occhio alla Superiore Autorità tutte 
quelle circostanze che riferire si possono a siffatto argomento. aflSn- 
chè possa la medesima trovarsi in grado di adottare quei provvedi- 
menti che pel bene della città fossero trovati opportuni. 

Adempiendo pertanto ad obbligo siffatto, io mi farò ad intrat- 
tenere il Municipio sui tristi effetti che sono prodotti dalle offese ne- 
miche nell'attuale bombardamento. 

Quattro sono le linee alle quali le offese stesse si riferiscono. La 
prima giunge fino al ponte delle Guglie ed è bersagliata dalle bom- 
be, le quali sono tutte di 12 pollici. La seconda arriva fino alle Chio- 
vere di S. Rocco, e questa è fulminata dalle granate da 80. La terza 
si estende al Rio terrà S. Toma, ed ivi i fabbricati sono offesi dalle 
palle arroventate. La quarta finalmente perviene fino alla corte delle 
Ancore, ed è offesa dalle palle da 24. 

A prevenire il progresso degl' incendi cagionati dai proietiiU 
delle tre prime categorie, ed a soccorrere il rimanente della città in 
caso di bisogno, sono disposti tutti i pompieri con tutto il materiale 
che si possedè in 18 appostamenti. 

Io non posso abbastanza rendere elogio alla sorprendente atti- 
vità ed al maraviglioso coraggio degli uomini generosi da me di- 
pendenti, ufllciali siano essi, sott' ufficiali o pompieri. La pioggia non 
interrotta di ferro e di fuoco sotto la quale sono costretti ad operare 
di continuo, le fatiche indescrivibili, le notti vegliate, il nutrimento 
meschino e cattivo, nulla vale a smuoverli dal loro proposito dì ado- 
perarsi a tutt'uomo per la difesa della città. Io che sono testimonio 
di tanto eroismo, non mosso da speranza dì lode o di ricompensa, 



Digitized by 



Google 



GLXI 

ma solo dalla patria e cristiana carità, stimerei di commettere grave 
delitto, se tante benemerenze fossero da me taciute. Il Municipio le 
sappia, e sappia l'Autorità Superiore la grandezza dei sacrifici degli 
individui che ho V alto onore di comandare. 

Con tutto ciò egli è pur vero che i danni che derivano dalla ster- 
minata copia de' proiettili lanciati dagli assedianti, sono della mas- 
sima gravità. Tanti sono i fabbricati cospicui» i monumenti del- 
l'arte, i documenti storici preziosissimi, i palazzi, le fabbriche d'in- 
dustria, i fondachi e le case cittadine, i sacri templi compresi nella 
vasta periferia della città al bombardamento sottoposta, che diviene 
impossibile l' annoverare i guasti che produce. GÌ' incendi si mani- 
festano di continuo così di giorno come di notte, e tanto più impo- 
nenti per essere una gran parte della città abbandonata dai suoi abi- 
tatori. À quest' ora oltrepassano i sessanta, e fra questi piii di un 
terzo fa di gravissima conseguenza. Ove il proiettile non accende 
fuoco, rovina i fabbricati, ed in ogni grado rende del massimo peri- 
colo il percorrere quelle vie deserte. Egli è impossibile il descrivere 
il lagrimevole stato delle parti piii bersagliate dal bombardamento, 
e la sola giusta idea che se ne può offrire, si è di paragonarle ad una 
città di morti, come Pompei. 

Noi faremo ogni sforzo per accorrere alla difesa delle proprietà 
e delle sostanze dei nostri concittadini, ma sappia il Municipio, nò 
lo ignori r Autorità Superiore, a quanto in tal parte si estenda la 
sventura di questa patria infelice, come sono esposte alla distruzione 
le memorie gloriose degli avi nostri, le proprietà e le vite dei citta- 
dini, e come finalmente le nostre fatiche valeranno solo a minorare 
la importanza dei danni, non mai a fame dimenticare le tremende 
conseguenze. 

O. Sanfbbmo Tenente Colonnello. 

ALLA PRESIDENZA DEL QOVEBNO PB0VVI30BI0 

Venezia, 19 Affosto 1849. 

I danni gravissimi cagionati dai proiettili nemici a questa no- 
stra infelice città, e dei quali tenni parola nel mio rapporto di quel 
numero in data 12 corrente, si vanno moltiplicando a dismisura. A 
quest'ora gl'incendi gravissimi che per siffatte cause si sono svi- 
luppati ascendono a 35, ed a questi poi conviene aggiungere la in- 
terminabile serie di quelli di importanza minore, ascendendone la 

m 



Digitized by 



Google 



CLXII 

totalità ad oltre 120. Egli è impossibile il formarsi una giusta idea 
dei guasti prodotti dalla caduta delle palle arroventate, delle gra- 
nate e delle bombe, oltre agli incendi. Tale si è in fatti lo scompa- 
ginamento delle muraglie, la distruzione delle impalcature e dei 
tetti, lo sconquassamento delle mobilie da doverne paragonare gli 
effetti a quelli d' un potentissimo tremuoto. 

Noi siamo accorsi ovunque il pericolo si è manifestato, noi ab- 
biamo prodigato tutti i soccorsi che le circostanze poterono permet- 
terci, sebbene affranti dalle fatiche, spossati dalle veglie e resi deboli 
per la scarsezza e triste qualità del cibo. Il pensiero di essere utili 
alla patria nostra, di lenire le sventure dei nostri concittadini, ci 
diede le forze per reggere a tante sofferenze. Solo siamo dolentissimi 
di dover lagrimare la perdita di due nostri compagni, Gaetano No- 
vello e Domenico Simin, avvenuta nelP incendio di S. Geremia per 
effetto di un proiettile nemico. 

Noi coi nostri concittadini dobbiamo vivamente desiderare il 
fine di tante disgrazie, a riparare le quali vien meno la pih spiegata 
energia, e l' impilo dei mezzi i più efficaci che si conoscano. 

G. Sanfbbmo TenenU Colonnello. 



Digitized by 



Google 



CLxin 



VII. 
^lozioni sulla fubliea igiene. 

(Doc. Manin, duixì. 783, 791.) 
Al Munioipio di Venezia. 

... La malattia va a gran passi estendendosi. Io non farò gran- 
de calcolo dei denunziati, ma non posso non fermarmi sai morti, 
dacché vedo a questuerà, dopo la malattia di poche ore, morti a tatto 
ieri sera 106 individui, e ciò dal giorno 23 Luglio, anzi a meglio 
dire dal 27, dacché il 23 mori un solo individuo, e solo al 27 co- 
mÌDciò a crescere le mortalità in causa del cholera. 

Dovendo io rappresentare alla diretta mia superiorità lo stato 
sanitario del paese, dovrei qui estendermi su mille punti pur troppo 
tatti sconfortantissimi. Ma cosa direi che il Municipio non sappia? 
La Commissione Sanitaria Centrale, di cui faccio parte, si occupa 
indefessamente del luttuoso argomento, ma la Commissione non può 
certo DOD solo togliere ma neppur riparare a tutto quello che diret- 
tamente influisce a far gigante una disgrazia, grandissima sempre 
per sé. Chi può impedire lo spropositato accumulamento di gente in 
siti umidi, ristretti, mal sani ? chi può cambiare i cibi mal sani, dei 
quali è giocoforza si cibino i poveri e in gran parte anche i ricchi ? 
chi può provvedere ai tanti rimedi che mancano, pur necessarissimi? 
chi finalmente può dar conforto ad una popolazione scorata per 
tante cause, scoraggiamento che tanto influisce sul fisico, e tutto 
nei cholera? (1) 

(I) 11 doti. Duodo a^eva incominciato il suo rapporto coir annunziare al Mu- 
nicipio che per V ingente numero di cadaveri che giomaìmente devono essere tra^ 
tpcrtati al Cimitero, era stato costretto ad aumentare, d'urgenza, il numero degli 
officiali di servizio. B il Municipio accompagnando, lo stesso giorno 6 Agosto, la 



Digitized by 



Google 



CLXIV 

n Municipio sa tutto questo, ma il sappia anche dal proprio 
medico, il quale se questa volta non può suggerir nulla, vuole al- 
meno aver fatta la prima parte, vuole averlo rappresentato. 
Venezia, 6 Agosto 1849. 

// medico municipale Duodo. 

Al Presidente del Governo Provvisorio. 

Pbbsidbntb. 

Le stragi del colera crescono di giorno in giorno, e chi osasse 
dire eh' esso rimette della sua ferità o ignora i fatti o avvisatamente 
mentisce. 

Il numero dei morti aumenta di 24 in 24 ore sempre più, ed è 
irrefragabile prova della forza che il morbo acquista più grande. Che 
se la cifra degli attaccati si mostra adesso proporzionatamente nu- 
merosa rispetto a quella degli estinti, ciò non significa che il morbo 
sia meno intenso, ma soltanto eh' esso si fa gigante in modo da 
mietere non solo in maggior copia le vittime, ma da turbare ezian- 
dio la salute di coloro che avrebbero sotto meno tristi generali con- 
dizioni una sicura immunità. Codesti mali la Commissione li ha pre- 
veduti e preannunziati all'assemblea dei Rappresentanti di Venezia. 
Perchè, illuminata dalla storia e dalla esperienza del passato, sapeva 
che il cholera cresce nei grandi adunamenti di persone, o quando i 
corpi sono male nutriti o percossi dalle agitazioni di spirito, e sa- 
peva che riunite per istraordinaria sventura le tre anzidette condi- 
zioni, il colera potrebbe assumere tale energia di mortifera pesti- 
lenza, che umani espedienti non valgono ad arrestare. Non fallirono 
malauguratamente gli avvisi della scienza, e tostochè incomincia- 
rono ad avverarsi, questa Commissione presentossi a Voi, Presidente 
del Governo Provvisorio di questa infelice città, e vi manifestò le 

relazione del Duodo al Presidente Manin ; mentre lo assicurava « che per sua 
parte il Municipio stesso ba cercato di dare e dà tutte le disposizioni più energi- 
che volute dall' imperiosità delle circostanze, non può dispensarsi dal rappresen- 
tare che infelice assai è lo stato di questa città sotto l'aspetto sanitario, perchè in- 
dipendentemente anche dal cholera j vi regnano molte altre malattie, causate 
forse dalla qualità dei cibi e delle nutrizioni, che fanno aumentare sensibilmente 
il numero dei morti, giungendo quasi ad ottanta quelli soltanto di ieri (5 Agosto). 
Confida pertanto il Municipio che cotesto Governo, nella sua saggezza, cercherà 
tutti quei rimedi che valgano ad alleviare, almeno in parte, anche questa dolo* 
rosa emergenza ». Doc. Mìinin, num. 784. 



Digitized by 



Google 



CLXV 

luttuose condizioni di essa. Le vostre risposte espressero il cordoglio 
dell'animo e il desiderio di mitigare la comune sventura. Ma i giorni 
intanto passano, e questa necessariamente ingagliardisce, laonde 
ormai contiamo 1249 mille duecento quarantanove morti di colera. 

Le strettezze dell'assedio costringono a fabbricare un pane di 
sempre peggior qualità, e le palle che giungono a Murano, spingono 
adesso parte del popolo di quest' isola nelle poche afifoUatissime con- 
trade di Venezia, in cui i cittadini non temono ancora di restare ad 
ogni istante schiacciati o barbaramente mutilati. 

Se le gravi occupazioni del Governo in questi di£3cili momenti 
vi concedessero di portarvi a visitar gli spedali dei cholerosi, o i tu- 
guri in cui molte fuggenti famiglie ricoverarono, vedreste avverate 
le lugubri scene che si leggono nelle storie delle umane pestilenze. 
Parecchi individui sono accumulati in umide stanze terrene senza 
?entilazione e senza luce, costretti a giacere coi moribondi e coi 
morti, che rimangono oltre il dovere insepolti pel difetto di becchi- 
ni pel rifiuto di essi di portarsi nei luoghi esposti alle palle. In 
qaesti mancano, spesse fiate, i medici e i farmacisti, e i miseri citta- 
dini periscono di colera, senz'aiuto di medico o di medicine. Negli 
spedali arrivano ad un tempo i malati in tanto numero che mancano 
le braccia a collocarli in letto, e, lasciati pochi minuti sul pavi- 
mento, muoiono senza i soccorsi dell' arte e senza i conforti della 
religione. I moribondi e gì' infermi collocati presso di essi trovano 
in questo luttuoso spettacolo una cagione efScace di peggioramento 
e di morte. 

La Commissione Centrale di Sanità non può a meno di rappre- 
sentare questo cumulo di sventure a Voi, Presidente del Governo 
Provvisorio, afSnchè le mettiate a calcolo nell' occuparvi dei destini 
della nostra città, la quale, rimanendo più a lungo sotto le presenti 
condizioni avverse alla publica salute, potrebbe incontrare più gran- 
di e luttuose sventure. 

Venena, 16 Affosto 1849. 

Bart. Malfatti - Nervi - R. Arrigoni - Dott. Ziliotto - Giovanni 
Dott. Duodo - Pietro Toffitnin - À. Frari - M. Dott. Asson - An- 
gelo Dott. Minich - Pietro Dott. De Pra - Dott. Giacinto Na- 
mias - Triflfoni - Gio. Correr - Calucci. 



Digitized by 



Google 



CLXVI 



Vili. 

Lettera del Patriarca di Venezia Jacopo Monico al Presidente 
del &ovemo Provvisorio, 

(Dee. Manin, n. 793). 

Al Sio. Peesidbntb del Governo Provvisorio, 

in Venezia, 

n camole dei mali, che opprimono ogni di più la nostra città, 
è giunto a tale, che mi obbliga ad unire i miei voti a quelli di tutti 
i buoni, anzi a manifestarli, quale interprete e rappresentante della 
Chiesa veneta, a chi tiene il supremo potere. Io però aggiungo agli 
altri, che ho fatti, anche quest' ultimo uffizio, per non avermi a rim- 
proverare di un silenzio, che in tale stato di cose diverrebbe grave- 
mente colpevole. Non si tratta già qui di opinioni politiche, dalle 
quali, come estranee al mio ministero, io mi sono sempre astenuto, 
ma della salvezza d'una città, che fu per tanti secoli ammirata come 
uno de' principali ornamenti d' Italia, e della salvezza d' una grande 
popolazione. Or qual è lo stato materiale della città ? Non passa 
giorno né notte, in cui sotto una pioggia incessante di fuoco non di- 
vampi mini qualche tempio, o palazzo, o publico stabilimento co- 
gli annessi monumenti di religione e di arte di un prezzo inestima- 
bile, e da non potersi mai più riparare. E questi danni, che si de- 
plorano già nella massima parte della città, possono estendersi in 
tutto il resto di mano in mano che si rinforzano, e si avvicinano 
sempre pih le artiglierie fulminanti ; né bastano ad estinguerne o 
ad impedirne gP incendi i nostri bravi e coraggiosi pompieri, perchè 
è impossibile che si trovino pronti contemporaneamente ne' vari 
luoghi, ove li chiama il bisogno, e perchè piti d' uno, per quanto in- 
tesi, è già perito nell'azione sotto il grandinare delle palle micidiali. 



Digitized by 



Google 



CLXvn 

E che diremo dello stato morale ed economico degli abitanti ? 
Con DQOTO esempio, dacché sussiste Venezia, totti quelli che occu- 
pavano i siti pih esposti al pericolo, hanno dovuto abbandonare a 
precipizio le loro case, le loro botteghe, e le ordinarie professioni, 
da cai traevano il necessario alla vita, e mendicare alla ventura un 
ricovero nelle parti stimate finora le più sicure. Ha chi può guaren- 
tire che queste parti medesime si conservino a lungo andare immuni 
dal guasto pressoché generale delle altre, se gli approcci di guerra 
si Tanno ogni dì moltiplicando ? 

Nò io qui posso ommettere un altro riflesso, che a me prii^ci- 
palmente suggerisce la qualità dell' uffizio, che sostengo ; ed è sul 
danno immenso, che dee necessariamente provenire alla religione ed 
alla morale dall'ammassamento e dalla fortuita promiscuità di tanti 
individui diversi di età, di abitudini, di condizione e di sesso, oziosi 
oltracciò, bisognosi di tutto, arrabbiati o istupiditi dalla nuova e 
strana lor posizione. E questo danno non è già immaginario o sup- 
posto, ma esistente e reale; nò transitorio colle circostanze del mo- 
mento, ma durevole e crescente ognor più, e fecondo pur troppo di 
iDDomerabili mali nelle generazioni future. 

Ma ciò eh' ò più grave a considerarsi nel caso nostro, si ò il 
morbo desolatore, che imperversa da piti giorni con tanta strage 
della misera umanità: morbo alimentato già dagli spaventi, dai di- 
sagi, dalle foghe, dall' afifollamento di tanto popolo in angusti ed 
incomodi luoghi, e soprattutto dalla mancanza pressoché assoluta di 
cibi, di farmachi salutari, e fin anche di infermieri e di medici : cir- 
costanze che debbono già essere state esposte in pienissima luce dai 
benemeriti tutori della publica igiene. Io vi aggiungerò solamente 
ad onor del vero, che anche in questa occasione il clero veneto fa 
piti conto della salute delle anime a sé affidate, che della propria 
esistenza, accorrendo dì e notte, ove abbisogna, anche in faccia al 
pericolo di soggiacere ai colpi delle palle infocate o del letale conta- 
gio. Per lo che si é già deplorata la perdita di parecchi zelanti sa- 
cerdoti, martiri veri di carità. 

Ha quanto ancora dovrà durare questo stato d'angoscia, afiatto 
DQovo per l' infelice Venezia ? Quando cesserà di patire e di morire 
tanta gioventù militare sotto gli ardori del sollione e gl'incendi di 
gnerra? Quando sarà permesso a tante migliaia di cittadini dormir 
sonni tranquilli, passeggiar le loro contrade e raccogliersi ad orare 
Belle lor chiese, senza timore di perdere istantaneamente la vita ? 
Qaando una città come questa, a cui certo non si dee fare il torto 



Digitized by 



Google 



CLXVIII 

di porle a confronto né Missolnngi nò Mosca, potrà esser sicura di 
conservare e di trasmettere alP ammirazione dei posteri i Tenerabili 
avanzi delle antiche sne glorie? Permettete, sig. Presidente, che vi 
parli con quella ingenuità e franchezza, eh' è propria di chi non de- 
sidera che il publico bene. I vostri concittadini avean tutti aperto 
il cuore alle più consolanti speranze, all' udire che in Voi solo si era- 
no concentrati i supremi poteri, ben persuasi che il primo anzi l'u- 
nico vostro pensiero dovesse esser quello di liberarli, con decoro bensì, 
ma senza ulteriore indugio, da tali angustie, che omai non sono più 
tollerabili. E certamente Voi a ciò pensavate; ma, qual che ne sia 
la cagione, non se ne veggono ancora gli effetti. Intanto si prolun- 
gano, non si sa sino a quando, le agonie di Venezia. Mancano al 
popolo il pane, il vino, l' olio, i medicinali e la stessa acqua pota- 
bile. Quindi rinforza il eholera morbus^ e miete ogni momento qual- 
che vita preziosa, e potrebbe forse (che Dio non voglia) infettar 
l' aria in maniera, che si ammucchiassero cadaveri sopra cadaveri. 
Ah, signor Presidente, chi può salvar Venezia da tanti mali e noi 
fa, chi una sola ora la lascia languire in sì deplorevole stato, si ag- 
grava di una tremenda responsabilità dinanzi a Dio ed agli uomini. 
Se io dunque vi parlo per Venezia, come vuole il mio dovere, vi 
parlo anche per Voi, di cui mi sta a cuore il ben essere egualmente 
che il mio. 

Prendete finalmente quella risoluzione, che salvi insieme il vo- 
stro onore, la vostra coscienza e la città di cui avete in mano i de- 
stini : parlate al popolo col linguaggio della verità e dell' affetto, e 
sarete ascoltato e ringraziato dai presenti e dai futuri. Questi sono 
i voti che vi indirizzo al rimbombo del cannone, che m' introna le 
orecchie e mi lacera il cuore; voti comuni, come dissi da principio, 
a tutti i buoni e veri Veneziani, che amano sinceramente l'umanità e 
la patria. Prego Dio che ottengano il fine a cui mirano, che non è 
altro che la cessazione delle calamità, ond'è oppressa Venezia. 

Dàir isola di S. Lazzaro, il dì 18 Agosto 1849 (1). 

J. Card. Patb. 



(1) Questa lettera fu spedita tre giorni dopo, come apparisce dal sedente 
biglietto del Monioo, scritto il 21 Agosto : « Io aveva, signor Presidente, prepa- 
rato un indirizzo per voi: quando T improvviso cessare delle operazioni ostili ne 
sospese la presentazione. Ma, queste riproducendosi, io stimo opportuno di spe— 
dirvelo tale e quale lo scrissi la sera del 18 corrente. Dall'isola di S. Lazzaro, il 
dì 2Ì Agosto 1849. /. Card. Patr. ». Doc. Manin, num. 794. 



Digitized by 



Google 



cwix 



IX. 



Processi verbali delle Sedute dell'Assemblea Veneta, 
raccolta in Comitato segreto, 

(R. Archivio dei frabi). 

ASSEMBLEA DEI BAPPRESBNTANTI DELLO STATO DI VENEZIA. 

Gomitato segreto del 1.^ Aprile 1849 
Presidenza del citt. G. Minotto, 

La sessione ha principio alle 1 ^'^ pom. 

Il presidente Manin, accennando di aver a fare alcune comuni- 
cazioni all' Assemblea, avverte poi essere alle viste un piroscafo sar- 
do, dal quale certamente sono da attendersi più precise e posteriori 
notizie. Prega quindi, acciò la sessione sia sospesa fino alle ore 3 
del giorno medesimo. 

È adottato. 

Ore 3 * .5 pom. 

Riaperta la sessione, il presidente Manin espone che, a mezzo 
del suaccennato piroscafo, altro non giunse se non chie una lettera 
dell'ammiraglio Albini, il quale annunzia da Ancona, di aver avuta 
la comunicazione ufficiale dell'abdicazione di re Carlo Alberto. 
Tien data lettura del dispaccio (1). 

(1) Qoesto dispaccio si conserva fra i Due. Manin, al num. 925. L* ammira- 
glio, « penetrato da un dolore non mai provato, e del quale prende parte vivissi- 
ma la squadra qui ancorata », annunzia Tabdicazione di Carlo Alberto, e Pavve- 
Dimentoaitrono di Vittorio Emmanuele. II giorno stesso Manin rispose : « La sven- 
tola delle armi sarde è stata tremenda : ma la Provvidenza non abbandonerà la 
causa di un gran popolo, che vuol essere indipendente. Venezia persevererà nella 



Digitized by 



Google 



CLXX 

Prosegue egli dicendo : il Governo non ha notizie certe e posi- 
tive; voci le pih discordanti gli pervengono dalla terraferma, col 
mezzo de' suoi esploratori. Parlasi che l'armistizio non sia stato fir- 
mato da Chrzanov^sky o sia st^to rotto ; che i Piemontesi per con- 
seguenza abbiano riprese le ostilità, ed abbiano anche riportati dei 
vantaggi; però, come dissi, nulla di preciso, anzi ano dei nostri 
esploratori ci recò dalla terraferma un' esemplare a stampa, non a- 
vente però alcun carattere di autenticità, dell'armistizio suindicato, 
il quale sarebbe firmato da Radetzky, da Vittorio Emanuele e da 
Chrzanowsky (Legge la stampa). 

In questa incertezza, qualunque deliberazione prendesse l' As- 
semblea, potrebb' essere precipitosa ed estemporanea; quindi io pro- 
pongo che s'aggiorni a domani alle 2 pom. 

L'adunanza adottando, si scioglie alle ore 4 y\ pom. 

G. MiNOTTo Presidente. 
G. Pasini Segretario G. Ruffini Segretario 

A. Dott. Somma Segretario P. Valussi Segretario 

Comitato segreto del 2 Aprile 1849. 
Presidenza del eitt. G. Minotto. 

Ore 3 pom. 

Il presidente Manin salito alla tribuna espone: Il fatto dell'ar- 
mistizio è confermato. Esso è riportato nella Gazzetta di Milano tal 
quale sta nella stampa letta ieri, firmato pare dal generale Chrza- 
nowsky. Sulle altre voci che corrono di fatti posteriori, non vi sono 
notizie sicure. Il Governo ha ricevuto una lettera del suo rappresen- 
tante a Firenze, di cui ora vi do lettura. In essa è detto: Genova 
essere in rivolta ed aver risolto di resistere, come emerge da due 
proclami del Sindaco e del Comandante la Guardia Civica in questa 
città. Casale resiste, e si spera che altre città lo &cciano. A Firen- 
ze fu sospeso il voto dell' unione con Roma. 

Indi il presidente Manin aggiunge: queste sono le notizie 
positive che abbiamo, ed è d' uopo che l' Assemblea si occupi della 
gravità delle circostanze. 

Il rappresentante Bartolommeo Benvenuti chiede che il Governo 
prenda egli stesso l' iniziativa, e faccia una proposta concreta, poi- 
scia irremovibile resistenza, e conta sempre snir aiuto dei suoi fratelli italiani, sul 
vostro afitetto, e sui valorosi della squadra che degnamente comandate >». Dog. 
Manin, num. 926. 



Digitized by 



Google 



CLXXI 

che egli solo è al caso di farlo, conoscendo precisamente le circo* 
stanze politiche e finanziarie del paese. 

Il presidente Manin ricorda all'Assemblea, che quantunque essa 
sia riunita in Comitato segreto, pure il Governo non crede di fare 
certe comunicazioni. Esso quindi domanda, se l'Assemblea intende 
che debbasi resistere al nemico. 

Unanimi acclamazioni assentono a queste parole. 

Il presidente Manin ripete la domanda, aggiungendo, se la re- 
sistenza debba pure esser fatta ad ogni costo. 

L'Assemblea ripete unanime e con acclamazioni il suo assenti- 
mento. 

11 presidente Manin soggiunge: per resistere ad ogni costo 
il Governo deve esser forte, e per esser forte deve poter fare qua- 
lunque cosa. Le condizioni nostre possono deteriorare; per resi- 
stere può quindi occorrere mano di ferro, la stessa popolazione 
può quindi opporsi in un qualche momento alla resistenza. Ora 
siete voi disposti a dare al Governo i poteri tutti per reprimere 
in questo caso la popolazione?. 

Unanimi acclamazioni di assentimento. 

Il presidente Minotto interpella quindi l'Assemblea ; se dunque 
essa dia poteri pieni al Governo per resistere ad ogni costo. 

Il rappresentante Olper accedo volentieri a questa misura, per- 
chè il potere dittatorio in tali circostanze è indispensabile. Crede 
però opportuno di proporne un' altra. 11 Governo attuale, egli di- 
ce, è rispettato da tutti gii altri Governi per ciò che ha fatto fino 
ad ora. Sienp quindi espediti, seduta stante, due Commissari scel- 
ti dal seno della stessa Assemblea a Firenze ed a Roma, onde con- 
certarsi con quei Governi, render loro conto della deliberazione 
oggi presa, ed invitarli ad assumere lo stesso energico contegno. 

Il presidente Manin si oppone alla proposta dell' Olper, perchè 
importerebbe, a suo avviso, una indicazione di via politica da se- 
guirsi, che cioè Venezia debba fidare nel concorso dell' Italia cen- 
trale per la guerra offensiva contro l'Austriaco. Ma ora non si 
tratta di offendere. Dio voglia che possiamo farlo in avvenire. Ora 
non si può che resistere. 

Il rappresentante vice presidente Vare fa osservare, che la vo- 
tazione per acclamazione basta bens\ moralmente e legalmente, 
ma che però devesi pensare, che ora l' Assemblea fa atto storico, 
e che quindi occorre che la presa deliberazione sia formulata e re- 
golarmente votata, perchè bisogna che si sappia che l' Assembler 



Digitized by 



Google 



CLXXU 

ha preso questa deliberazione, e che Io si sappia non solo nel pre« 
sente, ma anche nell* avvenire. Egli quindi propone che si voti per 
alzata e seduta la seguente formula (1.) 

Il presidente Manin non trova sufficiente la formula proposta 
dal Vare, perchè le parole pieni poUri non sono a suo avviso bastan- 
ti a raggiungere lo scopo. Egli ripete che può occorrere mano di 
ferro, che possono abbisognare provvedimenti, i quali non siano su- 
scettibili neppure di giustificazione, come appunto avvenne nel 22 
Marzo dell'anno scorso. 

11 vice presidente Vare dichiara, che per pieni poteri egli in- 
tende tutto ciò che può occorrere al Governo per raggiungere lo 
scopo. 

Il rappresentante Calucci depone sul banco della Presidenza la 
formula seguente : « L' Assemblea accorda pieni poteri al cittadino 
» Daniele Manin, onde ottenere V intento di resistere ad ogni costo, 
» ritenuto in essa il potere di deliberare sulle sorti definitive ». 

Il rappresentante Olper altra ne espone nei seguenti termini : 
« L'Assemblea accorda i poteri dittatoriali al presidente Manin, per 
» resistere ad ogni costo ». 

Il rappresentante B. Benvenuti crede che l' idea non sia sta- 
ta ancora espressa come conviensi. Egli fa osservare trattarsi se 
r Assemblea debba o no continuare i suoi lavori, e per sua parte 
propone che l'Assemblea s'aggiorni, e si convochi soltanto per le 
definitive sue sorti politiche. 

Il rappresentante Olper non crede che l' Assemblea debba ag- 
giornarsi da sé, e il presidente Manin non crede di poter convenire 
nella proposta del rappresentante B. Benvenuti, perchè anzi il Go- 
verno desidera che l' Assemblea resti, onde poter convocarla quando 
occorre, perchè l' Assemblea è il suo appoggio. 

Il presidente Minotto legge la formula seguente da lui pro- 
posta: « L'Assemblea accorda al cittadino Daniele Manin pieni poteri 
p dittatoriali, perchè Venezia ad ogni costo resista, e a lui promette 
» ogni appoggio ond'egli la richiedesse ». 

Altra formola vien proposta dal rappresentante Lodovico Pa- 
sini: « L' Assemblea convinta unanimemente che Venezia debba re- 
» sistere ad ogni costo, demanda al presidente Daniele Manin tutti 
» i più ampli ed illimitati poteri, e gli promette ogni necessario ap- 
» poggio e concorso ». 

(1) Nei processo verbale manca la formula del Vare. 



Digitized by 



Google 



CLxxm 

Dopo breve discussione sulle presentate formule, il rappresen- 
tante Sirtori ne depone un' altra, che è la seguente : 

« V Assemblea dei rappresentanti dello Stato di Venezia, in 
» nome di Dio e del popolo unanimemente decreta : 

> Art. I. Venezia resisterà all' Austriaco ad ogni costo. 

» Art. II. Il presidente del Governo è investito di poteri ditta- 
» toriali a tal uopo ». 

Motiva questa formula sulP opportunità che le deliberazioni 
dell'Assemblea vestano la forma di decreto, e sulla convenienza di 
distinguere la presa determinazione di resistere ad ogni costo dai 
poteri, che perciò vengono accordati al Governo. 

Segue breve discussione, in esito della quale viene adottato 
alP unanimità per alzaia e seduta il seguente decreto : 

« Venezia resisterà all' Austriaco ad ogni costo. 
» A tale scopo il presidente Manin è investito di potere illimitato». 

n rappresentante Francesco Baldisserotto propone che ogni im- 
piegato publico non abbia d' ora in avanti a riscuotere che la metà 
del soldo, ed il rappresentante B. Benvenuti crede che sieno da 
adottarsi tutte le misure per introdurre ogni possibile risparmio, e 
propone che a tale scopo l'Assemblea nomini una Commissione. 

11 presidente Manin fa osservare, che ciò è una conseguenza 
della deliberazione già passata ; che il Governo ha avuto sempre in 
mira l'economia ; che l'avrà ancora di piti quanto maggiormente 
sarà possibile, e domanda anzi perciò l' appoggio dell' Assemblea. 

11 presidente Minotto interpella l'Assemblea acciocché, prima di 
sciogliere la presente adunanza, deliberi se debbano trattarsi in se- 
duta publica gli oggetti già all'ordine del giorno. 

Il rappresentante Santello propone che l'Assemblea s'aggiorni 
da sé; ed il rappresentante Olper, facendo osservare che ora la dit- 
tatura esiste, dice che se essa vuole aggiornare l' Assemblea, l' ag- 
giorni : che se no, continui. 

Il presidente Manin fa sentire che, se il Governo potesse fare 
on decreto a voce, egli farebbe subito che l'Assemblea s'aggiornasse. 

Il presidente Minotto soggiunge : Dunque l' Assemblea s' ag- 
giorna, sino a che il Governo trovi di riconvocarla. 

Ed il presidente Manin, facendo sentire che il Governo può aver 
bisogno di convocar l' Assemblea da un momento all' altro, prega i 
rappresentanti di disporre in modo, acciocché gli avvisi di convo- 
cazione possano pervenire sollecitamente a loro notizia. 

Dopo di che il presidente Minotto, dichiarando in nome del- 



Digitized by 



Google 



CLXXIV 

l'Assemblea che essa intende di aggiornarsi, e si aggiorna a tempo 
indeterminalo, per essere riconvocata secondo il Regolamento me- 
diante avviso a domicilio quando il Governo lo domandi, scioglie 
radunanza alle 4 Vs pom. 

// Presidente Q. Minotto 
G. Pasini Segretario G. Ruffini Segretario 

Ant. Dott. Somma Segretario P. Valussi Segretario 

Comitato segreto del 31 Maggio 1849 
Presidente il citt. Minotto. 

L'adunanza ha principio alle ore 1 Vi- 
li Presidente dà lettura del messaggio del Governo, in esito al 
quale fu convocata la presente adunanza. 

Il presidente Manin dà lettura all' Assemblea del Rapporto del 
Governo sulle condizióni politiche del paese, e legge altresì il te- 
nore della nota da esso diretta ai gabinetti di Francia ed Inghil- 
terra onde ottenere il loro intervento a favore di Venezia; di un 
dispaccio del nostro rappresentante a Parigi, relativo ad una confe- 
renza da esso avuta col Ministro degli affari esteri di Francia, il 
quale alle intimazioni delle ostilità fatte dal Piemonte all' Austria 
ebbe a dichiarare che esso sarebbesi interessato presso il gabinetto 
Austriaco a favore di Venezia, ove questa si fosse limitata alla sola 
difesa; della risposta avuta dai governi Inglese e Francese alla su- 
indicata nota loro diretta, con cui, in ultimo risultato, essi Governi 
dichiararono di non voler più prendere alcuna ingerenza nella que- 
stione tra Venezia e l' Austria ; della nota diretta all'ambasciatore 
francese a Vienna, con cui veniva interessato a trattare per nostro 
contdcol Ministero imperiale e ad ottenere da questo un salvocon- 
dotto, onde il nostro rappresentante a Parigi potesse recarsi a Vien- 
na; della risposta avuta dall' ambasciatore francese, con cui riferiva 
l' inutilità delle sue pratiche, rifiutandosi il Ministero imperiale di 
entrare in qualunque trattativa con un Governo, a suo dire, ribelle; 
finalmente di un dispaccio del plenipotenziario ungherese in Italia, 
il quale ojffriva a nome del suo Governo un' alleanza ofifensiva e di- 
fensiva. 

Poscia il presidente Manin partecipa che il Console inglese, nelle 
conferenze con esso tenute, dichiarò di ritenere che ogni ulteriore re- 
sistenza non fosse che un capriccio dello stesso presidente Manin, e 
che quindi lo avrebbe tenuto responsabile di tutte le conseguenze, 



Digitized by 



Google 



GLXXV 

che ne sarebbero derivate, ove gli Austriaci prendessero Venezia di 
?ÌYa forza, ed avverte che, interpellato lo stesso Console inglese a 
quali condizioni sarebbe stata dagli Austriaci accettata la resa 
della città, rispose che questa dovea essere a discrezione, perchè l'Au- 
stria Don avrebbe mai trattato con ribelli. 

Ora, dopo Tesplicita dichiarazione del gabinetto Austriaco (sog- 
gioDse il presidente Manin), dopo gli ultimi avvenimenti, non troppo 
a noi favorevoli, dopo l' abbandono del forte di Marghera per parte 
della nostra truppa^ pare che P Austria inclini ad un accomodamento, 
poiché il ministro austriaco De Bruck, con lettere di cui do lettura, 
invita a fargli proposte. 

Esposta in tal guisa la condizione politica di Venezia, e resa 
edotta r Assemblea di tutti i relativi documenti, il presidente Manin 
domanda qual condotta abbia a tenere il Governo, domanda cioè se 
r apertura fatta dal ministro De Bruck debba essere assecondata. 
Confronta quindi le speranze che si avevano al 2 Aprile con quelle 
d'oggi; fa osservare che la mediazione non è più efficace; che il 
Piemonte non è lontano, come credevasi, dal poter intendersi col ga- 
binetto Austriaco, e quindi continuare la pace , mentre anzi il Pre- 
sidente di quel gabinetto dichiarò impossibile la guerra; che l'in- 
tervento russo ha distrutto la speranza che essi aveano riposta in un 
soccorso dell'Ungheria; che il movimento germanico procede bensì 
ma lentamente, per cui, nemmeno da questo lato, non puossi, almeno 
per ora, sperare un appoggio. Conviene non illudersi, egli prosegue, 
e credere che, per la speranza del lontano aiuto ungherese, convenga 
abbandonare l'apertura del ministro De Bruck. 

Dà quindi lettura delle istruzioni date dal Governo al suo rap- 
presentante a Parigi, e della nota di questo diretta a quel Ministro 
degli afihri esteri, relativa alle condizioni sotto cui si adatterebbe ad 
on componimento politico, e finalmente conchiude proponendo che, 
trattandosi di oggetto gravissimo, l'Assemblea nomini una Commis- 
sione che esamini i documenti, e riferisca, seduta stante. Ciocché vie- 
^ approvato, stabilendo che il numero dei componenti sia di nove. 
Risultano eletti (votanti 109) 

Benvenuti Bartolommeo . . 73 

Tommaseo 65 

Sirtori 60 

UUoa 58 

Calucci 55 

Avesani 50 



Digitized by 



Google 



CLXXVI 

Vare 45 

Baldisserotto Francesco . . 43 
Friuli Nicolò 39 

Il rappresentante Benvenuti osservando richiedersi un qualche 
tempo perchè la Commissione possa produrre il proprio rapporto, 
propone che sia stabilito ad essa il termine di tre ore, e che frattanto 
si sospenda la seduta, con l' obbligo a tutti i rappresentanti di con- 
servare il silenzio. 

Ma il presidente Manin ricorda che, quantunque il nostro popolo 
sia esemplare, la presente adunanza non può a meno di tenerlo agi- 
tato, per cui crede imprudente, che i rappresentanti si allontanino 
dalla sala, prima di aver preso una deliberazione, tanto più che il 
lavoro della Commissione non può richiedere un tempo assai lungo, 
mentre può prescindere dal procurarsi nozioni sullo stato delle cose, 
relativamente alla guerra ed all' annona, poiché non potrebbe avere 
in proposito che notizie incomplete, e poiché il suo voto deve ver- 
sare esclusivamente sul corso carteggio diplomatico, senza il quale 
il Governo avrebbe usato dell'ultimo grano di polvere e di frumento. 

Però il rappresentante Canal ritiene, che non si possa prescin- 
dere dall' aver notizie esatte sullo stato delle nostre forze, poiché la 
questione militare è essenzialmente legata colla questione politica; 
se si delibera, egli dice, di resistere, e poi non si resista, o perchè la 
piazza tumultui, o perchè la guarnigione, anche in parte, non voglia 
o non possa adempiere il proprio dovere, ciò sarebbe un disonore 
per la città. 

Il rappresentante Benvenuti soggiunge che, accedendo alle os- 
servazioni del presidente Manin, quanto al pericolo che nella città 
si desti allarme ove 1' Assemblea si sciogliesse prima di deliberare, 
crede che non sia da perder piU tempo a discutere; che si abbia a 
lasciare alla Commissione tutto il tempo eh' essa crederà necessario 
per il rapporto, ingiungendole l' obbligo soltanto di riferire, seduta 
stante, dandole facoltà di fare tutte quelle indagini, che crederà op- 
portune, e che frattanto i rappresentanti sieno invitati a non allon- 
tanarsi dalla sala. Ciò viene adottato, e così l' Assemblea resta so- 
spesa alle ore 3 ^\ pom. 

L' adunanza è riaperta alle ore 6 Vi» 

Il rappresentante Vare qual relatore della Commissione, legge 
il rapporto, le cui conclusioni sono, che l'Assemblea passi alla se- 
guente deliberazione : «Visto il dispaccio odierno del ministro Au- 
» striaco del Commercio, l' Assemblea autorizza il presidente del 6o- 



Digitized by 



Google 



CLXXVII 

» verno a trattare col ministro Austriaco del CJommercio o col Mini- 
> stero di Vienna, sulle basi delle istruzioni da esso Presidente spe- 
» dite all'inviato in Parigi, il giorno 22 Aprile p. p., salva ratifica 
» dell'Assemblea ». 

Il presidente Manin, ricordando la necessità di mantenere tran- 
quilla la popolazione e di non allarmare la truppa, propone che 
l'Assemblea faccia qualcbe atto rassicurante, e partecipa cbe il rap- 
presentante Bollani ha perciò formulato un decreto, che sarebbe da 
pablicarsi tosto, salve le istruzioni particolari da darsi al Governo, 
e ciò principalmente per torre l' idea di una capitolazione, al che 
appunto tende la formula del Bollani. 

Ma il rappresentante Tommaseo non crede che la mira di allon- 
tanare ogni idea di capitolazione basti ; esso invece è di avviso che 
occorra espressamente un solenne elogio al popolo ed alle milizie, 
per quanto hanno fatto sino ad ora. 

Il rappresentante Vare, trovando giusto e doveroso di lodare il 
popolo e le milizie per ciò che hanno fatto, crede però necessario di 
far loro conoscere essere volontà dell'Assemblea di perseverare nella 
i resistenza» ed il rappresentante Tommaseo accede a tale opinione. 

[ li rappresentante Avesani, ad evitare inutili discussioni, crede 

I Dtile di rimandare alla Commissione l'incarico d' includere nella for- 

, ( mola da essa proposta il decreto che sarebbe da publicarsi, ed es- 

I Bendo ciò stato adottato, la Commissione si ritira nell'uffizio. 

; Il relatore rappresentante Vare legge il seguente progetto di 

\ decreto : 

1.® Le milizie di terra e di mare col loro valore, il popolo co' suoi 
sacrifizi, hanno bene meritato della patria. 

2.® L' Assemblea persistendo nella deliberazione del 2 Aprile fida 
nel valore delle milizie e nella perseveranza del popolo. 

d.*' Il presidente del Governo, Manin, resta autorizzato di conti- 
noare le trattative iniziate in via' diplomatica, e salva sempre la ra- 
tifica dell' Assemblea. 

Il rappresentante Pincherle fa osservare, che il nostro inviato a 
Parigi parla di nazionalità ed autonomia, riportandosi però alla pa- 
tente del 1815; nel mentre che il Governo nelle istruzioni ad esso 
date parlava di un regno separato costituzionale. Esso quindi do- 
manda, che approvando le conchiusioni della Commissione, si auto- 
rizKi il Governo esplicitamente a trattare sulle istruzioni da esso 
date al suddetto inviato. 

Il rappresentante Tommaseo trova giusta l'osservazione delPin- 



Digitized by 



Google 



CLXXVIII 

cberle, tanto più che nella lettera del nostro inviato a Parigi, vi 
hanno parole che non sono nella mente di alcuno. Il promettere al- 
l' Austria egli dice, il concorso delle nostre forze di terra e di mare, 
è un rendersi suoi satelliti. 

Il rappresentante Manin giustifica l' operato dell' inviato a Pa- 
rigi. Alcuni rappresentanti domandano la divisione nella votazione 
del decreto proposto dalla Commissione ; ma il rappresentante Vare 
facendo osservare che un decreto, con cui V Assemblea dichiara be- 
nemerite le milizie ed il popolo ha bisogno di esser votato almeno a 
grande maggioranza, crede che la domandata divisione sia pregio- 
dicevole, poiché fa vedere che alcuni rappresentanti non conven- 
gono in tutti gli articoli di questo decreto. Che questi rappresen- 
tanti, egli soggiunge, vengano ad esporre le ragioni per cui hanno 
qualche cosa in contrario al proposto decreto, e colla discussione 
potranno illuminare gli altri e sé stessi. 

Il rappresentante Ferrari Bravo espone, che appunto ciò che 
dispiace in quel decreto si è V articolo terzo, perché si teme con esso 
di offendere la suscettibilità ungherese. 

Il rappresentante Vare oppone, che autorizzando il Governo ad 
accettare l'apertura fatta dal Gabinetto austriaco, non si pregiudica 
per nulla la posizione rispetto all' Ungheria, perché le qualunque 
trattative, e le qualunque conclusioni che il Governo stipulasse col 
suddetto gabinetto, ove non accontentino sotto tutti gli aspetti, non 
verranno ratificate. 

Il rappresentante Ferrari Bravo soggiunge : che almeno 1' As- 
semblea dichiari esplicitamente di approvare 1' operato del Governo 
rispetto alle trattative coli' Ungheria, ed anzi ne fa la formale pro- 
posta. 

Il rappresentante Manin riconosce xhe le osservazioni fatte han- 
no gran peso ed onorano l' Assemblea, ma, egli dic-e, conviene os- 
servare la cruda verità dei fatti. Osserva che, se prima della con- 
chiusione di un qualunque trattato con noi, l' Ungheria ottenesse i 
patti che essa vuole, le trattative con noi pendenti non le farebbero 
certo ostacolo ad accettarli ; osserva che l' aiuto ungherese pnò es- 
sere pronto, ma anche tanto lontano, da non arrivare più in tempo; 
che quindi la responsabilità che pesa sull' Assemblea é troppo gra- 
ve; che finalmente le trattative non condurranno a nulla, ma che, 
rifiutandole, l' Austria proclamerà a ragione, che non siamo degni 
delle simpatie dei popoli liberi, perchè abbiamo rifiutato patti con- 
venienti. 



Digitized by 



Google 



CLXXIX 

Il rappresentante Tommaseo crede di suo dovere di render noto 
air Assemblea che, fino dall' autunno dell'anno scorso, l'inviato un- 
gherese a Parigi, conte Teleki, gli proferse di iniziare trattative di 
fratellanza col nostro Governo, che esso accettò subito l' ofierta, e 
che furono anche stesi i patti preliminari, i quali furono anche spe- 
diti al Governo, che però non credette di farne conto. 

Il rappresentante Vare crede, che le qualunque deliberazioni 
deir Assemblea riguardo alla questione ungherese abbiano ad essere 
votate colle conchiusioni del rapporto, ma non col decreto, ed il 
rappresentante Ferrari Bravo assente. 

Posta ai voti pertanto l'emenda di quesV ultimo, non è adot- 
tata. Vengono poscia approvate le conchiusioni del rapporto della 
Commissione, e così pure, posti ai voti complessivamente i due 
primi articoli del decreto, sono adottati all' unanimità; ed è pure 
adottato il terzo articolo, per alzata e seduta, a termini del Regola- 
mento. 

Quindi posto ai voti per iscrutinio segreto l'intero decreto, vie- 
ne adottato alla maggioranza di novantasette voti contro otto, es- 
sendosi astenuti quattro dal votare. 

Il rappresentante Malfatti propone che si elegga una Com- 
missione all'oggetto di visitare i feriti; locchè essendo stato as- 
sentito dall' Assemblea, furono nominati a farne parte il presiden- 
te Minotto, i rappresentanti Tornielli padre Antonio, Santello, Tom- 
maseo. 

II rappresentante Alberti interpella il presidente Manin, se e 
quali provvedimenti abbia dati per le vedove e pegli orfani dei morti 
aMarghera; ed esso risponde, che di caso in caso fu provvedutp, 
ritenendo applicabili anche ai soldati volontari le vigenti leggi di 
trattamento. 

Il rappresentante Giustinian chiede se sia vero che trattisi di 
conferire una medaglia a quelli che Si sono distinti, ed il presidente 
Manin risponde che il Governo vedendo che le cose non piegavano 
per noi al bene, stimò inopportuno il fare un atto, che poteva sem- 
brare millanteria. 

Ed il rappresentante Torniello Giovanni Battista avverte che 
la medaglia sarà fatta a cura della Guardia Civica. 

Il rappresentante Vare chiede di fare un' interpellazione al Go- 
verno, ma avendogli il presidente Manin opposto la sua stanchezza, 
ritira la sua domanda. 

Adottato quindi che l' Assemblea abbia a ritenersi indefinita- 



Digitized by 



Google 



CLXXX 

mente prorogata fino a che il bisogno lo richieda, l' adunanza fu 

sciolta alle ore 9 pom. 

Giovanni ì/Iiiìotto presidente. 
RuFFiNi segretario Valussi Pacifico segretario 

A. Somma segretario G. Pasini segretario. 

Comitato segreto del 15 Giagno 1849 
Presidenza del citt G, Minotto, 

Ore 11 V2 *• ^' 

Il Presidente comunica lettera del rappresentante Bollani, con 
cui giustifica la sua assenza per causa di malattia. 

Il Presidente del Governo Manin sale la tribuna, e legge i se- 
guenti documenti diplomatici : 

!.• Lettera diretta dal Governo al ministro austriaco De Bruck. 
2.** Risposta del De Bruck. 

3.® Altra lettera del Governo al medesimo De Bruck, con cui si 
domanda il salvocondotto per gì' incaricati diplomatici da inviarsi ; 
4.** Credenziale data agli incaricati, che furono i cittadini Giusep- 
pe Calucci e Giorgio Foscolo. 

Quindi il rappresentante Calucci legge il rapporto fatto da esso 
e dal suo collega al nostro Governo, sulle conferenze che ebbero col 
De Bruck ; 

La lettera che a lui inviaron(J per schiarimenti; 

La risposta del De Bruck. 

Altra lettera di essi con proposizioni concrete ; 

La risposta ultima del De Bruck ; 

Conchiude accennando che in questo stadio aveano sospese le 
trattative, perchè non si credettero autorizzati a proseguirle. 

Il Presidente Manin dà in seguito lettura della Convenzione 
stipulata nel 20 Maggio p. p. tra il rappresentante Lodovico Pasini 
per il Governo Veneto, e l'incaricato ungherese Bratich; legge inol- 
tre i documenti relativi ai poteri e alle istruzioni di esso Bratich. 
Domanda che sia nominata una Commissione che, seduta stante, 
esamini e riferisca. 

Il rappresentante Bartolommeo Benvenuti non crede che deb- 
basi eleggere la Commissione perchè faccia proposte. Il Governo, egli 
dice, ha fatto delle comunicazioni ; esponga adunque una proposi- 
zione secondo l' idea che se n' è formato. Quando avremo una propo- 
sizione, allora decideremo se debbasi nominare una Commissione 



Digitized by 



Google 



CXXXI 

cosa debbasi fare. Ciò è conforme al Regolamento, ed alla necessità 
che la Commissione possa partire da un punto concreto. 

II presidente Manin crede inopportuno di sollevare una que- 
stione d'ordine, che potrebbe anche pregiudicare alla decisione pre- 
sa nel 30 Maggio. Il Governo domanda quale linea di condotta deb- 
ba seguire. Esso ha ricevuto un mandato, entro i limiti di questo 
mandato non ha potuto ottener nulla ; chiede adunque se l' Assem- 
blea voglia estenderlo. 

II rappresentante Tommaseo accede airopinione del preopinan- 
te. È ben vero che per Tart. 37 del Regolamento le Commissioni de- 
vono aver ad occuparsi di un determinato affare^ ma quest'^<«r^ ie- 
terminato^ a suo avviso, esiste, e lo è appunto dalle relazioni del 
rappresentante Calucci, e dal trattato stipjjlato dall'altro rappresen- 
tante L. Pasini. Soggiunge che gli parrebbe indiscretezza esigere 
proposte dal Governo, dacché abbiamo fatti concreti su cui fermare 
i nostri esami. Quanto poi al tempo, credo che poche ore non pos- 
sano bastare allo studio di argomento sì grave. 

Al rappresentante B. Benvenuti, che insiste nella sua doman- 
da al Governo, ed abbatte l' applicazione del succitato articolo alla 
presente vertenza, risponde il rappresentante Sirtori essere la que- 
stione più di parole che d' idee, dacché, a suo credere, é fatta real- 
mente una proposizione ed emerge dai documenti testé letti. Ecco, 
egli dice, come stanno le cose. I plenipotenziari austriaci hanno det- 
to di non poter trattare che su date basi, e su tali basi i nostri ple- 
nipotenziari non hanno facoltà di poter trattare; perciò il Governo 
interpella l'Assemblea se creda di autorizzarvelo. D'altra parte hav- 
vi la convenzione coli' incaricato ungherese, nella quale é detto di 
non poter trattare coli' Austria senza il consenso dell'Ungheria, ed 
il Governo quindi domanda.: credete, ad onta di ciò, che si possa trat- 
tare coli' Austria ? 

Posta ai voti l'urgenza di nominare una Commissione, l'As- 
semblea l'ammette, e passa all'elezione dei membri che devono 
comporla, fissando il numero di nove : 

Sirtori ebbe voti 105, Calucci 75, Tommaseo 70, Benvenuti 
B. 68, Avesani 68, Pasini Lodovico 68, UUoa 68, Baldisserotto Fran- 
cesco 60, Priuli 60, Vare 60. Risultando per tal modo che sette 
ottennero la maggioranza assoluta e tre ottennero un numero pari 
di voti, il Presidente interpella 1' Assemblea come intenda di prov- 
vedere. Si decise che per estrazione debba risultare quale di essi 
sia escluso dalla Commissione, ed esce il nome del rappresentante 



Digitized by 



Google 



CLXXxri 

Friuli. Quindi propone che la Commissioue debba domani, alle ore 11 

di mattina, presentare il suo rapporto e viene adottato. 

Il rappresentante Belluzzi legge un suo scritto, col quale fa 
appello al patriottismo dell' Assemblea, acciò perseveri nelle gene- 
rose sue deliberazioni. 

Il rappresentante Tommaseo raccomanda quindi al presidente 
Manin, che siano avvertite le magistrature di tenersi pronte ad ogni 
domanda della Commissione, ed esso ne dà assicurazione; come pure 
il rappresentante B. Benvenuti dichiara che la Commissione si ri- 
tiene autorizzata a nominare Commissioni speciali per avere le in- 
formazioni che le occorressero. L'Assemblea si scioglie alle 3 p. m. 
G. MiNOTTO Presidente. 
G. Pasini segretario, G. Ruffini segretario. 
A. dott Somma segretario. 

Comitato segreto del 16 Giugno 1849. 
Presidenza del cittadino G, Minotto. 

Ore 1 Vi P- ^' 

Il Presidente apre 1' adunanza comunicando che il Generale 
rappresentante Morandi comunicò di non poter intervenirvi per oc- 
cupazioni di servizio. 

Il rappresentante Vare qual relatore della Commissione ieri 
istituita legge il rapporto, le cui oonclusioni sono : 

I. Che 1' Assemblea passi al seguente ordine del giorno moti- 
vato: Considerando che non sono bene determinate le proposte 
del ministro austriaco, e che quindi non si può prendere sopra 
quelle una deliberazione ben determinata, 1' Assemblea passa al- 
l' ordine del giorno, dando al Governo l' incarico di chiedere gli 
schiarimenti opportuni, e sopra quelli poi continuare o no esso 
trattato, salva ratifica dell' istessa Assemblea ; 

IL Che sia creata una Commissione militare con pieni poteri 
per tutto quello che alle cose militari appartiene; 

IH. Che siano chiamati a formar parte di questa Commissione 
i cittadini Francesco Baldisserotto, Giuseppe Sirtori, Girolamo Ulloa,; 

IV. Che un' altra Commisàione sia creata semplicemente con- 
sultiva, colla quale il Governo possa conferire per quel che riguarda 
alle negoziazioni cogli esteri, mantenendosi sempre dentro le norme 
poste dall' Assemblea. 

V. Che tanto questa Commissione, quanto l' altra militare, in 



Digitized by 



Google 



OLXXXIIl 

quanto stimassero couvenieDte invocare, per qualche deliberazione 
da prendersi, il suffragio dell'Assemblea, questa debba essere convo- 
vaia, a richiesta dell' una o dell' altra. 

Il rappresentante Ferrari-Bravo domanda qual sia il voto della 
Commissione circa il trattato coli' Ungheria, ed il rappresentante 
Vare risponde, che il trattato essendo conchiuso definitivamente, la 
Commissione non stimò che vi occorra la ratifica dell' Assemblea. 

Anche il rappresentante L. Pasini non crede necessaria la rati- 
fica per la validità del trattato, stante l' indole particolare del me- 
desimo, e stante la circostanza d' esservi in esso alcune condizioni, 
che fra pochissimi giorni potrebbero verificarsi, p. e : 1' unione dei 
legni ungheresi coi nostri, e lo stesso rappresentante L. Pasini po- 
scia rispondendo ad una domanda del rappresentante Canella, dice 
d'avere nella sua specialità molte lusinghe, che il trattato coli' Un- 
gheria possa presto aver esecuzione, ma però soggiunge che impe- 
dimenti possono essere frapposti. 

Seoonchè insistendo il rappresentante Ferrari-Bravo nella sua 
proposta, perchè la Commissione debba dare il suo voto sul trattato 
coir Ungheria, il presidente Manin, convenendo nelle idee esposte 
dal rappresentante Pasini, è di avviso che, se si volesse necessaria 
per parte nostra la ratifica del trattato, converrebbe ritener pur 
necessaria questa ratifica anche per parte dell' Ungheria, la quale 
potrebbe ritardare, e quindi anche in ciò verrebbesi a risentire un 
pregiudizio. 

Ferrari-Bravo trova che sia intempestiva la discussione ora 
sorta sulla convenienza di ratificare o no da parte dell' Assemblea il 
trattato coli' Ungheria: ciò su cui egli insiste, si è che la Commis- 
sione faccia le sue proposte sull' argomento. 

Il presidente Manin crede ciò inutile, perchè ritiene che il rap- 
presentante L. Pasini abbia già parlato a nome della Commissione; 
^ il rappresentante Sirtori fa noto che la Commissione discusse in- 
fetti, se fosse o no da proporsi all' Assemblea la ratìfica del trattato 
conchinso coli' Ungheria, ed appunto si astenne dal proporla, dietro 
k osservazioni fatte dal rappresentante L. Pasini. Per avviso del 
Sirtori la mancanza della ratifica non può sospendere l' esecuzione 
del trattato, il quale deve già essere stato ratificato dal Presidente 
del Governo, che era pienamente autorizzato a farlo. 

A quest'ultima osservazione del Sjrtori risponde il presidente 
Manin, facendo osservare che esso avea dato pieni poteri al Pasini, 
e quindi non occorrevano ratifiche di sorta. 



Digitized by 



Google 



CLXXXIV 

Ed il rappresentante L. Pasini espone che, all'atto della stipn- 
lazione del trattato, ha ben ponderato se fosse o no da convenirsi 
che dovesse aver luogo la ratifica da parte dei due poteri costituiti, 
e di essersi determinato per la negativa, stante le nostre strettezze, 
mentre le rispettive ratifiche non avrebbero potuto giungere e scam- 
biarsi che dopo due mesi e più. Che quindi essendo convenuto in tale 
sua deliberazione il plenipotenziario ungherese, fu d' accordo stabi- 
lito di porre nel trattato un' articolo dal quale emergesse, che per la 
validità del medesimo le ratifiche non erano necessarie. 

Il rappresentante Sirtori opina che basti quindi un' approva- 
zione, ed il rappresentante .L. Pasini dividendo quest'opinione del 
Sirtori, crede che basti una specie di ratifica interna, non per atto 
publico ufBziale. 

Ma insistendo il rappresentante Ferrari-Bravo perchè la Com- 
missione formuli una proposta su tale argomento, il Tommaseo rileg- 
ge le conchiusioni del rapporto della Commissione, e sostiene che da 
queste emerge chiaramente l'approvazione del trattato coll'Ungheria. 

Il presidente Minotto dà lettura del contesto dell' intiero rap- 
porto, dal quale pure a suo avviso risulta tale approvazione, e a 
questa sua opinione si associa il rappresentante Sirtori. 

Ma il rappresentante Ferrari-Bravo osserva che la forza legale 
ed obbligatoria dei rapporti delle Commissioni sta nelle loro con- 
clusioni soltanto, e che nelle conclusioni del rapporto testé letto non 
▼i ha parola sul trattato dell' Ungheria. 

Esso quindi, ritenuta la dichiarazione della Commissione d' iu- 
tendere cioè abbastanza espresso per parte sua il voto sul trattato 
coll'Ungheria, passa a formulare la seguente proposta: 

L'Assemblea dichiarando di approvare l'operato del Governo 
in relazione alle trattative aperte col Governo dell'Ungheria, in- 
tende dare una significazione esplicita, che la sua adesione odierna 
ad entrare in trattative coli' Austria non lede menomamente i le- 
gami e le simpatie, che uniscono la causa ungherese ed italiana. 

Il rappresentante Canal osserva che prima della deliberazione 
su questa proposta, conviene votare sulla presa in considerazione. 

Posta infatti ai voti la presa in considerazione della proposta 
Ferrari-Bravo, non è adottata. Quindi si passa alla discussione sulla 
prima delle conchiusioni della Commissione. 

Il rappresentante Sirtori propone che, per esser coerenti alle 
discussioni testé fatte, sieno aggiunte le parole: « salvo ratifica del 
nostro alleato d'Ungheria ». 



Digitized by 



Google 



CLXXXV 

Il rappresentante Santello crede inutile esprimere questa clau- 
sola, perchè sottintesa. 

II rappresentante Radaelli domanda che la Commissione specie 
fichi i vantaggi del trattare coli' Austria. 

Il rappresentante Giustinian crede per sua parte che le propo- 
ste fatte dall' Austria non siano altrimenti indeterminate, ma anzi 
pienamente determinate. 

Ed il rappresentante Canella invita la Commissione a dare spie- 
gazioni. Ma il relatore Vare risponde di non poter parlare che in 
nome suo, ed esprime i motivi che hanno determinato il suo voto; 
ma però di non poter parlare dei suoi colleghi, senza averne ottenuto 
prima da essi l'autorizzazione. 

11 rappresentante presidente Minotto, deferito il seggio presi- 
denziale al vice presidente Pasini, premette che l'Assemblea non 
deve votare né ad occhi bendati, né ad occhi troppo veggenti, perchè 
sarebbe imprudenza. Esso crede che non siano da esporsi i motivi 
che hanno determinata la Commissione nel voto espresso, perchè in 
tal maniera verrebbesi a propalare quanto interessa che resti na- 
scosto ; ed insiste perchè si scelga una Commissione con voto di 
fiducia. 

Il rappresentante Sirtori, rispondendo all' interpellazione fatta 
dal rappresentante Radaelli, domanda alla sua volta qual danno ver- 
rebbe a continuare le trattative coli' Austria. Osserva che il qua- 
lunque trattato, che fosse conchiuso, dovrebbe esser ratificato per 
parte dell' Assemblea non solo, ma anche per parte del nostro al- 
leato d'Ungheria : che la Commissione propone un'istituzione di un 
Comitato consultivo accanto al Governo, per quanto riguarda alle 
trattative coir estero ; che quindi si hanno sufficienti garanzie per 
pcter esser sicuri di non risentir danno da tali trattative. • 

Il rappresentante Tommaseo, convenendo nell'opinione esposta 
dal Sirtori, il quale, com'egli si esprime, ha prevenuto molte sue os- 
nervazioni, aggiunge che non solo non vi è danno a continuare le 
trattative iniziate coli' Austria, nei limiti stabiliti, ma vi ha evidente 
vantaggio, ove si osservi alla sollecitudine, che l'Austria spiega per 
queste trattative, dopo che già avea rotta e respinta l'iniziativa che 
ne era stata fatta dal nostro Governo. Ciò mostra, egli soggiunge, 
che all' Austria preme di conchiudere, mentre a noi preme d' indu- 
giare. L^ Commissione nell'atto che propone la continuazione delle 
trattative, invita a prender sul serio le parole resistere ad ogni costo, 
e per agevolare i mezzi, arriva ad una grave ed ardita misura, cioè 



Digitized by 



Google 



CLXXXVl 

l'istituzione di una Commissione militare con pieni poteri, eccitando 
in pari tempo a rivolgere parole di esortazione alle truppe di mare 
e di terra, con che mostra di tener ferma la resistenza ad ogni costo. 
Conchiude dicendo : « nella pienezza della mia coscienza affermo che 
la Commissiono non ha derogato alla dignità sua e vostra. 

Ma il rappresentante Ferrari-Bravo osserva che la questioue 
vien oggi posta in termini diversi da quelli che era posta ieri, men- 
tre ieri si disse che le trattative coli' Austria erano rotte ; e se dun- 
que son rotte, ora non può trattarsi d'altro, senonchè se abbiasi o 
no a ripigliarle. Invita quindi la Commissione a dar schiarimenti, 
e ad occuparsi dei poteri che il De Bruck ha per trattare, mentre 
potrebbe essere che le pretese proposte non fossero che sue idee. 

Il presidente Manin oppone: che V ultima lettera del De Bruck 
portava realmente una proposta, e non semplici idee, in quanto che 
con essa veniva offerto di fare tutte le concessioni compatibili col- 
l' integrità della Monarchia Austriaca. A questa lettera, egli aggiun- 
ge, fu risposto che in tal senso il Governo non poteva trattare, 
poiché non ne aveva il potere, che però ne sarebbe resa consapevole 
r Assemblea per le sue decisioni. Dunque, egli dice, le trattative 
non sono rotte, ma continuano, e termina ricordando che resistere 
ad ogni costo, non significa far la guerra in eterno, che ogni guerra 
finisce colla pace, e che la pace è sempre relativa allo stato di forza 
delle parti contendenti. 

Lo stesso presidente Manin, dietro invito del rappresentante 
Ferrari-Bravo circa ai poteri del De Bruck, dichiara che tale que- 
stione del mandato non era sfuggita al Governo, il quale voleva in- 
caricare i suoi inviati di farne cenno opportunemente al De Bruck, 
ma che in seguito, meglio riflettendoci, credette di desistere da que- 
sta pratica, sembrandogli indecorosa, mentre non può supporsi che 
un ministro tratti senza poteri. Un'altra considerazione, egli ag- 
giunge, confermò il Governo in questa determinazione, ed è che, ove 
si avesse voluto trattare con lui di mala fede, essendo ogni mandato 
revocabile, il De Bruck avrebbe potuto mostrare ai nostri inviati un 
mandato che gli conferisse poteri, i quali poscia gli fossero stati tolti. 

Il rappresentante Sirtori ritira la propria emenda, perchè la 
stima inutile, essendo implicita nella conchiusione della Commissione, 

Posta quindi ai voti la prima di queste conchiusioni, viene adot- 
tata come segue : 

votanti n. 119 — maggioranza assoluta 60, 
pel SI 92, pel no 27. 



Digitized by 



Google 



CliXXXVII 

Aperta quindi la discussione sulla feconda e terza conchiusione, 
il rappresentante Friuli crede che nella seconda debbasi precisare 
che il numero dei membri componenti la Commissione sia di tre. 

Il rappresentante De Giorgi domanda la divisione, osservando 
che tre sono i punti da votarsi, cioè la massima, il numero dei mem- 
bri ed i nomi. 

Ed il rappresentante Ferrari-Bravo opina che la votazione deb- 
ba seguire per alzata e seduta. 

Non essendo però di questo avviso il Presidente, viene ammessa 
dall'Assemblea la votazione per alzata e seduta, per quanto riguarda 
1^ massima, cioè la seconda conchiusione,. la quale per tal guisa vie- 
Be approvata, come viene così approvato il numero di tre. 

11 rappresentante Manin chiede che la terza conchiusione, che 
riguarda nomi, non sia posta a voto palese ; ed il rappresentante Sir- 
tori opina che la votazione debba esser fatta per ischede, ed anzi 
chiede che questa sua proposta sia votata prima come emenda. 

Si oppone però il rappresentante Cavedalis, il quale chiede che 
sian votati i nomi proposti dalla Commissione, e l'Assemblea vi 
aderisce. 

Prima però che s' incominci la votazione, il rappresentante Er- 
rerà chiede quali sarebbero i rapporti di questa nuova Commissione 
militare col Governo. 

Ed il presidente Manin dichiara che, se egli pure riconosce che 
in tempi ordinari non sarebbe compatibile la coesistenza dei due po- 
teri, egli però si ripromette che, in vista del publico bene da cui 
tutti sono diretti, ogni difficoltà sarà appianata. 

Posti ai voti i tre nomi proposti dalla Commissione, ebbero : 
votanti n. 119 — maggioranza 60 
Gerolamo Ulloa pel sì 103, pel no 13. 
Giuseppe Sirtori pel sì 95, pel no 21. 
Francesco Baldisserotto pel sì 85, pel no 30. 
Posto finalmente ai voti il complesso delle conchiusioni secon- 
da e terza, viene adottato nel modo seguente : 

, votanti 111 — maggioranza assoluta 56 
pel sì 93, pel no 18. 
Quindi è aperta la discussione sulla quarta delle conchiusioni 
del rapporto della Commissione, riguardante la nomina di una Com- 
missioDe consultiva per le negoziazioni diplomatiche. 

Il presidente Manin opina che le comunicazioni fatte ieri alla 
Copamigfiione non sìa d'uopo farle ad altri individui; propone quipdi 



Digitized by 



Google 



CLXXXVill 

che nella Commissione da nominarsi ora, non sieno introdotti indi- 
vidui nuovi, per non propalare troppo alcune cose, che devono stare 
scerete. 

Quindi esso stesso chiede che si aggiungano alla formula pro- 
posta acconce espressioni, perchè il Governo non sia colle mani le- 
gate, nel caso che i componenti la Commissione non intervenissero, 
quantunque invitati. 

Dopo breve discussione viene adottata la seguente formula: 
« È creata una Commissione consultiva', con la quale il Governo 
» deve conferire per quel che riguarda le negoziazioni cogli esteri, 
» mantenute sempre dietro alle norme poste dall' Assemblea, ed al- 
» la ratificazione di essa da ultimo presentata. Le deliberazioni sa- 
» ranno prese dal Governo, anche se i membri della Commissione, 
» ricevuto l'invito, non assistessero alle conferenze ». 
Votanti n. 118, maggioranza asssoluta 60: pel sì 99, pel no 19. 

La Presidenza propone che il numero dei membri componenti 
la Commissione sia di cinque; l'Assemblea approva, e nomina a 
farne parte : 

Avesani voti 99, Pasini Lodovico 89, Tommaseo 86, Benvenuti 
Bartolommeo 72, Calucci 65. 

11 presidènte Manin invita la Commissione ieri istituita a for- 
mulare od un decreto od almeno un proclama, mediante cui il popolo 
sia posto a cognizione di ciò che si è deliberato, ed altresì faccia un 
indirizzo all'armata. 

La Commissione si ritira negli uffizi alle 5 ',, e l'Assemblea 
sospende l'adunanza sino alle ore 6. 

Il rappresentante Vare a nome della Commissione dichiara es- 
sere opinione della Commissione medesima che non si publichi in 
nome dell' Assemblea altro che il decreto di nomina della Commis- 
sione militare. 

L' Assemblea approva e viene adottato il seguente decreto : 

« A piìi piena esecuzione dei decreti 2 Aprile e 31 Maggio 

Decreta : 

I. È creata una Commissione militare con pieni poteri per 
tutto quello che alle cose militari appartiene. 

II. Questa Commissione è composta dei cittadini Gerolamo 
Ulloa generale, Giuseppe Sirtori tenente colonnello, Francesco Bal- 
disserotto tenente di vascello ». 

Dopo di ciò l' Assemblea si scioglie alle ore 7 pom., ritenuto di 



Digitized by 



Google 



CLXXXIX 

poter essere riconvocata anche ad ogni richiesta della Commissione 
militare, o della consultiva per le negoziazioni con l' estero. 
G. MiNOTTo Presidente, 
G. Pasini, G. Ruffini, A. Dott. Somma Segretari, 

Comitato segreto del 30 Giugno 1849. 
Presidenza del citi. (?. Minotto. 

L'adunanza ha principio alle 12 Vj pona. 

Il presidente Manin rende conto dell'esito delle negoziazioni 
colministro austriaco De Bruck. Ai 17 Giugno, ei dice, il Governo 
scriveva al De Bruck (legge la lettera), e questi rispondeva in data 
di Milano 19 mese stesso (legge la lettera). I nostri inviati parti- 
Taoc quindi il 21. Del tenore delle conferenze vi informerà, a nome 
anche dell'altro inviato rappresentante Calucci, il (Cittadino Lodo- 
vico Pasini. 

Uditone il rapporto, il presidente Manin sale nuovamente alla 
tribuna, ed espone che il giorno 25 di questo mese giungeva pure 
un nuovo dispaccio del ministro Austriaco, datato Milano 23 Giugno, 
contenente le condizioni che s'imporrebbero a Venezia, per la cui 
accettazione è concesso il termine di otto giorni. 

Quindi ripiglia : abbiamo dunque documenti in mano delle esi- 
genze dell'Austria, ed è una favola ch'essa siasi mutata. Riguardo 
alle condizioni politiche, l' Assemblea può bene aver veduto che cosa 
potemmo ottenere. Le condizioni offerte non sono correspettive della 
desistenza delle ostilità, dacché le medesime si vogliono già dare 
dall'Austria alle altre sue provincia. Quanto alle condizioni speciali 
esse sono xjondizioni di capitolazione, e noi, in possesso di piazza di 
guerra importante, non ridotti agli estremi, possiamo onorevolmente 
capitolare? 

Il rappresentante G. B. Ruffini chiede la publicazione colla 
stampa di tutto il carteggio. L'Europa, egli dice, potrà scorgere. in 
esso la prova che Venezia, come fu custode gelosa della propria di- 
gnità, seppe altresì tenersi a quei giusti limiti che la sua posizione 
le imponeva. 

Il presidente Manin dichiara ciò essere parimenti nell' inten- 
zione del Governo. 

H rappresentante Vare propone il seguente ordine del giorno 
motivato: « Udite le comunicazioni del Governo, letti gli atti della 
> corrispondenza diplomatica; visto che le cosi dette offerte dell' Au- 



Digitized by 



Google 



cxc 

» stria rispetto al Lombardo- Veneto da un lato non assicurerebbero 
» i diritti, né rispetterebbero la dignità della nazione, e dall'altro 
» si ridurrebbero a semplici promesse prive di qualunque garanzia, 
» e verificabili a solo piacimento dell'Austria medesima, visto che 
» le offerte speciali per Venezia si ridurrebbero a disonorevoli patti 
» di capitolazione ; udita la dichiarazione del Governo che agli atti 
» delle trattative sarà data publicità col mezzo della stampa; l'As- 
» semblea passa all'ordine del giorno ». 

11 rappresentante Friuli si oppone all'ordine del giorno, e pro- 
pone che si facciano pratiche per conoscere piti precisamente i mezzi 
che abbiamo di resistere. Prendere una determinazione di tale im- 
portanza così d' improvviso, non potrebbe non far nascere il sospetto 
che il voto si sia carpito. Chiede quindi che sia nominata una Ck)m- 
missione per conoscere i mezzi di resistenza, la quale domani ri- 
ferisca. 

Il rappresentante Canal avvisa, che andando ai suffragi, debba 
avere la preferenza questa proposizione del Friuli, prima in ordine, 
perchè emenda all'ordine del giorno proposto dal rappresentante 
Vare. L'appoggia poi in merito, adducendo per argomento che il 
diritto alla propria esistenza è inalienabile, che noi non possiamo 
disporre di quella dei nostri concittadini, che essi medesimi non ci 
potevan dare tale diritto. 

Osserva il rappresentante Vare che siffatto argomento, perchè 
troppo esteso, non proverebbe nulla. Che secondo esso, nessuno Stato 
avrebbe diritto di fare la guerra, perchè esporrebbe la vita dei cit- 
tadini. Riguardo all'ordine, soggiunge egli, che la mozione del rap- 
presentante Friuli sostanzialmente combatte l' ordine del giorno da 
lui proposto. Furono presentate delle offerte dell' Austria. Trattasi 
dunque di vedere se convenga o no occuparsene. Proponendo F or- 
dine del giorno, venni io a dire non ce ne occupiamo; ed il rappre- 
sentante Friuli colla sua opposizione all'ordine del giorno venne a 
dire il contrario. Quanto a me sostengo che l' Assemblea, custode 
dell'onore del paese debba pensarvi sopra. 

Il rappresentante Canal soggiunge, che F opposizione fatta dal 
Vare al suo argomento non ha che fare. Nella guerra mandarsi in- 
nanzi al pericolo masse regolari, e pur sempre frazioni della popo- 
lazione di un paese, onde sostenerne gli interessi e il diritto; qui 
invece esporsi l' intera città, e quindi in luogo di sacrificare il bene 
degli individui a quello del Comune, sacrificarsi quello del Coaiune 
agli individui. 



Digitized by 



Google 



CXCI 

Questi detti sono seguiti da forte agitazione, per cui il Presi- 
dente sospende l'adunanza per un quarto d'ora. 

Ripresa, il rappresentante Pincherle invita il precedente ora- 
tore a spiegare per quali individui egli intenda che si voglia sacri- 
ficare il bene del comune. 

Al che il rappresentante Canal soggiunge, aver inteso mostrare 
la diversità tra il caso di una guerra e quello di una difesa protratta 
sino al mancare di ogni mezzo per sussistere. Supposta questa cir- 
costanza egli vedrebbe sacrificato il bene del Comune a quei pochi 
individui che resterebbero superstiti. 

Dopo breve discussione fra Sirtori; Vare, Benvenuti Bartolom- 
raeo e Manin, si adotta di aggiungere bIV nìiìmo dei considerando ' 
proposti dal Vare la seguente espressione: « affinchè tra l'Austria 
e Venezia sia giudice l'Europa »,esi passa allo scrutinio segreto, 
il cui risultato è il seguente : 

Votanti 118, maggioranza assoluta 60; pel sì 105, pel no 13. 

I rappresentanti Giordani, Ferrari-Bravo e p. Tornielli pre- 
sentano tre proposte relative all'annona, che qualificano d'urgenza; 
ma il p. Torniello ritira subito la sua, in vista di quella fatta da Fer- 
rari-Bravo. Anche il rappresentante Nardo legge proposta d'urgenza, 
por relativa all' annonrf, però sotto i riguardi dell' igiene publica, per 
la qual ragione il Presidente avvisa che l' Assemblea abbia a farsene 
carico separatamente. 

Dietro proposta del Presidente, viene quindi adottato di versare 
cumulativamente sulle due proposte Giordani e Ferrari-Bravo , e 
viene nominata la Commissione che riferisca sull'urgenza, composta 
dei rappresentanti Benvenuti Bartolommeo, Bigaglia o Gasparini. 

Le conchiusìoni di questa Commissione, favorevoli all'urgenza 
vengono adottate ; e vien nominata una nuova Commissione, perchè 
faccia rapporto sul merito della proposta. Si compone questa dei rap- 
presentanti Nardo, Minotto, Ferrari-Bravo, Malfatti, e Benvenuti 
Bartolommeo. Avendo però questi domandato di essere dispensato, gli 
viene sostituito il rappresentante Gasparini. Dopo breve discussione 
sorta fra i rappresentanti Vare e Friuli, se cioè il rapporto di questa 
Commissione dovrà essere letto in Comitato segreto, viene adottato 
che tanto il rapporto, quanto la discussione sul medesimo, debbano 
formar soggetto di publica adunanza, che resta fissata pel pros- 
simo Martedì. 

Il rappresentante Vare propone per urgenza che sia data san- 
zione al decreto del potere esecutivo, con cui fu data al Generale 



Digitized by 



Google 



CXCIl 

in capo Guglielmo Pepe la presidenza della Commissione militare a 
pieni poteri, e questa proposta viene ammessa per acclamazione.- 

Il rappresentante Ferrari-Bravo fa una proposta d'urgenza re- 
lativa all'inviolabilità, che però, dopo brevi considerazioni di taluno 
dei rappresentanti, ritira. Altra proposta d'urgenza vien presentata 
dal rappresentante Mainardi relativa ai feriti, ed adottata la presa 
in considerazione dell'urgenza, la proposta viene rimandata alla 
Commissione militare, perchè faccia rapporto alla prima adunanza. 

Dopo di che il rappresentante Friuli dirige al Governo alcune 
interpellazioni sulla osservanza della legge 28 Marzo relativa alle 
stampe, e particolarmente a quei così detti bullettini di guerra. 

Alle quali interpellazioni risponde il presidente Manin, assicu- 
rando che la legge è osservata per quanto e possibile, e che il Go- 
verno terrà anche in avvenire mano forte per evitare che sia dis- 
obbedita. 

L'adunanza è sciolta alle ore 4 Vi- 

G. MiNOTTO Presidente 
G. Pasini, G. Ruffini, A. dott. Somma Segretari. 

Comitato segreto del 28 Luglio 1849, ore 12 Va po^- 
Presidenza del citt. Lodovico Pasini. 

Il Presidente invita il Governo a dare le annunciate comuni- 
cazioni. 

Il presidente 'Manin monta la tribuna. Il 15 Giugno, egli dice, 
alla Commissione eletta dall' Assemblea fu dato notizia delle nostre 
condizioni, le quali però fu creduto pericoloso che fossero conosciute 
da tutti. D' allora in poi i nostri mezzi necessariamente diminuiro- 
no, ed è pur necessario che chi ò chiamato a votare sia messo a 
giorno della condizione attuale; ma il publicare qui le precise cifre 
sarebbe assai pericoloso, perchè nulla più importa quanto che al 
nemico non consti del preciso giorno in cui si esauriscono i nostri 
mezzi. Propongo perciò che anche questa volta sia eletta una Com- 
missione con voto di fiducia. 

Il Presidente invita quindi la Commissione militare a dire il 
suo parere. 

Il rappresentante Sirtori, membro della Commissione, conviene 
che cifre non so ne possano dire, anzi per suo avviso neppure ad una 
Commissione. Soggiunge poi che, quanto alla condizione militare, può 
esporre cose rassicuranti. Il rappresentante Nardo dà lettura di nn 



Digitized by 



Google 



cxcni 

suo foglio, in coi ri?oglie al Governo domanda di quali mezzi di sus- 
sistenza possa esso dispórre, quali sieno le sue speranze. 

Il rappresentante Berlan, come uno dei sottoscritti alla doman- 
da presentata V altro di dal dott. Nardo pel Comitato segreto, di- 
chiara di non partecipare ai sentimenti dal medesimo ora enunciati. 
Non conviene quanto alla Commissione proposta dal Manin, perchè, 
a suo credere, la riconoscenza delle cifre, quand'anche non rassicu- 
ranti, piuttosto che spaventare, indurrebbero ad energici provvedi- 
menti. 

Il rappresentante Talaraini e Cavalletto lo susseguono, facen- 
dosi garanti dei fermi e coraggiosi proponimenti della soldatesca. Al 
che il rappresentante Nardo soggiunge, che tali dichiarazioni non 
sono estranee né alla sua convinzione, né ai concetti esposti nel fo- 
glio testé letto. 

Il Presidente del Governo soggiunge che, quanto alle condi- 
zioni politiche, ciò che esso sa, lo san pure i rappresentanti; così esser 
note le speranze cadute, come quelle che spuntano sull'orizzonte: 
quanto alle finanziarie, non aver egli nessun riguardo ad esporle 
intere: ma, rispetto all'annona, crede che ciò facendo condurrebbe 
il paese a cader oggi piuttosto che domani ; il nemico se sapesse 
quanto pane abbiamo, starebbe colle armi al braccio, ad attender la 
nostra chiamata. Non potersi poi negare, che sul difetto dei viveri 
molto si esagerò. 

Il rappresentante p. Torniello conviene sulla necessità del si- 
lenzio rispetto r annona ; d'altronde sentir egli sparsa nel popolo 
la persuasione che non molti giorni ancora possano bastare i viveri, 
quindi interpella il Governo se sia in corrispondenza coli' Ungheria, 
avvisando egli esser necessario continuare fino al possibile la resi- 
stenza, per non soffrire un nuovo blocco nel caso che gli Ungheresi 
calassero in Italia, dopo che Venezia avesse ceduto agli Austriaci. 

Il presidente Manin risponde: che nessuno può ignorare come 
noi siamo chiusi quasi ermeticamente, come l' accesso all' Ungheria 
sia difficile. Non aver egli più avuto alcuna notizia da quell' inviato 
ungherese, che trattò col Pasini; il quale inviato era pure in condi- 
zione di aver notizie dal suo Governo. Nessuna delle promesse un- 
gheresi essere stata adempiuta, non vapori, non denaro, non soccorso 
d'armi. Finalmente lo stesso Presidente accenna di aver spedito un 
messo in Ungheria, senza averne però più avuto notizia. Quanto alle 
speranze ultimamente sorte, essere appoggiate a date di giornali, a 
corrispondenze, ma niente di sicuro. 





Digitized by 



Google 



CXCIV 

Il rappresentante B. Benvenuti: La questione promossa dal Pre- 
sidente del Governo, è se convenga o no rispondere alle interpella- 
zioni. Per ciò che riguarda all'annona e alle cose militari, propose 
una Commissione cui riferire. Per ciò che riguarda politica e finan- 
za, disse esser pronto a rispondere qui. Cominciamo quindi da que- 
st' ultime. Non mi basta ciò che egli dice riguardo alla politica. É 
egli in relazione coi Consoli ? Si dice generalmente che un incari- 
cato di Venezia sia a Vienna per trattare: ecco questioni di cui 
l'Assemblea deve avere la soluzione. 

Il rappresentante Àvesani : I Comitati segreti portano sempre 
allarmi al paese. Se saremo interrogati che cosa si è fatto qui oggi, 
dovremo rispondere che dal Comitato segreto siamo rimandati ad 
una Commissione, ed il paese sarà mantenuto in allarme. Se il Go- 
verno credeva prudente di non fare comunicazioni in Comitato se- 
greto, perchè lo volle? Non parlerò sul merito della domanda di 
tale Commissione: si è detto, perchè il nemico non sappia P ultimo 
giorno delle sussistenze; esso lo attende lo stesso. E che cosa farà la 
Commissione? Risponderà alle interpellazioni ? Se sì, V inconveniente 
che voi volete evitare c'è: se no, crescerà ancora l'allarme. Vengo 
al cenno del Benvenuti riguardante la missione di Valentino Pasini 
a Vienna. Corrono molte voci in paese, non so da chi disseminate: si 
parla di proposte nuove, di trattative. La Commissione consultiva 
politica, di cui ho l' onore di essere membro, non fu di nulla infor- 
mata; e siccome questa comunicazione non è pericolosa, perchè il 
nemico ne sa più di noi, la ragione della prudenza non potrebbe cer- 
tamente addursi a rifiutarla. 

Il rappresentante Scarpa : Ieri l' altro venni qui preoccupato da 
alcune voci sparse in città ed allarmanti, perciò non ebbi riguardo 
di associarmi alla domanda del rappresentante Nardo pel Comitato 
segreto. Quelle voci alludevano a relazioni del Governo coi Con- 
soli; a requisizione di alcuni legni, in numero di dieci; all'appre- 
stamento dei medesimi, non già per trasporto di generi, ma per 
viaggio di persone. Si assegnerebbe una persona per tonnellata, 
e complessivamente le tonnellate sarebbero 2000. Invito quindi il 
Governo a parlar chiaro, perchè si tratta di cosa politica, che può 
far nascere scoraggiamento, e indurre piti certa l' idea della capi- 
tolazione. 

Il presidente del Governo, Manin : Lasciando da parte ogni que- 
stione di competenza, perchè il Governo ad ogni modo non si sa- 
rebbe potuto rifiutare alla domanda del Comitato segreto fatta da 



Digitized by 



Google 



axcv 

rappresentanti, rispondo prima di tatto alle interpellazioni dei rap- 
presentanti Benvenuti ed Avesani. * 

È Taro che ebbi relazione coi Consoli inglese e francese, ma 
del primo di questi è nota la tendenza, e dopo le deliberazioni prese 
dair Assemblea del passato Giugno, persuaso che la resistenza non 
dipendeva solo da me, tralasciò le sue visite. Quanto al Console 
francese, personalmente è amico alla causa nostra, ma egli deve at- 
tenersi alle istruzioni del suo Governo. Dirò ora cirea all' inviato 
Valentino Pasini: ho informato già la Commissione politica, che esso 
era a Vienna ; come vi fosse arrivato da Londra per consiglio del 
ministro Palmerston. Egli però vi fu accolto come un semplice cit- 
tadino che dica la sua opinione, e presentò delle Note, ma non ebbe 
il minimo ascolto. Sull'interpellanza relativa ai legni, prego a ri- 
sptodere il rappresentante Baldisserotto. 

Il rappresentante Baldisserotto afferma che alcuni legni sono 
stati noleggiati dal Console francese, per dare uno scampo ai com- 
promessi in caso di rovescio ; averne avuto contezza il Governo, e 
non esservisi opposto, perchè tale provvedimento non può che dare 
coraggio a chi combatte, sapendosi salva la ritirata. 

Il rappresentante p. Torniello obbietta che tale misura può 
recare allarmi nel popolo, e continua interpellando il Governo sulla 
azione della Marina. 

Il rappresentante Avesani osserva, che sarebbe assolatamente 
inutile la manifestazione, sia al Comitato sia ad una Commissione, 
dei viveri che ci restano ; se è molto, profittiamo del molto ; e se'poco, 
tanto piti persistiamo. E se la Marina non ha finora brillato che nel 
mare delle finanze, brilli nel mare vero; là bisogna fare prodigi. Ve- 
nezia è imprendibile, perchè sul mare. Si noti che la flotta austriaca 
è distratta pel pericolo di Fiume. Potremo anche trovarla divisa, e 
non occorrerà quell' eroismo di cui fu capace l' antica Marina. 

Dietro interpellanza del Presidente l' Assemblea dispone di dif- 
ferire la questione sulla Marina, e si procede nella discussione delle 
cose politiche. 

Il rappresentante Avesani : credo che riguardo alle nostre con- 
dizioni politiche sia necessario rettificare alcuni fatti. Riguardo al- 
1* Inghilterra si è detto saper noi tutti quanto ella ci sia ostile; con- 
tengo nella massima, ma ora è insorta un'eccezione. Certamente 
l'Inghilterra è la naturale alleata dell'Austria; ma perchè? Perchè 
P Inghilterra teme il colosso della Russia, e pih di tutto nelle Indie. 
Adesso insorge la diflScoltà : la Russia viene in aiuto dell' Austria 



Digitized by 



Google 



CXCVI 

contro V Ungheria, e V effetto di questa alleanza è di porre rÀostrìa 
sotto il patronato della Russia. Ciò deve cambiare la posizione, e 
vediamo già i fogli ministeriali inglesi dare ascolto alla causa un- 
gherese. 

Riguardo alla Francia si è detto, che la sua linea di condotta 
la troviamo nei suoi proclami di Roma; in questi troviamo la pa- 
rola di ristorazione del governo del Pontefice, ma in fatto è il co- 
mandante francese che organizza il governo romano. Notate che dal 
dispaccio circolare di Schwarzenberg rileviamo discordia, quanto a 
Roma, tra Austria e Francia. Per me, ciò che è detto di religioso in 
qitei proclami non cangia il merito della questione: fatto è che la 
Francia ha un esercito in Italia, che la Sardegna tergiversa la con- 
chiusione della pace, e uon si può certamente dire che dal 2 Aprile 
si sia peggiorata la nostra condizione : ciò sarà rispetto alle vetto- 
vaglie, a Marghera, ma non nel sistema universale politico. 

Ora vengo all' Ungheria ; non è esatto il dire che non ci fu 
mantenuta da essa la parola. Vi ricorderete la lettera dell'inviato 
ungherese, 21 Maggio : in quella il termine fissato al soccorso era 
di due mesi, ma noi non siamo commercianti. Riflettiamo che al 21 
Maggio l' intervento russo era minacciato, dopo ebbe effettivamente 
luogo, e non ostante, a nostro conforto, l' Ungheria ha fatto fronte 
ai due imperatori, e le sue vittorie sono nel punto che più interessa, 
in Croazia. 

Il presidente Manin : Parmi che le mie parole sieno state male 
interpretate. Io fui interpellato a dire qual fosse la condotta dei Con- 
soli rispetto a noi, e dissi che essi tenevansi stretti alle loro istru- 
zioni. Rispetto all' Ungheria è ben lungi da me l' idea di farle accusa. 
Io ho detto che dovevamo averne dei soccorsi, e che non gli avem- 
mo nei due mesi fissati da essa. Finalmente riguardo all' osservazio- 
ne della politica esterna, ciò farà parte della discussione generale. 

Il rappresentante Maurogonato, qual Capo del dipartimento 
delle Finanze, dà relazione all'Assemblea, che col giorno 20 del mese 
d'Agosto prossimo, vanno ad esaurirsi i fondi dello Stato, che per- 
ciò converrà provvedervi o con un prestito forzoso, al che si mostra 
avverso ; o con nuovo gettito di sovrimposta, a carico del caseggiato 
dello Stato. 

Il rappresentante Mazzucchelli avverte che nel resoconto or ora 
letto, sta annotato che gli equipaggi della flotta percepiscono le pa- 
ghe sul piede di guerra, ed interpella su ciò il Capo dipartimento 
delle Finanze. 



Digitized by 



Google 



CXCVII 

Questi risponde non averne avuto dato ufficiale; però quella es- 
ser la cifra dello speso effettivamente per la Marina. 

Il rappresentante Mazzucchelli soggiunge che la Marina non 
ha mai percepito che la paga ordinaria, mentre altri corpi ebbero 
paghe eccezionali ; non lagnarsene nessuno, ma desiderare che i fatti 
sieno nella loro vera luce. 

Il rappresentante Maurogonato osserva che, in confronto del 
preventivo per la Marina del mese scorso, c^ è in questo difatto un 
aamento, che ciò può ben dipendere dagli armamenti recentemente 
apprestati, e sopra tutto dagli svariati lavori che si fanno nell'Arse- 
nale anche per altri corpi dell' armata. 

Dopo alcune osservazioni dei rappresentanti Benvenuti B. ed 
Avesani, che ricordarono al Governo la consuetudine costituzionale 
per cui suolsi dal potere esecutivo portare alle Assemblee deliberanti 
progetti concretati, risponde il rappresentante Maurogonato che non 
si trattava per questa sessione di fare proposte, ma invece di ri- 
spondere ad interpellazioni ; che poi non dipenderebbe mai dal Go- 
verno scegliere l' uno o V altro dei due mezzi accennati per rifornire 
le finanze. Sulla sovrimposta doversi prima ottenere V assenso del 
Consiglio comunale : sul prestito sarà a decidersi. 

Così, chiusa la discussione finanziaria, il Presidente invita il 
rappresentante Baldisserotto, membro della Commissione militare, 
a dare schiarimenti sulla Marina. 

Ei dà lettura di uno scritto, in cui accenna al difetto di provve- 
dimenti atti ad accrescere la forza navale dello Stato, in parte occa- 
sionato dalle vicende della politica esterna^ in parte, a suo credere, 
da errori dei passati Governi. A torto, egli dice, si accusa la Marina 
di non aver fatto niente, o poco ; il di più spero che lo farà; ed è ve- 
ramente strano che il rappresentante Avesani rimarchi, la Marina 
non figurare che nel mare delle Finanze. 

Il rappresentante Avesani : Io non intesi far biasimo alla Ma- 
rina, e ad ogni modo « chi ti avverte di fare quello che fai, ti loda ». 
Io poi sono convinto dei servizi che ha prestato, e piti, e con letizia, 
di quelli che essa è pronta a fare. 

Il presidente Manin : Si faccia nota che non consento nelle opi- 
nioni rappresentate dal rappresentante Baldisserotto nello scritto 
ora letto sull'avviamento dato alle cose della Marina prima dell' at- 
tuale Commissione militare ; non e' era altra forz' armata su cui con- 
tare per difendere Venezia, ed il Governo sarà certamente scusato, 
ae ha creduto valersene perchè Venezia non si prendesse. 



Digitized by 



Google 



CXCVIII 

Il rappresentante B. Benvenuti interpella la Commissione mi- 
litare, se si possono fare sortite per Brondolo. 

Il rappresentante Ulloa, membro della Commissione militare: 
non credo che sia conveniente né opportuno manifestare progetti di 
guerra. La truppa è ammirevole e per disciplina e per coraggio. 
Pretendere di più di ciò che fa la truppa, è esagerazione. Contenta- 
tevi di una difesa metodica ; un colpo azzardato non ci vantaggereb- 
be gran cosa, e ci potrebbe arrecare gravissimo danno. 

Il rappresentante Baldisserotto dà la seguente relazione sulle 
forze di mare. Egli dice: siccome molti credono che noi abbiamo 
piti mezzi, di quello che noi abbiamo in fatto, io dirò senza pericolo 
ciò che si ha: I. La divisione alla bocca del porto, composta di due 
corvette di primo rango, di due corvette di secondo rango, di tre 
brick, di una goletta e di un piroscafo da guerra ; II. I navigli per 
V estuario in numero di 120 ; III. Neil' Arsenale abbiamo una fregata 
che è in costruzione, ma non se ne può fare alcun calcolo, perchè la 
sua esecuzione non può brevemente compirsi ; IV. Abbiamo tre piro- 
scafi in costruzione, ed a contratto, di cui si è sollecitato il lavoro, 
ma ci vuole almeno un mese pel primo, 50 giorni pel secondo, e 60 
pel terzo. Due golette sono in cantiere, per una troveremo l' arti- 
glieria, ma ci vogliono trenta giorni a compirla. Quanto ai trabac- 
coli, ne abbiamo noleggiati trentaquattro, ma la spedizione che 
era da farsi sulle coste della Romagna fallì ; nuUostante aiutano la 
divisione e la difesa dell' estuario. 

Il rappresentante B. Benvenuti interpella quindi la Commis- 
sione militare sullo stato delle truppe. 

Al che il rappresentante Ulloa risponde : le cifre che io potrei 
additarvi non vi porrebbero in grado di conoscere veramente ciò 
che domandate; occorrerebbe precisare la proporzione degli uflSciali, 
quella degli ammalati, e questa sarebbe cosa oltre ch% difficile, pe- 
ricolosa. 

Il Presidente chiede se vi sia alcuno che voglia fare interpella- 
zione al Governo sulP annona. 

Il rappresentante Tommaseo : ciò che è pib importante a delibe- 
rare in quest'oggi, è ciò che diremo al popolo. Han ragione il Manin 
e l' Ulloa di non parlare sulle cose d'annona, e sulle forze militari, 
ma ciò che è più importante si è la risposta al popolo, che soffre e<l 
attende, che non ode parola di conforto, nò dall' Assemblea, nò dal 
Governo, e non si può dimenticare che nella forte disposizione degli 
animi popolari sta il fondamento della libertà. Anche se dicessiono 



Digitized by 



Google 



CXCIX 

doreremo ancora tre mesi, sarebbe inutile quando avessimo a du- 
rarli in guerra passiva. Io chiedo se si debba attendere che il popolo 
estenuato venga alle porte dell' Assemblea, e chiegga pane e viltà. 
Io \i propongo quindi che sia promulgato un decreto, con cui si ec- 
citi nuovamente V energia del popolo e della truppa. 

Il presidente Manin soggiunge che il pensare a ciò che si debba 
dire al popolo, dev' essere posteriore a ciò che noi decideremo : che il 
Governo nel presentare le condizioni del paese, ha inteso di doman- 
dare air Assemblea qual sistema di condotta debba tenere. Le risorse 
del paese, ei continua, debbono esaurirsi: il Governo non può alPul- 
timo momento venirvi a chiedere ciò che sia da fare : esso ha debito 
d'illuminare ad intervalli l'Assemblea su questo esaurimento dei 
mezzi; a lei spetta il guidarlo. 

Soggiunge il rappresentante Avesani, incombere al Governo di 
venire all' Assemblea con proposte sulle quali essa possa discutere. 

Ed il rappresentante B. Benvenuti, accedendo all'opinione del 
preopinante, aggiunge : i fatti son noti al Governo ; ne è capo un 
cittadino che gode la publica opinione: un progetto egli deve aver- 
selo formato ; abbia egli il coraggio del posto suo, e noi siamo certi 
che da lui nulla di disonorante per l'Assemblea può venire propo- 
sto. Ripeto i miei eccitamenti in nome del suo dovere, in nome della 
sua responsabilità. 

Il rappresentante Vare non trova necessario che si debba con- 
chiadere con una proposta: poter l'Assemblea dire al Governo: fu- 
rono intese le vostre comunicazioni e si tengono a notizia, ma pro- 
poste occorrerebbero nel solo caso in cui il Governo dovesse cam- 
biare la sua condotta. 

Il rappresentante Avesani si unisce all'eccitamento verso il 
Governo profferito dal rappresentante B. Benvenuti, e propone che 
r Assemblea, oSite le dichiarazioni della Marina sulla pronta uscita 
della squadra, affine di vettovagliare il paese e di rendersi superiore 
all'Austriaca, mediante prede, passi all'ordine del giorno. 

Il presidente Manin: il Governo ha detto: credo debito far co- 
noscere la situazione generale del paese, meglio che all' intera As- 
semblea, ad una Commissione. Avute le cognizioni necessarie, la 
Commissione, un suo rappresentante potranno fare proposte. Quanto 
»1 rompere il blocco, si rifletta che non basterebbe romperlo coli' al- 
lontanare la flotta nemica, ma occorrerebbe liberare le provenienze, 
impedite dall'occupazione per parte del nemico delle coste della 
Romagna e dell'Istria; superare la difficoltà degli acquisti non 



Digitized by 



Google 



ce 

avendo noi in corso che carta; e più che tutto vincere la difficoltà 
massima, quella cioè del tempo. intendiamo di durare fino alP ai- 
timo pane, e fino all' ultimo grano di polvere, e, questi esauriti, ren- 
derci a discrezione, o non crediamo che sia da ridurci a questi 
estremi, e V Assemblea e la milizia lo espongano. 

Il rappresentante Cavedalis : In seguito alle parole del Presi- 
dente del Governo, trovo necessario, cittadini rappresentanti, che 
qui determiniate il reale significato del decreto del 2 Aprile. Da ciò 
dipendono disposizioni diverse. Se si intende che si debba aspettar 
qui il nemico, noi soldati vi siamo disposti: in tal caso però occor- 
rono nuovi provvedimenti ; i poteri devono essere concentrati in una 
sola mano. Se però s'intende di dare una interpretazione più mite a 
quel decreto, e ciò parmi travedere dalle trattative già iniziate, e 
più ancora da ciò che non si fece, bisogna determinarlo subito. Ve- 
nezia è in una posizione eccezionale, V esercito non si può aprire un 
varco tra le file del nemico, e voi avete dovere di occuparvi seria- 
mente dei difensori di Venezia. 

Dietro interpellanza fatta dal rappresentante p. Tornielli ai 
membri presenti di Marina, il rappresentante Mazzucchelli ri- 
sponde : la Marina al primo ordine uscirà dal porto, o rappresene 
tanti, ma molteplici difScoltà si presentano alla buona riuscita 
de' suoi sforzi : V inimico ci sfuggirà, si allontanerà dal porto per 
accerchiarci, in qualunque evento non crediate cosa facile una rot- 
tura del blocco efficace. Siamo con voi e per voi, per l'onore, non 
per le risorse. 

Il rappresentante F. Baldisserotto : Quando ho detto la flotta 
sortirà, non credeva occorresse dire che la flotta è in pericolo, ma è 
ben vero che l'impresa che si attende da noi è la più pericolosa di 
quant' altre ne sieno state sul mare : i nostri bastimenti non avran- 
no ritirata. 

Il rappresentante Sirtori : Io non sono marino, ma paragonan- 
do le forze nostre colle nemiche, non veggo sì grande disparità. 
Credo poi che non abbiamo una grande superiorità negli equipaggi, 
e che quelli degli Austriaci sieno male istrutti. Se vi è esagerazione 
credo ve ne sia più nel mostrar deboli le nostre forze. I vantaggi 
che possono risultare da questa impresa è inutile annoverarli, e se 
perdete, troverete rifugio in Genova, in Francia, in America. Ora 
parlerò delle truppe di terra : la loro disposizione fu ed è sempre .ec- 
cellente, ma pensate, se chi ha in mano le cose della guerra, è 
continuamente preoccupato da cose di capitolazione, ciò non può 



Digitized by 



Google 



CCI 

produrre che scoraggiamento. Quanto a cose militari Venezia può 
resistere e lungamente ancora. 

U rappresentante Baldisserotto osserva al 8irtori, che senza 
vettovaglie e senza denari i rifugii da lui imaginati non possono ot- 
tenersi : gli equipaggi e gli uffiziali di Marina essere però pronti a 
tutto, il Comando della divisione non aver ancora trovato il mo- 
mento opportuno della sortita. 

Il rappresentante Calucci: Da alcune espressioni del rappresen- 
tante Mazzucchelli, mi pare che la Marina non abbia inteso io scopo 
del nostro desiderio, che essa esca. L' Assemblea non vuol vittime, 
ma fotti di sagrifizio spontaneo : chi altrimenti potrebbe dare il suo 
voto? Considerate per un momento qual possa essere il destino della 
nostra Marina, o resta inattiva, e di quelli che la compongono parte 
perirà, parte fuggirà: saranno infami i primi nel loro paese, lo 
saranno gli altri nella terra di esilio. Se invece essa tenta l' im- 
presa, chi non perirà sarà salutato come un eroe. 

Il rappresentante Vare propone all' Assemblea il seguente or- 
dine del giorno motivato « Udite le comunicazioni fatte dal Gover- 
no sulla condizione del paese, V Assemblea fidando nel provato va- 
lore delle truppe, nei promessi ardimenti della prode marina, nella 
perseveranza eroica del popolo, nell'azione concorde dei poteri ese- 
cutivi ; 

Disposta a coadiuvare quest'azione esecutiva coi provvedimenti 
legislativi che fossero necessari per mantenere la risoluta resistenza 
ad ogni eosto ; 

Riserbandosi di deliberare sulle proposte finanziarie che fossero 
presentate, passa all' ordine del giorno, e incarica il Governo di 
presentarle un rapporto analogo sulle condizioni del paese ad ogni 
dieci giorni », 

Il presidente Manin, conviene che l'Assemblea determini il 
senso che vuol dare al Decreto del 2 Aprile. Se il Governo non sa la 
volontà dell' Assemblea, il Governo non sarà mai in caso di far pro- 
poste. Ripeto la domanda se essa intenda che sia da consumare l'ul- 
timo pane, e poi rendersi a discrezione, o altrimenti, quando le cir- 
costanze sieno tanto gravi da prendere un provvedimento, sia da 
prenderlo senza dirlo. 

Il fappresentante B. Benvenuti : A me pare che il discorso del 
presidente Manin si riduca a questo, io non so come dirigermi. Lo 
possiamo noi lasciare in questo imbarazzo ? Egli ci pone ora per la 
prima volta un' alternativa, dunque le condizioni del paese sono 



Digitized by 



Google 



CCII 

mutate, voi che le conoscete diteci quale delle due proposte sce- 
gliereste. 

Il rappresentante Calucci insiste che il Governo non abbia ob- 
bligo di fare in questo caso una proposta. Esso ha davanti a so un 
decreto dell' Assemblea, spetta a lei interpretarlo. Dietro il senso 
che gli verrà dato, il Governo vi proporrà i mezzi di porlo in ese- 
cuzione. 

Il rappresentante Avesani osserva che si domanda una spiega- 
zione negativa, cioè fino a qual punto non si dovrà più resistere, ed 
egli invece vuole che la spiegazione sia positiva. Il Governo deve 
dire siamo nel tal caso : volete voi resistere ? Non deve dire fino a 
qual punto volete voi resistere. Ciò è impossibile ed impolitico. 

Il presidente Manin: Questo sistema, che par logico non è pra- 
ticabile. Quando vi venissero a dirvi non ci è pi b caso di resistere, 
il sistema crollerebbe, come per una resa a discrezione. È impossi- 
bile che giunto quel momento l'armata combatta, che il popolo stia 
tranquillo. 

Il rappresentante Vare : Se ciò avvenisse converrebbe consta- 
tarlo, ma l' Assemblea non dovrebbe mai sancirlo con una inizia- 
tiva. (L'Assemblea resta sospesa per un quarto d'ora). 

11 rappresentante B. Benvenuti sostiene che alla questione po- 
sta dal Governo, l' Assemblea non possa rispondere con un ordiue 
del giorno. l'Assemblea richiami il presidente Manin a dire la 
sua opinione, o l' Assemblea voti suU' alternativa. 

Il rappresentante G. B. RuflSni: L'Assemblea per mio avviso 
non può votare sulla prima parte dell' alternativa posta dal presi- 
dente del Governo, cioè che si debba spingere la resistenza sino a 
consumare l' ultimo tozzo di pane, 1' ultimo grano di polvere, fino al 
doversi rendere a discrezione ; in una parola al decretare forse la 
distruzione materiale della patria. Tali deliberazioni che onorano 
l'eroismo dei popoli possono esser prese in un campo d'armata, in 
mezzo a circostanze che eccitando l' entusiasmo soflfocano la rifles- 
sione della mente, non già nel tranquillo recinto di un' Assemblea 
dopo lunghe ore di ponderata discussione trattando della interpre- 
tazione di un decreto sulla quale si agitano i nostri pensamenti da 
ben quattro mesi. Chi in tale condizione dell'animo potrebbe fred- 
damente presentarsi a quell'urna e deporvi il voto di distruzione 
del suo paese ? Quanto a me credo, o cittadini rappresentanti, che il 
nostro mandato si arresti ad un limito, e che non ci sia dato d'ol- 
trepassarlo senza l' esplicito consenso del popolo. Ma qui abbiamo 



Digitized by 



Google 



ceni 

una questione ^rave alla cui soluzione bisogna provvedere prima di 
Dscire da questa sala. Il Governo non cela le sue incertezze sul si- 
stema di condotta da seguire, e noi faremmo atto di cattivi cittadini, 
e come rappresentanti mancheremmo al primo dei nostri doveri, se 
non ci dessimo cura di provvedere acciò il Governo guidato da noi 
proceda in una via franca e determinata. Noi intendiamo di mante- 
nere intatta la deliberazione del 2 Aprile. Noi intendiamo che Ve- 
nezia prima di cedere, se la necessità vuole che ciò avvenga, abbia 
esaurito tutti i mezzi della resistenza, ma il fissare il termine, giunto 
il quale il Governo debba iniziare trattative, è impolitico, è indeco- 
roso per r Assenablea, e dirò anche impossibile. Ciò non può aflS- 
darsi che ad una sola persona la quale così ami la salvezza di Ve- 
nezia da non ridurla ad una resa a discrezione, e così ne rispetti 
l'onore, da fare in modo, che la sua resa non sia che effetto di ne- 
cessità. Io perciò vi propongo il seguente ordine del giorno moti- 
vato: <s Nella certezza che il Governo soddisferà pienamente alle spe- 
ranze che in lui ripone Venezia per la sua salvezza e pel suo onore, 
l'Assemblea conferisce al presidente Manin le facoltà a ciò necessa- 
rie, colle riserve della 'sanzione definitiva in quanto concerne alle 
trattative diplomatiche, e passa all'ordine del giorno. » 

Il presidente del Governo, Manin, sostiene essere necessario il 
Governo di un solo e militare, il quale abbia anche facoltà di pren- 
dere le^ misure necessarie in un momento estremo, perciò non ac- 
cetterebbe l'incarico profifertogli coli' ordine del giorno del rappre- 
sentante G. B. RuflSni. 

Dopo il rappresentante Minotto il quale insiste perchè il De- 
creto del 2 Aprile sia decisamente interpretato, il rappresentante 
Vare dice: al 2 Aprile non si è dimandato cosa significassero le pa- 
role ad ogni coslo, non ci furono restrizioni e riserve; la frase fu 
intesa in tutta la sua estensione, si tratta di metterla in effetto. 
Qualunque altra deliberazione sarebbe disonore e sarebbe perdita 
irrimediabile per la città ; mentre si verrebbe a porre la firma al 
trattato 1797. Se la nostra resistenza avrà esito infelice questo 
dev' essere un fatto, non mai dipendere dalle nostre deliberazio- 
ni, perchè noi non dobbiamo far atto che riconosca in altri la so- 
vranità che nel popolo. La sola quistione è : chi constaterà il fat- 
to, chi^irà, il caso i* ogni costo è avvenuto. Nessuno deve fir- 
mare un trattato che trasporti in altri la sovranità del paese. 
Ma se pur è deciso che dovessimo cedere, alcuno bisogna che dica 
il fatto è avvenuto dalla fisica impossibilità di resistere. Ponja-r 



Digitized by 



Google 



CCIV 

mo che le promesse della Marina non abbiano l'esito desiderato, 
che siamo assolutamente senza alcun mezzo di resistenza, alcun par 
deve dirlo. Questa parola deve profferirla l'Assemblea, o un Groverno 
civile, un Capo militare. Ecco la questione, questione d'opportu- 
nità: chi porterà meno danno al paese? L'ordine del giorno Buffini 
non presenta la questione chiara. 

Il rappresentante G. B. Buffini : Abbiamo il fatto recente di 
un'Assemblea che venne a trattative con chi assaliva il paese, essa, 
cui tutti noi abbiamo fatto plauso, ci ha dato l'esempio come una 
rappresentanza nazionale possa salvar l' onore del paese. Ma oltre 
all'esempio dell'Assemblea di Roma abbiamo quello della Munici- 
palità Veneziana, la quale non volle sancire atto alcuno che inse- 
diasse gli Austriaci nel possesso della nostra città, e si aggiornò. 
Col mio ordine del giorno è lasciata facoltà all' Assemblea di appro- 
vare ciò che le paresse conveniente, o di devenire a quelle delibera- 
zioni che credesse necessarie all'onore del paese. 

Dopo queste parole il rappresentante Manin ripete le dichiara- 
zioni poc'anzi fatte. 

Il rappresentante Tommaseo: Non si faccia questione di perso- 
ne, quando si tratta di principi. Osservo che l' Assemblea, la quale 
ha sì pochi dì di vita, non può dare a nessun potere la facoltà di 
decidere la sorte del paese, perchè nel frattempo delle due Assem- 
blee non potrebbe essere data la sanzione alle trattative. Il Governo 
quindi avrebbe piena facoltà di fare ciò che gli piace. L'atto di fi- 
ducia al Governo è impraticabile, perchè non è possibile di dare un 
termine al Governo per condurre a fine le trattative. 

Il rappresentante Vare ha osservato che i diritti di Venezia 
sono sopra i diritti di tutte le Sovranità della terra. Noi non pos- 
siamo strapparli, né defraudare il popolo dei suoi diritti. Dando fa- 
coltà al Governo di devenire ad una capitolazione, fino da questo 
giorno saremmo infami. 

Il rappresentante Avesani : Credo di troncare la questione, per- 
chè una risposta qualunque non potrebbe essere combinata con un 
invito alla marina di sortire. 

Il rappresentante G. B. Buffini soggiunge che, dopo la dichia- 
razione fatta dal presidente del Governo Manin, il suo ordine del 
giorno va a mancare della condizione la pili essenziale, e foindi lo 
ritira. 

Il rappresentante Berlan presenta un altro ordine del giorno 
che è il seguente : « L' Assemblea, udite le comunicazioni del Go- 



Digitized by 



Google 



ccv 

Teroo, e dichiarando di aspettare per ulteriori deliberazioni V esito 
della prossima fazione militare della marina, a tutela del paese e del 
suo onore, passa all'ordine del giorno ». 

Riteputa per la votazione la priorità delP ordine del giorno del 
rappresentante Vare, sorge questione sulla divisione del medesimo, 
ed insistendo il proponente perchè esso vada ai voti nel suo com- 
plesso, in votanti 102 

si hanno pel s\ 50 — pel no 52. 

Essendo per tal modo scartato, se ne appropria la prima parte 
il rappresentante Santello, e, fattevi alcune modificazioni, la ridu- 
zione viene messa ai suffragi cosi formulata: « Udite le comunica- 
lioni fatte dal Governo sulle condizioni del paese, V Assemblea, fi- 
dando nei promessi ardimenti della prode marina , nel provato 
valore delle truppe, coadiuvate dalla Civica milizia, nella perseve- 
ranza eroica del popolo, nelP azione concorde dei poteri esecutivi, 
passa all'ordine del giorno ;». 

Risultato della votazione, votanti 105: pel sì 67 — pel no 38. 

Dopo di ciò è sciolta la seduta alle ore 6 pom. 
Lodovico Pasini Presidente 
G. Pasini Segretario — G. Ruffini Segretario, 

Comitato segreto del 5 Agosto 1849. 
Presidenza del eitt, L. Pasini. 

Ore 1 \/i pom. 

Il rappresentante Pesaro Maurogonato, capo del Dipartimento 
delle Finanze, legge un rapporto relativo allo stato delle medesime, 
che chiude proponendo, sia il Governo autorizzato a gettare una 
sovraimposta di sei milioni da cedere, col metodo già praticato, al 
Comune di Venezia, verso altrettanta moneta comunale. 

Dietro dimanda del rappresentante Vare è adottato di passare 
il progetto ad una Commissione composta di sette. Risultano eletti 
a formarla: Treves con voti 69 — Errerà 64 — Rigaglia 54 — Ave- 
sani 47 — Papadopoli 48 — Pincherle 38 — Callegari 32 — i quali 
si raccolgono per dare il loro rapporto entro un' ora. 

n rappresentante Malfatti presenta proposta d'urgenza affin- 
chè l'esame degli individui della Guardia Civica da mobilizzarsi e 
di quelli chiamati alla leva di mare sia affidato ad una sola Com- 
missione medica, e si possa così aver libero un maggior numero di 
medici, reso necessario dallo sviluppo del cholera. 



Digitized by 



Google 



CCVI 

Il rappresentante G. B. RufBni avversa la proposta sostenendo 
che r Assemblea non possa occuparsi di tali particolari, ma che la 
cura ne sia lasciata al Governo, il quale ha già dato su questo ar- 
gomento provvedimenti molteplici. 

Il rappresentante Malfatti ritira quindi la sua proposta. 

Il presidente Manin soggiunge che, quanto alla leva di mare, 
allorquando era questa proposta dal Comune, egli ha detto le ragio- 
ni per cui la credeva inopportuna, ed ha accennato alle disposizioni 
della popolazione di Chioggia; ma che gli fu risposto che alcuni dei 
Rappresentanti di Chioggia davano sullo spirito di quelle popola- 
zioni ben diversi ragguagli, come risulta dal rapporto della Com- 
missione speciale letto dal rappresentante Arrigoni nel d\ 20 Luglio 
e publicato. 

Ora un dispaccio 30 Luglio del Comitato Provvisorio di Chiog- 
gia, annuncia esser là mal sentita la leva, e domanda istruzione se J 
non sia opportuno di protrarre di qualche giorno l'operazione. Il 
dispaccio è sottoscritto dallo stesso canonico Arrigoni. 

Il Governo rispose, d'accordo colla Commissione militare, che 
se il Comitato di Chioggia lo crede opportuno, proroghi pure le ope- 
razioni. Ieri, altro dispaccio del Comitato di Chioggia avvisa sussi- 
stere le stesse difficoltà già indicate, e quindi aver disposto per la 
protrazione della estrazione a sorte dei nomi, ciò che fu pure adot- 
tato a Pellestrina. Dunque la leva è protratta, ed osservo che non 
era indispensabile, perchè la squadra è già armata. Le Commissioni 
mediche per ora non occorrerebbero. 

Anche riguardo la mobilizzazione, il Governo avea fatto alcune 
osservazioni che non furono ascoltate, e la legge fu dall' Assemblea 
emanata. Furono tolte tutte d'un tratto le esenzioni, in qualche 
modo anche quelle contemplate dagli articoli 12 e 13 del Regola- 
mento. La fabbrica fu demolita, e si esige da un momento all'altro 
che si rifaccia un lavoro che avea costato molti mesi. La legge fa 
interpretata in vario modo : in alcuni luoghi i già esentati furono 
chiamati, in altri no. In principio io m'era astenuto da ogni inge- 
renza, perchè la legge non mi dava facoltà d' ingerirmene. In se- 
guito l'Assemblea ha dato facoltà al Governo di interpretarla; ma 
il Governo arbitrariamente ha dovuto fare anche quello che la legge 
non stabiliva. Per esempio si manifestò la malattia ora dominante, 
i medici erano chiamati al servizio della Guardia Civica, il Governo 
ha scritto che i medici, i chirurghi e gli inservienti ne sieno tem- 
porariamente escusati. La mobilizzazione già difficile, ora è più dif- 



Digitized by 



Google 



CCVII 

ficile ancora, per lo sgombramento di oltre mezza la città, e pegli 
avvenuti cambiamenti di domicilio, e per non sapersi il domicilio di 
molti che restano nascosti. La mobilizzazione adunque per la forza 
delie cose è ora impossibile. 

Il rappresentante Àrrigoni : La leva di mare fu proposta dalla 
Commissione perchè il paese ne abbisognava. Chioggia ha fatto 
sempre quanto poteva, e non avrebbe mancato a questo appello. I 
rappresentanti chioggiotti hanno ammesso il principio del buon 
sentire di questa città per ogni sagrifizio possibile. I Chioggiotti 
eletti a far parte della Commissione per la legge sulla leva, che 
avevano la conoscenza del paese, non potevano dire che ciò che 
hanno detto. La Commissione conobbe da ciò che scrissero il Circon- 
dario III e V, che dai 18 ai 35 anni si trovavano disponibili 343 in- 
dividui, dei quali parte aveano già servito nella marina, parte furono 
artiglieri sussidiari fino dal 23 Marzo 1 848. Sapeva la Commissione 
che questi non solo erano pronti a servire in un altro sito, ma al- 
tresì ne aveano l'obbligo pel giuramento prestato. Da ciò la Com- 
missione decise di non mettere ostacolo alla leva. Quanto al dispac- 
cio del Comitato di Chioggia del 30 Luglio, in cui io sono il primo 
firmato, è già noto che l'uno o l'altro del Comitato, che si trova 
presente in ufficio, sottoscrive gli atti ; ma era a cuore del Comitato, 
come al Governo, la publica tranquillità. Il fatto del bombarda- 
mento di Venezia fece impressione a Chioggia; e se diffuse lo 
scoraggiamento, questo era imprevisibile quando la Commissione 
propose la leva. Si spargeva fra il popolo questa voce: Oggi il bom- 
bardamento, domani la leva. Ecco la ragione, per cui il Comitato 
scrisse quel dispaccio. Tutto ciò esposi, perchè non si creda che io 
abbia cangiato opinioni. 

Il rappresentante Sirtori propone che il Governo destituisca il 
Comitato di Chioggia perchè, a suo credere, non v'era alcuna ra- 
gione che non fosse eseguita la legge ; e ciò per la disposizione de- 
gli animi da lui stesso riconosciuta nel recente suo soggiorno in 
quella città. 

Il rappresentante Chiereghin si oppone alla proposta del Sir- 
tori, avvisando che con essa si produrrebbe la rovina di Chioggia 
per la fiducia di cui vi gode il Comitato e pel grande amore che 
ognuno porta specialmente al presidente Naccari, ed il presidente 
del Governo, oppugna anch' esso la proposta in questione, soggiun- 
gendo che l'autorizzazione a sospender la leva fu dal Comitato chie- 
sta al Governo e da questo accordata di concerto con la Commis- 



Digitized by 



Google 



covili 

sione militare, il decreto di autorizzazione esser anzi firmato dal ge- 
nerale Ulloa e dal capitano Baldisserotto . 

Il rappresentante F. Baldisserotto aggiunge che in quel giorno 
il rappresentante Sirtori non era presente alla deliberazione suac- 
cennata, trovandosi a Chioggia per oggetto di servizio. 

Dopo di ciò il rappresentante Sirtori modifica la sua proposta 
nel senso, che lasciata da parte la destituzione del Comitato di 
Chioggia, sieno il Governo e il Comitato medesimo eccitati alla ese- 
cuzione sospesa della legge. 

Il rappresentante Tommaseo conviene anch'esso nel tempera- 
mento, da ultimo avvisato dal Sirtori. Bastargli che sia messo io 
chiaro, risultare dalle sue testimonianze, e da quelle deir ArrigoDi, 
che la legge, quando fu fatta, era possibile e necessaria. Spettare 
poi al Governo di apprezzare i momenti per l' esecuzione della legge 
medesima. 

Il rappresentante Vare propone il seguente ordine del giorno 
motivato : « Sulla proposta del rappresentante Sirtori, V Assemblea, 
fidando che il potere esecutivo farà tutto il suo possibile, perchè 
venga raggiunto lo scopo della legge sulla leva, e saprà conciliare i 
bisogni militari, coi riguardi dell'ordine publico, passa all'ordine 
del giorno ». 

Il rappresentante B. Benvenuti sostiene l'ordine del giorno 
motivato, tanto più che non v'è bisogno di publicarlo. la leva, 
egli dice, deve aver luogo a qualunque costo, o no. Limitandoci alla 
prima parte dell' ordine del giorno, sarebbe lo stesso che ordinare 
al Governo dì eseguire la legge ; ma noi conosciamo lo stato delle 
cose: la leva incontra delle diflScoltà, e dobbiamo quindi farcene 
carico. 

Il rappresentante Sirtori insiste nell'ultima sua proposta, pa- 
rendogli necessario che 1' Assemblea dia in questo affare il suo ap- 
poggio al Governo, aggiunge le ciurme della Marina non essere 
complete, ed abbisognare ad ogni modo una riserva. 

Il presidente Manin dichiara di aver ricevuto per lettera del 
Comando della squadra, che i legni siano compiutamente armati; 
occorrere pel fatto una riserva, ma difettare i mezzi per formarla. 

Il rappresentante G. B. Rufiìni, osservando che l'eccitamento 
proposto per ultimo dal rappresentante Sirtori, basato com'è alle 
comunicazioni del Governo, si risolve in un ordine dato al Governo 
medesimo, di eseguire la legge di leva in onta alle difScoltà da lui 
stesso accennate, si oppone alla votazione suU' ordine del giorno mo- 



Digitized by 



Google 



CCIX 
tivato proposto dal Vare, dacché esso pure dopo il ritiro della prima 
proposta Sirtori, si appoggia alle comnnicazioDi del Governo di 
sopra accennate. In tale proposta adunque scorge il rappresentante 
BofSui onMmplicita censura data al potere esecutivo, la quale, a 
suo parere, è anche inutile, perchè non dandosene publicazione, la 
discQ88ione ha già illuminato il Governo come stia a cuore dell'As- 
semblea, r esecuzione della legge di leva. 

Dopo brevi parole dei rappresentanti Benvenuti e Vare, i quali 
dichiarano di non aver voluto far alcuna censura al Governo, si pone 
a'?oti l'ordine del giorno puro e semplice, che non viene ammesso 
per voti 36 contrari e 34 favorevoli. Quindi passa ai suffragi l'or- 
dine del giorno motivato del Vare, cambiate le prime parole dei 
motivi: iulla froposta del rappresentante Sirtori, in quelle, eulle co- 
municazioni del Governo. £ ammesso con 60 voti favorevoli e 14 
contrari. 

Quindi il rappresentante Pincherle legge il rapporto della 
Commissione per la legge di Finanza; e non dubitando del patriotico 
concorso del Consiglio municipale, propone sia autorizzato il Gover- 
no a gettare la sovraimposta di sei milioni nel modo già praticato. 

11 presidente Manin dice: Questo progetto si collega colle altre 
nostre condizioni politiche. Le nostre condizioni sono orrendamente 
deteriorate: siamo prossimi a non aver pib da mangiare. È neces- 
sario che r À^ssemblea si occupi di queste gravi condizioni. Non vo- 
glio che si dica che il Governo ha ingannato il paese. 

11 rappresentante Sirtori soggiunge : Io credo che nessuno qui 
intenda di non votare il credito richiesto; credo anzi che il presi- 
dente Manin dovesse riservare le sue parole dopo la votazione del 
credito. Ed a quelle parole si può rispondere ch^ siamo nell'eroica 
Venezia, che sopporta molti disagi, e che saprà sopportare anche la 
&me finché sarà possibile. 

Il presidente Manin : La mia osservazione è anche finanziaria, 
perchè V Assemblea quando si occupa di finanza, non può lasciar 
di conoscere i fatti nostri. La fame è sopportabile, ma fino ad un 
dato punto : consumato anche l' ultimo pane, non e' è pih la fame, 
ma la morte. Siamo soli ; tutte le potenze sono collegate per la rea- 
lione. La sola Ungheria potrebbe soccorrerci, ma questo aiuto è lon- 
tano. Il giorno che non avessimo più pane noi, non l' avrebbe nem- 
manco la truppa. 

Il rappresentante Sirtori: Non credo che siamo ancora agli 
estremi: non abbiamo tutto tentato. La Marina non ci ha tolto le 

P 



Digitized by 



Google 



ccx 

speranze; perchè non volete concederle altri 8 o 10 giorni? La Ma- 
rina farà. Se la Marina non riuscirà si potrà transigere. 

Il presidente Manin: Ho detto che i viveri sono presso a finire; 
per quella prudenza che voi stessi altre volte approvaste, non ho 
detto quando. Non ho fede che la Marina ci possa approvvigionare 
in tempo utile. Non ho detto: ora non si può piti reggere; ma credo 
di dover dire per tempo in quali strette siamo, perchè il giorno che 
non avessimo più pane, avressimo la guerra civile, che disonorereh- 
be la gloriosa nostra storia. 

Il rappresentante Vare : Le parole del presidente Manin non 
sono contrarie alle conclusioni della Commissione; d'altronde il Go- 
verno dichiarò di non aver ancora detto fino a quando abbiamo vi- 
veri, la qual cosa, per me credo, sia assai diflScile di precisare esat- 
tamente, per causa delle denuncie non esatte. La Marina pur qualche 
approvvigionamento ci darà. Frattanto adunque io credo che si 
debba passare alla votazione dei 6 milioni; e poscia se le comani- 
cazioni del Governo richieggano, vedrà V Assemblea se sia da 
prendersi qualche altra determinazione. 

Il presidente Pasini, cedendo il seggio al vice-presidente Mi- 
notto, soggiunge : il rappresentante Sirtori ha detto di non saper a 
qual punto siamo con le sussistenze. Bicordo un fatto. Il 15 Giugno 
scorso fu eletta una Commissione di nove, perchè esaminasse le 
condizioni generali del paese. Con me ne han fatto parte i tre che 
adesso compongono la Commissione militare. Abbiamo allora chia- 
mato tutti quelli che ci potevano dare dei lumi; e quanto all'An- 
nona, fu calcolato sopra i documenti uflBlciali offertici dalla Comnais- 
sione Annonaria Centrale, il giorno sino al quale potevano bastare 
le sussistenze. Entrato io poscia a far parte della Commissione cen- 
trale annonaria, non ho trovato alcuna differenza nei dati anterior- 
mente conosciuti, e piuttosto si è guadagnato qualche giorno di più. 
La Commissione militare conosce adunque le nostre condizioni an- 
nonarie; ed aggiungo, che tosto entrato nella Commissione anno- 
naria suddetta, ho presentato lo stato dell' approvvigionamento del- 
la Commissione militare, presente anche il Generale Pepe, perchè 
vi provvedesse. Ciò dico perchè la responsabilità cada sn chi di 
diritto. 

Il rappresentante Sirtori : Credo che la Commissione non possa 
sapere tutto ciò che vi è in paese, perchè molti si sono particolar- 
mente approvvigionati. E poi non è perduta la speranza che qual- 
che avvenimento accada in nostro favore. 



Digitized by 



Google 



OCXI 

Il rappresentante L. Pasini: È vero alla metà di Giugno non 
si conosceva il preciso stato dell' approvvigionamento, perchè non 
si sapeva la quantità delle derrate possedute dai privati, ma non 
così alla fine di Luglio. La quantità degli approvvigionamenti delle 
famiglie è insignificante, perchè da più mesi è il Governo stesso 
che con depositi propri mantiene la popolazione. Non credo poi la- 
sciar di notare altre circostanze di fatto. Ài 15 Gennaio di questo 
anno la Commissione annonaria domandò al (Consiglio di difesa per 
quanto tempo si dovesse approvvigionare la città; ed esso decise 
per tre mesi. 

Il rappresentante UUoa : come membro di quel Consiglio, os- 
servo, che nel mese di Gennaio le condizioni erano affatto diverse, 
ed allora tre mesi si ritenevano sufficienti. 

Chiusa la discussione è pósto ai voti il progetto di finanza, 
che viene ammesso con voti favorevoli 73, contrari 7, 

Si ripiglia la discussione sulle condizioni del paese, ed il rap- 
presentante Avesani insiste perchè il Governo faccia proposte con- 
crete. II rappresentante Minotto appoggia anch' esso la necessità di 
adottare qualche provvedimento, sia che venga dal Governo, o dal- 
l' Assemblea. Soggiunge il rappresentante Canella, come tutte le 
nostre risorse stieno nella Marina, e vorrebbe che, seduta stante, 
fosse dall' Assemblea nominata una Commissione acciò si rechi alla 
flotta, e ne ecciti l' entusiasmo. 

Al che il rappresentante Baldisserotto, ricordando quanto il 
rappresentante L. Pasini espose circa gli inviti fatti alla Commis- 
sione militare perchè provvedesse con sortita all'approvvigionamen- 
to del paese, soggiunge : che fu allo scopo creata una compagnia 
di contrabbandieri, ma non diede il risultato che se ne sperava. Dal 
lato di terra poi accenna che l' ultima sortita da Brondolo non fornì 
dì grano la città che per tre ore. È venendo alla Marina, egli dice, 
sarebbe illusorio che se ne attendesse efficace approvvigion^imento. 
Attendetevi che la Marina faccia il suo dovere, si batta coli' inimico, 
e faciliti l' entrata di bastimenti mercantili. L'ultima risorsa che 
abbiamo potuto darle si fu il brick Pilade ; avuto il quale, scrisse 
il Comandante la Divisione, che obbedirà agli ordini di prendere 
il mare. 

Il rappresentante Sirtori si oppone alla proposta del rappre- 
sentante Canella. Esortazioni alla Marina se ne son fatte abbastanza; 
la Marina, ei conchiude, ha promesso, e farà. 

Dopo ciò sorge discussione, se il Comitato debba protrarsi, op- 



Digitized by 



Google 



ccxn 

pure rimettersi all' indomani. E resta stabilita la convocazione pel 
di successivo alle ore 12. 

Lodovico Pasini Presidente. 
G. Pasini, A. Dott. Somma, G. B. Ruffini Segretari. 

Comitato segreto del 6 Agosto 1849. 

Presidenza del citt. L. Pasini. 

ore 12 */2 pom. 

L* adunanza ha principio con la lettura di una carta del rappre- 
sentante Tommaseo relativa ad un suo fatto personale. 

Quindi il rappresentante Triffoni dietro invito del presidente 
del Governo Manin informa V Assemblea sullo stato sanitario del 
paese. Premesso che nei siti esposti alle palle nemiche non si po- 
tevano erigere ospedali, avverte che fino ad ora non fu possibile 
istituire che un solo nuovo ospedale pei cholerosi a Castello, e che 
fu in pari tempo disposta la distribuzione di zuppe ai poveri. Avvi- 
sando poi ai mezzi onde prevenire un maggiore sviluppo della ma- 
lattia or dominante e provvedere alla cura di quelli che ne sodo 
colpiti, espone le molte difficoltà che in ciò s'incontrano, provenienti 
principalmente dall' agglomeramento di piti individui in una sola 
casa, dal difetto di medicinali, e dalla scarsezza della carne di man- 
zo. Avverte poi che fino ad ora la malattìa va giornalmente crescen- 
do, e che nel giorno antecedente furono 35 i morti di cholera, e 
conclude dando lettura di un rapporto del medico De Prà, nel quale 
appunto tratta principalmente delle gravi difficoltà che oppon- 
gonsi per impedire lo sviluppo del cholera, e per guarire quelli che 
ne sono attaccati. 

11 rappresentante Avesani, convenendo che il cholera è grave 
flagello, massime in queste circostanze, crede però che si esageri 
nello spavento. Osserva che questa malattia imperversa pih in ter- 
raferma che fra noi, dimodoché se v'ha qualche cosa a non deplo- 
rare, si è il cordone militare nemico che ci stringe. Quanto alla 
mancanza di medicinali egli invita il Governo a pregare i Consoli 
francese, inglese e americano a provvedercene. L' umanità, egli dice, 
vincerà ; si scriva a questi consoli : o aderiranno, ed avranno i no- 
stri ringraziamenti, o rifiuteranno, e sia stampato in allora il loro 
rifiuto. 

Il presidente Manin, rispondendo al rappresentante Avesani, no- 
ta essere un fatto che il cholera si è manifestato prima in terrafér- 



Digitized by 



Google 



CCXUI 

ma che fra noi, e quindi avvisa essere naturale che in terraferma 
infiirt maggiormente. Conviene che il cordone militare nemico abbia 
servito di cordone sanitario, ma nota che quando il contaggio è en- 
trato ogni cordone sanitario riesce affatto inutile. Quanto poi ai me- 
dicinali informa che il Governo ha cercato i mezzi per ottenerli 
anzi per evitare ogni questione politica ed ogni obietto, che per ciò 
potesse essere fatto, il Governo ha disposto perchè il Direttore dello 
Spedale scrivesse a tal uopo al console francese, in nome dell' uma- 
oità. A questo scritto però, egli aggiunge, fu data dal Comandante 
della stazione francese la risposta verbale, che ciò sarebbe contro il 
diritto delle genti, essendo naturale che V assediante cerchi di re- 
care al nemico bloccato tutti i mali che può : aggiunge, che rispetto 
al Console americano è notorio che egli non ha qui né cittadini nò 
legni americani, ciocché, egli dice, fu di gran danno per noi perchè 
la mancanza di cittadini americani a Venezia fece sì che quel Con- 
sole non potè domandare una forza che li proteggesse, per cui an- 
che un legno giunto dietro a sua richiesta a Trieste, non potè avere 
la fiicoltà di entrare nel nostro porto. Informa avere il Governo 
assonato per le spese sanitarie un fondo di 50,000 lire correnti, ed 
essere poi notorio che oltre al cholera regnano altre malattie, prin- 
cipalmente le febbri da palude che hanno riempiuto, e riempiono dì 
ammalati gli spedali militari. Conchiude finalmente leggendo un 
rapporto del Municipio sul difetto di individui necessari pel tras- 
porto e seppellimento dei cadaveri. 

n rappresentante Avesani osserva che in terraferma oltre il 
cholera infierisce anche il tifo ed il vainolo nero, e che quindi il 
cordone di guerra sarà almeno utile come cordone sanitario per que- 
ste due malattie. Dichiara poi di non essere sodisfatto delle prati- 
che corse fra il Direttore dello Spedale, e il Comandante della Sta- 
xione francese per il trasporto dei medicinali. In questo caso, egli 
dice, bisogna domandar per iscritto, e bisogna che là domanda sia 
&tta dal Governo, mentre pare impossibile che i Consoli, i quali si 
prestano a portar viveri per privati, non vogliano portare medici- 
nali, pare impossibile che possa esser citato un codice del diritto 
delle genti che proscriva tali atti di umanità. 

Il presidente del Governo, Manin, proseguendo nelP esposizione 
dd fatti, legge rapporto del Municipio da cui risulta che aumentan- 
dosi giornalmente il numero degli incendi è necessario che i pom- 
IHeri non prestino più servizio alla Marina, ma siano esclusivamente 
posti a disposizione del loro corpo. Avverte quindi che le munizioni 



Digitized by 



Google 



CCXIV 

Bcarseggiano, e che se da un lato è prudente di non rendere poblica 
la precisa loro durata, d'altro lato non sarebbe nemmen possibile 
di determinarla con sicurezza. Parla della fabbrica di polvere alla 
Grazia, la quale non può dare quanto occorre sia per i guasti reca- 
tile da due esplosioni, sia per la mancanza delle materie prim«. Es- 
pone che la Guardia Civica per lo spostamento dei domicili non può 
piti prestare il servizio voluto dalla sicurezza interna. Nessuna spe- 
ranza, egli dice, d'appoggio sia diretto od indiretto vi ha,. né per 
parte della Francia, uè per parte dell'Inghilterra, e legge in tale pro- 
posito una nota 2 Agosto corrente del Consoie inglese a tener della 
quale si conformano pure le raccomandazioni del Console francese, 
che in unione al sig. Belveze comandante della stazione francese 
consiglia di cedere alla forza delle circostanze. Un qualche provve- 
dimento, egli soggiunge, bisogna prenderlo, bisogna che qualcuno 
sia incaricato di provvedere, salva sempre la ratifica dell'Assemblea. 
Due sistemi egli propone come soli possibili, o la promulgazione della 
resistenza fino all'ultimo pane ed all'ultimo grano di polvere, ov- 
vero l' incamminamento a suo tempo di trattative coU'inimico. Per 
il primo sistema, egli aggiunge, occorre che quelli che sono posti 
al Governo, abbiano speranze di un buon risultato ; sia stanchezza 
od altro, io ho il doloroso coraggio di dire che non ho più alcuna 
speranza, ma altri vi sono che ne avranno, e potranno quindi easi 
governare con quel sistema ; che se invece prevale l' opinione con* 
traria, quantunque nelle questioni internazionali sia solo diritto la 
forza, pure per evitare uno scrupolo rispettabile converrebbe che 
qualora fosse necessario d'intavolare le trattative coU'inimico, la 
Assemblea si prorogasse subendo il fatto, e facendo subentrare il 
Municipio al Governo del paese. Dichiarando quindi di prescindere 
dalle regole parlamentari, considerandosi in consiglio di famiglia, 
propone, che ove prevalga il primo degli esposti sistemi in allora 
si affidi il Governo a chi ha la fede che perdurando fino all'ultitao 
tozzo di paoe verrà un aiuto, e designa come tali Avesani, Sirtori, 
Tommaseo, ovvero Sirtori soltanto. 

Il rappresentante Avesani obbiettando che sia in uri parlamento, 
in un consiglio di famiglia, la propria opinione bisogna dirla fran- 
camente, osserva che il capo del Qoverno pose un' alternativa senza 
dire quale a suo avviso sia da adottarsi; ad ogni modo egli fa riflet- 
tere che in tutte due le ipotesi poste dal Manin si tratterebbe di 
escludere esso stesso dal Governo, e soggiunge : bisogna ricordarsi 
che in questi momenti il ritiro di Daniele Manin dal Governo è 1^ 



Digitized by 



Google 



ccxv 

guerra civile. Gli domando se ha il coraggio d' esporre a questo di- 
sastro il suo paese, e ad ogni modo dichiaro che, né io, né alcun altro 
potrebbe accettare la triste eredità, perchè ciò sarebbe male in fac- 
cia al paese, in faccia air estero, in faccia al nemico. 

Il rappresentante Tommaseo trova soverchio di mettere alla 
tortura il presidente Manin, il quale ha già espressa a suo credere 
la propria opinione, ed unendosi al rappresentante Avesani dichiara 
che non accetterebbe il Governo. Prima però di venire ad un passo 
sopremo crede che sia da farsi qualche pratica ulteriore, e che deb- 
ba farla Manin colP autorità del suo nome. Egli avvisa che sieno da 
constatare alcuni fatti, che occorra prima di assicurarsi se dalla 
parte di mare o di terra si possa approvvigionar la città, od almeno 
salvare l'onore, e che perciò sia da rivolgersi alla flotta, non poten- 
dosi prendere nessuna risoluzione in attesa dei fatti che da essa 
conviene ripromettersi, e quanto alla terra è di avviso che debbansi 
ripetere assolute dichiarazioni dei Capi militari sullo spirito della 
troppa, le quali ci occorrono, egli dice, per guarentirci dalle calun- 
nie nell' esilio. Rispetto poi alla mancanza del pane, egli vuole che 
sia dissipata la illusione, o meglio la fede, che ancora vi sia da man- 
giare, poiché altrimenti il popolo si crederà ingannato o tradito. 
Accenna alle notifiche poco esatte, all'opportunità di eccitare la 
Guardia Civica al servizio, e quando, egli conclude, si sarà avverata 
l'impossibilità di durare, il Presidente lo dirà e provvederemo -ai 
mezzi di cedere onorevolmente. 

n rappresentante Ulloa, dichiarandosi lontano dal voler entra- 
re in discussioni militari, ripete d'aver l'intimo convincimento che 
dalla parte di terra non si possa approvvigionare la città, ed ag- 
gionge che se altro militare crede esser egli in inganno, ha V obbli- 
go di confutarlo. 

Il rappresentante Cavalletto dichiara di esibire 800 militi del- 
la Legione delle Alpi, pronti a qualsivoglia più ardita spedizione, 
ed il rappresentante Francesconi ne esibisce 600 dei Cacciatori del 
Sile, ma il rappresentante Ulloa osserva ad essi che per tal modo 
non sciolgono il suo quesito, poiché egli non ha domandato uomini, 
ma- un piano concreto ed eseguibile per approvvigionare la città. 

Il presidente del Governo, Manin, per togliere ogni sospetto, 
crede suo debito di dichiarare che la Commissione militare si è com- 
portata con tale alacrità che è impossibile maggiore. Non dubita 
sul valore dei militi di cui son tante le prove, ma osserva che, come 
diceva Ulloa, la questione è questione di strategia, se cioè il torre i 



Digitized by 



Google 



CCXVI 

militi dal loro posto comprometta la città e possano poi tener la 
campagna fino a tanto che entrino viveri. Ricorda che la recente 
sortita diretta da Sirtori fu brillantissima tanto che perfino si con- 
quistò uno stendardo austriaco, ciocché non fece mai il Piemonte, 
ma che ne fu quasi nullo V effetto riguardo l' approvvigionamento. 
Rispetto alla Marina si riporta a quanto ne ha già detto il rappre- 
sentante Baldisserotto, ed osserva che la Commissione militare non 
poteva fare di più di quanto ha fatto, aggiungendo che dietro do- 
manda del comandante Succhia egli pure ha posto la sua firma al- 
l' ordine di uscire dal porto dato alla flotta. Rammenta che i viveri 
basteranno ancora per pochi giorni, e domanda se nelle attuali stret- 
tezze possiamo ancora attendere quei sussidi che indarno abbiamo 
aspettati per mesi. 

Il rappresentante p. Torniello confida che alla voce del pre- 
sidente Manin tutto il popolo si unirebbe armato alla truppa per 
una sortita, ed il rappresentante Santello' crede che ora non si tratti 
che d' interpretare il decreto 2 Aprile per la resistenza ad ogni co- 
sto. Egli dichiara francamente che per resistenza non intende la 
morte, ed avvisa che ora non si tratti se non che di pensare alla 
storia. Conclude quindi domandando che, seduta stante, siano invi- 
tati i Capi militari a dichiarare se sia possibile di approvvigionare 
la città per via di terra, e che quindi sia da sentirsi la Commissione 
annonaria sullo stato deir attuale approvvigionamento. 

Il rappresentante UUoa premettendo che per riguardo al mili- 
tare due soli piani sono possibili, o la difesa metodica usata fino ad 
ora con successo, od una ardimentosa sortita : mostra che adottando 
il secondo piano si comprometterebbe la sicurezza della città. 

Il rappresentante Tommaseo dichiara che la questione da esso 
posta fu ristretta dal rappresentante Santello, mentre egli intende 
che s\ dal lato della Commissione militare, come dal lato dell'anno- 
na vi sieno documenti storici che certifichino le nostre ristrettezze, 
e dichiara essere suo parere che il generale UUoa debba convocare i 
Capi militari per sentire il loro consiglio. 

Il rappresentante Ulloa crede che la truppa abbia dato prove 
suflicienti di sé mentre si battè con eserciti veterani , e non solp li 
vinse, ma li fugò. Si rimette però alla decisione dell' Assemblea se 
crede che sia da tentarsi un colpo disperato che a suo avviso non 
recherebbe gloria, mentre nello stato nostro attuale la gloria della 
truppa sta nell' impedire che l' Austriaco metta il piede qui dentro 
di viva forza,. Avverte poi che per sua parte un colpo disperato è im- 



Digitized by 



Google 



ccxvu 

possibile e che il convocare i Capi militari sarebbe uno sciogliere la 
troppa, mentre è notorio che per gli usi di guerra i Capi militari 
non vengono raccolti in consiglio se non quando si tratti di una 
capitolazione. 

Il rappresentante Cavedalis, accedendo air opinione del genera- 
le Ulloa, dichiara che bisogna non conoscere le condizioni dell' eser- 
cito e deir estuario per credere che una sortita della truppa possa 
portare viveri nemmeno per un giorno. Crede esso pure che la resi- 
stenza abbia a condursi solo fino a che vi sieno mezzi di sussistere, 
mentre sarebbe assurdo che Venezia e Chioggia dovessero perir sen- 
za che la loro distruzione salvasse l'Italia. Ma noi soldati, egli sog- 
giunge, non siamo disposti a cedere, convien pensare a munire i 
forti degli Alberoni, di S. Felice, di S. Pietro in Volta : colà combat- 
teremo misti alla flotta, periremo ma coli' armi alla mano, bisogna 
provvedere, eleggere un dittatore. 

Il rappresentante Vare, rispondendo a Cavedalis, crede che 
qualora i forti di Venezia siano provveduti ed occupati dalle nostre 
milizia, gli Austriaci non verrebbero in Venezia, ed il popolo mor- 
rebbe di fame. Il significato di resistere ad ogni costo, secondo esso, 
si è quello di resistere fino a tanto che ci sia la possibilità fisica di 
farlo, e crede dietro le fatte comunicazioni che i mezzi del resistere 
sieno contati. Resta quindi il partito da prendersi cessata che sia la 
possibilità fisica del resistere, ma crede egualmente pericolosi i due 
ponti dell' alternativa posta dal presidente Manin. Pericoloso il pri- 
mo punto, perchè due delle persone designate dallo stesso Presiden- 
te per far parte al caso del Governo dichiararono di non voler ac- 
cettare. Pericoloso il secondo perchè pronunciata la fatai parola sa- 
rebbe lo stesso come se la capitolazione fosse fatta, e dovendo resi- 
stere fino a che v' abbia la possibilità fisica di farlo si preverrebbe 
il termine. Esso quindi avvisa che debbasi continuare nella condotta 
attuale, e cessata che sia la possibiUtà fisica di resistere, locchè non 
deve essere che un fatto, resta a vedere chi abbia allora a pronun- 
ciare la fatai parola, essendo necessario di ben guardarsi onde non 
sia pronunciata prima del tempo. 

n presidente Manin sostiene che per condurre le cose nel modo 
Toloto dal VfLrè occorre che chi governa abbia fede nel risultato 
della resistenza, perchè altrimenti non potrebbe infondere nel popo- 
lo la forza di resistere. Il giorno, egli dice, in cui i mezzi della re- 
sistenza fossero esauriti, bisognerebbe che quel Capo di Governo 
dicesse: domani non v^ipik altro. Ma questo popolo, questa truppa 



Digitized by 



Google 



ccxvm 

non avrebbero il diritto di dire: voi mi avete ingannato? Avvisa 
quindi alla necessità di prendere oggi una determinazione qualun* 
que, ed aggiunge che chi ha speranza può e deve con questa gover- 
nare, ma che non può egualmente governare chi non ne ha pib. 

Il rappresentante p. Torniello invita il presidente del Gover- 
no a tornare l'uomo del 22 Marzo 1848, ma il presidente Manin 
gli risponde che ben diverse sono le circostanze, che dell'Ungheria 
da cui solo ancora potrebbesi aver sussidio, da lunga pezza non ne 
sa nulla, e che noi siamo giunti a limiti tali che anche un soccorso 
da quella parte non giungerebbe che troppo tardo. Rispetto poi alle 
fazioni militari dichiara, che se avessimo tentato sforzi disperati il 
nemico sarebbe qui dentro. 

11 rappresentante Vare obbietta che né il popolo, né l'armata 
domandano il perché della resistenza, e premettendo non essere sua 
intenzione di fare rimprovero al Governo, osserva che quantunque 
egli abbia sempre taciuto essi sperarono. Osserva poi che il presi- 
dente Manin non rispose alla più importante delle sue obbiezioni, 
cioè che se oggi si prende una decisione tutto è finito. 

Oppone il presidente Manin non esser vero che nel popolo, nel 
quale comprende tutte le classi ed anche la milìzia, non vi sia chi 
domandi il perchè della resistenza: aggiunge esser vero che il Go- 
verno non pili parlò al popolo da quando le sue speranze si sono di- 
minuite, ma ciò deriva, egli dice, perchè è unico mio desiderio che 
sul mio povero sepolcro si scriva: qui /u un galantuomo. Conviene 
che nel popolo esistano ancora onorevoli ma infondate illusioni, ed 
aggiunge, che quantunque abbia detto di non aver speranze, tutta- 
via può bensì essere che accada un qualche avvenimento né sperato 
né sperabile : però, conclude, oggi bisogna ad ogni modo provvede- 
re. Rispondendo poi al rappresentante Cavedalis, gli osserva che la 
sorte della guarnigione non può essere separata da quella della po- 
polazione; che, adottando il progetto, la truppa potrebbe dir giusta- 
mente: per appagare l'ambizione vostra ci conducete al macello, e 
per niente. Finalmente egli aggiunge che le sue opinioni egli le ha 
dette a sazietà, e che crede quindi inutile ogni ulteriore spiegazione 
per parte sua. Insiste quindi nella posta alternativa. 

Il rappresentante Cavedalis, osservando che in ciascuno dei dae 
casi il Manin sarebbe escluso dal Governo, gli osserva aver esso det 
doveri gravi verso il paese, il quale ha con esso pronunciata la rivo* 
luzione. Riguardo poi alla guarnigione non trova necessario di ri- 
spondere a quanto disse lo stesso Manin. 



Digitized by 



Google 



CCXIX 

Il rappresentante Santello non trova che si manchi al decoro, 
che si compronietta la sicurezza interna, stabilendo oggi le misure 
da adottarsi all'estremo momento. Prega poi il rappresentante Tom- 
maseo a ritirare la sua proposta in quanto riguarda le misure ener- 
giche da adottarsi circa all' annona, perchè non vuole che si faccia 
il torto alla popolazione di credere che abbia nascosto delle vetto- 
vaglie. 

Il rappresentante Tommaseo avvisa che conviene provvedere 
acciocché il giorno successivo alla nostra caduta non abbiamo a sof- 
frir la vergogna ed il rimorso di vedere avverarsi una speranza che 
credevamo perduta, ed a balzare in luce vettovaglie per settimane e 
per mesi interi. Non è a credere, egli dice, che le visite domiciliari 
sieno un torto all'amor patrio dei cittadini, ma vi sono degli specu- 
latori che non possono dimenticare le vecchie abitudini. Convien 
provvedere alle milizie, acciocché al timore di una resa in cui a 
tutti non puossi provvedere, non si dimentichino della militar disci- 
plina; Manin, egli soggiunse, saviamente teme che una parte della 
popolazione nell' estremità della fame assalga le case altrui. Questa 
minima parte della popolazione dà bensì a temere, ma minaccia un 
altro pericolo : lo sdegno delle prodi milizie a sentir parlare di resa, 
e questo é il pericolo più grave. Convien provvedere che il popolo, 
il quale ha sperato ed ha patito per una libertà che non ha veduto 
che d' ombra, ha sperato ed ha patito non per vantaggi materiali, 
ma per P onore del nome italiano, ma per l' indipendenza nazionale, 
non trascenda ad eccessi di sdegno; per evitarli sono necessari i do- 
CQmenti istorici che accertino quali fossero le nostre speranze, quale 
la possibilità che si avverassero. Dalla Marina avremo una pronta 
risposta: qualunque sia, ma l'avremo, e convien quindi aspettarla. 
Quanto alle truppe di terra è necessario un attendibile documento 
che dimostri l'impossibilità di ogni altra difesa fuor che la passiva. 
Il generale UDoa e le milizie hanno fatto abbastanza, ma si chiede 
da loro che espressamente dichiarino di non poter fare di pili. La 
benemerita Commissione annonaria attivi nuovi provvedimenti di 
maggior vigilanza, e solo dopo tutte queste indagini potremo pren- 
dere una matura deliberazione. 

Dietro domanda di alcuni rappresentanti la seduta resta so- 
spesa per mezz' ora. — Bipresa la seduta ore 3 ^'j pom. 

n rappresentante Minotto espone di voler fare una proposta 
concreta. Premette che a suo avviso 1' Assemblea oggi non é chia- 
mata a decidere se si abbia ora a cedere o nò, ma soltanto a prov-« 



Digitized by 



Google 



ccxx 

vedere pel caso, ed avvisa che le circostanze sieno sì gravi, da do- 
versi prender subito un provvedimento, crede quindi che abbiasi a 
nominare una persona, la quale senza commettere viltà non ci con- 
duca ad una inutile distruzione. Conviene con Tommaseo occorrere 
la prova che ogni ulteriore sagrificio sarebbe inutile, ma crede che 
a ciò debba provvedere quella persona in cui V Assemblea^iponesse 
la sua fiducia e tale persona egli la designa nel rappresentante Ma- 
nin, perchè esso ebbe il Governo fino dal primo momento; i>erchè 
nessuno può sospettare eh' egli ceda prima che la resistenza sia uma- 
namente impossibile ; perchè finalmente nessun altro vorrebbe ac- 
cettare. Conchiude quindi colla seguente proposta. « L' Assemblea, 
» accorda al Presidente del Governo, Daniele Manin, libera facoltà 
» di provvedere come crederà meglio all' onore, ed alla salvezza di 
» Venezia ». 

Il rappresentante Pasini Lodovico, cedendo il seggio della Pre- 
sidenza al Vice-Presidente Minotto, dà alcune dilucidazioni sull' an- 
nona. Espone il risultato dei suoi studi sulla probàbile esattezza 
delle notifiche, dal quale dovette convincersi che supposta aoche 
un' omissione del doppio nelle notifiche dei privati non si avrebbe- 
ro che le sussistfenze per due o tre giorni di più, e che i grandi de- 
positi dei negozianti sono esauriti. Crede poi inutile il richiamare 
nuove notifiche dalle famiglie perchè non si avrebbe il diritto di 
portar via ciò che avessero denunciato , dopo la data parola di nulla 
domandar loro, e protesta eh' egli a questo uffizio non si prestereb- 
be mai. 

Il rappresentante Avesani fa osservare che non si può cono- 
scere I' esatta quantità dei viveri, I. perchè le famiglie non furono 
chiamate a notificare le loro provvisioni se non qualora superassero 
una data quantità, II. perchè l' estuario dà un considerevole raccol- 
to di grano. 

Il rappresentante L. Pasini trovando giusta l' osservazione del 
rappresentante Avesani dichiara però che è insignificante, essen- 
dosene già la commissione annonaria fatta carico, al qual proposito 
legge un rapporto da essa fatto al. Governo. Accenna quindi al- 
l' impossibilità di poter conoscere e raccogliere tutto ciò che diviso 
in piccole parti fosse nell' estuario. Avverte che il modo in corso di 
alimentare la popolazione sta nella distribuzione delle farine per 
parte della Commissione annonaria per 140,000 libbre al giorno, 
alle quali sono da aggiungersi altre 20,000 libbre dei depositi pri- 
vati ; che la massa del popolo ritrae il sostentamento dalla distribu- 



Digitized by 



Google 



CCXXI 

sione che vìen fatta dalla Commissione annonaria, la quale per con- 
tÌDoarla non può contare che sui propri mezzi o depositi ; e che 
finalmente non si potrebbe prevedere il gran disordine che acca- 
drebbe il giorno in cui la Commissione non potesse dar più pane. 

n rappresentante Tommaseo insiste perchè debbansi tener in 
conto anche i rumori che potrebbero esser veri ed accenna alla voce 
corsa che oltre il deposito della Commissione annonaria sianvi yi- 
veri per 25 giorni, ma il rappresentante Pasini dichiara impossibile 
qnesto fatto facendo osservare che per 25 giorni occorrerebbero 
35,000 staja di grano, in ragione di staja 1400 al giorno; che tale 
qoantità di grano se esistesse nei magazzini non potrebbe rimaner 
celata, che tutte le pratiche fatte per riconoscere se esistano depositi 
clandestini e tutte le lettere anonime che vi si riferivano, non con- 
dussero se non alla scoperta di un piccolo deposito di vino pres^fo 
on oste. Accennando poi alla voce corsa che a Chioggia vi siano 
granaglie in quantità, nota il fatto che se di un sol giorno viene ri- 
tardata colà la spedizione delle farine per parte della Commissione 
annonaria i fornai non possono dar pane. 

Il rappresentante Minotto confermando qual membro della Com- 
missione per l' Annona già nominata dall' Assemblea quanto espose 
il rappresentante Pasini, sostiene che a fronte del quadro offerto dal 
6o?emo la peggiore deliberazione sarebbe quella di sciogliersi oggi 
senza provvedere a nulla, e soggiunge, il Governo ci disse altra volta 
pensateci, e non vi abbiamo badato, ora ci dice, badate, e noi ci 
sciogliamo: che non venga il tempo, in cui ci dica, nonv'è piU 
tempo. 

n rappresentante Tommaseo però insiste perchè non si debba 
prender alcuna deliberazione prima che non sieno sciolte le que- 
stioni sulle truppe di terra, suU' annona, e sulla Marina, e propone 
il seguente ordine del giorno : « Considerando che la deliberazione 
dell'Assemblea in cosa s\ grave non può essere presa senza più piena 
notizia dei fatti, l'Assemblea passa all'ordine del giorno )». 

Vi si oppone però il rappresentante Manin osservando che quan- 
to alla Marina le qualunque deliberazioni dell'Assemblea non potreb- 
bero far ostacolo alle sue mosse, e legge rapporto ora pervenutogli 
dall'Osservatore del Campanile, da cui risulta che la nostra divisione 
navale è tuttavia in porto. Quanto all' annona crede che vi siano 
depositi privati, ma osserva essere molto difficile il discoprirli ; e ad 
ogni modo non poter esser tali da influire sensibilmente sulla nostra 
condizione. 



Digitized by 



Google 



CCXXIl 

Il rappresentante Piucherle sostenendo la proposta del rappre- 
sentante Minotto vi propone la seguente aggiunta : « Salva la rati- 
fica dell' Assemblea per qualsiasi decrsione sulle condizioni politi- 
che » la quale aggiunta, assentita dal proponente Minotto, viene 
appoggiata dal presidente del Governo. 

Il rappresentante L. Pasini invita tutti quelli che avessero no- 
tizia di depositi clandestini a farne la denuncia, impegnandosi che 
non usciranno dalie sue mani, se non per passare \fì quelle dell' im- 
piegato che sarà incaricato di fare la perquisizione, e per far vedere 
quanto leggermente si spandano notizie di pretesi celati depositi di 
vettovaglie, e quindi parla della querela mossa in quest'ultimo mese, 
che il militare sia trattato con troppa larghezza. Un recente atto 
ufficiale della Commissione consultiva annonaria, appoggiato a di- 
chiarazioni della Commissione ai Mulini, esporrebbe che il militare 
fosse fornito di 52,000 libbre di farina al giorno, divise fra circa 
16,000 individui, mentre è un fatto che il militare ne riceve, e non 
sempre, sole 25,000 le quali vanno divise per 21,000 bocche circa. 
I registri della Commissione annonaria centrale e dell' Intendenza 
militare fanno ciò vedere chiaramente a chicchessia. 

Il rappresentante Vare osservando che la questione vitale su- 
scitata dalla proposta Minotto sia se debbasi provvedere oggi, o da 
qui a qualche giorno, crede che oggi debbasi omettere di delibera- 
re, e che al sorgere delle circostanze il presidente Manin abbia a 
salvare il paese, e quand'anche fosse una via illegale. 

Ma il presidente Manin gli oppone che le circostanze del paese 
esigono un governo forte, mentre tale non è al certo il Governo 
attuale. Sostiene che l'ordine publico è gravemente compromesso, e 
dichiara impossibile il governare, se oggi l'Assemblea non prende 
una deliberazione. 

Il rappresentante Sirtori dichiara francamente che Manin è 
insufficiente a governare il paese nelle attuali gravi circostanze per- 
chè, né la truppa, né il popolo non hanno piti in esso fiducia. 

Ed il presidente Manin ringraziando il Sirtori di questa sua 
dichiarazione dice esser vero che egli aveva la fiducia del paese: or 
pih non l'ha. Nota che ciò dipendette perchè la fede che tutti avea- 
no in lui derivava da un'idea che egli rappresentava, idea che ora 
non può più realizzarsi : un altro motivo di ciò egli lo fa consistere 
nell' aver dovuto governar in modo diverso dal suo volere, nell' es- 
sersi veduto mancare ogni appoggio, e conchiude dicendo esser natu- 
rale che gran parte della popolazione, e della truppa non possa avere 



Digitized by 



Google 



CCXXIII 

pih in esso fiducia. Parlando poi della Commissione militare ricorda 
di aver già detto la sua opinione francamente e lealmente. Essere 
suo avviso che essa debba continuare ad agire nel mentre egli non 
potrebbe accettare che con abnegazione. 

Il rappresentante B. Benvenuti conviene che Manin non ha più 
quel prestigio che prima aveva, ma che però egli solo può ancora 
aver la fiducia del paese, né vi sarebbe altra persona da sostituirgli, 
quindi prosegue : resta di stringerci tutti in fratellevole concordia, 
tocca a noi predicare per tutto, che abbiamo preso una coscienziosa 
determinazione, che abbiamo rinunciato alle nostre individuali opi- 
nioni per salvezza dell'onore e della città. Se noi primi grideremo al 
popolo la parola concordia, se il popolo vedrà che noi ritorniamo nella 
nostra fiducia in Manin, gliela ritornerà egli pure, e Manin sarà il 
martire del principio. 

II rappresentante Sirtori però sostiene che Manin non può sta- 
re al Governo, perchè il suo nome suona capitolazione. 

Il presidente Manin dichiara che se non c^ è la promessa fran- 
ca, leale e di tutti di dare appoggio al Governo, se resta un partito 
qualunque, né esso, né nessun altro può governare. Osserva che se 
trapelasse fuori alcun che della questione or ora sorta, egli non po- 
trebbe restare al potere, perchè la sua nomina mancherebbe d' ap- 
poggio morale; e conchiude domandando che sieno tolte tutte quel- 
le restrizioni da cui il Governo fu fino ad ora inceppato, e che gli 
sia dato quel diritto di iniziativa che ad ogni Governo è conceduto, 
mentre, egli dice, io sono restato per qualche tempo come un nome 
scritto su un pezzo di carta. 

Il rappresentante Sirtori osserva che per le stesse ragioni per 
le quali Manin dice che non può durare essendogli stati tolti i po- 
teri, per queste stesse ragioni e più forti non può durare la Com- 
missione militare se non conserva perfetta indipendenza: notando 
che questa Commissione militare fu proposta dallo stesso Manin. 

Il Manin oppone non essere ciò esatto, e ne accenna 1' origine. 
Nel 15 Giugno fu creata una Commissione per assistere il Governo 
nelle trattative politiche, e da quel giorno cominciò l' istituzione 
delle Commissioni poste accanto al Governo. Se ne volea istituire 
una anche per la finanza. Io fui chiamato e dissi : — questo che voi 
volete fare è un Governo di Commissioni ; è meglio che facciate un 
Governo militare. La vostra Commissione in ciò non convenne : ma 
doveva io contendere con essa che ad unanimità volea la Commis- 
sione militare e la consultiva per le cose politiche ? Ho già detto che 



Digitized by 



Google 



CCXXIV 

la Commissione militare ha prestato servigi utilissimi ; credo che 
sia disposta a prestarne ulteriormente. Domando io, se TÀssemblea 
mi conferisce i pieni poteri, posso contare sopra Ulloa e Baldisserot- 
to ? I rappresentanti Ulloa e Baldisserotto rispondono concordi : sì 
in ogni condizione vogliate porci. 

Il rappresentante Minotto sostiene che Manin non ha perduta 
intieramente la fiducia del paese, mentre la popolazione è sicura 
nella di lui onestà, e nei suoi sforzi per non cedere che all' ultimo 
punto. 

Dietro domanda poi del rappresentante Ghiereghin lo stesso 
rappresentante Minotto dichiara che con la sia formula egli intende 
di dar facoltà a Manin piena ed assoluta per provvedere all' onore, 
ed alla salvezza del paese, restando la Commissione militare per le 
cose di guerra. Nel che conviene pure il Presidente del Governo, il 
quale trova che la formula Minotto corrisponde a quella usata dai 
Romani nelle gravi circostanze: videant consules ne quid respuNica 
deirimenti capiate 

Il rappresentante Vare però trova necessario che la spiegazio- 
ne sia esplicita e non dia luogo a dubbi. 

Ed il rappresentante Tommaseo facendo notare che la questione 
è definitiva, osserva che si vuole concedere la dittatura a Manin il 
quale non s' intende di cose di guerra ; nel mentre che le necessità 
della guerra possono ogni giorno farsi più gravi. D' altronde egli fa 
osservare che la dittatura si darebbe a persona che ha cominciato 
col dire che non ha piti speranze, e quindi gli verrebbe data non per 
resistere, ma per cedere, nel mentre che noi non ne abbiamo il diritto 
perchè non possiamo cedere, ad ogni modo, egli conclude, se si tro- 
va necessario di ciò fare io propongo che si chiegga a Manin in 
qual modo inizierà le trattative. 

A queste parole del Tommaseo si oppongono ì rappresentanti 
Minotto e Pincherle il quale ultimo fa osservare che l'Assemblea ha 
già dato tante volte a Manin quei pieni poteri che ora si vorrebbe 
non aver essa facoltà di concedere, e che d'altronde è sempre salva 
la ratifica dell' Assemblea per le qualunque trattative che facesse il 
Governo. 

Ma il Tommaseo insiste perchè nel caso che il suo ordine del 
giorno non passi, non abbiasi a procedere alla votazione della pro- 
posta Minotto prima di aver sentito dal presidente Manin a quali 
condizioni intenda egli d' iniziare le negoziazioni col nemico. 

Il rappresentante Sirtori dice essere la questione or posta net- 



Digitized by 



Google 



ccxxv 

tamente: accordarsi a Manin i pieni poteri per capitolare. Indi sog-. 
giunge: le condizioni della capitolazione saranno forse quelle che 
ci fàrono già offerte? No perchè le abbiamo dichiarate disonorevoli. 
Tutte le voci tendono a confermare le favorevoli notizie dell' Un- 
gheria, la pace col Piemonte non è conchiosa. Dunque ogni spe- 
Ttnza non è ancora tolta ed attendendo tre o quattro giorni nulla 
si perde, e guadagnasi invece in onore, in forza, anche in salvezza. 
Ha il rappresentante Pincherle oppone che non convien farsi 
illosione sulle nostre condizioni annonarie per poter dire che il trat- 
tar oggi o da qui a qualche giorno sia lo stesso. Soggiunge che se 
v* ha una speranza di giovare ai cittadini e alle milizie questa sta nel 
trattare colle Autorità civili austriache, il che richiede un tempo 
non breve, nel mentre che le autorità militari non aderirebbero or- 
mai che ad una resa a discrezione. 

Il rappresentante Sirtori insiste perchè il presidente Manin 
debba fare la dichiarazione richiesta dal rappresentante Tommaseo» 
perchè si abbia un atto dal quale consti che la nomina di Manin a 
Dittatore, non equivalga ad una capitolazione. A me, egli dice, ciò 
basta altrimenti si crederà che Manin capitoli subito e con ciò si 
recherà grave danno al paese. 

n presidente Manin oppone che se nella formula con cui gli si 
darebbero i pieni poteri è compresa V iniziativa, cosa importa che 
dica non ne userò oggi se potrò usarne domani. Crede poi strano il 
dire ad uno: vi do una facoltà purché mi promettiate di non fame 
oso; e protesta che non risponderà mai ad interpellazioni simili a 
qndle fattegli dal rappresentante Tommaseo. 

Posto quindi ai voti V ordine del giorno motivato proposto dal 
rappresentante Tommaseo è rigettato liei seguente modo : 
Votanti 93, pel sì 28, pel no 65. 
Quindi il rappresentante Tommaseo domanda che nel processo 
▼erbaio sia annotato non aver voluto il presidente Manin rispondere 
alla sua ìnterpellazione. 

n p. Tomiello esponendo il timore che il popolo leggendo il 
Decreto come fu proposto dal rappresentante Minotto non creda che 
Manin abbia subito a capitolare e quindi possano seguire tristissime 
conseguenze, vorrebbe che la formula fosse modificata, ed il rap- 
presentante Sirtori, dietro interpellanza del rappresentante Ganella, 
che pih ancora del popolo sia a temersi la truppa, dichiara che que- 
sta si è sempre comportata disciplinatamente, e continuerà ancora 
a comportarsi bene. 

2 



Digitized by 



Google 



CCXXVI 

Il rappreBentante Cavalletto presenta la seguente proposta: 
« L' Assemblea per la salate della patria concentra, e rafferma il 
potere in mano di Daniele Manin, e si riserva il diritto di decidere 
sulle condizioni politiche del paese » ed in vista di tale proposta 
il rappresentante Minotto ritira la propria. 

Il rappresentante Sirtori opina che questa nuova formala non 
eviti gli inconvenienti dell'altra; ed il rappresentante B. Benvenuti 
è d' avviso che siano da omettersi le parole « per la salute della pa- 
tria»; nel che conviene anche il rappresentante Sirtori, perchè crede 
esser quelle parole disonorevoli, mentre il dire di salvare la patria 
quando si capitola è un assurdo. 

Il rappresentante Cavalletto protesta però non esser questa la 
sua intenzione mentre se la sua proposta fosse intesa nel senso di 
una capitolazione egli dichiara che la ritirerebbe. 

Il rappresentante Sirtori soggiunge non aver esso fatto propo- 
ste perchè è del parere del Tommaseo che debbasi ancora aspettare. 
Ma fa osservare a quelli che sono d' opinione doversi accordare a 
Manin pieni poteri, che ciò equivale a capitolare, e stima che io 
questo caso basti il fare una dichiarazione interna con cui dicasi che 
nei poteri del presidente Manin vi è compreso anche quello di ca- 
pitolare. 

In vista di tali osservazioni il rappresentante Cavalletto ritira 
la sua proposta, e quindi il rappresentante Minotto ripiglia la propria. 

Il rappresentante Tommaseo vorrebbe che fossero omesse le pa- 
role « salvo ratifica dell* Assemblea », perchè T Assemblea non de^e 
mai radunarsi per sancire una capitolazione mentre, dicendo che 
P Assemblea si riserva il diritto di ratifica della capitolazione, la 
ratifica è già data fino da qtlesto momento. 

Il rappresentante Pincherle però è d'avviso diverso e crede che 
V Assemblea debba ora conservare intatti i suoi diritti, e se per ne- 
cessità le verrà proposta una capitolazione, debba allora aggiornarsi 
pedendo alla forza. 

Il rappresentante Sirtori crede la stessa cosa di riservare al* 
l'Assemblea la ratifica della Capitolazione o no, poiché, egli dice, 
quando si dà facoltà a Manin di capitolare, in questa facoltà è gìh 
compresa la ratifica della capitolazione che egli facesse. 

11 rappresentante p. Tomiello opina che invece di dare la Ditta- 
tura ad un solo la si desse a Manin, Pepe e Sirtori, perchò coià il 
popolo non crederà che si voglia capitolare. 

Il rappresentante Sirtori però protesta che, per sua parte, gli 



Digitized by 



Google 



CCXXVII 

sarebbe impossibile di assumere il potere in unione a Manin, poiché 
crede che Manin sia nella convinzione di dover subito capitolare, 
mentre egli avvisa che siavi ancor tempo. Propone finalmente che 
la deliberazione sulla proposta del rappresentante Minotto sia differi- 
ta al giorno 9 corrente. 

L' Assemblea però adotta che la proposta Minotto debba essere 
oggi votata, e vien quindi messa in deliberazione così modificata : 
€ L' Assemblea concentra nel Presidente del Governo, Daniele Ma- 
nin, ogni potere acciò provegga come crederà meglio ali* onore e 
alla 8alve2;za di Venezia, e riserva a sé stessa la ratifica per qual 
siasi decisione sulle condizioni politiche ». 

Risultato della votazione : Votanti 93 ; pel sì 56, pel no 37. 
La proposta è quindi adottata. Il Presidente Manin domanda 
che ognuno impegni la sua parola di non fargli opposizione : al che 
T Assemblea risponde con vivi ed unanimi segni d* assentimento. 
Dopo di che P Assemblea è sciolta alle ore 7 pom. 
L. Pasini Presidente, 
A. dott. Somma segretario. G. B. Rufpini segretario. 
G. Pasini segretario. 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



ARCHIVIO VENETO. 



TOMO U. ~ PARTE 11. 






Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



ARCHIVIO VENETO. 



TOMO U. - PARTE II. 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



IL CONTE ARMANNO DI WARTSTEIN 

AL SOLDO DI VENEZIA (*) 

(Ottobbb 1356). 



AbMANNO II CONTE DI WaRTSTEIN. 

Sulla sinistra sponda della Lauter, piccolo fiume virtem- 
berghese che sbocca nel Danubio presso Neuburg, si vedono 
ancora le rovine del castello di Wartstein non lungi da Schil- 

(*) Per DOD annoiare il lettore con troppe interruzioni cagionate da continue 
note a pie' di pagana, citerò gli autori dai quali trassi le notizie genealogico-sto- 
ricbe, che andrò compendiando in questa Memoria intorno al conte Wartstein, 
e ad altri comestabill e caporali dei suoi uomini d*arme. Devo al mio carissimo 
amico dott. Carlo Hopf, morto da poco, ancora giovane, direttore della Biblioteca 
Universitaria di Kònigsberg, la indicazione delle opere sottoseg^ate e molte altre 
notizie, che quel valente genealogista mi inviò in sue lettere : 

HopF. Eist. genealog. Alias, tom. I, n. 40. 

Stablin. WUrttemhtrgUche Geschickte. Stuttgard, 1856, in 8.", 657, 658. 

Monumenta Boica^ tom. XV, 532; tom. XXX, Pars II, 81 ; tom. XXXII, 
Pars II, 456. 

Regesta Boica, edd. E. H. de Lang et Max. de Freyberg. Monaci, 1836, In 
4.*, tom. V, 331 ; tom. X, 304. 

Mbmminobn. Beschreibung dee Oberamts Munsingen. Stuttgard und Tubin- 
gen, 1825, in 8.", pagg. 148. 

Paulus. General Karte von WUrttemherg, 4 Blaetter im Afaasstab 1-200,000 
Hit arehaelogischer Dantellung der romischen und aUgermanischen [Keltischen] 
Uebercreste. Atugabe der K. statistisch-topogr. Bureau, Stuttgard, 1859, in fol. gr. 

A. Fahmb. Geschichte der Weetphàlerschen Geschlechter, Coln, 1858, in fol, 
Geschichte der Koelnischen und Bergischen Geechlechter. Coln und Bonn, 1848, 
in fol. 

NthOff. Gedenkivaardigheden nit der geschiedeniss von Gelderland, Arnhem, 
1830, in fol. 

ScHUNNAT. Eàjlia illuetratay edd. Bosocb, tom. II, Pars I. 

Stbambbbg. Rheinischer Antiquarius. Mittel-Rhein, P. II, tom. V, Coblenz, 
1856, in 8.** 



Digitized by 



Google 



2 

tzburg nel distretto dì Erbstetten. Pochi, anche nella dotta 
Germania, ricordavano ancora il nome di queir antichissimo 
castello, e quei pochi non si accordavano plinto sul luogo in 
cui sorgeva. Ma ogni dubbio fu tolto di mezzo dai documeuti 
posti in luce, e piii ancora da una vecchia carta topograSca 
della valle della Lauter, posseduta dal barone di Spàt-Schiltz- 
burg. Una poderosa torre quadrangolare s'erge ancora sul di- 
rupato ciglione del fiume, e di là si domina uno esteso tratto 
del paese danubiano: i ruderi delle antiche muraglie avvj- 
luppano in ampio circuito quelle rocce, e segnano la vasta 
cinta del castello, monumento della sua passata grandezza; gli 
abitanti chiamano quella rupe è quelle rovine il castello antico. 

Allorquando il Duca di Baviera (1093) nominò Guelfo IV 
protettore della chiesa di Sweifalter, lo fece appunto perchè 
costui possedeva lì presso il fortissimo castello di Wartstein^ 
dal quale poteva molto efficacemente proteggere e difendere i 
diritti di quel convento. Dalla casa dei Guelfi il castello passò 
ad un ramo della famiglia dei Conti di Berg e Schelklingen. 
Eberardo di Berg ne fu capostipite antichissimaraente, impe- 
rocché da un suo pronipote (Enrico I) nacquero, tra gli altri, 
Dietpoldo I conte di Berg e Schelklingen (morto prima del 
1165), e Rapoto conte di Wartstein. 

Àrmanno, primogenito di Rapoto, non ebbe figliuoli, ed 
il casato fu mantenuto da un altro fratello, Enrico I di Wart- 
Stein, dal quale nacque Enrico II, e da questi Eberardo I. An- 
che la linea primogenita di quest'ultimo si estinse col nipote 
suo Goffredo II (1325-1378). 

Di Armanno I, figliuolo di Eberardo, poche notizie ci ri- 
mangono (1291-1296). La linea secondogenita invece fu con- 
tinuata da Ottone I, che pare abbia avuto quattro figliuoli, 
tutti ecclesiastici ad eccezione di Armanno II. Dico pare, per- 
chè ciò che è positivo si è che questi quattro fratelli erano 
figli dello stesso padre, ma non è egualmente bene constatato 
che questo padre fosse precisamente Ottone I. 

Armanno II ai 2 Maggio 1316 fu testimonio all'atto di 
vendita di una vigna che Goffi^edo, preposto del duomo di 



Digitized by 



Google 



3 

Passau, cedette a Federico Chammrer. Testimonio, unitamen- 
te alla moglie ed a due fratelli, lo si trova ancora in altro do- 
cumento del 24 Febbraio 1318. Nel 1339 cedette temporaria- 
mente il suo diritto di caccia bandita in Wartstein al conte 
Ulrico di Wiirttemberg pel correspettivo di 400 marche. Si 
capisce che la famiglia dei Conti di Wartstein se ne andava 
in decadenza, perchè sino dal 1303 air incirca la contea di 
Wartstein, nella valle della Lauter, era stata venduta ad Al- 
berto II di Habsburg, Finalmente ai 2 Dicembre 1345 trovasi 
ancora testimonio in certo atto relativo al monastero di Maul- 
bronn. Posteriormente a quest'anno i genealogisti tedeschi 
non danno più notizia alcuna di lui, che forse incominciò al- 
lora la sua vita di venturiere. 

Egli lasciò tre figliuoli : Eberardo III, Corrado III (che 
senza dubbio alcuno fu anch' egli capitano di ventura) ed En- 
rico IV. Di costui conosciamo il testamento (31 Ottobre 1367) 
col quale egli dispose, che ove fosse venuto a morte senza 
avere propri eredi diretti, chiamava a succedergli, nei diritti 
sulla sua parte del castello di Wartstein e sugli altri suoi be- 
ni, i cugini Enrico ed Aleramo di Ortenburg. Dispose anche 
in loro favore della parte del castello ed altro di spettanza del 
fratello Corrado, qualora questi non facesse ritorno dai lontani 
paesi dove allora si trovava. In quell'anno adunque, 1367, il 
conte Armanno II doveva essere già morto, a meno che, pri- 
ma di avventurarsi in Italia, non avesse ceduto ai figliuoli il 
possesso del castello. Nel 1375, intascati altri dugento fiorini, 
il conte Enrico vendette a quello di Wurttemberg, assoluta- 
mente e per sempre, ogni suo diritto sulla caccia di Wartstein. 
Non molti anni dopo (5 Marzo 1391), d'accordo colla moglie 
Caterina e col figlio Giovanni, di cui mancano ulteriori noti- 
zie, vendette anche il castello per tremila ducati ai duchi Ste- 
fano, Federico e Giovanni di Baviera. 

Da quel momento il castello di Wartstein perdette la sua 
importanza comitale, e passò a far parte di più vasto princi- 
pato. Di quali e quante terre si componesse poi lantica contea 
di Wartstein, è impossibile definire. So che nel 1514, in una 
lite coir imperatore Massimiliano, il duca Ulrico di Wurttem- 



Digitized by 



Google 



4 

berg si intitolava ancora conte di Urach e di Wartstein, e che 
in quell'occasione furono determinati i confini tra le posses- 
sioni del Duca e quelle dell'Austriaco; che nel 1581 era ca- 
stellano in Wartstein un Federico Schenk : e non so altro. 

Ora mi cx)nviene tornare alquanto indietro per dire che 
Armanno II, conte di Wartstein, ebbe in moglie Luitgarda, 
figlia di Rapoto IV, conte di Ortenburg, discendente dai Du- 
chi della Carinzia. Luitgarda era sorella del conte Enrico lU 
di Ortenburg (morto nel 1360), il quale alla sua volta aveva 
sposato nel 1340 Agnese, erede titolare del trono d'Ungheria, 
perchè figliuola di Ottone III, duca della bassa Baviera, morto 
nel 1312, e che era stato re d'Ungheria (1305-1308). Ottone 
aveva avuto due mogli : la prima, Caterina, figlia di Rodolfo I 
di Habsburg, imperatore di Germania; la seconda, Agnese, 
figlia di Enrico III, duca di Glogau, la quale fu regina d'Un- 
gheria. Solo da quest' ultima ebbe figliuoli : Enrico III, morto 
nel 1333, e la Agnese, come la madre, regina titolare d'Un- 
gheria, e divenuta poscia contessa di Ortenburg. I Conti di 
Wartstein erano grandemente stimati e benvoluti dalla Regi- 
na pretendente d'Ungheria, la quale l'S Settembre 1357 aveva 
conceduto in feudo ad Enrico IV di Wartstein il castello di 
Paumgarten ; più tardi, non so per quali motivi, il buono ac- 
cordo cessò tra loro, e non fu ristabilito, bene o male, che col- 
la mediazione del Duca di Baviera (31 Marzo 1359), il quale 
fece in modo che il Conte restituisse il castello, e ricevesse in 
compenso per tre anni le rendite della villa di Walhenstorf 

E ben possibile adunque che gli stretti legami di paren- 
tela e di amicizia, che esistevano tra le case di Baviera-Orten- 
burg e quella di Wartstein, e chi sa quali altre mire di gua- 
dagni e di ambizioni, abbiano influito sulla determinazione 
presa dal conte Armanno di allogarsi al soldo dei Veneziani 
nella guerra che sostenevano contro gli Ungheresi, i quali 
avevano creduto di disporre a modo loro della corona di S. Ste- 
fano, senza riguardo alcuno alle pretensioni delle due Agnesi, 
madre e figlia. 



Digitized by 



Google 



Grazie ai documenti conservati nel nostro Archivio Ge- 
nerale, io posso aggiungere qualche notizia di più sulla vita 
di questo nobilissimo conte tedesco, signore di terre e di ca- 
stella, parente di principi e duchi, consanguineo di re, e che 
pure vendeva i suoi servigi ad un libero comune italiano con- 
tro un re di corona, seguito da gentiluomini e cavalieri d'al- 
tre famiglie alemanne, non meno antiche né meno nobili della 
sua : miserabile condizione e per chi si vendeva e per chi 
comperava 1 

Del Conte di Wartstein e della sua compagnia, che pure 
era molto numerosa, non trovai fatto cenno in nessuna delle 
istorie stampate, e nemmeno nelle principali cronache venete 
da me consultate, tranne in quella del Caroldo, che in questa 
narrazione, come in tutte le altre, è la piìi copiosa di tutte, e, 
meglio ancora, la piii esatta. Altri storici, altri cronisti parla- 
no bensì di tedeschi assoldati, e della rotta da loro toccata, ma 
non nominano alcuno. Il Conte era già in Italia con tutti quelli 
altri messeri, perchè i Veneziani fecero con lui il patto di con- 
dotta in Ravenna; ma da quanto tempo vi era? quali imprese 
vi aveva compiute? si era forse staccato dalla grande compa- 
gnia dei venturieri del conte Landò o di fra Moriale ? A tutte 
queste domande non posso rispondere, perchè sinora non trovai 
documento alcuno che me ne dia il modo. 

Nell'anno 1356 la Republica di Venezia lottava cogli 
Ungheri invasori, e la sorte delle armi non arrideva ai Vene- 
ziani, stretti da quei barbari da una parte^ mal sicuri dall' al- 
tra per la infida politica degli Scaligeri e dei Carraresi, per 
cui riusciva loro malagevole l'approvvigionamento delle terre 
e castella, e l' arrivo delle bande armate che andavano assol- 
dando di là dal Po. Non è qui il luogo di narrare partitamente 
i vari eventi di quella guerra lunga e disastrosa : mi limiterò 
per ora a narrare un solo e brevissimo episodio di essa. 

Così scrive Gian Iacopo Caroldo nella sua Cronaca (voi. 
Ili, fol. 42. — Cod. Cicogna, num. 94 al Museo Civico di 
Venezia) : 



Digitized by 



Google 



6 

« La ducal Signoria fece commissione et sindicato a m, 
» Simon Dandolo proc., m. Bernardo Justinian proc. et a m. 
» Lodovico Vidal, li quali fecero la condotta di Dno Ulrico dì 
» Raifinberg di barbute, cioè uomini d' arme 60, et li fu pro- 
» messo 24 ducati al mese per doi cavalli et un roncin, et du- 
» cati 200 al mese di moneta per sua provision ; il quale pro- 
» mise andar contro li nemici nelle parti dell' Istria, Carso et 
» Friuli. Fu condotto anco Artamano conte di Vuaytscham 
» {stc)^ ser Arnoldo de Crichemberg et altri capi al numero di 
» 800 celiate, overo barbute, li quali aveano ducati 9 al mese 
» per ogni nomo d'arme con suo cavallo et roncin, et ducati 
» 36 al mese per il Contestabile, cioè per la sua persona et 
» un cavallo grosso con un roncino, et un altro buon cavallo 
» grosso per il banderale, et un roncin per il trombetta ». 

Del signore Ulrico di Reifemberg dirò in altro capitolo: 
ecco qui invece quale fu la condotta del conte Armanno (Doc. I). 

11 giorno 10 Ottobre 1356, nella casa del magnifico si- 
gnore Bernardino da Polenta in Ravenna, i nobili uomini Er- 
molao Venier e Giovanni Zeno, ambasciatori e nunzi speciali 
del doge Giovanni Delfino e del comune di Venezia, stipularo- 
no il seguente patto di condotta coi nobili signori Artemano 
conte di Vuartstayn (sic) ed Arnoldo di Crichembech, i quali 
trattavano per sé ed in nome di tutti i loro comestabili e 
caporali : 

Il conte Armanno, messer Arnoldo, tutti i comestabili, 
caporali e loro uomini d'armi, verranno e resteranno al servi- 
zio di Venezia, fedelmente adempiendo al loro dovere, e trat- 
tando da amici o da nemici tutti quelli che amici o nemici 
fossero della Republica. Saranno 800 barbute a cavallo, e 300 
fanti, e la loro ferma s' intenderà incominciata col giorno 4 
del mese di Ottobre, e durerà per cinque mesi intieri. Ogni 
barbuta dovrà avere un buon cavallo da battaglia ed un ron- 
zino, e la sua paga ascenderà a ducati 9 di moneta al mese, 
che saranno ridotti a soli 7 ducati per quelli uomini d'armi 
che non avessero il ronzino. 



Digitized by 



Google 



7 

Doppio numero di cavalli dovranno tenere i comestabili, 
perchè il secondo cavallo da battaglia sarà montato dal ban- 
deraio {ianderarms) ed il secondo ronzino dal trombettiere {In- 
feto), da un altro suonatore {istrumentarius). Per la sua per- 
sona e per gli altri due uomini e pei quattro cavalli, ogni co- 
mestabile riceverà 36 ducati in moneta per cadaun mese. 
Qualora un comestabile non fosse provveduto di trombettiere, 
dovrà far montare ì! ronzino a quello destinato da un altro 
uomo sinché non abbia trovato il suonatore, che però dovA 
procacciarsi al piii presto. 

Ogni bandiera dovrà contare almeno venti poste (cioè 
20 cavalli da battaglia e 20 ronzini), calcolate come tali an- 
che quelle del comestabile e del banderaio; s'intende che ogni 
posta dovrà avere tante barbute quanti saranno i cavalli da 
battaglia {platas), per cui non si daranno ai comestabili se 
non le paghe dei presenti sotto le armi, e dovranno provvede- 
re al completamento delle poste mancanti sino a raggiungere 
almeno il prescritto numero di venti. In ogni bandiera vi do- 
vranno essere non meno di 4 buoni caporali oltre al comesta- 
bile ed al banderaio. 

Ciascun uomo della bandiera dovrà essere armato delle 
armi necessarie e che si usano da tutti i buoni stipwdiari; e 
quelli che non le avessero, saranno presi in nota e puniti a 
norma delle antiche consuetudini di Venezia. 

Tutti i comestabili e caporali dovranno giurare di non 
abbandonare il servizio prima del termine fissato, di fare ogni 
sforzo in vantaggio della Republica» di marciare, sia a com- 
pagnia riunita, sia per singole bandiere, in qualunque dire- 
zione e contro chiunque, a seconda degli ordini che saranno 
loradati; si considereranno spergiuri e si noteranno di per- 
petua in&mia qualora non ubbidissero prontamente e piena- 
mente ai comandi della Republica o del capitano generale da 
essa nominato. 

I comestabili pe^ loro soldati, e questi pei conìastabili, pre- 
steranno in solido reciproca garanzia, tanto per lo stipendio, 
come per qualunque altro mancamento. 

In ogni cavalcata che gli uomini d^armi facessero, sia 



Digitized by 



Google 



8 

per propria iniziativa, sia per ordine superiore, non potranno 
commettere ruberie o recare altri danni se non ai nemici di 
Venezia, rispettandone invece i sudditi^ gli amici e gli ade- 
renti. I contravventori rifonderanno i danni del proprio, ed ol- 
tre a ciò subiranno anche quella pena che alla Republica o al 
capitano generale paresse opportuno di infliggere. Del resto 
saranno proibite le scorrerie anche contro i nemici dello Stato 
Veneto se non saranno permesse con ispeciale licenza dal ca- 
pitano generale. 

Qualora in cavalcate o fazioni, comandate dal capitano 
generale, i cavalli degli uomini d'armi restassero offesi {ma- 
ffognnrentur), o perduti, od uccisi, la Republica risarcirà il 
danno patito da ciascun soldato. Gli effetti predati resteranno 
ai predatori ; ma le terre e i luoghi acquistati spetteranno alla 
Republica. Allo stesso modo si comporteranno, circa ai luoghi 
od alle robe acquistate, anche nei casi di cavalcate fatte a ri- 
schio e pericolo dei mercenari, ma allora la Republica non da- 
rà compenso alcuno pei cavalli [non debeant etnendari). 

Relativamente ai prigionieri, alla paga doppia ed al mese 
completo, si farà tutto quanto generalmente si pratica dagli 
altri signori e comuni d^ Italia. Circa ai grandi signori e ad 
altre persone di riguardo, che eventualmente si catturassero, 
verrà osservata Y antica consuetudine di Venezia. 

Tutti i cavalli saranno segnati con un marchio partico- 
lare, e verranno stimati pel loro giusto prezzo, dal quale se ne 
dedurrà una terza parte, ed il residuo rappresenterà il valore 
della ammenda. La stima sarìt fatta da ufficiali veneziani di ciò 
specialmente incaricati, tanto pei cavalli, quanto pei ronzini. 

Tutta la gente d' arme dovrà essei*e in pieno assetto dal 
giorno in cui fu detto incominciare la ferma, e pronta a parti- 
re riunita, o per distaccamenti, a seconda degli ordini della 
Republica, dirigendosi ai luoghi assegnati. La partenza si ef- 
fettuerà al più presto, e la prima mostra si farà in Treviso 
colle armi, o senza, come piacerà alla Signoria di Venezia. 
Tutti gli uomini ed i cavalli che in essa saranno ritenuti ido- 
nei dagli incaricati veneziani, incominceranno a ricevere il 
loro soldo, calcolandone la decorrenza dal giorno 4 di Ottobre. 



Digitized by 



Google 



9 

Gli altri, dichiarati insufficenti alla mostra, non riceveranno 
il soldo che dal giorno in cui si saranno posti in pieno ordine. 
Passata la rivista, sarà data subito la paga anticipata di due 
mesi, detratta la somma di 100 ducati, che fu già data a mu- 
tuo ad ognuno dei comestabili, e più se ne dedurrà, quanto 
maggiore sarà stato il prestito fatto prima della mostra. Sa- 
ranno poi tenuti i soldati a ripetere la mostra ogni qual volta 
vorrà la Signoria, ed in qualunque luogo si trovassero. Finiti 
i due mesi, le paghe successive saranno date mensilmente alla 
metà d'ogni mese sino al termine della ferma convenuta. 

Ultimata la ferma, nel caso che la Republica non avesse 
piti bisogno di quelle genti da guerra, queste dovranno uscire 
dagli Stati veneziani entro la prima quindicina del sesto mese 
senza recare danno ad alcuno nel loro passaggio. Non potranno 
poi ingaggiarsi con alcuno a pregiudizio dei Veneziani per lo 
spazio di mesi due. S' intende che durante la fórma non po- 
tranno stringere patto veruno contro la Republica, ma dovran- 
no anzi denunziare lealmente qualunque trama venisse a loro 
cognizione. Giureranno di osservare sempre ed inviolabilmen- 
te queste condizioni. 

Alla loro volta gli ambasciatori veneziani promisero, che 
al termine della ferma la Republica farà del suo meglio per ot- 
tenere a quelle bandiere tedesche libero transito verso la Lom- 
bardia, la Romagna, semprecchè esse si impegnino di non 
guastare in alcun modo i paesi che dovranno percorrere, o di 
rifondere i danni cagionati. 

Se invece la Republica volesse prolungare la ferma, do- 
vrà darne avviso ai soldati quindici giorni prima del termine 
dei cinque mesi, e dovrà accordare loro per l'avvenire quella 
paga, che nel frattempo fosse stata loro promessa da altri, a 
condizione però che essi devano sempre dare la preferenza a 
Venezia. 

Sarà proibito di presentare gli stessi uomini o cavalli in 
più di una bandiera: ove ciò si verificasse, l'uomo d'armi pre- 
varicatore sarà immediatamente cancellato dai ruoli, e nessun 
uomo cavallo, ripetutamente presentato, potrà mai più es- 
sere preso al soldo di Venezia, e nessun comestabile potrà 



Digitized by 



Google 



10 

scientemente arruolarlo nella propria bandiera. Eguale puni- 
zione patirà chiunque fosse per favorire un simile inganno, 
ccm tale malafede. 

Nelle imprese, alle quali prendessero parte anche i fenti, 
a costoro verrà assegnata quella porzione di bottino, che si 
suole concedere comunemente ad essi. 

Se nella traversata da Ravenna a Treviso si sconciassero, 
O morissero dei cavalli, sarà dato il compenso relativo, purché 
la cosa sia bene provata, e che il soldato giuri essere yero quan- 
to asserisce, e che sia legittimamente dimostrato il valore di 
stima deir animale, da cui sarà dedotto il terzo e così determi- 
nata la ammenda, come sopra fu detta Nello stesso modo si 
compenseranno i cavalli offesi o perduti in qualunque caval- 
cata comandata sul territorio veneto, semprecchè T accaduto 
venga attestato dal rettore del luogo. Le quali ammende tutte 
saranno sempre accordate giusta la consuetudine veneziana. 

La paga ai 900 fanti sarà in questa maniera assegnata: 
ad ogni balestriere lire 10 dei piccioli, ad ogni pavesano lire 
8 al mese. Anche a loro sarà data la paga anticipata di due 
mesi, ed il rimanente di mese in mese, come alle barbute, dif- 
falcando dalla prima paga tutte quelle sommo che fossero già 
state date a prestita Anche codesti fanti dovranno avere le 
atmi necessarie, come fu prescritto per le barbute. Ogni ban- 
diera conterà almeno 12 fanti, ed anche soltanto 8, se saran- 
no tutti buoni balestrieri con buone balestre. Tanto i fanti, 
quanto i loro comestabili saranno tenuti a tutte quelle altre 
condizioni imposte alle barbute, perchè la Republica usa di 
pretendere altrettanto da tutti i fanti che prende al proprio 
soldo, al giuramento dei quali saranno obbligati anche questi 
tedeschi. 

Qualunque dubbio potesse insoi-gere sulla interpretazione 
di questi capitoli di condotta, sarà sciolto equamente, piana- 
mente, di comune accordo delle due parti senza frode, o malizia. 

Gli ambasciatori veneziani giurarono sugli Evangeli la 
piena e perfetta osservanza dei patti convenuti. Altrettanto 
fecero il conte Armanno e messer Arnoldo, a nome anche di 
tutti gli altri comestabili, caporali e soldati, giurando del pari 



Digitized by 



Google 



11 

sol Vangelo, che toccarono con una mano, alzando contempo- 
raneamente le dita dell'altra, com'era costume dei tedeschi 
[tactis scrìpturis et more solito teuthonicorum digitis erectis). 

A questo atto solenne furono apposti i suggelli dei due 
ambasciatori da una parte ; del conte Armanno, del signore di 
Krie-Kenbeck e di tutti i comestabili, che lo sottoscrissero, 
dall'altra. 

Così dunque la compagnia del conte di Wartstein contava 
UD effettivo di 800 barbute, compresi i comestabili, i caporali 
ed i banderai, ognuna delle quali conduceva seco un ronzino, 
montato dagli uomini di minor conto, scudieri, serventi o vas- 
salli, o musicanti ; ciò che dava 1600 uomini con altrettanti 
cavalli ; si aggiungano 300 fanti coi loro comestabili ; poi il 
conte Armanno ed il suo maresciallo messer Arnoldo, il can- 
cellier;e, e chi sa quali altri ufficiali ed aiutanti ; poi l'indispen- 
sabile seguito di donne, di ragazzi, vivandieri, carrettieri ed 
altra gente di masnada con muli e cavalli per trainare il car- 
reggio colle tende, gli utensili da campo, le fucine degli arma- 
moh e mille altri impedimenti, per cui si può essere certi, che 
quando la compagnia si partì di Ravenna doveva formare una 
colonna di almeno tremila persone, e forse di più di duemila 
animali — una ben grossa brigata. Né meno grossa doveva 
essere la spesa per pagarla. 

Da una certa lettera presentata dal conte Armanno nel 
1357 (Docum. IV) risulterebbe che quelle 800 barbute erano 
divise in 40 bandiere: ora, se erano complete, vale a dire da 
20 barbute ciascheduna, compresi i comestajbili ed i banderai, 
davano 720 barbute a ducati 9 al mese per ognuna, ed altre 
^ poste (il comestabile ed il banderaio d' ogni bandiera) che 
consumavano 40 paghe da ducati 36 al mese per cadauna ; 
dunque in tutto una spesa mensile di 7820 ducati. È beiT vero, 
cbe da altra carta parrebbe invece (Doc. Ili) che quelle ban- 
diere fossero soltanto 39; ma la sottrazione d'una bandiera di 
ben poco diminuiva la spesa; e forse anche in quel computo 
iion era compresa la bandiera del Conte stesso. 



Digitized by 



Google 



12 

I 300 fanti contavaDO in inedia 10 nomini per bandiera 
con una paga media di lire 9 dei piccioli al mese, per cui ne 
risultavano lire 2700 mensili. Non si accenna nella condotta 
alla paga dei comestabili di que' fanti ; ma supponendola qua- 
drupla di quella dei soldati, come generalmente si usava, avreb- 
be importato, pei 30 comestabili, lire 1080 al mese — in tutto, 
pei fanti, 3780 lire de' piccioli al mese. 

Egualmente sottaciuta nei patti di condotta è la provvi- 
gione concessa al conte Armanno, ed al suo maresciallo mes- 
ser Arnoldo. Nella già citata lettera il Conte dichiara di avere 
ricevuto, per sé e pel maresciallo 700 fiorini ; ma non si può 
asserire che questi rappresentassero tutta la provvigione asse- 
gnata a quei due signori. Il Caroldo ci fa sapere [Cod. cit., f. 62) 
che il Venier e lo Zeno ebbero commissione di assoldare i ven- 
turieri del conte Ar^nanno per bandiere, non a compagnia riu- 
nita, di maniera che quei soldati non dipendessero direttamente 
dal Conte, né questi ne avesse per intero il comando, e quindi 
si potessero ripartire air uopo per sezioni, e dominarli più fa- 
cilmente : assai prudente misura con quella gente prepotentis- 
sima, e indicata esplicitamente nella loro condotta. Così effet- 
tivamente il tedesco fu preso al soldo più come capo di una 
bandiera, che aveva fatto arruolare tutte le altre, che come ca- 
fHtano di una compagnia; di conseguenza la sua provvigione 
sarà stata meno rilevante dell'ordinario; e che il Conte avesse 
anche lui una bandiera risulta chiaramente dalla sua lettera. 
Io però non rinvenni la commissione dei due nunzi venezia- 
ni, e però non ne posso parlare che sulla fede del solo Carol- 
do. Comunque sia tutti quei denari, di cui ho dato la somma 
approssimativa congetturale, non furono sborsati, come ve- 
dremo. 

In altro documento (Doc. II e IV) sono nominati parec- 
chi comestabili e caporali tedeschi, ed alcuni pochi comestabili 
italiani (probabilmente di quelle altre genti che i Veneziani 
assoldarono al di là del Po) che si trovarono con quelli allo 
sbaraglio sul Vicentino. Prima di fer conoscere che cosa ab- 
biano saputo fare in campo quei messeri, dirò qui tutto quanto 



Digitized by 



Google 



13 

mi è riuscito di sapere, o di supporre, sulle loro famiglie e 
sulla loro patria. 

1. Arnoldo de Kriekenbeck^ maresciallo del nobile conte 
di Wartstein. 

2. Ohiòellino de Knekenbecly fratello o parente di Arnol- 
do, ambidue gentiluomini del ducato di Gheldria. 

3. Pietro de Brunbach cavaliere e primo comestabile, pro- 
babilmente nella bandiera del conte di Wartstein. 

4. Giovanni Brindisach de Tremonia (de Brendenscheyd, 
Brendtscheid) di una nobile famiglia della Westfalia. Il ca- 
stello di questo nome sorge presso Arnsberg ed Esiste. Un Gio- 
vanni di Bremenscheid era vassallo dei Conti di Arnsberg, nel 
1348. Un Giovanni de Brantscheit cavaliere (che dovrebbe es- 
sere il nostro) apparisce in una carta del 1353 siccome vas- 
sallo di Margherita di Volkenburg signora di Schoeneck. La 
famiglia di Brandscheid si trova anche nelFEiflia, e nel 1364 
è nominato un cavaliere Giovanni figlio di Lodovico castellano 
a Mulberg. La scelta al lettere. 

5. Eriprando de Leye (von der Leyen) ; notissima fami- 
glia dei paesi renani, attualmente insignita del titolo principe- 
sco. Tuttavia nei documenti conosciuti relativi a questa fami- 
glia non si rinviene alcun individuo di questo nome. 

6. Rodolfo Branòer^ della Simiglia dei Branburch nella 
Svevia (distretto di Brackenstein), o di quella dei Braunsberg 
nei paesi renani. 

7. JRufo di Vueleck (von Wylach) nella Westfalia. 

8. Nicoletto Mulit (Nicolaus von Mulurt). Si trova nomi- 
nata questa famiglia nei paesi renani sino dal 1298. Nel 1362 
un Nicolò sottoscrisse quale testimonio una carta del vescovo 
di Paderbom riguardante la oppignorazione della città di Win- 
nenberg. Lo stesso è citato, unitamente ai figliuoli Gosvino 
ed Eidenrico, in altri documenti del 1363. 

9. Giovanni ZobeL Gli Zobel von Giebelstadt appartengo- 
no ad una famiglia baronàie della Franconia, tuttora esistente. 

10. Enrico Meldecker (von Meldrich) di famiglia westfa- 
liana. Il castello dei Meldrich torreggiava presso Ernvitte. Un 



Digitized by 



Google 



14 

Edenrico di Melderich, senza dubbio il nostro, apparisce in 

carte del 1362 e 1363. 

11. Corrado Cherbei. 

12. Guglielmo de Sponges, Di questi due, che portano no- 
mi francesi anziché tedeschi, non ho trovato indicazione alcuna. 

13. Pietro Portenarius, cavaliere. 

14. Enrico Portenarius^ forse fratelli, ma non saprei dire 
se della famiglia westfaliana dei von der Porten, o dell' altra 
renana dei von Portzen (latinamente de Porta) nella contea di 
Julich. Che fossero invece dei Portenari di Firenze che, in 
mezzo al rimescolamento di idee e di cose di quei tempi tu- 
multuosi, si fossero inscritti tra le barbute tedesche per isfogo 
di private passioni ? E una supposizione che non mi persuade 
gran fatto, e la gettai li per quel che vale. 

15. Giovanni de Liebestayn (von Stein, zu Liebenstein) no- 
bile famiglia assiana. Un Giovanni è nominato in documento 
del 1362. Un castello di Liebenstein sorge sulla riva destra del 
Reno presso S. Goarshausen. Nel 1352 un Giovanni di Lieben- 
stein, miles, aveva in feudo un castello presso StolzenfeU. Que- 
sta famiglia si estinse nel 1637. 

1 6. Gerardo Mulnare (von Mulnarken o Molenark). Fa- 
miglia renana ; ma nella sua genealogia non trovo alcuno di 
questo nome in queir epoca. 

17. Guglielmo de Guiffusen^ forse Guglielmo di Gevelin- 
ghusen, di una famiglia westfaliana che si trova nominata dal 
1277 al 1381. Il castello era presso Brilon. 

18. Corrado Buffel; ne so nulla. 

19. Valeriano de Buìmerich, forse Walram von Bulmerich 
Bilmerich, dei paesi renani. 

20. Ugo de Bach^ nome ben conosciuto. 

21. Enrico di Bniel (von Broel) ; castiUo ipnmso Auder- 
nach nei paesi renani. 

22. Enerhino di Caldencharchen, forse Hennekin von Kal- 
denhausen di famiglia renana. 

23. Bufo de Neily. 

24. Giovanni Cubech (Kubeek?). 

25. Enechino de Mez. 



Digitized by 



Google 



15 

26. NìcqU> Ouren (Nicolaiis von Our), forse del paese di 
Cleves. La famiglia Ourea è pure nominata tra quelle del- 
l' Eiflia. 

27. Giovanni ViUer (von Weiler). Nel 1391 questa fami- 
glia possedeva un castello nello Spessart 

28. Giovanni Trisaeh. 

29. Gerardo de Ode. 

30. Enechino de Ode. Chi sa non fossero invece della fa- 
miglia Ole nella Westfalia. Un Enechino de Ole, insieme ad 
un suo fratello di nome Wilkin, nel 1341 vendette alla città 
di Rekiingbausen una sua proprietà posta a Bacendorp. 

31. Francesehino de Landersdorf^ o forse invece Franz 
von Lamstorp, di una famiglia westfaliana, vassalla dei signo- 
ri di Volmerstein. 

32. Enechino de Vuachen. La famiglia \oa Wacker com- 
parisce nella Westfalia all'anno 1382. 

33. Rainoldo di Vlodorf. Un Rembold von Vlodorp o Flo- 
dorf, di una famiglia bene conosciuta nei paesi renani, è nomi- 
nato air anno 1358. 

34. Lufo de Boczechym (Luft von Boczecbym). Luft vuol 
dire Aloflf, Adolfo. Senza dubbio si deve leggere Bosinchem^ 
nobile casato della Gheldria. Questa famiglia trovasi nominata 
in documenti del 1295. I Bosinchem divennero poi signori di 
Kailenbui^. 

35. Marcolfo de Diez (Marcolf von Dentz). Di famiglia 
renana. I dinasti di Diez nel Nassau erano già estinti prima 
deiranno 1358. 

36. Sechino de Cairestrati. 

37. Giovanni de Oivitate. 

38. Enechino de Bruch. 

39. Guglielmo de Bruch (von Broich o Bruchi). Notissi- 
ma famiglia renana. 

40. Gerlach de Durey. Trovo nominata questa famiglia 
(von Durre) westfaliana sino dal 1316. 

41. Enrico di Fhrmont^ cavaliere. 

42. Gerardo de Vullenaròey. 

43i Ulrico di Reifenberg. Lo Stramberg riporta un albe- 



Digitized by 



Google 



16 

ro genealogico di questa famiglia renana, originaria da un 
castello sul monte Taunus. Si estinse nel 1764 in un gesuita. 
Lo Stramberg non nomina il ramo dei Reifenberg nelF Istria. 
Oltre ai Reifenberg dei paesi renani, v'era in Germania un'al- 
tra famiglia di egual nome nella Franconia. Le due portavano 
colori affatto diversi nei loro stemmi: Tuna il giallo e nero, 
r altra il rosso e bianco. Un ramo dei Reifenberg fiorisce tut- 
tora nel Belgio. 

44. Giovanni era cancelliere del conte Armauuo 

di Wartstein. 

45. Nicolò de Zindoro. Non so se fosse italiano o straniero. 

46. Tano de Aquaviana (Aquaviva?). 

47. Bartolameo da Ferrara. 

48. Michele da Bologna. 

49. Ceccarello da Perugia. 

50. Bartolameo da Bologna. Questi cinque ultimi sono 
evidentemente italiani; ma se comestabili di fanti o di cavalli, 
non saprei. 

Delle vicende di questi tedeschi, senza peraltro nomina^ 
ne alcuno, parla il Verci {Storia della Marca Drivìgiana e Ve- 
ronese^ VÓI. XIII, pag. 241) e cita, in appoggio del suo racconto, 
il Bonfìnio, Matteo Villani, i Cortusi ed il Sabellico. Io mi at- 
tengo al Caroldo che presso a poco racconta le medesime cose, 
ma con maggiore diffusione [Cod. cit., fol. 63, 64 e 65). Scrive 
egli adunque, che ai 6 di Ottobre del 1356 il Senato spedi 
buon nerbo di gente da guerra a messer Marco Giustinian, 
capitano generale dell' esercito, coli' ordine di uscire da Trevi- 
so appena fossero arrivate tutte le truppe, di accamparsi in 
borgo Ognissanti, fortemente trincerandovisi, e di tenersi pre- 
parato a muovere al primo cenno. Quali poi dovessero essere 
quelle truppe, il Caroldo ce lo disse già prima allorquando 
diede informazione che la Republica aveva assoldato a Raven- 
na, a Bologna ed a Ferrara venturieri tedeschi, ed altri el- 
metti, e fanterie ed altri uomini d'armi. Non appena si riseppe 
a Venezia che quelle genti erano in pieno assetto e pronte a 
passare il Po per recarsi nel Trivigiano, fu inviato messer 



Digitized by 



Google 



17 

Pantaleone Barbo, il giovine, al signore di Padova per chie- 
dere il libero passaggio pel suo territorio e vettovaglie per gli 
uomini e pei cavalli, che, divisi in molti riparti, dovevano at- 
traversare i nostri Stati; e siccome dal Padovano doveano 
transitare pel territorio vicentino, soggetto agli Scaligeri, per 
passare il fiume Brenta, così il Barbo da Padova si recò a Ve- 
rona a fare le medesime richieste, alle quali il Signore della 
Scala rispose favorevolmente. Il Carrarese, per lo contrario, 
che notoriamente favoriva gli Ungheri, ma pure s'infingeva 
per non tirarsi addosso qualche malanno sinché la sorte della 
guerra non si fosse decisamente risolta in favore dogli amici 
suoi, dava dubbie risposte che a nulla concludevano, per cui 
il giorno 13 dello stesso mese il Doge gl'invio altri due solen- 
nissimi ambasciatori per farlo decidere. Posto alle strette, il 
Carrarese recisamente rifiutò di concedere il passo. In conse- 
guenza fu scritto ai due gentiluomini veneziani, che accom- 
pagnavano i soldati (e che naturalmente saranno stati il Ve- 
nier e lo Zeno, che li avevano giusto allora scritti al soldo 
della Republica), di prendere la via più lunga e di entrare nel 
Vicentino senza toccare il territorio del Signore di Padova. 
Mossero adunque dal Ferrarese, oltrepassarono il Po, e dal basso 
territorio veronese entrarono in quello di Vicenza; si diressero 
al fiume Brenta, non so in qual punto, e non poterono varcar- 
lo, tanto lo trovarono rigonfio per le piogge autunnali. Non 
poterono o non seppero fare di meglio che sofiermarsi ed at- 
tendere che la fiumana desse givi. — Una parte delle genti 
del conte Arnianno di Wartstein, almeno qualche bandiera di 
fanti (Docum. IV), fu diretta a Chioggia sino dalle prime mos- 
se, di dove poi, non so in qual modo, nò per quale via, pare si 
sieno poi riuniti al grasso della compagnia. Qui si potrebbero 
fare di molte congetture sul perchè di quella lunga girata pel 
Veronese e pel Vicentino, mentre i Veneziani avrebbero più 
prestamenta potuto imbarcare .le truppe a Ravenna, condurle 
a Chioggia, e di là a Venezia, e per la via di Mestre spedirle 
dritte dritte a Treviso in un solo giorno di marcia. Ma io non 
mi voglio perdere in così fatte ipotesi, aspettando che forse 
qualche altro documento, qualche lettera, o che so io, mi fac- 

2 



Digitized by 



Google 



18 

eia comprendere ufficialmente, mi si passi la frase, il segreto 
di quelle mosse. Fatto sta che quei tedeschi ebbero ben presto 
a provare la verità di quell'aforisma militare che avverte co- 
me chi gira deva sempre aspettarsi d'essere girato. 

Il Verci afferma che dalle rive della Brenta i tedeschi si 
ritrassero addirittura sino a Caldagno, terra non lontana da 
Vicenza, sulla destra sponda del Bacchigliene. Può ben darsi 
che così facessero o per comodità di alloggiamenti e di forag- 
gi, per mettersi meglio al coperto dalle molestie dei nemici 
e degli amici mal fidi; certamente che se anche pili tardi 
avessero sempre usato una eguale prudenza, non sarebbe loro 
avvenuto male veruno. Del resto non mi pare fosse necessario 
che tanto dal Brenta si allontanassero: tra il Brenta ed il Bac- 
chiglione scorre T acqua di Valle d' Astico, e quel canale pote- 
va bene bastare a coprire una grossa truppa bene armata, e che 
avesse fatto buona guardia : essa non aveva punto a temere 
dal lontano esercito degli Ungheri, ma solo da qualche audace 
partito di gente spedita ; non aveva da temere una battaglia, 
che in ogni modo avrebbe potuto evitare ritirandosi, ma sol- 
tanto una sorpresa. 

Gli Ungheri, continua il Caroldo, furono avvertiti del- 
l'accostarsi di quelle genti da un tale Franchino da Lucca, 
che manteneva certe corrispondenze in Castelfranco, viril- 
mente difesa, ed invano tentata dagli Ungheri assediatori ; lo 
stesso Franchino si fece guida ad una banda scelta (mille dei 
migliori cavalU, dice il Verci), la quale ai 22 Ottobre passò la 
Brenta a Bassano (il Verci dice invece a Fontaniva), e caval- 
cando velocemente fu addosso ai tedeschi e li ruppe. Gli ora- 
tori veneziani presso il Signore di Padova fortemente si que- 
relarono, lui accagionando di quella disfatta. Così finisce la 
narrazione del Caroldo. 

Se è esattamente riferito il giorno della sconfitta (e non 
può certo di molto essere errato, dal momento che sappiamo 
per certo essere stati già a Verona quei venturieri il giorno 4 
di Novembre), se è anche vero che non sieno partiti da Ra- 
venna prima del 4 Ottobre (né prima certamente partirono di 
là, almeno non passarono il Po prima del 13), e che dopo es- 



Digitized by 



Google 



19 
sersi provati a passare il Brenta, si ritirarono sino a Caldagno, 
e che poi o in Caldagno stesso sieno stati sorpresi, o mentre 
di là si dipartivano per ritornare sul Brenta; devesi convenire 
che marciarono con grande sollecitudine, specialmente avuto 
riguardo alla qualità delle genti, e delle strade, che dovettero 
senza dubbio essere molto disagiate. Ma conviene dire del pari 
che in Caldagno se ne stessero molto sbadatamente, se vi si 
lasciarono sorprendere e sbaragliare dagli Ungheri, che ave- 
vano dovuto passare tre corsi d'acqua per raggiungerli. Io 
suppongo invece, e credo di apporrai al vero, che i tedeschi si 
credessero pienamente sicuri nella loro marcia verso il Brenta, 
ed il terreno affatto sgombro di nemici ; eh' essi non si cura- 
rono menomamente di spingere innanzi e sui fianchi cavalli 
spediti alla scoperta; che marciarono negligentemente, disor- 
dinati e non armati a battaglia, e che caddero alla ceca in una 
imboscata, facilmente riuscita in un paese coperto, e contro 
genti spensierate e malaccorte. In buona sostanza i tedeschi 
furono sorpresi, battuti completamente e dispersi, e nella fuga 
generale furono travolte tutte le genti d'armi che marciavano 
colla colonna dei venturieri del Conte di Wartstein. Gli Un- 
gheri spogliarono i vinti, parte ne rimandarono quasi ignudi, 
altri ritennero prigionieri ; e carichi di preda, cavalli, armi e 
robe d' ogni genere, se ne ritornarono baldanzosi ai loro allog- 
giamenti : avevano rovinato un grosso corpo dell' esercito ve- 
neziano, e reso inutile il largo aggiramento di quelle genti. 

Parecchi dei vinti corsero sino a Venezia a chiedere le 
loro paghe e le ammende. I più, coi principali comestabili si 
raccolsero intorno al Conte di Wartstein ed al maresciallo Ar- 
noldo, e dando di volta alla dirotta, non si arrestarono che a 
Verona, e là, dimenticando i patti, che tuttavia li legavano ai 
Veneziani, non prendendo consiglio che dall' urgente bisogno 
che li stringeva, si accordarono immediatamente coi Visconti 
e si posero al loro soldo. Erano venturieri e venturieri tede- 
schi, vale a dire sempre scarsi a quattrini, erano stati svalir 
giati, avevano fame, e naturalmente si diedero al primo che 
prometteva di sfamarli. I venturieri, e massime gli stranieri, 
non avevano mai fatto altrimenti. 



Digitized by 



Google 



20 

Ai 4 Novembre del 1356 il conte Armanno era tuttavia a 
Verona colle genti rimastegli. Era giorno di venerdì : il nobile 
cavaliere Armanno conte di Warfstein, col suo maresciallo 
Arnoldo de Kriekenbeck, e con molti comestabili e caporali 
degli uomini d'armi e dei fanti tedeschi, ed alcuni comestabili 
italiani, di cui ho già riferito i nomi, si recò in Santa Maria 
Antica nel cortile del palazzo del magnifico e potente signore 
Cangrande della Scala; colà tutti questi messeri (alla presenza 
del notaio Gabriele, figlio del fu giudice Benvenuto a Falcibus 
di S. Eufemia, che rogò Tatto, e di parecchi testimoni vero- 
nesi, tra i quali sono nominati Marco figlio di Bernardo da Ve- 
nezia di S. Michele alla Porta, Pietro figlio di Guidotto de Sel- 
lato di S. Matteo in Corte, Bartolameo del fu signor Verio che 
si diceva Cignana di Falsurgo, Silvestro figlio di maestro Ja- 
copo dalle Balestre di Santa Eufemia, e Benedetto del fu Pria- 
mo di Isola inferiore) nominarono a loro rappresentanti e pro- 
curatori generali, con amplissimo mandato, i signori Giovanni 
Bridinschach de Tremonia [sìc)^ Giovanni de Civitate. ed Eri- 
prando de Leye, i quali dovevano recarsi a Venezia, presen- 
tarsi al Doge, a chi per lui, e domandare che fossero loro date 
le paghe e l'ammontare delle ammende pei cavalli, di cui quei 
signori si credevano creditori dalla Republica di Venezia. Quei 
tre erano autorizzati a rilasciare regolare ricevuta per le som- 
me che eventualmente fossero state loro sborsate, avendo i 
mandanti dichiarato che avrebbero soh^nnemente approvato e 
ratificato tutto quanto i loro procuratori avessero concluso a 
Venezia. Il Conte, e tutti gli altri signori, si obbligarono a pa- 
gare del proprio le spese che i suddetti loro procuratori avessero 
incontrate in quella missione, e in fede della loro [)romessa die- 
dero per questo in pegno tutti i loro boni mobili ed immobili. 

I tre procuratori partirono tostamente, in pochi giorni 
arrivarono a Venezia, e presentarono le loro domande (Docum. 
III). Chiesero prima di tutto il completamento delle paghe di 
un mese per tutte le loro genti, dedotti i 100 ducati che rice- 
vettero a mutuo per cadauna delle 39 bandiere di barbute e 
quel di piìi che fosse stato già dato ; dal che viene provato, che 
non essendo stata fatta la mostra generale in Treviso, non fu- 



Digitized by 



Google 



21 

rouo loro slmrsati i due mesi antici[)ati di papfn, conrora sta- 
bilito dalla condotta, ma soltanto un prestito. Di più chiedet- 
tero la ammenda pei cavalli dal giorno della partenza da Ra- 
venna sino a quello della sconfitta, e dichiararono che .la per- 
dita fu enorme, e la fecero ascendere a 500 cavalli. Dissero, in 
conclusione, ch(^ il loro credito ammontava complessivamente 
a 12,000 fiorini. Sogfriunsoro, che appena fossero stati soddi- 
sfatti nelle loro domande, avrebbero rilasciata regolare ricevu- 
ta alla Republica di Venezia, e che se questa non se ne accon- 
tentasse, inviasse pure suoi incaricati in Verona, dove avreb- 
bero subito ricevuta quella quietanza munita dei suggelli di 
tutti i comestabili e caporali. Qualora poi la Signoria facesse 
ragione alle loro pretese, chiesero la restituzione dell' istruraen- 
to originale di condotta sottoscritto a Ravenna. 

Furono incaricati di rispondere tre Capi dei Savi del Con- 
siglio, cioè i nobili uomini Bernardo Giustinian procuratore di 
S. Marco, Giovanni Centanni di S. Giovanni Nuovo e Giovan- 
ni Mocenigo (Docum. III). Ai 16 Novembre del 1356 i tre 
Savi si recarono iu piazza di S. Marco presso la porta mag- 
giore della basilica, dove convennero pure i tre Procuratori 
dei venturieri. V'era il publico notaio Stefano Zierei, e molti 
testimoni, tra i quali sono notati i nobili uomini Benedetto 
Emo da S. Marina, Jacopo da Lezze da S. Giovanni Nuovo e 
Nicoletto Delfino del fu Marco da S. Moisè. Fu data solenne- 
mente in iscritto la seguente risposta : 

Che il Consiglio non trovava nò ragionevole, nò giusta la 
domanda dei venturieri, massime pel disordinato modo in cui 
era espressa, imperocché non vi era chiaramente dimostrato 
quanto a loro pervenisse pel residuo delle paghe, e quanto per 
le ammende dei cavalli; essere diflScile, o impossibile, riuscire 
a saldare le partite in equa misura, perchè molti erano già ve- 
nuti alla spicciolata a chiedere il loro avere, molti altri erano 
tuttora prigionieri in mano degli Ungheri ; che la colpa del 
danno patito dovevansela attribuire a loro stessi, perchè non 
seppero prendere le armi e difendersi a tempo opportuno, e, dis- 
ordinati nella loro marcia indisciplinata, non fecero valida re- 
sistenza. Che tuttavia, acciocché non si dicesse che la Repu- 



Digitized by 



Google 



22 

blica volesse approfittare delle circostanze per defraudare i 
soldati di ciò che loro spettava, essa si sarebbe rimessa alla de- 
cisione di una terza persona, di un qualche personaggio scelto 
di comune accordo, il quale, esaminate attentamente le cose, 
avrebbe poi pronunziato il suo giudizio. Che se invece il conte 
Armanno colle sue barbute avesse voluto ritornare al servizio 
di Venezia, come del resto era obbligato dalla sua condotta, la 
Republica lo avrebbe integralmente compensato d'ogni suo 
danno dandogli tutto quanto era stato stabilito in quella stessa 
condotta. I tre Savi conchiusero, che col presente atto notarile 
intendevano di usare tutto il loro diritto protestando contro il 
conte Armanno e la sua compagnia per tutti i danni ed inte- 
ressi, cagionati alla Republica da quella sconfitta, della quale 
egli ed i suoi soldati erano i soli responsabili. 

I tre tedeschi non seppero altro rispondere se non che 
giuste erano le loro domande, regolare la loro procura ; che in 
conseguenza della grave sconfitta toccata, la compagnia aveva 
dovuto provvedere ai propri bisogni pressantissimi, e perciò 
si era accomodata ai servigi dei Visconti. Che del rimanente 
intendevano anch'essi giovarsi dello stesso notaio che aveva 
scritta la protesta del Consiglio di Venezia, per far estendere 
anche la dichiarazione del conte Armanno che alla sua volta 
avrebbe usato il suo buon diritto. 

La vertenza rimase sospesa: del 1357, senza indicazione 
né di luogo, né di giorno, né di mese (Docum. IV), trovai re- 
gistrata nei Commemoriali una lettera del conte Armanno, 
nella quale presenta una spece di resoconto di quanto rice- 
vette e di quanto spese per sé e per i suoi soldati. Il conto 
esposto non mi riesce ben chiaro; ma ciò che chiede realmente 
il Conte si è che gli sia resa giustizia, perché dice di essere 
stato accusato di avere ricevuto più di quanto era vero. Do- 
manda che dalle scritture uflficiali il Consiglio di Venezia, che 
bene sapeva per filo e per segno com'erano andate le cose, fa- 
cesse cavare un estratto preciso e glielo inviasse a sua giusti- 
ficazione. Pare dunque che gli stessi suoi tedeschi accagionas- 
sero lui di malversazione, che lo accusassero di avere rubato ai 
propri soldati. E non è meraviglia che cosi pensassero quei 



Digitized by 



Google 



23 

predoni, essendo nella loro natura di credere gli altri uguali a 
se, massimamente se collocati in piìi alto luogo. 

E qui una lacuna di circa cinque anni, durante i quali i 
venturieri certamente non avranno cessato di chiedere ed i 
Veneziani di scansarsi, senza approdare a risultato veruno. 

Sembra, che vedendo di non poter ottenere quanto vole- 
vano, il Conte ed i tedeschi suoi si accontentassero di intascare 
almeno quanto piìi avessero potuto, e che si limitassero a chie- 
dere che il Doge ed il comune di Venezia, colla loro abituale 
bontà e larghezza, si deg"nassero di sovvenirli di qualche 
somma. 

In fatti ai 21 Gennaio 1362 il doge Lorenzo Gelsi, succe- 
duto al Del6no, congregò nella solita forma solenne i consigli 
della Republica; espose loro di nuovo il fatto dello assodamento 
e della sconBtta toccata al conte Armanno ed alle sue genti 
d'armi, e propose in via di grazia e a titolo di donativo, per 
definire una buona volta quella questione, di assegnare al Conte 
ed ai suoi tedeschi una somma complessiva di 400 ducati. La 
proposta fu accettata all'unanimità e fu scelto Nicolò Del Ca- 
mino, notaio ducale, a darle esecuzione e a ritirare dal Conte, 
a nome anche di tutti i suoi, una formale quietanza per la 
somma ricevuta, ed una esplicita dichiarazione che in tale modo 
si dichiarava soddisfatto d'ogni suo credito per qualunque 
causa si fosse, e che rinunziava per sempre ad ogni ulteriore 
pretesa, sia per la persona sua, sia per ogni altro individuo 
della sua compagnia, e loro eredi e successori. Fu rilasciata 
una formulata procura al notaio Nicolò, rogata nella cancelleria 
ducale di Venezia dal notaio Nicolò de' Farisei, alla presenza 
del cancelliere Benintendi, de'Ravignani e di altri due notai 
ducali, cioè Amadio de' Buonguadagni e Pietro del fu Jaco- 
puccio, che servirono da testimoni (Doc. V). 

Il Conte di Wartstein era venuto in persona a Venezia per 
ricevere quel gruzzolo di ducati, che gli furono contati dal no- 
taio Del Camino sull'altare di S. Jacopo nella chiesa di S. Mar- 
co, alla presenza di Filippo de' Migliorati di Reggio, giurispe- 
rito stipendiato dalla Republica di Venezia, e dei nobili uomini 
Nicolò Alberti del fu Marino e Michele Delfino del fu ... e di 



Digitized by 



Google 



24 

Damiano del fu Andrea di Parma, notaio ducale, espressamente 
chiamati a testimoniare il fatto. Nello stesso giorno 21 Gen- 
naio, e dal medesimo notaio Nicolò de' Farisei, fu esteso un pu- 
blico istrumento di donazione e di numerazione dei 400 du- 
cati ; in conseguenza di che il conte Armanno si dichiarò pie- 
namente contento e soddisfatto per sé e pe'suoi, e rinunziò, 
come gli si era chiesto, ad ogni e qualunque altra pretesa ver- 
so la Republica di Venezia (Doc. VI). 

E questo è quanto ho potuto raccogliere sulle vicende del 
conte Armanno di Wartstein e della sua compagnia al servizio 
di Venezia. 

Come non so precisamente quando egli sia disceso in Ita- 
lia, e che cosa abbia fatto prima di andare al soldo dei Vene- 
ziani per farsi battere dagli Ungheri appena entrato in cam- 
pagna, così ignoro che cosa abbia operato in servizio dei Vi- 
sconti, e dove abbia lasciate le ossa sue. 

Lo dirò un'altra volta se potrò riijijcire a saperlo. 

G. B. De Sardegna. 



Digitized by 



Google 



DOCUMENTI. 



I. 
à 

Pacta habita cum comite Hbbthemano. 



In Christi nomine amen et gloriose ac beate Marie matris eius 
necnon beatissimi Marci evangeliste et totius celestis curie. Infra- 
scripta sont capitola et pacta firmita inter nobiles et sapientes viros 
dominos Hermolao Venerio et lohannem Geno ambaxatores illustris 
et magnifici domini domini lobannis Delphyno Dei gratia Yenetia- 
rum, Dalmatie atque Ghroatie Ducis, incliti domini quarte pactis et 
dimidie totius Imperii Romanie, et comunis Venetiarum ex una 
parte, et nobiles viros dominum Arthemanum comitem de Vuart- 
stayn et Arnoldum de Cricbembech prò se ipsis et vice ac nomine 
omnium et singulorura comestabilium qui erunt in numero octin- 
gentarum barbutarum quorum nomina inferius scripta sunt, et eo- 
rum sigilla etiam sunt itnpressa ex parte altera. 

In primis, quod predicti comes Hertemanus et Amoldus, et 
omnes comestabiles, caporales et socii eorum sint et esse debeant ad 
servitium et stipendium dicti domini ducis et comunis Venetiarum 
et eisdem seo deputatis seu deputandis ab eis servire bene et fideli- 
ter more legalium et fidelium servitorum et stipendiariorum, habendo 
amicos prò amicis et inimicos prò inimicis cum octingentis barbutis 
equitum et trecentis peditibus, incipiendo firmam suam die quarto 
mensis octubris et fìniendo usquc ad quinque menses completos, ad 
stipendium consuetum comunis Venetiarum, videlicet prout inferius 
continetur, silicet quod quilibet eques cum uno bono et sufficienti 
equo ab armis et cum uno ronzino habere debeat a dicto comuni Ve- 
netiarum ducatos novem in monetis prò quolibet mense diete firme, 
si vero non haberet ronzinum habere debeat septem ducatos in mo- 
netis prò se et dicto equo bono et sufficienti ab armis. 

Itcm, quod comestabiles prò se et uno bono equo ab armis et 
cum uno roncino, et cum uno alio bono equo ab armis super quo 
equitare debeat banderarius suus, et cum uno alio roncino super 



Digitized by 



Google 



26 

quo equitare debeat tubeta vel alias instrumentarius, habere debeat 
in mense dncatos triginta sex in monetis prò dictis equis et ronci- 
nis, necnon prò personis comestabilis, banderarij et tubete seu in- 
strumentari), ita tamen quod diete poste computentur in numero 
pagarum banderie sue, si tamen in principio firme non haberent vel 
non possent habere instrumentarium, teneantur habere unum ho- 
minem super dicto roncino tubete donec habeant instrumentarium 
suum, quem teneantur procurare habere quam citius poterit. 

Item, quod in qualibet banderia sint et esse debeant ad minus 
viginti poste, computatis postis comestabilis et banderarii predictis, 
ita tamen quod qualibet banderia habeat tot postas quot platas. Qui- 
cunque vero comestabilis in banderia sua repertus fuerit habere pau- 
ciores postas quam viginti perdat provisionem comestabilie sue prò 
rata illarum postarum que sibi defecerint donec integraliter sup- 
pleat eas. Debeant etiam esse in qualibet banderia ad minus quatuor 
boni et sufficientes caporales, ultra personas comestabilis et bande- 
rarij predictorum. 

Item quod quilibet eques habere debeat et tenere arma neces- 
saria sicut boni et consueti stipendiarij tenentur habere et qui non 
habuerit puntetur et puniatur secundum antiquam consuetudinem 
Venetorum. 

Item, quod quilibet comestabilis et Caporalis iurare debeat dicto 
domino duci vel offitiali seu nuntio ipsius domini ducis et comunis 
Venetiarum deputato seu deputando ab eis de essendo ad stipendium 
predictum et de non recedendo aliquo modo donec durabit dieta fir- 
ma, sino licentia et mandato dictorum domini ducis et comunis Ve- 
netiarum, et quod legaliter procurabunt et facient honorem et sta- 
tum supradicti comunis Venetiarum toto suo posse, ac etiam de 
equitando, stando et eundo omnes et pars eorum silicet simul et 
divisim et contra quascunque personas de mundo cuiuscunque sta- 
tus et conditionis vel nationis existant, seu quibuscunque nominibus 
nuncupentur sicut per sapradictum comune Venetiarum vel capita- 
neum seu quoscunque alios deputatos ab eo sint eis iniunctum et 
mandatum sine ulla contradictione vel excusatione ad penam per- 
iurij et infamiam perpetuam. 

Item, quod quilibet comestabilis sit fìdeiussor et teneatur prò 
suis sociis, et socii prò coraestabili, et etiam unus prò alio in soli- 
dum de stipendio et de omnibus que tenerentur et committerent 
contra Commune Venetiarum. 

Item, quod comestabilis seu aliqui equitum premissorum non 



Digitized by 



Google 



27 

possint aliquo modo si ve equitando ad snam postam si ve ad poBtam 
capitane! facere aliquam derobationem, curariam vel damnum in 
personis vel in rebus aliqoorum amicorum vel subditorum predicti 
comunis Venetiaram vel aliquorum alioram qui non essent inimici 
dicti Communis Venetiarum, et si aliquis contrafecerit de suo pro- 
prio damnum factum seu derobacionem emendare et satisfacere te- 
neatur, et ultra hoc patiatur illam penam quam sibi dominus dux 
vel eius capitaneus seu ofStialis prò tali delieto duxerint infer- 
rendam. 

Item, quod dicti stipendiarii non debeant equitare vel discur- 
rere ad aliquem locum, etiam centra inimicos, nisi cum speciali li- 
centia capitanei supradicti vel alteri us officialis deputati ab eo, seu 
a Communi Venetiarum. 

Item, si equitabunt centra inimicos comunis Venetiarum ad 
postam ipsius comunis, vel capitanei sui et eorum licentia et equi 
eorum magagnarentur, devastarentur, perderentur vel morerentur 
in ipsa cavalcata debeant dicti equi emendari per comune Venetia- 
rum, et lucrnm quod facient centra inimicos sit illorum qui equita- 
bunt exceptis terris et locis qui debeant esse comunis Venetiarum. 
Si vero equitabunt ad eorum postam et non ad postam comunis lu- 
crum quod facient tam de personis quam de rebus sit illorum qui 
equitabunt exceptis locis et terris qui etiam in hoc casu sint comu- 
nis Venetiarum, ita tamen quod nichil causa silicet quando equita- 
bunt ad postam suam non debeant eis emendari equi qui magagna- 
rentur, perderentur, seu morerentur in dieta cavalcata, et quando 
equitabunt debeat fieri publicum instrumentum vel alia cautela et 
notificatio ante quam equitent utrum equitent ad suam postam, vel 
comunis Venetiarum, ut sciatur quid debeat observari in utroque 
casuum predictorum. 

Item, de captivis quos capiente dicti stipendiarii, et de pagis 
duplis et mense completo debeat observari illud quod comuniter ob- 
servatur per comunitates et dominos Ytalie, de magnis autem do- 
minis et notabilibus personis que caperentur, debeat observari an- 
tiqua consuetudo comunis Venetiarum ab utraque parte silicet ipsius 
comunis Venetiarum et dictorum stipendiariorum. 

Item, quod quilibet equus debeat extimari et bullari sicut iuste 
valuerit, et de dieta extimatione deducatur tertium, et de eo quod 
restabìt ponatur pretium dicti equi in facto emende, que extimatio 
fieri debeat per illos qui ad hoc per comune Venetiarum fuerint de- 
putati, et roncini etiam scribantur et bullentur. 



Digitized by 



Google 



28 

Item, quod prcdicti Comes Herthemanus, Arnoldus, et omnes 
alii comestabiles, caporales et socii eoruro, cuoi eoramequÌB et ron- 
cinis, debeant et teneantur a die inceptionis firme sue predicte equi- 
tare et accedere quocunqoe ipsis omnibus simul, sive parti ipsorum 
iniunctum vel mandatum fuerit et ordinatum per dictos domiuos 
ambaxatores vel alios deputatos vel deputandos a comuni Venetìa- 
rum, et quod dicti stipendiarli prosequantur viam snam quanto ve- 
locius et melius poterunt et teneantur facere primam monstrani eo- 
rum cum erunt in Tarvisio, vel districtu eius, se alibi, ubicunque 
dicto comuni Venetiarum vel eius offitialis placuerit, sino armis et 
com armis prout ab ipsis offìtialibus fuerint requisiti. Et omnes 
equi et roncini et equitatores, quos presentabunt ad dictam mon- 
stram, et qui approbabuntur per deputatos ad hoc per comune Ve- 
netiarum prò bonis et suffìcientibus debeant incipere et incipisse et 
habere stipendium supradicto quarto die octubris, Illi vero qui non 
erunt approbati prò bonis et suffìcientibus non debeant nec intelli- 
gantur lucrasse nec lucrent soldum donec meliorabitur dictus equus 
vel roncinus qui non fuerit approbatus prò sufficienti quem meliorare 
teneantur infra iiium termiaum qui videbitur illis qui ad predicta 
fuerint deputati, et facta monstra predicta, debeat eis fieri pagam 
de mensibus duobus in qua debeant computari et deduci illi centum 
ducati quos predicti domini mutuaverunt prò banderia qualibet dic- 
torum stipendiariorum, et si plus mutuaveriut alieni plus deducatur 
in paga illorum qui plus receperunt, et quod teneantur facere mon- 
stram suam totiens, sine armis et cum armis, quotiens erunt requi- 
siti per comune Venetiarum vel per deputatos ab eo, et in omni 
loco ubi dictum comune, vel deputati voluerint, Et a predictis duo- 
bus mensibus in antea fiat ei paga de mense in mensibus {sic) donec 
duraverit firma eorum postquam serviverint diebus XV iilius men- 
sis quo pagam debent recipere. 

Item, quod finita firma eorum si comune Venetiarum ipsos 
stipendiarios amplius volaerit ad suum servitium retinere teneantur 
sub debito iuramenti recedere de eius dominio et districtu infra dies 
quindecim proximos ab exitu diete firme, et interim non debeant 
damnificare dictum comune Venetiarum vel eius subditos et amicos, 
nec venire centra dictum comune vel eius subditos a die qua com- 
pleverint firmam suam usque ad menses duos, et etiam durante 
firma eorum non debeant tractarc aliqua queessent vel esse possent 
centra comune Venetiarum, ymo si presentirent quod aliqua tracta- 
rentur per aliquos quanto citius poterunt hoc eidem comuni seu 



Digitized by 



Google 



29 

eius capitaneo vel offitialibus notificabunt. Et hoc boDa fide sine 
fraode iurent attendere et inviolabiliter observare, Et predicti am- 
baxatores versa vice promiserunt quod dominus dux et comuDe Ve- 
netiarum finita eorum firma, procurabunt iuxta posse et sine fraudo 
qnod predicti stipendiarii habeant liberum transitum ad partes Ro- 
mandiole vel Lombardie sicut melios poterunt obtinere, ita quod 
esse possint in eorum pristina libertate, promittentibus ipsìs et iu- 
rantibus de non oflFendendo aliquos eorum subditos vel amicos per 
quorum territoria et dominia transirent et emendare damna si qua 
eis vel alieni eorum inferrent. 

Si vero dominus dux et comune Venetiarum prefatos stipendia- 
rios completa eorum firma eos ulterius retinere voluerit ad suum 
servitium et stipendium debeat dictus dominus dux et comune Ve- 
netiarum vel deputati ab eis notificare eisdem stìpendiariis XV die- 
bus ante complementum firme predicte si eos amplius voluerit ad 
suum servitium retinere completa dieta firma, teneantur iidem sti- 
pendiarij prò ilio stipendio quod ab aliis habere poterunt potius esso 
ad servitium dicti domini ducis et comunis Venetiarum quam ali- 
cuius alterius persone de mundo. 

Item, quod predicti stipendiarii non debeant resignare vel pre- 
sentare aliquem roncinum equum vel hominem plus vel alibi quam 
sub una banderia, Et si aliquis stipendiarius vel equus resignabi- 
tur vel presentabitur plus quam sub una banderia, sit omnino cas- 
sus et privatus a stipendio, et perdat soldum quod debet recipere, 
nec possit talis homo vel equus habere amplius soldum comunis Ve- 
netiarum, nec aliquis comestabilis scìenter eum teneat sub vinculo 
sacramenti, Et similem penam paciatur quicunque equus vel homo 
qui acomodaretur alieni ad faciendum presentari vel scribi sub alia 
banderia quam sub ca qua scriptus fuerit. 

Item, quod si pedites erunt cum equitibus quando equitabunt, 
ipsi pedites habere debeant de lucro parte m suam sicut consueti sunt 
habere in aliis partibus. 

Item, quod si aliqui equi, magagnarentur vel morirentur in via 
eundo de Ravena usque Trivisana debeant dicti equi emendari, facta 
legitima probatione per tres testes ydoneos tam de extimatione dicti 
equi quam de morte ipsius, et etiam accepto sacramento ab ilio cu- 
ius fuerit equus prodictus de extimatione predicta et morte seu de- 
vastatione ipsius et debeat de dieta extimatione facta deduci tertium 
extimatum in facto emende 

Item, quod si aliqui equites equitabunt de mandato domini du- 



Digitized by 



Google 



80 

cis vel sui capitanei vel suoruui offitialium ad aliquam terram vel 
aliquod castrum dorniui ducis et ibi aliquis magagnaretur vel mo- 
riretur ita quod de ipso deberet fieri emenda, possit ille cuius fuerit 
dictus eqaus facere suas probationes de morte dicti equi vel siuistro 
sibi occurso coram potestate rectore vel offitiali illius loci, qui ibi 
fuerit prò comuni Venetiarum et illas probationes postea presentare 
offitialibus deputatis super emendìs. 

Item, quod in fatiendo emendas equorum qui devastarentnr vel 
morirentur, servetur modus consuetum observari per comune Ve- 
netiarum. 

Item, quod supradicti trecenti pedites habere debeant de sti- 
pendio, ballistary libr. decem parvorum prò quolibet, et pavesarii li- 
bras octo parvorum in mense, et fiat eis paga de mensibus duobus, 
deducendo et computando in predicta prima paga omnes denarios 
qui fuissent eis mutuati, et fìat eis firma de tribus sicut dictum est 
de equitibus, ita tamen quod in quolibet banderia dictorum peditum 
sint ad minus duodecim vel saltim octo boni ballistary cum bonis 
baìlistis et aliis armis necessariis, et alii pedites etiam habeant arma 
necessaria. Et quod dicti pedites teueantur omnes et pars eorum 
simul et divisim ire stare et redire inomnem partem et coram quas- 
cunque personas de mundo sicut et quando per comune Venetiarum 
vel deputatos ab eo fuerit ordinatum et iniunctum. Et iurare in 
raanibus domini ducis vel deputatorum ab eo, quod fideliter et le- 
galiter procurabunt et facient honorem comunis Venetiarum. Et 
quod comestabiles erunt fideiussores prò suis sociis, et quod quilibet 
comestabiliura dabunt bonos fideiussores tam prò pagis quos reci- 
pient, quam prò quibuscnnque aliis que comitterent centra comune 
Venetiarum secundum quod comune Venetiarum consuetum est ac- 
cipere ab aliis suis peditibus. Et quod etiam dicti comestabiles et 
sotii sui teneantur promittere et facere omnia alia que promittunt et 
fatiunt alii stipeudiarii pedites comunis Venetiarum. 

Item, si aliquid dubium vel obscuritas appareret in capitulis 
suprascriptis debeant de plano et equo recipere bonam interpreta- 
tionem sine aliqua fraude seu machinatione mali. 

Item, prefati domini Hermolaus Venerio et lohannes Geno, am- 
baxatores et nuntii spetiales prefati domini ducis et comunis Vene- 
tiarum promittunt et iurant ad sancta Dei evangelia tactis scriptu- 
ris vice et nomine dicti domini ducis, et comunis Venetiarum quod 
predicta pacta, et omnia et singula promissa in dictis capitulis ob- 
servabuntur ratificabuntnr et acceptabuntur dictis stipendiariis per 



Digitized by 



Google 



31 

dìctum dominum ducem et cornane Venetiaruin, Et e converso pre- 
fati dominas Àrtberoanus Comes, et Àrnoldus, et omnes et singuli 
infrascripti comestabiles prò se ipsis ac vice et nomine omnium et 
singalorum caporalium ac sociorum suorum, ac etiam prò supradic- 
tis trecentis peditibus promittunt et iurant ad sancta Dei evangelia 
tactis scriptaris et more solito teuthonicorum digitis erectis omnia 
et singula pacta suprascripta legaliter et fideliter et ad plenum ob- 
servare et in nullo contrafacere vel venire, In quorum omnium pro- 
missorum et fidem pleniorem, sigilla predictorum ambaxatorum ex 
una parte et predictorum dominorum comitis Hertbemani et Arnoldi, 
ac omnium infrascriptorumcomestabilium inferius sunt impressa (1). 
Àctum et datum Raven^ in domibus magnifici domini domini 
Bernardini de Pollenta, anno domini millesimo trecentesimo quin- 
quagesimo sexto Indictione nona, die decimo mensis octubris. 

COMMKMORIALl» V, C. 80 t.® C Segg:. 

II. 

1356. In Christi nomine die veneris quarto novembris. Verone 
in guaita Sancte Marie Antique, in curtivo palacii magnifici et po- 
tentis domini domini Canis Grandis de la 8calla presens Marco filio 
Bernardi de Venetiis de Sancto Michaele ad Portam, Petro filio Gui- 
doti de Saliate de Sancto Matheo cum cortivis, Bartholomeo quon- 
dam domini Verii qui Cignana dicebatur de Falsurgo, Silvestro filio 
magistri Jacobi a Ballestris de Sancta Eufemia et Benesuto quon- 
dam Priami de Insule inferiori veronensibus testibus et aliis ad hec 
specialiter convocatis et rogatis. Ibique nobilis miles dominus Ar- 
themanus comes de Vuarestayn, Arnoldus de Crichembach prò se 
et nomine omnium et singulorum infrascriptorum comestabilium 
tam equitum quam peditum, et etiam caporalium quorum nomina 
sunt ista, videlicet Nicolaus de Lindoro, Rodulfus Branber, RuflFus 
de Vuelecb, dominus Petrus Portenarius miles, Nicoletus Mulil, 
Henricus Portenarius, Guillielmus de Sponges, dominus Petrus de 
Bronbach miles, Johannes Zobel, Henrichus Meldecber, Conradus 
Cherbez, Johannes de Liebestayn, Gerardus de Mulnare, Guilliel- 



(1) Manca la lista dei nomi dei Comestabili. Questi stessi Patti di condottu 
poi sono trascritti in una carta sciolta intitolata: Pacta habita cum Gomita Hert- 
mano — Respice in Comemorialibus. — Non porta sug^gello alcuno. V. Pacfa 
iSecreta) Senato V - C.a Serie I. Busta 10. N » 207. 



Digitized by 



Google 



32 

mus de Guifusen, Conradu8 Buffe! socij, Vallerianus de Bulmerich, 
Ugus de Bach et Henricus de Bruci socij, Henechiuus de Caldcn- 
charchen, Henechinus de Mez, Nicolaus Ouren, Tanus de A([uavianH 
(Aquaviva?), Johannes Viller, Henricus Verer, Herbrandus de Leye, 
Johannes Trisach, Gerardus de Ode, Henechinus de Ode, France- 
schinus de Lendersdorf, Henechinus de Vuancher, Gebellinus de 
Crichembech, Raynaldus de Vlodorf, Johannes de Ci vitate, Luffus 
de Boczechym, Marcholfus de Diez, Bechi nus de Cairestrnii, Hene- 
chinus de Bruch, Gerlachus de Durey, Guillielmus de Bruch socij, 
Henricus de Flormont equites, Bartholomeus de Ferraria, Michael 
de Bononia, Cicharellus de Perusio, Bartholoraeus de Bonouia, fc- 
cerunt, coustituerunt et ordinaverunfc dictum Johanneiii Bridins- 
chach de Tremonia, Johannem de Cij^itate et Herbrandum de Leye 
ibi presentes et sponte mandatum suscipientes et queiulibet ipsorum 
in solidura, ita quod occupautis conditio potior non existat, Kt quid- 
quid inceptum fuerit per unum per alium possit prosequi et finiri, suos 
et cuiuslibet predictorura aliorum nominatorum nuntios, sindicos et 
procuratores ad comparendum corani Inclito domino domino duce et 
comuni Venetiarum, seu coram procuratoribus seu coram aliis qui- 
buscunque offitialibus dicti oomunis Venetiarum, ordinariis, delega- 
tis et subdelegatis seu omnibus quibuscunque, quibus ius competie- 
rit comparendi. Ad petendum, recipienduui, exigendum et rcqui- 
rendum, omnes eorum et cuiuslibet eorum, quorum nomine dicti 
procuratores constituti sunt, pagas et meudas equorum, et genera- 
liter omne et totum id, quod ipsis et cuilibet eorum debetur per 
comune Venetiarum et a dicto comune Venetiarum, seu ab agenti- 
bus et fatientibus prò ipso comune Venetiarum de gratia et de iure, 
et quacunque ratione, iure modo vel causa tara cum cartis quam 
sine cartis, et modis aliis quibuscunque, pacta promissas et stipu- 
latas, facta et facte, Removendum et revocandum, et de novo fa- 
tiendum et transigendum, componendunj, pacisccndura, compromit- 
tendum super omnibus et singulis quibuscunque uegotiis que inter 
dictum dominum ducem, procuratores et alios quoscuuque offitiales 
dicti comunis Venetiarum, prò ipso comuni Venetiarum, et ipsum 
et comune Venetiarum ex una parte, et omnes et singulos prcdictos 
supranominatos ex altera occurrercntur et esse pateretur. Et ad 
clamandum sibi fere solutum et satisfactum de omui et toto co, 
quod receperunt a dicto domino duce seu a dictis procuratoribus seu 
a dicto comune Venetiarum seu ab aliis quibuscunque personìs a- 
gentibus fatientibus solventibus et satisfacieutibus prò dicto c-omoni 



Digitized by 



Google 



33 

Venetiarum, £t eisdem cartam solutioois, liberationia et aecuritatia 
fatiendum. Et ad liberandum per aquilianam stipulacionem legitime 
subsequentem, Et per pactum de ulterius non petendo, et omni alio 
modo jare forma et causa quibus melius fieri potest dominum ducem 
et cornane Veaetiarum, procaratores dicti comunis Venetiarum et 
omnes et singulas personas dicti comuuis Venetiarum et earum rea 
et mercadantias, ab omni obligatione qua obligati essent, predictis 
omnibus et singulis suprascriptis personis quacunque ratione vel 
causa. Dautes et concedentes dicti dominus Arthemanus et Arnol- 
dus prò se ipsis et nomine etiam et vice omnium aliorum suprano- 
minatorum dictis saia procuratoribus ibi presentibos et recipienti- 
bus et cuilibet eorum in solidum plenum, liberum et generale man- 
datum, cum piena libera et generali administratione potestatem et 
bayliam dicendi, fatiendi, opperandi et exercendi quemadmodnm 
omnes predicti simul, separatim et divisim et quilibet prò se facere 
posset si personaliter interesset, etiam si talia forent in quibus man- 
datum exigerit spetiale. Ac si de predictia talìbus in presenti in* 
strumento procurationis facta foret mentio spetiallis. Promittentes 
predicti dominus Arthemanus et Arnoldus prò se ipsis et nomine et 
vice omnium predictorum aliorum suprascriptorum, predictis suis 
procuratoribus et cuilibet eorum per se solemni stipulatione, et mi- 
chi etiam notarlo infrascripto, tamquam persone publice stipulanti 
et recipienti nomine et vice omnium illorum quorum interest vel 
interesse posset. Atque juraverunt corporftliter ad sancta Dei evan* 
golia manibus tactis scripturis se firmum ratum et gratum habere 
et tenere quidquid per dictos eorum procuratores seu alterum eo- 
rum, dictum gestum et factum foerit in predictis et super predictis, 
et occasione predictorum, et ab hiis etiam dependentibus coerenti- 
bns et connexis. Et eis non contrafacere vel venire per se vel alium, 
nec contrafacienti vel venienti consentire aliqua ratione vel causa 
de jure vel de facto. Insuper dicti domini Arthemanus et Arnoldus 
prò se et ipsis, et nomine etiam et vice omnium predictorum alio- 
rum suprascriptorum, volentes dictos suos procuratores relevare ab 
omni onere satisdationis prò dictis suis procuratoribus se constitue- 
runt fideiussorea, Et promiserunt judicatu solvi in omnibus suis 
clausulis^ et prò hiis omnibus singulis suprascriptis attendendia et 
obaervandis dicti domini Arthemanus et Arnoldus obligaverunt mi- 
chi notarlo infrascripto, tamquam persone publice stipulanti et re- 
cipienti nomine et vice omnium illorum quorum interest vel inte- 
resse posset omnia eorum et cuinslibet eorum bona mobilia et im- 

3 



Digitized by 



Google 



34 

mobilia presentia et futura, et ea etiam que de generali obligatione 
tacite sunt excepta. 

Anno Domini MCCCLVJ Indictione nona. 

Ego Gabriel notarius filius quondam domini Benevenuti ludicis 
a Falcibus de Sancta Heufemia hiis omnibus interfui, et rogato» 
scribere scripsi. 

Pacta [Secreia] Seuato \' - C * Serie I, Busta 10, Num 206. 

III. 

o e (» 

1356. M . Ili LVJ mense novembris die XVJ." Indictione !.• 
Veneciis in platea Sancti Marci apud portam maìorem diete ecclesie 
Sancti Marci, presentibus nobilibus viris dominis Benedicto Emo de 
centrata S. Marine de Venetiis, Jacobo de Lege de centrata S. Jo- 
hannis Novi, et Nicoleto Delphyno filio quondam domini Marci de 
centrata Sancti Moysis testibus ad hec specialiter vocatis et rogatis, 
et aliis. Nobiles et sapientes viri domini Bernardus Justiniano ho- 
norabilis procurator Sancti Marci, Johannes Contareno de centrata 
Sancti Johannis Novi et Johannes Mozenigo, Capita Consilii Sapiens 
tium Gomunis Venetiarum, ad hoc de mandato domini ducis et sai 
Consilii deputati, protestati fuerunt contra et adversus magistrum 
Jobannem de Bredenscheyd, Herbrandum de Leje et Johannem de 
Civitad sindicos procuratores et nuncios domini Comitis Hartemani 
et omnium et singulorum comestabilium et caporalium gentis et se- 
quelle dicti Comitis in hac forma videlicet, Quod cum per dictos 
magistrum Johannem, Herbrandum et Johannem fuisset data que- 
dam peticio in scriptis per quam petebant nomine omnium de se- 
quella predicta a diete domino duce et comune Venetiarum ^ ^^ 
renos tam prò complemento solutionis unius mensis prò paga om- 
nium de ipsa sequella, tam etiam prò emendis omnium equorum 
amissorum a tempore quo recesserunt de Ravena et spetialiter in 
rupta data in vicentino districtu per Hungaros prefato comiti et 
gentibus sequele sue, dieta eorum peticio non videbatur prefatts 
dominis Capitibus Consilii racionabilis, ordinata nec insta, cum 
non fieret per ipsam iUa distinctio que fieri debebat, videlicet de 
quantitate quam petebant prò complemento solucionis mensis, et 
de quantitate quam petebant prò emendis, et maxime prò eo quod 
multi scilicet singulatim prò se comparebant coram dictis dominis 
petentes satiafactionem de eo quod eos tangebat prò parte sua, tam 
prò complemento page quam et prò emendis equorum suorum, et 



Digitized by 



Google 



35 
multi etiam essent capti quibus rationabiliter non poterunt facere 
finem et qaietatioDes seu secnritates, et non nulli etiam fuerunt qui 
culpa et deffectu ac inordinacione et negligencia sua non se redu- 
xerant ad arma nec uUam resistenciam fecerant seu defensionem 
centra inimicos, ob quorum deffectum et negligenciam vere dici 
potest quod secuta fuit rupta predicta, ex quibus omnibus causis et 
condictionibus suprascriptis non erat racionabilis, iusta neque ordi- 
nata peticio predicta per ipsius Comitis nuncios porrecta ut est, , 
Nichilominus predicti domini nomine prefati domini ducis et comu- 
nis Venetiarum offerebant, ne posset dici per aliquem quod vellent 
de jure alieni deflScere, quod erant parati quod per aliquam comu- 
nem personam seu per aliquem comunem dominum vel amicum co- 

gnosceretur et determinaretur super peticione ., 

Subiungentes quod si dictus comes Hertemanus cum gente sua 
vellet venire et esse ad servicium dominationis prout tenebatur 
ex vigore pactorum habitorum cum ipso quum fuit acceptus ad 
soldum et servicium dominacionis predicte, prefati domini nomine 
eìusdem dominacionis offerebant sibi integraliter suas facere ra- 
ciones, et concludentes quod ex nunc protestabantur et sic vole- 
bant fieri per me Stepbanum Ziera Imperiali auctoritate notarium, 
quod centra ipsum dominum Comitem et gentes predicte sue se- 
quelle intendebant uti jure suo suo loco et tempore, et de omni dam- 
pno et interesse quod exinde ipsi domino duci et comuni Venetia- 
rum secutus esset seu in posterum sequerentur. Ad que omnia su- 
pradicta prefati magister Johannes, Herbrandus et Johannes de Gi- 
vitad procuratores et nuncii prefati domini comitis Hertemani re- 
sponderunt similiter protestantes quod sua peticio erat iusta et eam 
faciebant non solum ex parte omnium sed etiam singnlorum qui 
fuerant cum dicto comite vigore instrumenti procurane et sindica- 
tus quod habebant et produxerant, et quod propter dampnum et ex 
necessitate vivendi ipse comes cum gente que remanserat iverat ad 
servicium aliorum scilicet dominorum Mediolani, et quod ipse Co- 
mes uteretur etiam jure suo, ut de jure expediret et uti posset, re- 
quirentes m& notarium infrascriptum ut eciam de huìusmodi sua 
responsione et protestatione si expediret debeam publicum conficere 
instrumentum. 

(Manca la firma del notaio). 

(Il foglio soprascritto contiene la seguente piccola scheda) : 



Digitized by 



Google 



36 

Dominus Johannes de Bredenscheyd, Herbrandas de Leye et 
Johannes de Civitade sindici procuratores et nuncii specialis Gomi- 
tis Hartmanni et omnium et singulorum constabilinm et corporalium 
conductorum ad stipendinm comnnis Yen^ciarum in Bavena per do* 
minos Hermolaum et Johanninum, petont complementum solucionis 
sive page prò ano mense, in qoa paga dedacantur C. ducati prestiti 
prò qualibet banderia, XXXVIIIJ banderiarum et omne id quod es- 
set plus prestitum cuicumque de dieta gente. 

Item petunt emendas omnium equorum predictorum a tempore 
quo recesserunt de Ravenna et specialiter iUorum qui fuerunt per- 
diti eo die quo fuerunt conflicti ab inimicis, quos dicunt esse ultra 
quingentos ad grossam rationem, et quodam comuni et grossa esti- 
macione tam complementum mensis quam emendationes credunt 
esse 3j florenos. 

Item offerunt, quod satisfacto eis de paga et emendis de quibus 
omnibus hunc plenam anctoritatem concordandi et concludendi fa- 
cient plenam refutacionem dicto comuni Veneciarum prò omnibus 
et singulis constabilibns et corporalibus per cartam publicam et si 
de hoc dominacio Veneciarum non contentatur ad plenum mittat 
unum suum nuncium cum dictis procuratoribus Veronam ubi da- 
bunt sibi sigilla et iuramenta omnium de approbacione omnium 
gestorum per ipsos procuratores, et de piena quitacione et refuta- 
cione. 

Item in casu quod dominacio nollet satis&cere ut premittitur 
petunt pacta scripta in Ravenna eis dari sigillata sicut fuit promis- 
sum in Ravenna. 

Pacta {Secreta) Scoato V — C." Serie 1, BusU 10, Num. 208. 

IV. 

LlTTBRA COIIITI HbBTBHANI. 

1357. Ego vobis notifico et omnibus audientibus quod isti de 
fevenigis (?) (fevengis?) dicunt me plus recepisse quam feci. Et hoc 
eg^ testifico vobiscunque nunc et semper, Et peto quod scribatis de 
script urìs vestris unam litteram et de computatione quali ter ^^ re- 
cepì et quantum quia vos bene scitis totnm factum nostrum. Ego 
notifico vobis quod isti sunt banderia nostra, et quantum ego et isti 
qui receperunt pecuniam de illis feneicis habni XXXXX. Iste est 
primus conestabilis dominus Petrus de Brunbach recepit de pecunia 



Digitized by 



Google 



37 

qDÌnqQaginta florenos et Baffo de Neilj C. florenos et Johannes Cobec 
LX florenos, et Gerardns de Vnllennarbey L. florenos, et Ego Cen- 
tenarios qninqne florenornm, Et de illa pecunia Ego proponavi (sié) 
mareschalcho nostro GGC florenos, Et de illis V sicut scriptum est 
magister Johannes qui fuit Cancellarius noster CL florenos. Et 
quando socij mei fuerunt Clugia pedes mi banderie. Et qualìbet ban- 
deria XX florenos, et sociis meis fuerunt datos viginti et Centum 
florenos de illis favenigeusibus, post modum ipsi iverunt in Verona 
tDDc babuerunt necessitatem pecunie, Et ibi concessi fuerunt GCC 
florenos, et michi fuerunt dati de provisione mea CO florenos, non 
plns nec minus propter hoc Ego peto quod computetur quantum 
T08 habetis in scrìpturis unusve scribatis unam litteram Veneciis 
qoare ipsi infamaverunt me, quod Ego debebam plus recepisse 
qoam feci. 

Summa pecunie quinque millia florenorum et Centenarios sex 
florenornm et floreni XXX.* Et de istis sumiiiis pecunie est datus a 
qwdibet banderia floreni C. Et restant sedecim Centenarios flore- 
nornm michi superfluo, de quibus ego Comes Àrthemannus habui 
florenos CC de mea provisione, et de sua propinatone CC. Et Ar- 
noldns marescalcus CCC de sua propinatione, Et restant de istis 
sedecim Centenariis novem florenorum centenarios, que novem cen- 
tenarios sunt propter partita et prestatas inter suprascriptas ban- 
derìas. 

-i COMMEMORIALI, V, C. 1)1 t.» 

' 



1362. Sindicatus in personam Nicolai del Camino notar] duca- 
tns Veneciarum ad pacisiendum cum Cernite Arthemanno, et sibi 
donandum ducatos Su etc. 

In Christi nomine amen. Anno nativitatis eiusdem Millesimo 
u . LXJ.* indictione XIIIJ.' die XXI.® mensis Januarij. Cum alias 
Bgregiua mìles dominus Arthemanus de Warthstayn provincie Sva- 
^ tnperioris Alamanie, Comes. Et nobilis vir Arnoldus de Cri- 
chf mbeeh assumpti et conducti cum certa comitiva equitum et pe- 
ditom ad stipendium et servitium serenissimi et excelsi domini de- 
ntini Johannis Delpfajno Dei gratia incliti ducis Veneciarum seu 
Pfedecessoris eius, et Communis Veneciarum presertim ad resisten- 



Digitized by 



Google 



38 

dum Ungaris et exercitai Règis Ungane existenti in partibus Tar- 
Tisane, cam certis pactis et conventionibus initis Inter Syndicos et 
procuratores dicti domini dacis et comunis Veneciarum ex una par- 
te, et dictos dominum Arthemannum comitem et Arnolduin de Cri- 
chimbech prò eis et eorum comitiva ex altera, dam iam applicuis- 
sent Cam dieta comitiva partes Vicentini districtos prò enndo in 
Tarvisanam ad servitiom dicti domini dncis et comunis Venetiarum, 
supervenientibus Ungaris per ipsos Ungaros cum dieta comitiva 
equitum et peditum conflicti et in confiictum positi et prostrati fais- 
sent. Et dictos doa;iinas Arthemanus Comes diceret se et dictum 
dominum Arnoldum et dictam suam comitivam fuisse damnificatos 
a dictis Ungaris in dicto conflictu de equis suis et armis existenti- 
bus cum dieta sua comitiva, et propterea supplicaret dicto domino 
duci et comuni Venetiarum ut sibi de gratia et benignitate sua so- 
lita dignaretur aliquid elargiri, Serenissimus et excelsus dominus 
dux prefatus, una cum suis Consiliariis ad infrascripta omnia et 
singula plenam auctoritatem et potestatem habentibus ad souum 
campane more solito congregatis, et ipsi Gonsiliarij cum ipso domi- 
no Duce et ipsorum quilibet, unanimiter et concorditer, nemine di- 
screpante, prò se et ipsorum quolibet ac successoribus suis, ac no- 
mine et vice comunis universitatis et hominum civitatis Veneciarum 
et cuiuslibet ipsorum, fecerunt constituerunt et ordinaverunt suum 
certum nuncium syndicum et procuratorem factorem et negotiorum 
gestorem ac quicquid melius dici de iure et esse potest providum 
virum Nicolaum del Camino notarium ducatus Veneciarum presen- 
tem et volentem et huiusmodi mandatum sponte suscipientem, spe- 
cialiter ad donandum et ex speciali gratia et dono concedendum tra- 
dendum et numerandum nomine et vice dictorum domini ducis, co- 
munis universitatis et hominum civitatis Veneciarum, dicto domino 
Arthemanno comiti, nomine suo et dicti domini Arnoldiac comitive 
predicte et heredum et successorum suorum, recepturo ducatos auri 
Quatuorcentum prò refectioue dannorum omnium expensarum et 
interesse, que seu quas dicti dominus Arthemanus comes, Arnoldus 
et Comitiva predicta vel aliquis eorum substinuissent incurruisaent 
seu passi fuìssent in dicto conflictu, seu occasione dicti conflictus in 
personis vel rebus vel alio quocunque modo, si quod dannum expen- 
sas et interesse dicti domini Arthemanus Comes et Arnoldus, et Co- 
mitiva predicta vel aliquis eorum incurruissent substinuissent vel 
passi fuissent occasionibus supradictis. Item, ad recipiendum nomi- 
ne predicto a dicto domino Arthemano comite, nomine suo et no- 



Digitized by 



Google 



39 

minibus qaibtiB supra omnem coDfessionem et recognitionem ac re- 
ceptionem donationiB pecunie predicte, necnon renunciationem ex- 
ceptionem et iurium omnium suorum quibus supra et infrascripta 
venire posset quocunque modo. Item omnem finem remissionem 
quietationem et pactum de ulterius non petendo de omni eo et toto 
quod ipse dominus Àrthemanus Comes et dictus Àrnoldos ac comi- 
tiva predicta vel aliqais eorum omnium vel alicuius eorum nomine 
possent potere vel exigere a dicto domino duce et comuni Venecia- 
rum vel singularibus personis civitatis Veneciarum occasione dicto- 
rum dannorum expensarum et interesse. Item, omnem absolutionem 
et liberationem ab omni promissione conventione et pacto ac obbli- 
gatione iuris et facti, scriptis vel non scriptis, ullo tempore initis 
et firmatis inter partes predictas vel alios quoslibet eorum vel cu- 
iuslibet eorum nomine. Item ad recipiendum conventiones et pro- 
missiones a dicto domino Àrthemano Gomito cum obbligationibus 
realibus et personalibus et penarum adiectionibus, Quod ipse domi- 
nus Àrthemanus Comes vel eius heredes aut alius prò eo vel eius 
nomine, aut heredum et successorum eius nunquam movebunt vel 
moveri facient aliquam litem questionem vel controversiam, vel ali- 
quod dannum inferent vel dabunt vel inferri seu dari facient dictis 
domino duci et comuni ac bominibus civitatis Veneciarum vel ali- 
eni eorum, de iure vel de facto, in iudicio vel extra occasione dicto- 
rum pactorum conventionum obligationum vel stipulationum alias 
factorum et initorum ìnier partes predictas seu alias eorum nomino 
vel occasione dictorum dannorum expensarum et interesse predicto- 
rum, vel alicuius eorum, Et quod dictus dominus Àrthemanus Comes 
taliter et cum efifectu faciet et curabit, quod dictus dominus Arnol- 
dus et comitiva sua predicta et quilibei eorum, habebnnt rata firma 
et grata omnia et singula que fient et promittentur per dictum do- 
minum Àrthemanum comitem dicto syndico et procuratori recipienti 
nominibus quibus supra occasionibus suprascriptis, et qualibet ea- 
rum, et quod dictus dominus Arnoldus et comitiva sua predicta vel 
aliquis eorum vel sui vel alicuius eorum heredes nunquam movebunt 
vel moveri facient per se vel alium seu alios dictis domino duci comu- 
ni universitati et bominibus civitatis Veneciarum vel alieni eorum, 
litem questionem vel controversiam de iure vel de facto in iudicio vel 
extra nec etiam aliquod dannum inferent vel inferri facient dictis 
domino duci comuni universitati et bominibus civitatis Veneciarum 
vel alicui eorum occasione suprascrìptorum pactorum conventionum 
promìssionum obligationum vel stipulationum alias factorum inter 



Digitized by 



Google 



40 

partes predìctas vel elie eorom vice et nomine, nec occasione dicto- 
rnm dannorum expensarum vel interesse, vel alicuins eorum. Item 
quod predictns dominus Arthemanns Comes conservabit indennes 
predictos dominam dacem cornane nniversitatem et homines civita- 
tis Yeneciarum et quemlibet eoram ab omnibus et singulis ( — qoi 
finisce la facciata 99: e nel margine, in fondo, si legge: Non icribatur, 
f Vuol dir nuUaJ — ) supradictis pactis promissionibus obligationibas 
et conventionibns, litibns qoestionibns controversiis etdannis et quo- 
libet eorum, expensis propriis dicti domini Artbemani Comitìs et 
beredum ac snccessorum soorum, cnm refectione et rasartione om- 
nium dannorum expensarum et interesse que dictus dominus dux 
comune et singulares persone civitatis Yeneciarum vel aliquis eorum 
Tel alicuius eorum nomine paterentur vel in futurum patientur, oc- 
casionibns supradictis, vel aliqua earum. Item, quod predictis omni- 
bus et singulis ac dependentibus et connexis instrumenta et cartas 
rogandum et recipiendum cum illis provisionibus conventiouibus, 
stipulationibns, penis, penarum adiectionibus, et obligationibus rea- 
libus et personalibus, que dicto procuratori et sindico prò utilitate 
dicti domini ducis et comunis ac singularium personarum civitatis 
Yeneciarum videbuutur. Et generaliter ad omnia alia et singula fa- 
ciendum et procurandum, que in predictis et ipsorum quolibet, ac 
dependentibus et connexis utilia et necessaria fuerint vel dicto pro- 
curatori et sindico videbuntur. Dantes et concedentes dicto eorum 
syndico et procuratori in predictis et ipsorum quolibet plenum libe- 
rum et generale mandatum cum piena libera et generale admini- 
stratione et potestate in premissis et quolibet eorum. Et promitten- 
tes babere rata et firma quecunque dictus eorum syndicus et procu- 
rator, in premissis et eorum quolibet fecerit et procura verit, et non 
contrafacere vel venire uUo modo vel forma sub obligatione et ypo- 
teca omnium bonorum dicti comunis Yenetiarum. Actum Yenetite 
in Cancelleria ducatus Yeneciarum, Presentibns Sapiente Viro do- 
mino Benintendi de Ravignanis ducatus et comunis Yeneciarum 
Cancellarius, et providis viris Ser Amadio de Bonguadagnis, et Ser 
Petro quondam Ser Jacobini notarii dicti ducatus testtbus vocatis 
et rogatis, in quorum omnium, etc. 

E^ Nicolaus de Pharizeis notar ius, etc. 

Commemori MI, VI, e 99 e 99 t .• 



Digitized by 



Google 



41 

VI. 

c. 
1362. Insirnmentum donationis et namerationis ducatorum IIIJ 

auri facte per providam viram Nicolaum del Camino Notarium Syn- 
dicam domini docis et comnnis Veneciarnm, egregio viro domino Àr- 
themano Gomiti snprascripto, occasione certoram dannorum que di- 
ctus dominus Arthemanna dicebat se passnm fnisse simul cum comiti* 
▼a sua in partibns Vicentinis dnm veniret cum dieta gente sive comi- 
tiva ad servitium ducalis dominii, et absolutionis et liberationis, etc. 

In Christi nomine Amen. Anno nativitatis eiusdem MCCCLXJ<* 
indictione XIIIJ* die XXJ<* mensis Januarii. Cum alias Egregius 
miles dominus Arthemanus de Wartbstayn, provincie Swavie Su- 
perioris Alemanie Comes, Et nobilis vir Arnoldus de Cricbimbech, 
assumpti et conducti fuissent cum certa comitiva equitum et pe- 
ditum ad stipendium et servitium serenissimi et excelsi domini do- 
mini lohannis Delpfayno Dei gratia incliti dncis Yenetiarum, vei 
eius predecessoris et comunis Yeneciarum, et presertim ad resi- 
stendum Ungaris et exercitui Regis Ungarie existenti in partibus 
Tarvisane cum certis pactis et conventionibus initis inter syndicos 
et procuratores dicti domini ducis et comunis Yeneciarum ex una 
parte et dictos dominum Arthemanum Comitem et Arnoldum de 
Cricbimbech prò eis et eorum comitiva ex altera, et dum dieta co- 
mitiva, sive equìtes et pedites dictorum dominorum Arthemani et 
Arnoldi iam applicuisset partes Yicentini districtus prò eundo in 
Tarvisanam ad servitium dicti domini ducis et comunis Yenetia- 
rum supervenientibus Ungaris per ipsos Ungaros conflicta et in con- 
flictum posìta et prostracta fuisset, Et dictus dominus Arthemanus 
Comes diceret se et dictum dominum Arnoldum et dictam suam co- 
raitivam fnisse dannificatos a dictis Ungaris in dicto conflictu de cer- 
tis equis suis et armis existentibus cum dieta sua comitiva, et pro- 
pterea rogaret et supplicaret dicto domino duci et comuni Yenecia- 
rum ut sibi de gratia et benignitate sua solita dignaretur aliquid 
elargiri prò se comite Arthemano et dicto domino Arnoldo, et comi- 
tiva sua predicta occasionibus supradictis, Idcirco providus vir Ni- 
colaus del Camino notarius ducatus Yeneciarum syndicus et procu- 
rator ac sindicario et procuratorio nomine prefati domini ducis prout 
patet publico instrumento sindicatus hodie per me Nicolaum nota- 
rium infrascriptnm rogato et scripto, prò dicto domino duce comuni 



Digitized by 



Google 



42 

universitate et hominibus civitatis Veneciarom et nomine et vice 
dictorutn domini ducis comunis universi tatis et hominum civitatis 
Veneciarum de speciali gratia et ex dono, dedit tradidit concessit et 
numeravit dicto domino Artbemano Corniti, nomine suo ac dicti 
domini Aruoldi et Comitive predicte recipienti, et heredum et sue- 
cessorum suorum ; ducatos auri Quatuorcentum boni et iusti ponde- 
ris prò refectione omnium dannorum expensarum et interesse quo 
seu quas dicti domini Àrthemanus comes et Arnoldus et comitiva 
sua predicta vel aliquis eorum substinuissent incurruissent vel passi 
fuissent in dicto conflictu seu occasione dicti confiictus in personis 
vel rebus, vel alio quocunque modo, si quod dannum expensas et 
interesse dicti dominus Àrthemanus comes et Arnoldus ac comitiva 
sua predicta vel aliquis eorum incurruissent, substinuissent vel pas- 
si fuissent occasionibus suprascriptis. (Qui di nuovo si leggo in mar- 
gine: Non scribatur). Quos ducatos auri nù dictus dominus Àrthe- 
manus Comes nomine suo et heredum et successorum suorum ac no- 
mine et vice dicti domini Arnoldi ac sociorum et comitive predicte 
recognovit ac contentus et confessus fuit sponte et ex certa scientia 
et non per errorem manualiter habuisse et recepisse ex dono et gra- 
tia speciali, ac sibi uumeratos, donatos et generose concessos fuisse 
a dicto Nicolao del Camino syndico et procuratore predicto nume- 
rante dante et tradente nomine et vice dìctorum domini ducis et 
comunis Veneciarum ac universarum et singularum personarum diete 
civitatis Veneciarum, Kenuncians sponte et ex certa scientia, non 
per errorem, exceptioni non habite non recepte et non sibi numerate 
diete pecunie quantitatis speique future numerationis non sic cele- 
brat contractus vel aliter fuisse dictum quam factum actioni et ex- 
ceptioni doli mali et in factum conditioni sive causa et ex iniusta 
causa, et omni alio beneficio, et legum, statutorum et consuetudinis 
auxilio quibus posset veniri centra predicta vel aliquod predictorum. 
Et propterea ipso dominus Àrthemanus Comes nomine suo et nomi- 
nibus quibus supra fecit dicto Nicolao Syndico et procuratori pre- 
senti et recipienti nomine quo supra finem quietationem ac remis- 
sionem et pactum de ulterius. non potendo de omni eo et toto 
quod ipso comes Àrthemanus et dominus Arnoldus et comitiva sua 
predicta vel aliquis eorum omnium eorum vel alicuius eorum nomi- 
ne possent potere vel exigere a dicto domino duce comuni universi- 
tate vel singularibus personis civitatis Veneciarum occasione dicto- 
rum dannorum expensarum vd interesse et per solennem stipulatio- 
nem bine inde intervenientem et acceptabatur immediate subsequen- 



Digitized by 



Google 



43 

tem, ìpse dominas Arthemanus Comes nomine suo predicto ac he- 
redam et saccessorum suorom et nominibas qnibiis snpra, quietavit 
liberavit et absolvit dictum Nicolaam procuratorem et syndicum 
predictnm prò se stipulantem et reoipientem nomine et vice ac ad 
utilitatem dictoram domini docis comunis universitatis et bominum 
et singularùm personarnm civitatis Venetiarum ab omni promissione 
Qonventione pacto et obligatione iuris et facti, scriptis vel non scrip- 
tis, allo tempore inita vel firmata inter dictum dominum docem et 
Comune Veneciarum vel eorum syndicos et procaratores, vel alium 
sea alios nomine dictorum domini dncis et comunis Veneciarum ex 
una parte, et dictos dominos Arthemanum Comitem et Arnoldum 
prò se et eorum societate et comitiva ex altera, Cum speciali pacto 
promittens per se et successores suos de nunquam aliquid potendo 
vel peti faciendo nec inquietando vel molestando per se vel alium, 
de iure vel de facto seu litem, causam et controversiam movendo 
dictis domino duci et comuni Veneciarum vel singularibus personis 
ducatus et comunis Veneciarum occasione predictorutn vel alicuius 
eorumdem. Item promisit dictus dominus Arthemanus comes per se 
et suos heredes et successores per solemnem stipulationem dicto Ni- 
colao syndico et procuratori ut supra stipulanti et recipienti nomi-' 
nibus quibus supra et michi notario infrascripto stipulanti et reci- 
pienti nomine et vice dictorum domini ducis et comunis et bomi- 
num Veneciarum, Quod ipso dominus Arthemanus comes vel alius 
prò eo vel eius nomine vel beredum vel successorum suorum nun- 
quam movebit vel moveri faciet aliquam litem questionem vel con- 
troversiam vel aliquod danno m inferet vel dabit, vel inferri seu dari 
faciet dictis domino duci comuni et hominibus civitatis Veneciarum 
vel alicoi eorum de iure vel de facto, in iudicio vel extra, occasione 
dictorum pactorum, conventionum obligationum vel stipulationum 
alias factorum inter dictos dominum ducem comune et.homines ci- 
vitatis Veneciarum, seu alios eorum vel alicuius eorum nomine ex 
una parte, et dictos dominum Arthemanum comitem, et Arnoldum 
et dictam eorum comitivam vel aliquem vel alium seu alios eorum 
vel alicuius eorum nomine ex altera, vel occasione dannorum, ex- 
pensarum et interesse predictorum, vel alicuius eorum, Et se Ar- 
themanum Comitem taliter et cum efifectu facturum et curaturum, 
quod dictus dominus Arnoldus et sua Comitiva predicta vel aliquis 
eorum vel sui, vel alicuius eorum heredes nunquam movebunt vel 
moveri facient per se vel alium seu alios dictis domino duci comuni 
et hominibus civitatis Veneciarum vel alieni eorum litem questio- 



Digitized by 



Google 



44 

Dem vel coniroyersiam de inre yel de facto in iudicio vel extra, nee 
etiam aliquod dannum inferent dictis domina daci comuni et borni- 
niboa civitatis Veneciaram vel alieni eorum occasione euprascrìpto- 
rum pactornm qneationnm promissionom obligationnm Tel stiptila- 
tionum alias factoram et factarum inter dictos dominnm ducem co- 
mune et homines civitatis Veneciarum vel alium seu alios eorum vel 
alieni QS eorum nomine ex una parte et dictum dominum Artbema- 
num Comitem et Arnoldum, et dictam eorum comitivam vel aliqoem 
eorum vel alium seu alios eorum seu alicuius eorum nomine ex al- 
tera, nec occasione dictorum dannorum expensarum et interesse Tel 
alicuius eorum. Et si contingeret aliquo tempore movere questionem 
litem vel controversiam aliquam dictis domino duci comuni et ho- 
minibus civitatis Veneciarum vel alieni eorum, vel alii seu aliis eo- 
rum vel alicuius eorum nomine per dictum dominum Arnoldum vel 
dictam suam comitivam vel aliquem eorum vel eius heredes vel ali- 
cuius eorum vel alium seu alios eorum vel alicuius eorum nomine, 
occasionibus suprascriptis, vel aliqua earum, ab omnibus et singulis 
supradictis litibus questionibus controversiis et dannis et quolibet 
eorum, expensis dicti domini Arthemani Comitis et heredum et sue* 
cessorum suorum, Et quod ipso dominus Arthemanus Comes reficiet 
et resarciet integre et cum effectu dictis domino duci comuni et 
hominibus civitatis Veneciarum omnia danna expensas et interesse, 
que dicti dominos dux comune et homines civitatis Veneciarum vel 
aliquis eorum vel alius seu alii eorum vel alicuius eorum nomine pa- 
terentur seu patientur in futurum occasionibus supradictis vel ali- 
qua earum, de quibus expensis dannis et interesse credi debeat 
simplici verbo syndici seu procuratoris cuiuscunque dicti domìni du- 
cis et comunis Veneciarum, absque aliquo onere probationis vel ìu- 
ramenti. Que omnia et singula suprascripta di^tus dominus Arthe- 
manus Comes per solemnem stipulationem promisit nomine suo et 
successorum et heredum suorum diete Nicolao syndico et procuratori 
presenti stipulanti et recipienti nominibus quibus supra et in no- 
mine infrascripto stipulanti et recipienti nomine et vice dictorum 
domini ducis et comunis Veneciarum et hominum et singularum 
personarum civitatis Veneciarum, attendere observare et in nullo 
contrafacere vel venire de iare vel de facto sub pena et in pena du- 
catorum l\ (2000) auri, que pena totiens committatur in singulis ca- 
pitulis suprascriptis, quotiens factum fuerit centra predicta vel ali- 
quod predictorom. Qua pena soluta vel non, nichilominus presens 
contractus ratus et firmus maneat et in sua roboris firmitate. Pro 



Digitized by 



Google 



45 

quibus omnibus et singulis attendendis et observandis dictus do- 
minus Àrthemanaa Comes obligavit omnia sua bona presentia et 
futura, Reouncians exceptioni non factarum dictarum promissionum 
et obligationum, exceptioni doli mali et in factum, conditioni sine 
causa vel ex ininsta causa et omni alio iuris vel legum ac consuetu- 
dinis auxilio qnibus dictus dominus Àrtbemanus comes possit venire 
centra predicta vel aliquod predictorum yel se tueri a predictis yel 
aliquo eorumdem. Actum Yeneciis in ecclesia beati Marci Evangeli- 
ste tenus (?) altari S. lacobi, presentibus sapiente viro domino Phi- 
lipo de Melioratis de Regio Iuris perito salariato comunis Yenecia- 
rum, et nobilibus viris dominis Nicolao Alberto quondam domini 
Marini, Michaele Delphyno quondam d. (Dominici ?) civibus et ha* 
bitatorìbus Veneciarum, et Damiano quondam Andree de Parma no- 
tario ducatus Veneciarum, testibus ad premissa vocatis specialit^r 
et rogatis. 

Ego Nicolaus de Pharizeis, notarius, etc. 

COMMBMORIALI, VI, c. 99 i." e 100 t.* 



Digitized by 



Google 



LA STOKIA IDRAULICA 

DELLE LAGUNE VENETE 

B LA MEMOBIA 

DEL BAR. CAMILLO VACANI 

« Della laguna di Venezia e dei fiumi nelle attigue province », 
(Continuazione. Vedi voL Vili, p. 135) 



Quanto più si vedono avversate e perciò molte volte lentamente 
sviluppate certe massime, le quali, sopratutto allorché trattisi di pa- 
blica utilità, vengono prese come base di nn grande piano di opere, 
tanto più ad esse si deve concedere autorità e riverenza, imperocché 
debbono ritenersi siccome il risultato di lunghi e faticosi stndl, di 
mature e dibattute riflessioni. — Ed è appunto per questo che la 
deliberazione presa dalla Republica Veneta di esiliare i fiumi dalla 
laguna per conservarla, venuta come conseguenza di stndl che a 
poco a poco progredirono ed a mano a mano vennero dalla teoria 
applicati alla pratica in uno spazio di quasi due secoli, e dopo che 
le più disparate esperienze furono tentate, dopoché gli uomini piìi 
competenti nella difficile materia ebbero pronunziato il loro giudizio, 
tale deliberazione, diciamo, debbesi riguardare degna di tutto il ri- 
spetto, della massima osservanza, e di tutta la nostra fiducia. 

Ed invero osservando con animo tranquillo la storia lagunare, 
e specialmente quella parte della quale siamo per discorrere, non si 
può a meno d^essere compresi di grande ammirazione per quanto fece 
il Governo della Republica nell'argomento dei fiumi; — la massi- 
ma di escluderli dalla laguna non fu già la conseguenza del voto di 
un celebre specialista che siasi, diremo così, imposto colla propria 
fama, né fu una teoria d' opportunità, che abbia per un certo tempo 
prevaluto, come accade tante volte laddove si agitino passioni e eie- 



Digitized by 



Google 



47 

no implicati individuali interessi ; — ma chiunque voglia seguire il 
procedimento delle disposizioni e delle operazioni che a quell' argo- 
mento si riferiscono, debbe convincersi, ove non abbia idee precon- 
cette, che quel partito fa preso come l' unico che si ritenesse atto a 
salvare la laguna. — Gli studi e le esperienze fatte non furono con- 
seguenza di una teoria preventivamente pronunciata, ma questa 
teorìa fu un effetto degli studi e degli esperimenti ; risultò da essi 
quasi naturalmente. — Non si disse (ed insistiamo molto su questo 
punto, giacché non tutti lo intendono o vogliono intenderlo) : non si 
disse : — allontaniamo i fiumi dalla laguna per tentare di conservar- 
la ; — ma invece : — conserviamo la laguna ; — e da tutti i mol- 
teplici provvedimenti che presero gli uomini dell' arte per raggiun- 
gere lo scopo, dai lavori che in ogni senso per tre secoli si compie- 
rono onde mantenere integre le lagone, i nostri avi si avvidero di 
aver già allontanati i fiumi, ed allora il loro ostracismo fu sanziona- 
to, e proclamato come una condizione necessaria alla salvezza della 
laguna. 

Ed i principi nati ed affermati in tal modo difficilmente, ma 
molto difficilmente, vanno errati, e chi si avvisa combatterli o mo- 
>difìcarli, senza avere la sicurezza di poter poi giustificare l'opera pro- 
pria, assume grande responsabilità; la quale d'altronde diviene enor- 
me allorquando, fidando troppo nella propria scienza, e volendola 
opporre a quella di* una lunga età, ottiene poi tristi ed infelici ri- 
saltati. 

L' esilio dei fiumi dalla laguna fu decretato ad onta delle pib 
gravi controversie, e fu mantenuto colla più tenace costanza, perchè 
l'esperienza aveva condotto la Republica a proclamarlo, l'esperienza 
aveva chiaramente dimostrata la saviezza e l'utilità della delibera- 
zione. Dacché i fiumi furono allontanati, non solo la laguna potè es- 
sere conservata, ma migliorò anche in quelle parti che le torbide dei 
fiumi avevano maggiormente deteriorate. 

Questo avvenimento che ebbe tanta influenza sulle condizioni 
della laguna può essere registrato intorno alla fine del sec. XV, e da 
queir epoca il Governo della Republica parve in preda ad una feb- 
brile agitazione onde mettere totalmente ad effetto l'allontanamento 
delle acque dolci dalla laguna. 

Le guerre che si svolsero alla fine del XV secolo distrassero per 
qualche tempo la Republica dalla questione della laguna, ma fatta 
la pace con Bajazet II nel 1501 troviamo nel Vacani il seguente bra- 
no di decreto: la materia delle acque è devoluta, come le altre pih 



Digitized by 



Google 



48 

gravi, all'autorità del Consiglio dei X; questo elegge tre Savi incari- 
cati di informarlo delle urgenze delle aeque, 

k vero dire questi tre Savi avevano maggiori incombenze che 
non quelle d' it(f ormare il Consiglio dei X delle urgenze delle acque; 
diffatti, se un decreto del 6 Agosto 1501 nominava a questo solo 
scopo i tre Savi nelle persone di Pietro Balbi, Luigi da Molin e Gior- 
gio Emo, un altro decreto colla stessa data stabilisce le loro in- 
combenze che risultano molto più estese di una semplice informa- 
zione. Dovevano infatti : — rivedere tutti i tagli, altre volte fatti 
agli argini, otturarli, e rilevare se di nulla abbisognassero per ren- 
derli più forti e consistenti ; — dovevano rivedere tutte le conces- 
sioni, livelli, affittanze di chicchessia, anche di persone ecclesiasti- 
che (aggiunge il decreto), e prescrivere la rimozione di tutti gli 
edifici e fabbriche che fossero stati eretti nei terreni di publica ra- 
gione, e, sotto debito di sacramento e pena di ducati 500, dovevano 
dare esecuzione a tutte le deliberazioni e leggi fatte e da farsi sulla 
materia delle acque. 

Proseguiamo ora la nostra corsa storica. 

In forza di decreti energici, scrive il Vacani allo stesso anno 
1501, castighi gravi sono dal Cordiglio fermamente stabiliti, con- 
tro chi lede gli argini, interrisce qualche parte della laguna, ot- 
tura i canali fra Treporti e Malamocco od apre quelli di già chiusi 
a beneficio pubblico. Si ordina pressantemente ai Rettori di terrafer-- 
ma di spedir gente prezzolata ai lavori del nuovo taglio di Brentay 
onde sia il piìù tosto possibile ultimato. Quindi riflettendosi che le 
acque dolci di Bottenigo o Musone, Marzenego, Dese, Zero, Bile, 
pregiudicano egualmente la laguna e minacciano a Venezia lo stato 
squallido di Torcello e Mazzorbo, vien prescritto che si debbano rac- 
cogliere neU* alveo abbandonato della Brenta e volgere a Malamocco, 
fortificando ben bene l' arginatura verso la laguna e lasciando libera 
la riva verso la terraferma, onde le aeque in piena abbiano campo di 
svelare senza molto tormento dell' argine rivolto verso Venezia, — 
Finalmente a compimento di una tanta impresa viene stabilito: 1.^ 
La costruzione di un sostegno al Dolo perchè contenga il fiume Bren- 
ta e giovi così alla navigazione da Padova a Venezia, come anche ad 
approvvigionare di acqua dolce Venezia stessa, mediante un piccolo 
acquedotto fra il Bolo e Pusina. — 2.^ L'arginamento della Brenta 
morta, fra Oriago e Pusina, onde nelle piene alcun stravaso non acca- 
da. — 3.® La costruzione di una botte sotto la Brenta a Moranzetno, 
la quale raccolga BotHnigo, Marzenego e il Dese per gettarli a Mala- 



Digitized by 



Google 



49 
fnocco, — 4.*> Finalmente la costruzione di un sostegno a doppie porte, 
tra Fusina e Moranzano, sia contro Brenta morta, sia contro la ma- 
rea, addossando al suo fianco pie molini, atti, collo scuotere delle on- 
de, a togliere gli stagni e la mal aria in quei dintorni. 

Questo periodo del Vacani riassume con chiarezza, in brevi pa- 
role, le condizioni in cui erano i lavori ed i progetti nel principio 
del XVI secolo; contiene però alcune lievi inesattezze, una delle quali 
parendoci tuttavia di qualche importanza cercheremo di rettificare. 
— Fu prescritto, dice V Autore, che il Bottenigo o Musone, il Mar- 
zenego, il Lese, il Zero, il Site, si dovessero raccogliere nell'alveo del 
Brenta e volgerli a Malamocco. I decreti di quel tempo parlano è 
vero di tutti questi cinque fiumi, ^ precisamente chiamandoli ; « pe- 
» stiferi e venenosi serpenti che di continuo erosegano la città, e se 
» da queste lagune nostre non se removeno minacciono la totale di- 
» struttione et desolazione della città, quello che espressamente se 
» vede esser advenuto ai tempi de Torcello e Mazorbo, i quali per 
» lo accrescimento grande de la palude che hanno fatto el fiume 
» Dese et Sii, se ponno per la intemperie dell'aere exstimare deso- 
» lati et inhabitabili ». 

Ma poi le deliberazioni che seguono a queste osservazioni, par- 
lano soltanto del Dese che, compiuto il nuovo alveo della Brenta, 
doveva essere condotto, accanto al Terraglie, sino a Mestre, da do- 
ve, riunito al Bottenigo, si doveva portare a Resta d'Aglio; dello Ze- 
ro, del Sile e Marzenego non si parlava allora, e solo più tardi fu- 
rono fatti dei progetti per trasportare anche il Sile nella laguna di 
Malamocco; ma a questi progetti non solo non si diede esecuzione, 
ma non ebbero mai una seria considerazione. E lo stesso Zendrini, 
ad onta di qualche fatto indiretto, che potrebbe provarlo, si mostra 
dubbioso che anche il Bottenigo sia stato effettivamente condotto a 
Fusina. 

Al 1505, nota il Vacani: è ripristinato ed ampliato il collegio 
dell' acque. Diffatti furono eletti 25 nobili ex primoribus et peritio- 
ribus patribus Reipublicae nostrae. A questo consesso prendevano 
parte anche il Doge, i consiglieri ed i procuratori di S. Marco, po- 
tevano intervenirvi i Savi del Consiglio, i Capi del Consiglio dei X, 
i Savi di terraferma, quelli sulle acque. Formavano così un' adu- 
nanza di 75 persone tra le principali dello Stato. 

Intanto la Republica, che aveva preso agli stipendi suoi Luigi 
Sabbadino, che aveva chiesto parere sulle questioni dei fiumi ad An- 
gelo Sambo di Chioggia, espertissimo delle condizioni della laguna, 



Digitized by 



Google 



50 

nel 1509 chiamò anche Alessio degli Ajardi di Bergamo sul quale il 
Vacani dice: è preso agli stipendi di Venezia per la direzione suprema 
di sì importanti operazioni, — Sembrerebbe da queste parole che il 
Governo avesse nominato T Ajardi come una autorità tecnica a cui 
fossero affidati i lavori sui fiumi; ma ciò non sarebbe esatto. 11 decre- 
to dice: « si provvede il magistrato delle acque di un ingegnere: uomo 
di grande experientia et per quanto che l* hanno potuto comprendere 
per quello che l* hanno adoperato, di somma integrità et scienza ». 
Aveva facoltà dal Consiglio alle acque di adoperare TAjardi come me- 
glio credesse, e il Collegio stesso gli affidò una parte nella direzio- 
ne dei lavori ; ciò non vuol dire però che la Republica gli concedesse 
tale autorità da farlo quasi superiore al Collegio stesso. 

Prima di parlare del nuovo alveo del Brenta, a cui accenna il 
Vacani nel 1506, ci sia permesso riempiere una lacuna lasciata dal- 
l' A. sulle deliberazioni che vennero prese nel 1504 intorno all'Adi- 
ge; deliberazioni necessarie a ricordarsi per bene comprendere ciò 
che in progresso lo stesso Vacani ci farà notare. 

Nulla diremo intorno alle questioni che sull'antico corso del- 
l'Adige furono scritte, nò dei diversivi, o fatti dagli antichi, od anti- 
camente succeduti pelle rotte del fiume stesso. Tra l' Adige ed il Po 
tre canali, in parte manufatti, escono dall'Adige e, piegando un poco 
a sud, corrono poi, parallelamente al corso del fiume, quasi sino al 
mare. Si stacca da Badia l'Adigetto, passa per Lendinara, Rovigo, 
e presso Cavarzere ritorna nell'Adige. Vicino a Castelbaldo di Mon- 
tagnana escono i due canali il Castagnaro e la Malopera che presso 
Canda di Badia si uniscono in uno solo, col nome Castagnaro, il qua- 
le, per Arquà e Borsea, perviene ad Adria e si ramifica in una rete 
di canali che intersecano da ogni parte le valli delle bocche d'Adige 
e di Po. Questi diversivi, lasciati da molto tempo in quasi completo 
abbandono, eransi grandemente guasti, sia per le rotte degli argini, 
sia per l' innalzamento del letto. Sino dal 1443 vi è indizio di alcune 
opere decretate allo scopo di riordinare il corso di quelle acque ; ma 
nel 1504, epoca della quale parliamo, i lavori decretati ed intrapre- 
si assumono una certa importanza e meritano d'essere almeno som- 
mariamente riportati. Ci limiteremo tuttavia a- riepilogare un de- 
creto della Republica del 15 Aprile 1504 che ordina tali lavori: 

<c Ha potuto benìssimo intendere questo Collegio et hormai es- 
» ser chiaro a cadaun Oiudice di quello, del modo nel quale se trova 
» el Polesene de Rovigo et el Padovan per molti inconvenienti se- 
» guiti in diversi tempi sul fiume Adese e canali nuovi, con gran- 



Digitized by 



Google 



51 

)» dissimo pericolo, giatture e danno di quelli ; essendo necessario 
» provvedere quanto più presto e meglio se poi, come è mente di 
» questo Serenissimo Stado, sì per comune benefizio, come per tuor 
» via le lite che sono tra dette Communità già tanto tempo con 
» spesa sua grandissima ecc. ecc. ». 

Dietro queste considerazioni il Collegio ordinava : — che fos- 
sero tolte dal diversivo di Castagnaro tutte le roste, volpare, lupare, 
ed altri impedimenti di qualsiasi genere onde le acque possano li- 
beraiuente scorrere; — che si fortifichi la bocca di Castagnaro; — 
che sia scavato con ogni mezzo possibile l' Adigetto; — che vi sia 
posta una grossa palificata per sostenere la bocca del Gaibo; — che 
il canale Sabbadina, il quale univa l' Adige colla Fossa Lovara, ab- 
bia chiuse le rotte, e sieno rimossi tutti gl'impedimenti che vi esi- 
stevano ; — che sia allargato l' alveo della Chiroba, fortificati i suoi 
argini, o rinnovati. 

Ritorniamo al Brenta, che in tutta la storia delle lagune è pro- 
tagonista, e riportiamo le parole del Vacani che qui esattamente 
riferisce lo stato delle cose. 

Al 1506 egli scrive: Fra i periti che portarono esame sopra 
l'alveo di Brenta Nuova o Brentone, merita particolari riguardi 
l'architetto Fra Giocondo da Verona. Una livellazione da lui fatta dà 
a conoscere come imperfetta fosse la pendenza, al momento in cui, cre- 
duto V alveo compiuto, vi si voleva introdurre le acque del fiume, seb-- 
bene non tutte, perchè una parte fu lasciata scorrer via verso Fusina 
per la navigazione. Fgli osserva, « come quell'alveo nuovo sopra una 
lunghezza di 15 miglia aveva ugual pendenza dell' alveo antico, lun- 
go non pih di 9 miglia, anzi sì piano ed orizzontale il fondo, nel cor-- 
so di 6 miglia fra Rosara e Conche, da doversi temere che quell'acqua 
senza moto e contrastata dai venti e dalle maree, innalzerebbesi al- 
l'eccesso straripando sui lati a danno delle campagne ». Conclusione, 
dice il Zendrini stesso, fatta con ottimo divisamente. Proponeva egli 
adunque con molta avvedutezza. Fra Giocondo, « di accorciare la 
strada alla Brenta, volendosi pur deviarla dal suo corso primitivo, 
impedire il suo scontro col Bacchiglione, che nuocere doveva al corso 
libero dell' uno e dell' altro fiume, e perciò guidare la Brenta da Ro- 
sara direttamente al piic vicino labbro della laguna di Chioggia, on- 
de pei canali di Fogolana e Peta di Bo, scorrere potesse sino al mare 
e per il porto di Chioggia ». Ma a dissuadere il Governo veneto (ri- 
portiamo sempre le parole del Vacani) dallo appigliarsi a questo sa- 
vio partito, valsero le vive osservazioni dell' ingegnere Ajardi co- 



Digitized by 



Google 



52 

struUore del Brentone; egli diceva: € Che se l'alveo di Roearafoeee 
fatto, H vedrebbero ben presto le valli tutte da Chioggia a Malamocco 
consolidate e divenute pascoli di armenti; che in niagra sarebbe da 
temersi che la Brenta non rimanesse navigabile a cagione del troppo 
facile scorrimento delle acque in laguna, che finalmente troppo scon- 
veniva il fare cosa nuova avanti di avere esperimentata la cosa già 
fatta con tante spese, e che se pure il risultato fosse il bisogno di di- 
sgiungere i due fiumi Brenta e Bacchigliene a Conche, piU utile sa- 
rebbe riuscito il guidar questo a Brondolo, 

Il nuovo alveo di Brenta muoveva da 8. Brusone, con una li- 
nea quasi retta verso mezzogiorno, si riuniva a Conche al Bacchi* 
gliene e con esso sboccava in laguna. Fra Giocondo critica il lavoro 
con giusti ragionamenti, ma propone che il nuovo alveo termini a 
Rosara e sia fatto sboccare direttamente nella laguna di Chioggia. 
Lo Zendriui chiama questo un ottimo divisamente, il Yacani lo dice 
un savio partito, il che vuol dire che non credevano alle parole del- 
l' Ajardì, il quale, non negando la giustezza di alcune osservazioni 
di Fra Giocondo, però prevedeva che se i suoi consigli fossero ascol- 
tati ed il Brenta fatto sboccare a Conche, ben presto le valli tutte da 
Chioggia a Malamocco sarebbero consolidate coi lidi e divenute pa- 
scoli di armenti. 

Ma la Republica non ascoltò il savio partito, V ottimo divisa- 
mente di Fra Giocondo, pur tra i più celebri del tempo ; il Brenta 
ebbe il corso quale gli era stato decretato, e la laguna di Chioggia 
allora fu salva. — Ci sia lecito ricordarlo; tre secoli e mezzo più 
tardi le previsioni di Alessio degli Ajardi si avverarono in gran par- 
te ed in parte sono, ora che scriviamo, sulla via di avverarsi ; ogni 
giorno il Brenta getta in laguna una cifra spaventosa di metri cubi 
di fango e della laguna di Chioggia pili che metà è già sparita ; 
quantunque non sia nostro ufficio il farlo qui, dobbiamo dolorosa- 
mente constatare che le conseguenze dello sbocco di Brenta a Con- 
che, erano state con spaventosa precisione prevedute tre secoli or 
sono ; eppure potersi sperare che il progresso della scienza cono- 
scendo le difficoltà e gli effetti cui andavano incontro gli uomini del 
1839, dovesse aiutare ad evitarli! (1). 

(1) Co^^liamo voltutieri roccasione della publicazione di questa Memoria, 
che leggemojo Iranno decoi*so air Ateneo Veneto, per ribattere alcune osserva- 
zioni che vennero fatte ai nostri modesti studi sulla storia della veneta laguna. 

Ci Ai detto che, esponendo noi così nudamente la questione del Brenta quale 
combattevasi ni t^^mpi di Fvh Giocondo e di Alessio Ajardi, pregiudicavamo alia 



Digitized by 



Google 



53 

Nel 1507, scrive il barone Vacani, la Brenta corre pel suo nuo*- 
to alveo. 

Ma intorno a quest'epoca gli avvenimenti politici si fanno as- 
sai gravi. Dopo la morte di Messandro VI i Veneziani eransi impos- 
sessati d'una parte delle Romagne, cioè di Faenza, Forlì e Rimini. 
Giulio II, successore di Alessandro VI, domanda alla Republica la 
restituzione di quelle città, e minacciando l'alleanza coli' Impera- 
tore e col Re di Francia, ottiene la resa di alcuni castelli nei contadi 
di Forh, Sinigaglia e Cesena. Intanto i fatti precipitano ; Massimi^ 
liane vuole passare per lo Stato Veneto assieme al suo esercito, col 
pretesto di recarsi a Roma per cingere la corona imperiale ; al ri- 
fiuto dei Veneziani incominciano le ostilità e scoppia decisa quella 
guerra che da lungo tempo covava. La fortuna arride ai Veneziani 

causa della coDservaziooe della laguna per mezzo dell'esilio dei fiumi, pella qua- 
le tuttavia combattiamo. Se fu profetica, si continua a dire, la previsione di Ales- 
sio AjardI sul!' interrimento della laj?una di Chioggia mediante lo sbocco del 
Brenta a Rosara (ed i fatti del 1839, oggi compiutisi, la dimostrano chiaramente , 
non fu meno profetica quella di Fra Giocondo che predisse le inondazioni nella 
terraferma per T allungamento dell'alveo del fiume sino a Brondolo (ed i fatti di 
tre secoli lo hanno pure indiscutibilmente dimostrato). Copì, si continua, in luo- 
go di conciliare gli interessi ed i timori di Venezia e della terraferma, dimostrate 
affatto impossibile soddisfare agli uni, senza ledere agli altri. 

Ed a prima giunta, noi neghiamo, queste osservazioni paiono griuste e fon- 
date, ma, con tutto il rispetto che professiamo alle autorevoli e competentissime 
persone che ce le mossero, non esitiamo a dire che il nostro concetto, così esposto, 
è travisato, e le nostre conclusioni sono ben differenti e più logiche. 

Noi abbiamo sempre sostenuto, e lo sosteniamo tuttora, che nella questione 
del Brenta gli interessi della terraferma e quelli di Venezia sono conciliabilissimi, 
e debbonsi conciliare; e non abbiamo mai uè detto, nò pensato che tale questione 
possa ridursi ad un dilemma : o perdere la laguna per salvare la terraferma, o 
salvare la terraferma e perdere la laguna. Se tale poteva apparire lo stato delle 
cose al tempo di Fra Giocondo, e perciò forse egli suggeriva il taglio di Rosara, 
però differente è al giorno d* oggi la questione. Fra Giocondo previde le inonda- 
zioni sull'agro padovano, quali avvennero infatti, perchè il nuovo alveo di Bren- 
tene, sopra una lunghezza di 15 miglia, aveva egual pendenza deW alveo antico^ 
lungo non più di 9 miglia^ e trovava si piano e orizzontale ilfondoy nel corso di 6 
miglia sino a Rosara e Conche, da doversi temere che quelV acqua senza moto, e 
contrastata dai venti e dalle maree, innalzerebbesi ali* eccesso, straripando sui lati, 
a danno delle campagne. — E questa cattiva costruzione del nuovo alveo di Bren- 
tene, e T allungamento del corso del fiume, furono cause principali, lo dicono ì 
periti del passato e di oggi, delle disastrose inondazioni sofferte dalla terraferma. 
Giova però osservare che ora lo stato delle cose è mutato. Col taglio fatto circa 30 
anni or sono da Fossa Lovara a Corte, il corso del fiume fu abbreviato di 9 chi- 
lometri e 175 metri (vedi Consid. sopra il sistema idraulico dei paesi veneti del co. 
V, FossomìfToni) e gli altri rettifili attuati nel 1840 fecero salire questa abbre- 



Digitized by 



Google 



54 

che s' impadroniscono di Pordenone, Cormons, Gorizia, Trieste, e 
Fiume, e possono concludere una tregua di tre anni. Luigi XII, già 
padrone di Milano e desideroso di ricuperare quelle città lombarde 
ch'erano soggette ai Veneziani, coi quali era alleato, si mostra of- 
feso della tregua conchiusa con Massimiliano e si avvicina a lui, pur 
fingendo di mantenersi amico di Venezia. 

E nel 1508 l'Imperatore, il Re di Francia, Ferdinando d'Ara- 
gona, il Duca di Savoia, Francesco di Mantova, Alfonso da Ferrara, 
stringono la famosa lega di Gambrai, gli effetti ed il risultato della 
quale, per essere notissimi, risparmiamo di ricordare. Al 1517 si sta- 
bilisce la pace, ma solo nel 1530 i Veneziani depongono le armi glo- 
riose colle quali avevano ricuperati quasi totalmente i possedimenti 
perduti. 

viazione a ben tredici chilometri e mezzo (vedi Relazione, letta all' A. V. di U. R, 
intomo aiprovv, richiesti ecc. del comm. prof. R. S. Minich), I quali tredici chi- 
lometri e mezzo risparmiati sul corso di Brenta dopo il 1840, 8e DOn ci danno le 9 
miglia di maggiore lun^^hezza lamentate da Fra Giocondo, la differenza è certo 
minima, o tale da non comprometttre la sicurezza dell'agro padovano, ove si ajr- 
giuoga che l'arte idraulica oggi saprebbe darci cortamente (esarebbt* ben grande 
sfiducia nella scienza il dubitarne) nn aheo da Conche a Brondolo più r« golato, 
più largo, più profondo, con argini più solidi, tale insomma da evitare quegli in- 
convenienti che sì lamentano nell'espcuzìone del Brentonedi Alessio Ajardi ; ese- 
cuzione ch'ebbe però a soffrire molte sospensioni, molti Intralci e che fu aUaata 
prima che fossero completamente terminati i lavori. 

Concludiamo adunque che, se è vero che al tempo di Fra Giocondo il dilem- 
ma parve verameiite quale si disse averlo posto noi, era nostro dovere di impar- 
zialmente esporlo nella sua nudità, tanto più sapendo che ove pure poco cau- 
tamente gli avversari ne avessero profittato per dirci che propugnavamo la sal- 
vezza della laguna col danno della terraferma, avevamo già a nostro favore ab- 
bastanza argomenti per rintuzzare i loro attacchi e dimostrare insostenibile la 
loro accusa, perchè le cose dal 1500 ad oggi sono talmente mutata, che pur re- 
stando vìva come allora la questione del Brenta, sono t)erò conciliabilissimi i di- 
ritti della terraferma e quelli di Venezia. Tutti i lavori infatti, intrapn^i dal 18^, 
tornarono (escluso naturalmente il taglio a Conche) a vantaggio della causa di 
Venezia, e resero più facile Tatt nazione dei suoi desideri. — E per finire soggiun- 
giamo, che assai probabilmente la questione lagunare non esisterebbe oggi se 
nel 1840 non si fosse, diremo quasi , ecceduto nei rimedi procurati alla terrafer- 
ma ; — forse Tabbreviamento dato al corso del Brenta col taglio da Fossa Lovara 
a Corte, sarebbe stato sufiScente a dare sfogo alle acque dei fiume stesso anche nei 
tempi di piena, senza bisogno deir infausto taglio di Conche che lo immise in la- 
guna. Se negli alti consigli di chi ebbe a risolvere la questione fossevi stato un 
poco di conoscenza pratica dei luoghi da una parte, e nn poco di più aflfetto per 
gr interessi più vitali di Venezia dall'altra, non saremmo ora nel caso durissimo 
di temere deiresistenza avvenire, e di un prossimo avvenire, di questa regtoi 
dell'Adriatico. 



Digitized by 



Google 



55 

In questi 22 anni di lotta politica e guerresca, in cui la Re- 
publica vide in pericolo la sua esistenza, ogni opera che non fosse 
di guerra fu naturalmente trascurata. E suirargomento della laguna 
è solo registrato dal Vacani al 1515 il Decreto del Consiglio dei X 
col quale si vuole devoluta al Senato la materia sulle acque; — il Se- 
nato elesse due Savi presidenti con le stesse prerogative dei Savi 
ordinari. 

Dal 1515 al 1530 il Vacani scrive una sola nota riguardante 
V idraulica : Malgrado i reclami di alcuni che pensano essere la la- 
pièna di Venezia in scarsezza d' acqua dopo V espulsione dei fiumi; il 
Senato persiste nella medesima di espellere pur anche ifiumieelli, ac- 
cagionando sempre la mistura delle acque dolci colle salse dei pregiu- 
dizi dei quali tuttora la laguna si risente. 

Ed ecco la ragione di questa nota. L'ammiraglio del porto di 
Venezia, Giovanni di Pietro, aveva presentata nel 1515 una memoria 
nella quale egli, lamentando le coudizioni peggiorate del porto di 
Lido, concludeva, con troppa facilità, dice lo Zendrini, che tali danni 
dipendessero dall' esclusione del Marzenego e del Dese dal bacino di 
Venezia, quasiché, continua lo stesso Zendrini, le poche acque di quei 
torbidissimi fiumicelli fossero state paragonabili alla mole di quella 
laguna. 

Altra memoria aveva presentata certo Giovanni da Castello, pi- 
lota del porto, il quale asseriva, che il porto di Malamocco prima del- 
l'allontanamento dei fiumi aveva 14 piedi di profondità ed ora ne a- 
veva 17, mentre il fondo del porto di Lido era diminuito d'un piede; 
egli pure concludeva che si riaprissero i canali intestati a Mestre. 

Di fronte a queste disposizioni la Republica, mantenendo ferma 
la massima che si dovessero dalla laguna escludere i fiumi, il 6 Set- 
tembre 1520 decretava che si fortificassero gli argini dei canali da 
Mestre a Dese, e si scavasse un canale da Bottenigo al Canal di S. 
Lorenzo, e si profondasse quello di Dessena da Mestre a Dese, onde 
i piccoli fiumi di quei luoghi e gli scoli avessero piti facile corso. Di 
questi provvedimenti non parla però il Vacani. 

Al 1530 scrive l' A., nell'ordine politico; la quiete delle armi è 
proclamata fra la pubblica gioia in Bologna; e nell'ordine idraulico: 
scorsi i momenti di maggiore urgenza, il Senato rimette in vigore il 
Collegio per le acque, attribuendogli quei diritti che 15 anni innanzi 
erasi a sé stesso riservati. L'ingegnere militare Luigi Sabbadini è 
eletto segretario di quel collegio e favorito dalla pace ravviva le piic 
urgenti imprese idrauliche. 



Digitized by 



Google 



5f, 

Non il Senato, come dice il Vacani, ma il Consìglio dei X con 
la Giunta, ripristinò il Collegio alle acque ; e quel Luigi Sabbadini, 
che il Vacani nomina ora per la prima volta, era già stato Segretario ^ 
del Collegio stesso sino dal 1501. È importante altresì aggiungere, 
che il Consiglio dei X, ripristinando il Collegio delle acque, nominò 
anche due Esecutori, i quali, assieme al provveditore, « avessero a te- 
» ner la cassa, e facessero eseguir tutto ciò che fosse decretato dal 
» Collegio, avessero inoltre il diritto di entrare in Senato e duras- 
» sero in carica 2 anni. » 

' Dal 1530 comincia un periodo di pace, di cui si servì la Repu- 
blica per continuare i cominciati lavori allo scopo di migliorare le 
condizioni della laguna e preservarla. Le escavazioni dei canali lun- 
go tutto il bacino, le riparazioni degli argini rotti tra il Dese e Fn- 
sina, e nella Brenta morta, furono le prime cure del Collegio alle 
acque. Nel 1534 si legge sulla memoria del Vacani: 

Contro le espansioni della Piave è decretato, e senza indugio ese- 
guito, V argine detto di S. Marco, il quale, scorrendo lungo il labbro 
settentrionale della laguna superiore, deve isolarla interamente da 
quel fiume, che tuttavia ha lo sbocco in mare al porto di J esolo, tran- 
ne piccoli diversivi a Cortellazzo, 

Sono questi i primi importanti lavori che la Republica intra- 
prende sul Piave : ci siamo riservati a quest'epoca un brevissimo cen- 
no sul fiume stesso. Il Piave ha sorgente nei monti del Comelico; 
nel suo corso, di 265 chilometri, riceve tributo da ben 38 grandi e 
piccoli affluenti; passa per Belluno e per 19 paesi di quella provin- 
cia, alcuni dei quali di notevole importanza. Da Pederobba alla foce 
fiancheggia altri 12 grossi villaggi e sboccava, all'epoca di cui par- 
liamo, nel porto di Jesolo; è navigabile con grosse barche per 39 
chilometri dalla foce. 

Le rotte di questo fiume ebbero sempre desolanti conseguenze, 
sia pel suo corso velocissimo, sia polla immensa massa di acqua che 
in tali casi trasporta. Il più antico lavoro che sia ricordato dalla 
storia, intrapreso a frenarne l'impeto, data dal 1317 e fu la co- 
struzione di un argine nel territorio di Narvesa : la solidità e le mi- 
sure di quest' argine ricordano' le antiche romane costruzioni. Era 
lungo quasi 900 pertiche e d' uno spessore ed altezza tali da soste- 
nere la violenza del fiume anche nelle piene maggiori. Nel 1384 fu 
costruito un altro muro detto di Mandre, il quale, lungo quanto quello 
di Narvesa, fu eretto allo scopo di proteggere il contado di S. Sal- 
vatore. 



Digitized by 



Google 



57 

Nel 1468 i sette Provveditori alle acque ordinarono V ottura- 
zione della rotta fatta dal fiume a Lovadina, e l'apertura dello sfogo 
detto il Rabbioso; decretarono inoltre dei ripari a Maserada, e l'ar- 
ginatura tra Maserada e Candelìi. Nel 1435 per provvedere ai biso- 
gni di molti paesi del Trevisano, le cui campagne non erano irrigate 
da alcuna acqua corrente, venne estratto a Pederobba un canale detto 
Piavesella. Tuttavia le rotte ed i danni di questo fiume furono gra- 
vissimi specialmente nel 1468, 1486, 1512. 

L'argine di S. Marco, decretato come abbiamo veduto nel 1534, 
fu tosto eseguito; partiva da Ponte di Piave e seguiva il corso del 
fiume separandolo dalle lagune sino quasi alla foce, cioè all'origine 
del canale Caligo. Oltre all' argine di S. Marco, del quale soltanto 
parla il Vacani, giova ricordare cbe i diversivi esistenti, cioè: il Ca- 
nale Caligo verso la laguna, la Cava Zuccherina verso il porto di Cor- 
telazzo, furono ampliati, scavati e fortificati. Inoltre fu aperto un al- 
tro diversivo al luogo detto di Rotta vecchia, largo 50 passi, che 
doveva giungere sino al porto di Livenzola. 

Intanto dall'altro lato della laguna si compievano interamente 
i lavori intrapresi, ed il Brenta veniva fatto correre quasi tutto nel 
nuovo alveo all'anno 1507 ; ma poiché la poca profondità del canale 
e la sua pili poca pendenza non lasciavano sufficente sfogo alle ac- 
que, sì che potessero colla velocità desiderata gittarsi in Bacchi- 
gliene, venne allargato lo stesso canale per circa 50 piedi. 

Dal 1540 al 1560 gli studi degli ingegneri sono rivolti al com- 
pimento dei progetti di cui il Brentone era la prima parte. Le con- 
dizioni sempre peggiori del Brenta, dacché pel nuovo alveo troppo 
ristretto del Brentone sboccava nel Bacchigliene, fanno affrettare 
l'attuazione del concetto già più volte espresso dagli idraulici che 
avevano prese ad esame le condizioni della laguna e dei fiumi, di 
portare cioè tanto il Brenta che il Bacchigliene con alvei separati 
a Brondolo. Fatti gli studi preliminari e fissato il progetto, viene 
con sollecitudine presentato ed accettato, e tosto una Commissione 
di periti viene nominata, onde si portassero sui luoghi e riferissero 
sul metodo d' intraprendere tale regolazione. Luigi Donato, Giam- 
battista Silvaneis, Giovannino Carrara, Cristoforo Sabbadino, Paolo 
da Castello compongono questa Commissione, e Domenico Bollani 
ne è il presidente. Per venti anni durano i lavori di costruzione, e 
vi si comprendono gli edifizì idraulici da innalzarsi a Dolo, a Con- 
che, a Brondolo per sostenere le acque, onde non corressero nella 
laguna anche nei casi di piena. Il barone Vacani segue l'andamen- 



Digitized by 



Google 



58 

to di tali lavori e nota molte cose che per amore di brevità non 
riferiamo. 

Nell'anno 1545 troviamo però la seguente nota: // Sabbadini 
promuove per la prima volta il grave progetto di rivolger la Piave 
più lontana di Jesolo^ valendosi poi di quel tronco di alveo e di quel 
porto, che verranno abbandonati per versare i minori Jiumicelli, il 
Sile, il Zero, il Dese, il Marzenego, 

È la seconda volta che il Vacani ci parla prematuramente della 
' diversione di Piave ; questa volta ne attribuisce il progetto a Sab- 
badino; ma questo celebre ingegnere in quell'epoca aveva solo pro- 
posto di aprire la Cava del Cavallino, perchè quella del Caligo era 
in pessime condizioni a causa degli interrimenti in vari punti avve- 
nuti. Come ognuno può comprendere, questa Cava aveva per preci- 
puo scopo il servizio di navigazione, e tutto al più quello di sfogo al 
fiume, non già di un disalveamento. 11 barone Vacani avrebbe potuto 
limitarsi ad accennare come, compiuti, od almeno in via di compi- 
mento, i lavori che regolavano i fiumi a mezzogiorno della laguna, 
si rivolgesse il pensiero a quelli di tramontana; il che dal Decreto, 
che però V A. non esattamente riassume, sarebbe dimostrato. 

Quantunque sino dal principio del XVI secolo il commercio aves- 
se preso ad usare del porto di Malamocco, la Republica non sapeva 
rinunziare al porto di Lido, ed abbenchè l' esperienza avesse dimo- 
strato come le ingenti spese fatte allo scopo di migliorarlo e conser- 
varlo, a nulla fossero riuscite, tuttavìa il Governo vi consacrava le 
sue cure speciali. 

Ed il Sabbadino, mentre si eseguivano i lavori sul Brenta, stu- 
diava con amore le condizioni della laguna superiore, e cercava di 
trovare rimedi ai danni che si manifestavano ostinatamente. 

Ma non per questo si può dedurre che il Sabbadino avesse for- 
mulato un progetto, quale glielo attribuisce il Vacani, se è certo 
eh' egli espresse un voto che la Piave fosse portata fuori del porto 
di Jesolo : non solo questo non entrava nelle idee che più tardi (un 
secolo dopo 1) si attuarono, ma si può provare che il Sabbadino stes- 
so lo considerava come un semplice voto. 

Difatti allo scopo di sollevare le caippagne tra Mestre e Dese 
dalle continue rotte dei piccoli fiumi, e nello stesso tempo per non 
danneggiare la laguna, il Sabbadino aveva proposto in quel torno di 
tempo, di levare dagli estuari tutte le rimaste acque dolci e cacciar- 
le in mare per il porto di Lido maggiore, prendendo il Musone tanto 
a m mte che potesse avere una sufficente caduta; il punto di par- 



Digitized by 



Google 



59 

tenza doveva essere tra Stigliano e Mirano, tirandolo per greco sino 
al Sile, e coli' imboccarlo in esso in faccia al Siletto che doveva essere 
dilatato e raddrizzato per facilitare il cammino di quelle acque al 
mare. Se dunque nel 1552 era progetto del Sabbadino di riunire 
quei fìumicelli nel Sile e farli correre in Laguna dì faccia al Lido, 
come può asserire il Vacani che lo stesso Sabbadino avesse proget- 
tato di servirsi, per quei fiumi stessi, dell'alveo abbandonato di Piave 
onde farli sboccare ad Jesolo? — Ma non basta. Il Sabbadino stesso 
per ordine del Collegio alle acque si portò più volte a visitare la 
Piave, e nel 1554 presentava una relazione in cui indicava il modo 
onde riparare alle frequenti inondazioni di quel fiume e proponeva : 
« di ricostruire il muro di Lovadina, facendolo più grosso e più alto; 
— di costruire una scarpa lungo questo muro, e ad ogni 50 passi 
uno sperone, terrapienando il muro dall'alto al basso: — di riaprire 
lo sfogo detto il Rabbioso del quale altre volte abbiamo parlato ». 

Di questo però tace il Vacani. 

Che sugli studi fatti fosse sorta l' idea di trasportare la Piave 
fuori di Jesolo è probabilissimo, ma l' A. non entra nei criteri dei 
periti di quel tempo, quando suppone che i progetti sulla Piave 
fossero sino da allora concretati e solo se ne rimandasse ad altro tem- 
po r esecuzione. 

Nel 1558 Luigi Bressani presentò una scrittura sul porto di 
Lido e in essa parlò della necessità di allontanare la Piave dalla la- 
guna dove portava sabbie e produceva interrimenti, e di allontanare 
•altresì le altre acque dolci che venivano in laguna verso Torcello e 
Mazorbo, e proponeva di condurle per il porto di Piave conforme al 
ricordo dato da Sabbadini ; ma s' inganna ancora il barone Vacani 
quando su questa scrittura egli nota all'anno 1558: Si delibera alla 
fine di portare la foce di Piave da Jesolo a Cortelazzo mediante un 
nuovo taglio diritto da S, Dona al mare, e di gettare in seguito i 
fiumicelli minori, che immettono tuttavia in laguna, nelV alveo che 
verrà dalla Piave abbandonato, perchè si sta convinti che il bacino di 
Treporti ecc. ecc. 

Prima di tutto nessuna deliberazione fu presa in proposito, che 
risponda ai progetti tropp§ vasti riportati dall'A. Anzi, così parla lo 
Zendrini su questo proposito e a questo stesso anno 1558: « Aven- 
» do la Piave preso un violentissimo corso fuori del proprio alveo 
» verso di Trevigi, uscendo per le rotture fatte nei nuovi alvei di 
» Noale e di Carrara con manifesto pericolo della medesima città di 
» Trevigi, fu decretato di provvedere senza dilazione all'inconve- 



Digitized by VjOOQ IC 



60 

» niente, ridncendo quelle acque nel proprio alveo, come senza mol- 
» ta difficoltà potevasi fare in tempo delle magre d'acqua. Parimenti 
» nello stesso giorno, che fu il 28 di Febbraio, restò stabilito che a 
» tenore della Parte 18 Marzo 1555 da 22 Savi deputati dal Senato 
» per le cose di Piave, fossero fatte con la maggiore sollecitudine 
» pertiche 400 di muro a Narvesa, delle quali non n' erano state 
» fatte che 30 )>. 

Di più nella scrittura di Luigi Bressani non si parla di taglio 
alcuno, che partisse da S. Dona, ma solo di portare la Piave a Cor- 
telazzo, il che, come vedremo subito, aveva ben diverso significato 
e ben più modesti intendimenti. In fine è bensì detto che i fiumi- 
celli minori sarebbero gettati in Piave, ma non già nell* alveo che 
verrà aibandonato, come ha aggiunto di suo il Vacani. 

Ed eccone le ragioni : 

L' Autore ha cominciato a credere, e lo abbiamo già notato, 
che lo tfogo di Re fosse un taglio, un nuovo alveo, e nella carta to- 
pografica, che va unita al suo libro, lo segna anzi con queste parole 
— Taglio di Piave detto di Re 1534, ora scolo, — Non bisogna con- 
fondere lo sfogo col taglio ; e abbenchè spesso negli scrittori di al- 
tri tempi si trovino queste due parole usate l'una per l'altra, è duo- 
po essere bene guardinghi per non iscambiarne il significato, la cui 
differenza del resto ognuno comprende. Ora il Vacani non seppe 
sceverare i progetti che si andarono formando nell'epoca di cui par- 
liamo, da quelli che si fecero un secolo dopo. Il vero taglio di Piave 
eseguito nel 1664 non ha relazione alcuna con quello proposto dar 
Sabbadino e Bressani nel 1558. Si trattava in ambedue le epoche 
dì portare la Piave da Jesolo a Cortelazzo, ma all' epoca del Sabba- 
dino la si prendeva da un punto vicinissimo alla foce, e precisa- 
mente da Cava Zuccherina, un secolo più tardi si partiva da S. Dona 
e si lasciava libero affatto l'alveo inferiore dove per ciò immisero il 
Sile e gli altri fiumicelli minori. Ed è tanto vero che in quell'epoca 
nessuno parlava di un taglio da S. Dona, come più volte indicò il 
Vacani, che Francesco Barbaro, Savio alle acque nel 1562, parendo- 
gli che quella diversione da Cava Zuccherina a Cortelazzo non po- 
tesse riuscire senza andare incontro a grandissime difficoltà e spese, 
proponeva che si riducesse lo sfogo di Re in un vero alveo, il quale 
portasse per quella parte tutto il fiume al mare. Tale progetto fu 
bensì accolto, ma nulla venne deciso, quantunque si facessero lavori 
tanto a Cava Zuccherina che nello sfogo di Re, come vedremo più 
innanzi. 



Digitized by 



Google 



61 

Ài 1560 il Vacani nota la morte di Sabbadino, di qaesto cele- 
bre ingegnere che colle sue opere e coi suoi scritti lasciò tanta me- 
moria di sé. A titolo di curiosità riportiamo un sonetto dello stesso 
Sabbadino che, se non sarà un gioiello letterario, mostrerà almeno 
quanto fosse incarnata nel governo della Republica e negli uomini 
di quel tempo, l'idea dell'esclusione dei fiumi: 

Quanto fur grandi le tue mura il sai, 

Venezia, or come esse si attrovin, vedi ; 

Che se al bisogno lor tu non provvedi, 

Deserta e senza mare resterai. 
Li fiumi, il mare, e gli aumiui tu hai 

Per inimici ; il provi e non lo credi ; 

Non tardar, apri gli occhi e muovi i piedi. 

Che volendolo poi, far noi potrai. 
Scaccia i fiumi da te: le voglie ingorde 

Degli uomini raffrena ; e poi dal mare 

Rimasto sol, sempre sarai obbedita. 
Deh ! non aver l'orecchie al tuo ben sorde. 

Perchè con gran ragion posso affermare 

Che il ciel ti die nell'acque eterna vita. 

Dal 1560 al 1595 il Vacani nota molte cose, però di non gran- 
de importanza, ove si eccettuino i lavori sul Po. 

La discussione dei vecchi progetti, sempre deliberati e mai ese- 
guiti, intorno al Musone, al Bile ed al Marzenego ; — le escavazioni 
della laguna per la quale vennero chiamati, nel 1559, duemila operai 
e nel 1565 tremila; — le botti sotto il Brentone per gli scoli del 
territorio di Piove di Sacco ; — la difesa dei lidi : e intorno ai fiu- 
micelli che sboccavano a Mazzorbo ed a Lidi le proposte e i lavori 
s' avvicendalo. Ora prevalse il concetto di rivolgere il Musone in 
Brentone, ora di unirlo con lo Zero, il Dese, il Marzenego al Silo, ora 
di condurli tutti nel Piave ; ed i lavori sul Musone a seconda delle 
idee prevalenti vengono o continuati o sospesi. Sulla Piave conti- 
nuano i lavori a Cava Zuccherina per condurla a Cortelazzo, ma 
nello stesso tempo si studia il progetto di ridurre ad alveo lo sfogo 
di Re. 

La guerra coi Turchi, i quali si impossessano di Cipro, ma che 
poi a Lepanto sono vinti, occupa nel 1570 e 71 la Republica. Si 
conclude la pace nel 1573. Tre anni dopo una peste tremenda spo- 
pola la città. 

Nel 1595 un nuovo progetto è formato intorno al Brenta. Vo- 
levansi escludere dalla laguna quelle acque del fiume che, non rice- 



Digitized by 



Google 



62 

vute dal Breutone, sboccavano ancora a Fusina, e nello stesso tempo 
condur fuori della laguna a firondolo il Bottenigo o Musone. 

E qui riportiamo il periodo d^l Vacani che con suffìcente chia- 
rezza e fedeltà (salve alcune inesattezze intorno ai progettisti) rias- 
sume dallo Zendrini i progetti in discussione. 

Quello che in quesf anno 1595 ha più fermata F attenzione dei 
periti alle acque /te una serie di progetti di versare fuori affatto del- 
la laguna le acque sovrabbondanti alla navigazione dal Dolo a Fusi- 
na mediante il taglio che poi fu detto Nuovissimo, il quale appunto 
portar doveva a Brondolo quel soprappiic di Brenta che, congiunto a 
Mira col Musone divertito da Mirano, avrebbe fornito un mezzo di 
navigare più sicuro fra Venezia e Brondolo poco fuori della laguna: 
operazione grave e dispendiosa ma reputata di somma importanza. 
Molti furono i pareri intorno a questo argomento. Sulle prime i pe- 
riti Gallo e Fabbri avrebbero voluto Musone e Brenta morta guidati 
a Brondolo, sostituite le acque limpide di Tergola e di Lusor per la 
navigazione fra Mira e Fusina, supponendole a ciò bastanti anche 
durante le siccità estive, benché questo contro il parere di molti altri. 

Qui notiamo che non già il Gallo ebbe questo intendimento, 
ma per ordine del Collegio alle acque, dovendo presentare una rela- 
zione su tale argomento, riassunse e combattè i diversi progetti che 
erano stati ideati, ed espose il suo, quello poi adottato. 

Ma il taglio, continua il Vacani, che essi proponevano fra Mi-- 
ra e Brondolo non era già quello che fu poi eseguito sotto il nome di 
Novissimo, bensì sopra una linea assai piU corta avrebbe attratfersa- 
te le valli dette Lagune e Mille campi, quindi avrebbe alquanto ri- 
stretti i due bacini di Malamocco e di Chioggia, Per evitare il di- 
spendio di un alveo nuovo per queste acque sovrabbondanti, avreòòesi 
voluto approfittare del Brentone, ed in fatti qual risparmio/ Ma ciò 
fu trovato impossibile, giacché l'alveo del Brentone era troppo mal co- 
strutto per poter sopportare acque maggiori di quelle che già a stento 
sosteneva. Fu quindi rinunziato al piano di valersi di Brentone, per- 
chè avrebbe bisognato regolarne le larghezze in senso inverso di quel- 
lo che erano onde accogliesse, senza lasciar timori di rigurgiti, le ac- 
que soverchie di Brenta morta e quelle pure di Musone, ed una tale 
operazione avrebbe costato molte somme e troppi gravi disagi alla na- 
vigazione. Si stette dunque con fermezza al progetto di un alveo nuo- 
vo, parallelo al Brentone, onde recasse in mare le aeque esuberanti di 
Brenta dalla Mira e quelle pure del Musone colà guidate. Ne fu den- 
si differita l'esecuzione, ma soltanto per causa di quel restringimento 



Digitized by 



Google 



63 

della loffuna che da taluno dei periti primari si voleva, da altri si 
ricusava sopratutto dal capitano dei porti, il quale asseriva che allor- 
quando ristretta fosse la laguna, che una volta estendevasi fra V Adi- 
ge e la Piave, e colla grande espansione delle maree teneva ravvivati 
i canali e solcati i porti, la rovina loro e di Venezia ne sarebbe im- 
mancabilmente risultata. 

Sino a qoi il Vacani. Aggiungeremo a tutto questo che Filippo 
Giorgio, fiscale al Magistrato alle acque, e Marco Biondo, capitano, 
i quali si opponevano al restringimento della laguna, consigliavano 
invece la sistemazione del Brentone, perchè fosse reso capace di por- 
tare le acque di Brenta morta e del Musone: — Gianluigi Oalleri, già 
proto alle acque, sosteneva con varie modificazioni la stessa proposta; 
— Gasparo Guberni, Ottavio Fabbri, Girolamo Righetti, Giambatti- 
sta Lurani ed altri modificavano con proprie idee i diversi progetti. 

Titubava il governo della Republica in tante differenti opinio- 
ni dei suoi uomini dell' arte, e nulla decideva se non che nominando 
commissioni che visitassero i luoghi, studiassero la questione e ri- 
ferissero, pur sperando un accordo. 

Egualmente accadde intorno al taglio che era stato progettato 
8ol Po, un ramo del quale, gettandosi troppo verso la laguna, impe- 
diva ai fiumi, che gli sboccavano presso, d'avere libero sfogo. Il 
Vacani per ben cinque volte nota le deliberazioni perchè venga ese- 
guito questo taglio del Po a Portoviro, ma non si trattava già di de- 
creti d'esecuzione, sibbene il Governo, non vedendo nei delegati 
quella unità di concetto che devesi sempre domandare nelle grandi 
imprese, procrastinava l' esecuzione e nominava, accettando i pro- 
getti diversi, delle commissioni di senatori che si portassero sopra- 
luogo e bene osservate le proposte e la condizione delle cose, dessero 
il loro giudizio; e dal 1559, quando nacquero i primi studi su questo 
argomento, solo ai 27 Agosto 1599 venne decretato il lavoro, che 
ebbe fine nel mese di Maggio 1604, in cui, scrive il Vacani, il Po 
\ieiie rivoltato nel nuovo taglio con esito felice. 

Finalmente anche il nuovo alveo di Brenta morta e di Musone 
sono approvati, e nel 1602 si decretano le dimensioni del primo, nel 
1604 quelle del secondo. 11 Nuovissimo parte da Mira con direzione 
verso le lagune, e presso Curati si volge a mezzogiorno, e in linea 
retta lambendo le paludi giunge poco oltre Rosara dove piegava 
Terso Brondolo, parallelamente al Brentone. Il Taglio di Mirano in 
linea retta da Mirano portava le acque del Musone a Mira. Diresse i 
lavori l' ingegnere Radice di Verona. 



Digitized by 



Google 



64 

Così al principio del 1600 furono terminati i lavori decretati 
nel secolo antecedente. 

Sistemata così in certo modo la laguna inferiore, V attenzione 
del Governo venne più specialmente rivolta alla laguna superiore, e 
particolarmente al fiume Piave come quello che, pei danni arrecati 
sino dai secoli remoti su quella parte di laguna e sui porti per le 
sabbie che, a causa della corrente circumlittorale dell' Adriatico, 
esso deponeva alle imboccature di essi, tanto che il vicino porto di 
Lido quasi interamente ne era stato ostruito, reputavasi il fiume più 
infesto e più dannoso alla conservazione della laguna. 

Nota il Vacani al 1615 che una Commissione d'ingegneri (Cal- 
ieri, Contini e Guberni), fu incaricata di recarsi sopraluogo, esami- 
nare con ogni diligenza la condizione delle cose e inferirne quei ri- 
medi che si stimassero i migliori onde togliere dalla radice i mali 
lamentati. Questa Commissione, come tutte quelle che da due secoli 
avevano studiato tale argomento, concluse la necessità di portare 
la foce di Piave da Jesolo a Cortelazzo, dove asserivasi che in re- 
motissimi tempi avesse veramente la foce il fiume stesso. 

Ma qui è da notarsi che una idea se non nuova, certo sino al- 
lora non reputata possibile, viene ad essere favorita da molti. I pro- 
getti sino a quest'epoca ventilati per allontanare la Piave da Jesolo 
contemplavano un taglio, che partendo molto vicino dalla foce del 
fiume, con una direzione opposta a quella che prendeva il suo alveo 
lo portasse invece che a sud verso Jesolo, a nord verso Cortelazzo. 
Molti avevano osservato, quando agitavasi questo progetto, sulle im- 
mense difficoltà idrauliche che poteva incontrare la riuscita di tale 
idea, ed asserivano che non avrebbe facilmente un fiume tanto impe- 
tuoso come il Piave nelle piene, presa una direzione opposta al suo 
corso partendo da un punto così vicino alla foce come era la Cava 
Zuccherina. Le autorevoli rimostranze dei periti di quei tempi ave- 
vano avuto il loro effetto ed i lavori che già erano stali decretati 
nel 1 545, per il Taglio da Cava Zuccherina a Cortelazzo, appunto a 
seconda delle opposizioni degli uomini d'arte, venivano rallentati o 
sospesi attendendo che i periti si mettessero d' accordo sopra qual- 
che nuovo progetto che fosse universalmente accettato. Ed appunto 
la Commissione di cui prima abbiamo parlato, formulò la prima idea 
quasi direi officialmente, che per divertire il Piave da Jesolo a Cor- 
telazzo non si avesse a partire da Cava Zuccherina ma da un punto 
molto più a monte. Già altri aveva proposto che fosse condotto il 
fiume per lo sfogo di Re già esistente e che partiva al disotto di 



Digitized by 



Google 



65 

Hasile ed arrivava circa alla metà del canale di Cava Zuccherina ; 
ma i periti sunnominati trovavano insufScente questo progetto e 
reputavano necessario che si dovesse scavare un nuovo alveo, il quale 
conducesse il fiume ancora pih sopra di Cortelazzo. 

Intanto al 1618 il Magistrato alle acque si portò alla visita 
della laguna e dei lavori intrapresi sui fiumi, onde rilevare le con- 
seguenze, che questi lavori dispendiosissimi avevano portato. Ecco 
quanto scrive il Vacani all'anno 1618, riassumendo dallo Zen- 
drini. Uno scandaglio fatto al porto di Malamocco è favorevole al 
piano testé abbracciato di espellere, pel mezzo del Taglio Nuovissimo, 
le acque di Brenta morta dalla laguna, giacché si trova in esso pik 
profondità che non prima dell' espulsione. 

Il Vacani vuole con queste parole riferirsi alla deposizione del- 
l' Ammiraglio del porto di Malamocco al Magistrato alle acque, il 
quale Ammiraglio asseriva che dopo levata la Brenta eransi e il 
detto porto e la subì f uosa non solo conservati ma migliorati tanto, 
che dove prima non poteva passare che un solo vascello ora ne po- 
tevano passare tre di fronte. 

Anche intomo a Fusina, continua il Vacani, V acqua salsa, non 
piìt mista di acqua dolce, opera il diifacimento delle antiche barene 
depositi fluviali. E sebbene il riflusso le riporti lentamente verso il 
mare, per gli inciampi che trovansi nel fondo e pel tortuoso err/ire di 
questo fino al porto, sicché é éCuopo tener sempre attivo in laguna un 
edifizio da tfango, pure si riconosce un tale sconcerto temporaneo (co^ 
me infatti avvenne) essere quel lezzo poco a poco trasportato fuori dei 
porti, col perenne scaricarsi della marea. Il riconosciuto bisogno di 
serbare la laguna ed il porto di Malamocco fa che si corra ai mezzi 
piti propri di ravvivare la laguna morta, cioè quella inceppata da 
valli, dossi e barene verso la terraferma. Perciò al contatto di questa 
sono proposti dal Garzoni ed eseguiti varii tagli, noti tuttavia sotto 
il nome di tagli-Garzoni, atti a ricevere e rimettere l'acqua salsa dai 
porti ai punti pik lontani e da questi nuovamente al mare. Questi ta- 
gli per altro non furono generalmente approvati, né creduti vantag- 
giosi, per quel comune difetto dice il Zendrini, di non voler aspet- 
tare con calma la perfezione delle opere e di volerle con precoce con" 
siglio condannare. 

In questa nota però il Vacani non parla di un fatto importan- 
tissimo, cioè di quanto la Republica ordinò ed imprese per la navi- 
gazione detta Lombarda, e siccome anche nelle note susseguenti l'e- 

5 



Digitized by 



Google 



66 

gregio autore ne tace assolatamente, crediamo opportuno di fame 
brevemente parola. 

Ài 1618 abbiamo veduto impegnato il Magistrato alle acque in 
una visita generale dei lavori sulla laguna. Si recò dapprima al Ca- 
nal di Valle, quel canale che partendo da Brondolo ed attraversando 
le valli tra le foci d' Adige e di Brenta, arriva sino alla porta di 
Fessone, correndo parallelamente alla spiaggia sabbiosa dell' Adria- 
tico ; là il Magistrato fu edotto delle deplorevoli condizioni in cui 
trovavansi i canali della navigazione lombarda. Difatti le acque del 
Brenta e dell'Adige avevano ostruito da Brondolo a Fessone il canale 
di Lombardia o di Bebbe, in modo da rendere difficile il passaggio 
anche alle piccole navi. Sulle riferte del Magistrato, il Governo no- 
minò tosto nove personaggi giudicati esperti nell'argomento, i quali 
si radunarono in Ghioggia per deliberare sui lavori da farsi onde ri- 
pristinare il canale in buone condizioni. Fu proposto il cavamento 
di un canale che partendo dal canale de Ton o dei Cuori arrivasse in 
retta linea alla Cavanella di Fessone. V era però discrepanza tra i 
periti Gallesi e Contini intorno al luogo di sbocco del canale, il pri- 
mo lo voleva vicinissimo a Fosaone, il secondo 300 pertiche pili so- 
pra Cavanella. Altri piani venivano proposti del tutto differenti, ma 
forse per la poca probabilità della loro riuscita, o perchè troppo di- 
spendiosi, non furono presi in considerazione, e fu approvato il pro- 
getto Contini, nel 21 Gennaio 1618. Tuttavia non venne attuato 
che all' incirca nel 1630 con molti mutamenti, dei quali sarebbe 
troppo lungo il discorrere. 

Ritorniamo alla Piave. 

In seguito al rapporto fatto dai periti che avevano esaminate 
le condizioni della laguna superiore, il Senato faominò al 1620 un 
Collegio di 12 Nobili, affinchè con i Savi alle acque, dice la Parte, 
si portassero a visitare tutti i siti, e ben ponderate tutte le propo- 
sizioni che venissero esibite dagli ingegneri, ne portassero al Se- 
nato il loro sentimento. — Non è perciò esatto quanto dice il Va- 
cani riferendo su questo decreto: viene eletto un Collegio di \i f er- 
tone affinchè ordini e provegga V esecuzione del decreto 1561, quello 
cioè di divertire la Piave a Cortelazzo, ed immettere nel suo alveo i 
piccoli fiumi della laguna superiore. Questo Collegio aveva soltanto 
l' incarico di studiare e riferire, non già di ordinare e provvedere. 

Dal 1620 al 1641 il Vacani non nota alcunché di straordina- 
rio, tranne la ripetizione dei soliti decreti con cui ordinavasi l'espul- 
sione dalla laguna dei fiumicelli da Mestre a Burano, espulsione 



Digitized by 



Google 



67 

che per i namerosissimi e differenti progetti proposti era sempre 
procrastinata ed impedita. Per dare un' idea dalla quale si possa 
scorgere come vastissimi erano i termini, tra cui si aggiravano i 
progetti della regolazione dei fiumi sboccanti nella laguna superiore, 
ricordiamo prima il progetto di Sabbadino che voleva riunire i cin- 
que piccoli fiumicelli in uno solo e farlo sboccare dirimpetto al porto 
di Lido, e riportiamo il progetto citato da Vacani di Giovanni Ste- 
fano Pusterla nel 1641, col quale voleasi guidare la Livenza, la 
Piave, il Sile, e gli altri minori fiumi che stanno al Nord nel fiume 
Brenta, verso Chioggia e Brondolo, onde schivare il sopravvento tan- 
to dannoso ai porti pel moto naturale del mare. Non è dunque a 
meravigliarsi se in mezzo a questo amplissimo mare di progetti, uno 
dall'altro tanto diverso, e nei principi su cui si basavano, e nei 
mezzi con cui erane indicata V attuazione, il Governo della Repu- 
blica titubasse ad accettarne uno piuttostochè un altro, e lasciasse 
indecisa la questione. 

Ma però da troppo lungo tempo agitavasi il problema dell' or- 
dinamento della laguna superiore, ed era necessaria una soluzione, 
poiché se anche i periti erano discrepanti nelP accennare ai rimedi 
da attuarsi, erano però tutti concordi nel riferire sulle condizioni mi- 
serrime della laguna e delle conterminanti campagne. Nel Mostrino 
il Musone ed il Marzenego non potevano piti essere contenuti dal 
canale Oselin che, rialzato il suo fondo, ingombro di canneti, era ri- 
dotto non solo innavigabile, ma quasi completamente inservibile a 
semplice scolo. Il Dese, lo Zero ed il Sile, avendo colle loro proprie 
deposizioni ingombrata la foce di paludi o di canneti, rompevano di 
continuo gli argini cagionando grave danno alle campagne, tanto 
pih grave inquantochè, per non pregiudicare di piii la laguna, impe- 
divansi i tagli che avrebbero lasciato scorrere in essa le acque ri- 
versantesi dai detti fiumi. 

La Piave non solo aveva più volte rotti gli argini e devastate 
le campagne trevisane, ma aveva anche deteriorati i fortissimi muri 
costruiti lungo il suo corso sino a S. Dona, e l' argine di S. Marco 
che la separava dalla laguna ; — di più le sue sabbie portate dalla 
corrente litorale avevano ostruito quasi totalmente il porto di Lido. 
Tutti questi danni continuamente verificantisi nella laguna supe- 
riore, e sempre constatati maggiori, decisero finalmente il governo 
ad una risoluzione radicale, che provvedesse a tutti i lamentati di- 
sordini. Ed ecco quanto scrive il Vacani al 1642: 

Affine di render compita la grand' opera delle diversioni deifiu- 



Digitized by 



Google 



68 

mi, ff indicate in ogni tempo dai più saggi come V unico mezzo di ren- 
dere eterne le lagune, avverte il Zendrini, che la foce della' Livenza 
dovette essere guidata a Caorle, che quella della Piave, attraversando 
i laghi di Brian, dovette essere portata nei porti di Santa Croce e 
S. Margherita, ove prima scendeva la Livenza^ e che il Sile, il Zero, 
il Dese e il Marzenego dovevano, a norma dello stabilito, esser con- 
dotti a Cortelazzo, tutti per tal modo il piìc lontano possibile dalla la- 
guna. Gli ordini emanati per questo furono tosto eseguiti, per ciò che 
spetta la Piave e la Livenza, malgrado le guerre sostenute da Venezia 
coi Barberini sul Po, avendo una deputazione di periti, spediti sui 
luoghi, dichiarata urgente la necessità di divertire quei fiumi, onde 
preservare la stessa dominante. 

Questo periodo del Vacani ha però bisogno di alcune spiegazioni. 

Abbiamo veduto che il Governo della Repoblica si trovava in- 
certo sul da farsi intorno alla laguna superiore, appunto pella gran- 
de diversità delle tante proposte. Ma crescendo i mali e non venendo 
i periti ad una comune conclusione, il Senato nel 30 Novembre 1641 
decretò che il Magistrato alle acque dovesse entro otto giorni recarsi 
sui luoghi, esaminare le cose, notare le diflScoltà e suggerire i ri- 
medi più utili per la regolazione delle acque dolci sboccanti nella la- 
guna superiore. 

Però questo decreto, che si scorge intimato sotto l'impressione 
del racconto delle condizioni infelicissime della laguna, e che la- 
sciava soli otto giorni per andare, esaminare, studiare, riferire e pro- 
porre, fu modificato ben tosto col pretesto della rigida stagione, e 
venne lasciato tempo al Magistrato sino al primo Marzo per eseguire 
gli ordini del decreto. — Delfino, Caotorta, Marcello, Erizzo, Giu- 
stiniani, Salomon, Pasqualigo, Pisani, Delfino Lorenzo, Renieri, Do- 
nato, componevano allora il Magistrato alle acque ; si aggregarono 
i periti agli stipendi della Republica e, per giunta, Ottavio Orese vi- 
centino e Francesco Vuert fiammingo, e si recarono alla visita dei 
luoghi. Fu adunque questo Magistrato alle acque che fece la rela- 
zione al Senato, e disse di aver dagli studi fatti dedotta la necessità 
di divertire quei fiumi onde preservare la stessa dominante e non 
lasciare motivo di piangere a'posteri, nella perdita del patrio nido, le 
proprie miserie, per l'incuria e ingratitudine dei loro untepassati, e 
non già una deputazione di periti come inesattamente afferma il 
Vacani. 

È da notarsi che in quest' epoca si parla per la prima volta 
della Livenza, fiume che nasce nelle vicinanze di Polcenigo, in Friu- 



Digitized by 



Google 



69 

li, passa per Bacile, Portobaffolè, Meduna, Motta, S. Stin, Torre 
di Mosto e sbocca nell' Adriatico al porto di S. Margherita presso 
Caorle. Lo scopo principale dei piani antecedenti, proposti per allon- 
tanare la Piave, era quello di preservare il bacino dei Tre Porti da 
ulteriori interrimenti, oltre di quelli già arrecati dal fiume; onde ba- 
stava portarlo fuori della laguna nel porto di Cortelazzo, poiché non 
erano a quel fiume ed al Piave che si accagionassero i danni rileva- 
tisi nel porto di Lido, ma al Brenta. Piti tardi però, tolto il Brenta 
dal bacino di Venezia, né per questo migliorato il porto di Lido, e 
compresosi che le sabbie che lo ostruivano, non dall' interno della 
laguna provenivano, ma per la massima parte dal mare, che traspor- 
tava rasente il litorale del Cavallino le sabbie abbondantissime del 
Piave e le deponeva sulla foce del porto stesso, si trovò insufficente 
allo scopo il portare tal fiume nel porto di Cortelazzo poche miglia 
soltanto distante da quello dove sboccava, ma si vide la necessità 
di condurlo a più considerevole distanza. Ecco sorgere l'idea di con- 
durre la Piave non più a Cortelazzo ma a S. Margherita di Caorle. 
Non sapremmo comprendere perchè di queste importanti notizie, tut- 
tavia chiaramente accennate nei rapporti e nei decreti di quell'epoca, 
il Vacani taccia ai&tto, e si contenti di registrare il fatto dei nuovi 
piani suggeriti dagli idraulici, senza dire delle cause che li cagio- 
narono. 

Il Magistrato alle acque nella sua relazione dice adunque che, 
dopo molti studi, conferenze ed esami, avevano adottato il piano del 
vice-proto Bonotti di condurre la Piave a S. Margherita. 

E qui torna necessario notare che la Livenza, prima di entrare 
nella laguna di Caorle, si divideva in tre rami. Uno, il piti a nord, 
col nome di canal del Troff hello, si volgeva direttamente al mare nel 
porto di Caorle, biforcandosi con un ramo piU a mezzogiorno detto 
canal Bitsarera e canal di Cona, sfociante pel porto di 8. Margherita; 
il terzo si staccava poco più sopra di S. Giorgio di Livenza e, con- 
servando il nome del fiume, sboccava per S. Croce al porto di Li- 
venza di S. Croce. Trattavaài adunque di intestare fortemente que- 
sto terzo ramo, ed era il principale, della Livenza, poco sopra di 
S. Giorgio, e con un taglio portarne tutto il corso negli altri dne 
rami del Traghettino, e di Bissarera, onde sboccasse interamente a 
Caorle ed al porto di S. Margherita ; nell' alveo della Livenza, rima- 
sto così asciutto, si doveva portare la Piave e farla sboccare a Santa 
Maria ; e nell' alveo della Piave era poi stabilito di condurre il Mar- 
zenego, il Dese, lo Zero, il Sile, onde sfociassero a Cortelazzo. 



Digitized by 



Google 



70 

È importante però aggiungere che il nuovo alveo di Piave non 
doveva essere scavato sino al porto di S. Maria, ma, partendo da S. 
Dona, doveva arrivare con una lunghezza di 2800 pertiche sino al 
Canal Citi, e poi doveva la Piave essere lasciata libera per le valli e 
le paludi di Brian, onde sola scendesse al porto di Livenza, intestan- 
do però fortemente i canali verso Cortelazzo, onde non avesse nuova- 
mente a prendere la via di quel porto. La spesa per questo grande 
progetto era calcolata di circa 313 mila ducati, e fu eletto come 
provveditore e soprastante ai lavori Bernardino Renieri. 

Dal 1642 al 1655 il Vacani non registra che le rotte frequen- 
tissime del Brenta, del Brentone e del Novissimo, e nota i decreti 
della Republica con cui erano sollecitati i lavori del nuovo alveo di 
Piave. In quanto ai lavori sul Sile erano stati procrastinati a dopo 
l'ultimazione di quelli sul Piave e sulla Livenza; onde l'A. non ri- 
porta esattamente lo spirito della deliberazione del Governo, allorché 
scrive in diverse epoche di questo periodo : vengono ({frettati i lavori 
di compimento dei tagli di Piave e di Sile, Per il taglio di Sile non 
ancota era stata scelta e deliberata la linea da adottarsi, e lo stesso 
Vacani all'anno 1673 nota che il progetto del perito Cunano pel ta- 
glio di Sile fu adottato e fatto eseguire per impresa; non potevansi 
perciò 20 anni prima sollecitare i lavori non ancora ben progettati, 
ma al contrario sollecitavasi il Magistrato alle acque di scegliere de- 
finitivamente un piano, e ciò indugiavasi a fare per le divergenze 
che noteremo piti innanzi essere insorte tra i periti. Ài 1655 la 
Livenza è rivolta nel nuovo taglio, scrive il Vacani ; lo Zendrini nota 
questo stesso fatto un anno prima, cioè nel 1655, ed egualmente il 
Tentori ed il Lucchesi. 

Dal 1655 al 1664, anno in cui la Piave è rivolta nel nuovo 
alveo, il Vacani, tra altre cose di minore importanza, nota due fatti 
degni d'essere riportati, cioè: al 1662 il rilievo di tutta la laguna 
ordinato dalla Republica, essendo imperfetti i precedenti ; lavoro affi- 
dato all'abile ingegnere Benoni, che in apposite istruzioni stabilì il 
modo onde renderlo veramente utile allo scopo; ed al 1663 lo scan- 
daglio generale della laguna, che in alcuni luoghi fu trovata in con- 
dizioni meno felici dello scandaglio fatto 60 anni prima. Ed ecco 
anzi come il Vacani riassume dallo Zendrini alcune riflessioni sull'ar- 
gomento : Un pratico in Malamocco adduce i seguenti giudiziosi mo- 
tivi degli interrimenti: l.*> il disfacimento delle vecchie barene ope- 
rato dall'acqua salsa; 2.® le rotte troppo di sovente accadute nel ta- 
gliO'Novissimo vicino alla laguna; 3.» il baro che impedisce il corso 



Digitized by 



Google 



71 

delle acque; 4.^ la materia portata dal mare. Quindi propone i se* 
gventi rimedi: 1.** raffermare le barene con pali e grisiuole doppie, o 
circondarle con dighe affinchè non si disciolgano ; 2.^ rinvigorire gli 
argini del Novissimo e vegliare a che non vengano tagliati; 3.® rom- 
fere il baro coli' introdurre le acque fluviali o (poiché queste altri- 
menti danneggiano la laguna) far piuttosto escavazioni per distrug- 
gerlo e profondare la laguna ; 4.® costruire palificate, guardiani e 
speroni, come erano 40 anni avanti, contro la corrente del mare, lun- 
go i lidi e all' ingresso dei porti. 

Al 1664 intanto erasi terminato il taglio di Piave con tante 
spese e con sì lungo lavoro compiuto, e il barone Vacani ne riferi- 
sce l' importantissimo fatto cosi : Questo fiume è guidato a 8. Mar-^ 
gherita e impiega parecchi giorni ad empiere i laghi di Cortelazzo e 
Siòaga prima di venire in mare. Esso trova ostacolo ad uscire per la 
nuova strada, e gonfiandosi rompe gli argini laterali ai laghi. E piìi 
innanzi, al 1667 ; La Piave si mostra sempre ritrosa a uscire in ma- 
re attraverso i laghi, squarcia nuovamente gli argini, e si apre stra- 
da a Cortelazzo. Questa però gli vien chiusa di forza, ed essa è ri- 
condotta pei laghi a S. Margherita. 

Questi cenni del Vacani meritano qualche spiegazione, aggiun- 
gendo anche pegli anni successivi un cenno sui lavori eseguiti in- 
torno al fiume stesso, tanto pivi che l'Autore, dopo aver parlato del- 
le difficoltà che incontrava la Piave a percorrere la nuova via desti- 
natale, dal 1667 al 1681, non parla poi di quanto fu eseguito onde 
superare queste difficoltà, contro le quali, e le premure del governo, 
e gli studi dei più celebri ingegneri del tempo, e forti somme di 
danaro, e l'attività degli uomini più zelanti della patria, e l'opera 
di migliaia di operai furono adoperati. 

Abbiamo già accennato a suo tempo, riferendo il progetto della 
diversione, che il nuovo alveo di Piave non doveva arrivare sino al 
mare, ma che delle 10,000 pertiche che all' incirca per la nuova 
strada doveva percorrere il fiume, solo per 2800 era cavato l' alveo, 
cioè sin dove giungevano le campagne ed i prati, e che oltre quel 
punto si pensava di lasciarlo liberamente rivolgersi al mare attra- 
verso i laghi e le paludi che occupavano lo spazio che da questo lo 
separava. Speravasi che l' impeto del fiume non solo avrebbe supe- 
riti gli ostacoli che frapponevansi di molti canali, argini, canneti, 
^., ma ancora che la corrente avrebbe scavato al fiume un alveo 
»ella desiderata direzione. 

Avvenne per contrario che la Piave, dopo essersi sparsa per le 



Digitized by 



Google 



72 

valli del Prete, di Ribaga, di Vellai ecc., non ebbe più forza soffi- 
cente per rompere con retta direzione gli argini di moltissimi canali 
che intersecavano il terreno, ma perdendo del suo impeto si allargò 
continuamente empiendo i canali e lentamente progredendo con 
vastissimo campo verso il mare. Fu naturale conseguenza di questo 
impreveduto fatto, che i canali e gli scoli delle campagne vicine non 
solo non ebbero più il loro corso naturale, ma ben presto rigurgita- 
rono in modo che tutta quella regione divenne inondata, o dalle ac- 
que del fiume che sempre più si allargavano, o dai rigurgiti dei ca- 
nali che invece di sboccare in esso, come presumevasi, da esso rice- 
vevano nuovo e dannoso alimento. Di più, mancato il primo impeto, 
che, colla direzione impressale dall'alveo scavato, doveva condurre 
la Piave sino al porto di Livenza, essa poggiò a mezzogiorno verso 
il porto di Cortelazzo, e prima minacciò, poi ruppe veramente le in- 
testature che, ad ogni peggiore evenienza, eransi costruite. 

£ procedendo con ordine a narrare i provvedimenti presi dalla 
Republica onde riparare all' infelice esito dell' impresa, è d'uopo con- 
statare che i primi lavori che si eseguirono onde facilitare il corso del 
fiume, furono vicino al mare, cioè un taglio di 6 pertiche a Briano, 
immettendo il fiume nella laguna di Caorlc, anziché per l'alveo della 
Livenza lasciarlo correre come era stato stabilito nel porto di Santa 
Maria. Nulla ottenutosi però con questo primo lavoro. Panno dopo 
1665 imprendevasi una più ordinata regolazione, mediante tagli 
generali di tutti i canali che attraversavano la linea del fiume, il 
Calmo, il Postolo, il Conio, la Fossa, l' Ongaro, il Revedoli ecc. ecc. 
Ma intanto per le cause che abbiamo già accennate cresceva a mille 
doppi il disordine nelle campagne vicine, ed i periti, preoccupati 
della gravità della situazione e dell' esito della loro intrapresa, pro- 
ponevano differenti pareri per porvi rimedio. La Republica scelse nel 
seno' del Magistrato alle acque un Collegio di sei Savi perchè esa- 
minassero prontamente le proposte e ne ricavassero la migliore e la 
più opportuna. 

Malgrado fosse opinione di molti, che si dovese rimettere la 
Piave nel suo letto, e che questa idea, fosse vivamente appoggiata 
dai proprietari delle campagne che vedevano aumentare continua- 
mente l' inondazione, i deputati scelti a decidere, suggerirono dei 
rimedi meno radicali, quantunque riputati sufficenti ; consistevano 
nel dover abbassare le ri ve 'della Livenza vecchia, e praticare un si- 
stema di tagli negli argini ed argerini, onde rendere proporzionato 
lo scarico delle acque. Il Senato approvò i progetti, e ne fu desti- 



Digitized by 



Google 



73 

nato esecutore Gontnrini che, nel Giugno 1666, bì recò sul luogo. Ma 
nell'autunno il fiume crebbe in piena così straordinaria, che non solo 
i provvedimenti suggeriti si resero insufficenti, ma gravitò siffatta- 
mente sulle intestature di Cortelazzo che, ad onta dei lavori compiu- 
tisi a gran furia, ne ruppe l' argine e si fece strada a quel porto. 
Tuttavia la rotta fu chiusa a spese degli impresari dell' intestatura, 
poiché si giudicò che V opera non fosse stata eseguita conforme ai 
contratti. Da quest'epoca, 19 anni lottarono gli ingegneri del veneto 
governo per rendere sicuro il corso del fiume sino alla laguna, con 
quanto spreco di lavoro e di danaro, è inutile il dirlo; ma ogni opera 
fu vana ; né recheremo qui i consigli e i giudizi del celebre Mon- 
tanari, il quale più volte venne chiamato ad emettere un parere sulle 
condizioni del fiume stesso : sarebbe troppo lungo enumerare tutti 
quei tentativi inutilmente fatti. 

Al 1683, nota il Vacani: la Piave rompe a Landrona e si apre 
il varco a Cortelazzo verso cui inclinava; — ed al 1685: i periti 
consultati dal Senato sulla rotta di Piave convengono pienamente col 
parere di Montanari, di lasciare alla Piave la foce da essa presa ab- 
bandonando il pensiero di ricondurla a S. Margherita. — E così per- 
tanto fu fatto, quantunque la Republica avesse, per quel lavoro, speso 
più di un milione di ducati, somma a quel tempo favolosa. — Ma i pe- 
riti trovarono modo di dimostrare (come si vede dallo scritto esistente 
nella raccolta di relazioni dei Proti circa fiumi e canali) che niun 
detrimento ne avrebbero avuti i porti della laguna se la Piave fosse 
lasciata correre a Cortelazzo, mentre appunto per evitarle questa 
foce avevano fatti imprendere tanti lavori e spendere tanti danari. 

Però la vigilanza e l'attenzione della Republica, ad onta di 
fatti così gravi, non era già ristretta al solo fiame Piave. Abbiamo 
già notato che al 1673 il Vacani scrive: il progetto del perito Cu- 
mano pel taglio del Site è adottato. 

Tale progetto, di cui poi l' Autore non dà relazione, consisteva 
nel cavamento di un canale che dalla Brenta di Valle, sull'angolo 
che forma il Sile volgendosi a mezzodì dopo le Tre Palade, andava 
al vecchio alveo di Piave poco sotto di S. Dona; doveva avere tale 
canale una lunghezza di pertiche 1816 ed una larghezza massima 
di pertiche 36. L'anno 1674 fu cominciato il cavamento, lentamente 
procedendo per impresa, dice il Vacani, ed in modo che non corri-- 
sponde all' importanca dello scopo. 

Per non seguire tutte le peripezie a cui andò soggetto il lavo- 
ro, non solo pella fiacchezza con cui fu eseguito, ma ancora pelle 



Digitized by 



Google 



74 

disonestà degli assuntori e degli incaricati alla sorveglianza, diremo 
che i lavori durarono 10 anni, e che nel 1683, quando fu immessa 
l'acqua nel nuovo alveo, esso non era ancora terminato; fatto forse 
questo importante pelle dannose conseguenze portate dal nuovo cor- 
so del fiume. Il Vacani accenna a tutti questi fatti, ma non è nel vero 
laddove crede che il cavamento del Sile fosse affidato ad una sola 
impresa, e che questa per le ree connivenze, o per la lentezza, fosse 
mutata ; erasi suddiviso il lavoro a molte imprese, delle quali alcune 
convenientemente ed onestamente adempievano l' assunto, altre lo 
trascuravano, o frodavano, d'accordo coi sorveglianti, l'amministra- 
zione. A queste sole naturalmente si procurarono dei sostituti giu- 
dicati più onesti. 

Ma intanto che in tal modo proseguivano i lavori, suscitavansi 
forti opposizioni contro tale diversione ; opposizioni capitanate da 
coloro che reputavano inconsulto V allontanamento dei fiumi dalla 
laguna, asserendo che essa, con tanta diminuzione di acque, avrebbe 
indubbiamente peggiorate le sue condizioni. Dall'altra parte i con- 
tadini delle campagne bagnate daì Sile, dal Musestre, dallo Zero e dal 
Marzenego, ammaestrati forse dalle conseguenze che le diversioni 
fatte avevano portato alle campagne lungo il Brenta e la Piave, 
osteggiavano con tutte le forze il diversivo di Sile ; di più alcuni 
tecnici asserivano che quel nuovo alveo non avrebbe potuto conve- 
nevolmente funzionare, sia per la poca caduta, sia per la lunghezza 
del corso a cui sarebbe stato costretto il fiume. Ad acquietare gli 
animi o timorosi od oppositori, il celebre Geminiano Montanari fu 
chiamato a visitare i luoghi e ad esprimere il proprio parere. Qui 
lasciamo la parola al Vacani, che molto fedelmente riporta alcune 
idee del Montanari, non sappiamo poi perchè all'anno 1682 se la 
scrittura del Montanari porta la data del Febbraio 1683. 

Ecco quanto scrive adunque il Vacani, riassumendo dal Mon- 
tanari : 

L'alveo nuovo del Sile è ormai ultimato (notiamo qui di volo 
che era ultimato come lunghezza, non già come profondità) e si 
pensa di immettervi il fiume senza piU oltre profondarlo, nella fidu- 
cia che esso scaverà il suo fondo, perchè il Montanari ha testé dimo- 
strato che in un fiume la forza dell' acqua corrente è maggiore verso 
il fondo di quello che verso la superfice. Il Montanari dissipa i ti-- 
mori di chi crede che col togliere il Sile alla laguna superiore le do- 
vesse mancar acqua, e dice che le bocche dei porti non sono sì ristrette 
che in 6 ore non possa il mare finire di riempierla ed quagliarsi 



Digitized by 



Google 



75 

seco in un piano. Che se nei riflussi qualche superfice delle velme sia 
scoperta, non è essa però esposta anche con ciò ad alzarsi maggior- 
mente, tolte essendo le torbide, sicché alla fine, usando i rimedi pro- 
pri a vivificare la laguna, questa migliorerà, e con essa V aria, la 
quale è tanto peggiore quanto piU paludi e cannelle si formano, le quali 
appunto si producono ove V acqua salsa non rode il fondo e non le 
strugge nelV origine. Non presagisce però il Montanari a favore del 
nuovo corso del Sile, ben riflettendo che i avendo questo fiume una ca- 
duta di soli pollici 6 V 2 dalle Porte Nuove al livello del mare, se 
distribuita questa suW antico corso di miglia 5 ^/j da quelle Porte 
al livello della laguna superiore, ha pollici 2 ^/ig per miglio ; ora, 
distribuita sul nuovo corso di miglia \^ da quelle Porte a Jesolo, 
non avrà piic di ^/^ di pollice per miglio. Dal che venir dovevano, 
lentezza di moto, folto canneto, innalzamento di scolo, gonfiamento 
tale, come se avesse un corpo d'acqua tre volte maggiore di quello che 
il Sile aveva veramente. Oltre di ciò gli scoli delle vicine campagne 
non avrebbero avuto ifogo, sia per gli inciampi del taglio, come per 
r alzamento del fondo, Proponevasi adunque dallo stesso Montanari 
un diversivo al taglio, affinchè il Sile non iscorresse tutto a Jesolo, 
ma una parte scaricasse direttamente nella Piave. (Aggiungeremo 
a maggiore chiarezza, che questo taglio proposto dal Montanari ed a 
cui allude il Vacani, doveva cominciare alla prima svolta di Sile 
sotto Canale e andare diritto nella Piave al di sopra di S. Dona.) Pro- 
poneva inoltre il Montanari, continua il Vacani riassumendone la 
scrittura, che si dovessero alzare le porte, e si avesse ad arginare 
fortemente il piano verso la laguna, abbassando V altro verso la Fos- 
setta, con che sarebbonsi raccolti senza rischio anche gli altri fiumi- 
celli. Zero, Dese e Marzenego, i quali erano da lui reputati equiva- 
lenti a una tredicesima parte di tutto il Sile. 

Dobbiamo qui rettificare l'esposizione dell'Autore che, non pa- 
rendoci troppo chiara, può dar luogo a false interpretazioni. Il Va- 
cani dice che il Montanari suggeriva di arginare fortemente il fian- 
co verso la laguna, abbassando V altro verso Fossetta. Sembrerebbe 
che qui volesse dire che si fortificassero gli argini verso la laguna, 
onde non avesse in caso di piena da versarsi il Sile nella laguna 
stessa, e nel medesimo tempo si abbassassero verso terraferma onde 
al caso da quella parte si potesse sgonfiare. Ma non è questo il sen- 
so delle parole del Montanari. Ecco il testo della sua scrittura che 
8i riferisce a questo punto : « non avendo argine il taglio nuovo se 
» non dalla parte verso la laguna, e restando aperte le valli verso 



Digitized by 



Google 



76 

» la Fossetta, anzi essendo poco alte le rive stesse verso la Fossetta, 
» sarà d'aiuto grande e necessario assieme rabbassare le gengive 
» del fiume del taglio nuovo sino alla Fossetta, acciò abbiano le ac- 
» que campo d'incamminarsi per quella valle verso la Piave, senza 
]> alzar tanto ». 

Tuttavia il Senato non volle procrastinare V immissione del 
Sile nel nuovo taglio, onde fu effettuata pel 1684, e non nel 1683, 
come la segna il Vacani. * 

L'effetto però di questa immissione fu assai contrario a quello 
che aspetta vasi il governo della Republica ; gì' inconvenienti pre- 
detti dal Montanari si verificarono ; la lentezza dell' acqua non per- 
mise che si scavasse il fondo, e l' alveo fu ingombro ben presto di 
canneti, in modo da richiedere frequenti lavori per toglierli ; di più, 
peli' eccessivo alzarsi del pelo d'acqua del Sile, ne furono impediti 
gli scoli delle vicine campagne. Per queste cause, aumentate di gra- 
vità col progresso del tempo, nel 1695 fu decretata l'apertura di 
un emissario chiamato poi Businello, non più largo di 9 piedi, né 
più alto di 3, che immetteva una parte del Sile laddove prima sboc- 
cava in laguna ; questa stessa apertura fu poi trasportata inferior- 
mente alle porte del Sile, con ordine che si osservassero attenta- 
mente gli effetti che ne conseguitassero, specialmente in ciò che 
riguarda alla tanto gelosa indennità e preservazione della laguna. 

Su questa opera riportiamo il seguente giudizio dello Zendrini : 
« In verità non si può negare che non fosse assai scarso di cogni- 
» zioni idrometriche chi propose questo sfogo, persuadendoci che 
» un riparo sì superficiale e sì angusto potesse far abbassare sensi- 
» bilmente le acque del Sile, rimasto, per la diversione di queste ac- 
» que, notabilmente alterato nel proprio corso. L'effetto in niun 
» modo adunque corrispose alle promesse del proponente. La laguna 
» nel ricevere queste acque dolci ha risentito e risente gravi danni 
» e, quel che h peggio, minoratosi il corso del Sile, si diede largo 
» campo al germoglio delle erbe nel fondo del Taglio, ed alle depo- 
» sizioni, onde le acque di esso sono state dappoi tanto più soste- 
» nute di quello che erano prima ; al che aggiungasi che la forza 
» del Sile per uscire in mare si è resa sensibilmente più debole, e si è 
» perciò sommamente reso minore quell' effetto che ragionevolmente 
» speravasi, cioè che nello sbocco in mare formasse colla sua corrente 
» un guardiano vivo al corso dei sabbioni, che lungo il litorale per 
» detto comune vanno discendendo da greco verso di garbino ». 

(Continua.) 



Digitized by 



Google 



ANNALES VETERES 

ANNALES BREVES - NECROLOGIUM S. FIRMI DE LEONICO. 



Il Codice della Biblioteca Comunale di Verona, segnato 
Storia LXI, in carattere del secolo XV, è una raccolta di cro- 
nachette che formano insieme una Storia Veronese, abbastan- 
za continuata, sino al 1409 : riempiono gli ultimi fogli alcuni 
brevi aneddoti, quasi tutti di Storia cittadina, scritti la mag- 
gior parte nel secolo stesso. La collezione delle cronache fii 
compilata r anno 1421 come apparisce dal breve frammento 
che ci resta della prefazione. Il Codice faceva parte della li- 
breria Orti, ma non credo che V esimio erudito avesse inten- 
zione di farne suo prò per la collana di Cronache Veronesi che 
aveva in animo di publicare nel Poligrafo^ collana che per 
la cessazione del periodico fu interrotta, appena incominciata 
nel 1845 la edizione del primo Annello, quella Cronaca Saiban- 
tina di cui parlò non ha molto in questo Archivio (voi. VII, 
parte I, pag. 162) il eh. mons. Giuliari: infatti nel programma 
che r Orti si era proposto incominciando la publicazione di 
detta Cronaca, non accenna al nostro Codice, se non si volesse 
vederlo sottinteso alla frase generica dove manifesta la speran- 
za di aggiungere alle coso promesse altri documenti, se gli 
venisse fatto di discoprirne. Eppure egli già lo possedeva, e ne 
faceva giusta- stima; anzi se ne era servito nella Cronaca ine- 
dita dei tempi degli Scaligeri^ Verona, 1842, p. 60-1. 

Di queste importanti Cronache, a desso publico la prima. 
Prendendo le mosse dalla creazione del mondo, Tanonimo Cro- 
nista ci dà gli Annali Veronesi dall'origine della città al 1247; 
ma forse le prime linee sino alla uccisione di Lupo, sono stato 
aggiunte dal compilatore del secolo XV, togliendole dal Me- 
moriale temporum^ che talvolta trovasi premesso anche agli 
Annales del Parisio. Non è rigorosamente mantenuto l'ordine 



Digitized by 



Google 



78 

cronologico, ed un anno posteriore è qualche volta preposto ad 
uno anteriore. Diedi a questi Annali il nome di Annales Vete- 
res per distinguerii dagli Annales Breves. 

Quasi tutte le nostre Cronache per V epoca anteriore al 
Secolo XIII, sono tra loro molto uniformi ; né gli Annales Ve- 
teres fanno punto eccezione; anzi mostrano una spiccatissima 
corrispondenza specialmente cogli Annales Breves^ brevissima 
Cronaca che va dal 1095 al 1178, e colla introduzione degli 
Annales Veronenses del Parisio e colla Cronica Veronensis. Molti 
passi sono eguali in tutte quattro le Cronache, altri in tre, al- 
tri in due sole, ed è degno di nota che siffatte somiglianze si 
intrecciano sì che, mentre un luogo di una Cronaca trova ri- 
scontro in una seconda e in nessuna delle restanti, un altro 
viene invece ripetuto in una terza, senza ricomparire nella se- 
conda. Soggiungo alcuni esempì : per gli Annales Breres cito 
il testo offerto qui in appendice agli Annales Veteres^ per il 
Parisio seguo la edizione del Pertz (M. G. ss. XIX, 2-18), e per 
la Cronica Veronensis quella del Verci, che è V unica (M. T. , 
VII, 149-51). 



Annales Veteres. 
1095. Fuit fòmes 
valida. 

lin.Fuitmagous 
teremotus;unde 
maxima pars, a- 
rene cecidi t. se- 
ptimo i Otranto 
Janaario. 



1149. Combusta 
fuit porta Sancti 
Zenonis. 



1)72. Civitas Ve- 
ron. combùsta 
fuit. 



Annales Breres. 
1095. Fuit fames 
valida in vniver- 

80. 

Un.FuitTeremo- 
tus Magnus. 



1149. Combusta 
fuit porta Sancti 
Zenonis. Et Ca- 
ptum fuit Ca- 
strum Sancti Pe- 
tri de Verona. 

1164. Piiius cura X 
aliismilitibusiu- 
terfectus fuit su- 
per carcerem. 



1172. Combusta 
fuit Civitas Ve- 
rone per Vicen- 
tinos. 



Pansius. 



1117. Terre motus 
factus est ma- 
gnus. 



1164. Piiius... cura 
decem aliis civi- 
busVeron.inter- 
fecti fuerunt in 
carceribus Vero- 
ne. 

1172. Combusta 
fuit tota civitas 
Verone per cives 
Veronenses. 



Cronica Veron. 



1117. Terremotus 
roaximusfuitVII. 
Januariiy ex quo 
maxima pars A- 
rene cecidit. 
823. Combusta fùit 
tota con trataPor- 
te Sancti Zenonis 
Verone. 
1049.Castrum San- 
cti Petri in mon- 
te Verone cap- 
tum fuit et de- * 
structum. 



1172. Civitas Vero- 
ne tota combusta 
fuit citra Athe- 
sim. 



Digitized by 



Google 



79 

A siffatti collegamenti vicendevoli, arroge che ogni Cro- 
naca ha qualche notizia speciale, sicché nessuna di esse può 
essere stata fonte delle rimanenti. A mo' d' esempio, i fatti di 
Ostiglia sono spiegati meglio che altrove nella Cronica^ d' al- 
tronde assai scadente nella guerra di Ferrara. La storia delle 
guerre Imperiali si ha spezzata e divisa nelle tre altre Crona- 
che: gli Annaks Veteres recano varie notizie cittadine, im- 
prontate di originalità. Il che ci autorizza a riportarci ad una 
Cronaca vetusta e perduta, dove p. e. le sparse notizie sui due 
Federici si dovevano unire, e completare. Questa antica fonte 
la chiamo Cronaca Zenoniana, e ne dirò in seguito le ragioni. 

I due pili vetusti apografi di essa sembrano gli Annaks 
del Parisio e gli Annaks Breves. I primi furono scritti verso 
il 1270. Parisio visse alla metà del secolo XIII, dicendo egli 
stesso d'essere andato a Roma nel 1223, e finì la sua storia 
colla morte di Mastino I (1277). Gli Annaks Breves furono 
scritti forse sulla fine del secolo XIII. È da osservarsi che 
mancano di ogni continuazione e chiudono al 1178: il com- 
pilatore della miscellanea di Storia Mantovana raccolta nel 
Codice Marciano ms. ital, ci. IX, Cod. 284, unico a conservar- 
celi, li terminò cosi : « Supradicta millesima non sunt conti- 
nuata et magis pertinent ad Veronenses. » Essi sono V unico 
apografo senz' alcuna continuazione; eppure quella che ri- 
guarda gli ultimi anni del secolo XII è certamente assai anti- 
ca : la venuta di Lucio III, la edificazione della Chiesa mag- 
giore per Urbano II ecc., sono cose dette quasi colle stesse 
parole nelle altre cronache citate. 



Annales Veteres. 
1187. Bdificata est ecclesia maior a pa- 
pa Vrbano. 



Cron. Veron: 
1 187. Edificata fuit ecclesia maior Vero- 
ne a papa Urbano. 



Anzi per avventura la morte di Scauro, e la vittoria dei Ve- 
ronesi contro i Mantovani del 1199 ecc., passarono dalla an- 
tica continuazione della Cronaca Zenoniana, nelle aggiunte 
agli Annaks Sanctae Trinitatts. Per questi cito T edizione del 
Pertz (M. G. ss. XIX, 2-6), condotta dietro la revisione del Co- 
dice Vaticano fatta dal Bethmann. 



Digitized by 



Google 



80 

Ann, S. Trinilatis. 
1189 . . . ìnterfectusest cornea Scaurus 

3. Idns Maias (13 Maggio). 
1199. Veronenses cum Mantuanis non 

longe a ponte . . . pugoaverunt, et 

ex ei8 multos occideruDt atque cepe- 

punt. 
1 187. Hoc anno a Salahadino capta est 

Jherusalem. 



Ann, Veteret. 
1189. Comes Scaurus interfectus fuit 

octa\o die intrante Maio. 
1199 Veronenses ceperant Mantuanos 

prope pontem. 

Parisiu$. 
1187. SaladtDUs cepit sepulcrum domi- 
ni nostri Jesu Christi in Jerusalem. 



Oltracciò gli AnnaUs Bretes conservano esatto un nome 
già depravato in Parisio. 



Ann. Bi-eves. 
1142. Comes Malregulatus obuit. 



Parisius. 
1142. Marcus Re^^ulus Comes Sancti 

Bonifacii decessit. 



La forma corretta è la prima, poiché questo Conte si dice: « Co- 
mes Malregulatius », quando fu testimonio al testamento di 
Alberto conte di Cossalto, 30 Grennaio 1138 (Verci, I, doc. 14). 

All'incontro ha ragione il Parisio che pone la venuta di 
Federico Barbarossa a Vocaldo o Vacaldo nel 1164, ed hanno 
torto i nostri Annales portandola nel 1165, quando già Fede- 
rico era ritornato in Germania. Lo stesso errore viene ripetuto 
dagli Annales Veteres. 

Dagli Annales Breves passiamo agli Annales Veteres^ coi 
quali presentano molta rassomiglianza. Non aggiungo citazio- 
ni, poiché il lettore, li può confrontare da sé, avendo qui ripor- 
tato gli uni e gli altri. Gli Annales Veteres debbono essere stati 
scritti sulla fine del Secolo XIII, poiché arrivando sino al 1247, 
si dimostrano anche per gli ultimi tempi, scritti da mano non 
contemporanea. 

La Cronica Veronensts, giungendo sino al 1341, deve es- 
sere stata scritta alla metà del secolo XIV: essa è un apografo 
depravato nelle date e nei fatti: n'è un esempio la guerra di 
Ferrara del 1188, nella quale secondo gli Annales Veteres: 
« Veronenses ceperunt Ferrarienses », parole che la Cronica 
trasforma così : « Veronenses ceperunt Ferrariam et domina- 
verunt ipsam ». (1) La Cronica non ha che la più antica Con- 
tinuazione giacché giunta al 1188 salta al 1250. 

(1) Gli Annali S. Trinitath banno: « 1188 Feria sexta, 4. Idus Junlì, Ve- 
ronenses cum Ferrariensibus fortiter dimicaverunt, multosque ex eis ceperunt, 
et castrum quod Frata vocatur dissipaveruut ». 



Digitized by 



Google 



81 

Tutto combina a riportare la Cronaca Zenoniana al 1180. 
Nel 1181, secondo la ragionevole parola del Bethmann, furono 
scritti gli Annales Sanctae Trinitatis : i quali ricordano in più 
luoghi la Fonte, cronaca vasta, e di molta importanza e fama : 
tuttavia i detti Annali mostrano generalmente un carattere 
diverso, e vi sono alcuni luoghi veramente originali, come 
quello sull'incendio del 1172, affatto differente dal passo della 
Cronaca Zenoniana riferito siccome vedemmo in modo abba- 
stanza uniforme dei quattro apografi. Del resto il carattere 
delle Cronache, ed insieme T origine della Zenoniana, di cui 
parleremo, sono prove, parmi, abbastanza forti per escludere 
ogni dipendenza di quest'ultima dagli Annales S. Trinitatis. 



Ann. S, Trinit. 
1 132. Lotbarius rex cum 

exercitu in Longobar- 

diam venit. Inde ipse ad 

Romam iuit et corona- 

tU8 est. 
1135 .. . bobiit Bernardus 

Veroneosis episcopus. 
1 146. Eodem anno 

fnit interfectus Heori- 

cus Morbius. 
1154. Pedericus rex cum 

exeroi iu in Longobar> 

diam venit. 



Ann. Breves, 



1135. Episcopus Bernar- 
dus de Verona obait. 

1146. Et in ipso anno Jn- 
terfectus fuit Henricus 
morbius. 

1 154. Jm pera torFedricbus 
Rubens primo Jntrauit 
ytaliam. 



Pari$ius, 
1132. Dominus Luiterius 
rex Romanorum cum 
suo exercitu (bit in 
Lombardia, et anno pre- 
diete iuit Romam. 



Annales Veteret. 
1154. Jmperator Pederi- 
cus primo intrauit in 
Jtaliam. 



La Cronaca del Parisio, sebbene abbia degli errori, può 
credersi condotta dietro la Cronaca Zenoniana originale : poi- 
ché all'inesatto compilatore si può ascrivere il nome di Mal- 
regolato, travisatovi in Marco Regolo, e la presa d' Ostiglia, 
narrata negli Annales Veteres al 1200: « Veronenses cepe- 
runt Castrum Hostilie », cambiata nella edificazione della me- 
desima. Invece vi è a sospettare forse che la Cronica^ ed i 
due Annales^ massime gli Annales Veteres^ siano stati presi 
da un sunto della antica Fonte. Ne è indizio la loro confor- 
me relazione sui nasi tagliati a' nostri dai Tedeschi, fatto 
già scartato dal D' Arco : si accordano nel dire che Federico 
Barbarossa venne a Vocaldo nel 1165, mentre era già ritor- 
nato in Germania, ecc. Se questa ipotesi regge, possiamo cre- 
dere che la Cronaca Zenoniana sia andata perduta verso la 
seconda metà del secolo XIII. 



Digitized by 



Google 



82 

Nella Biblioteca di Aix si conserva una Cronaca Vero- 
nese, compilazione del 1471, che è in molta parte il Parisio. 
Questa pel secolo XII ha molti punti di contatto cogli Antudes 
Breves^ coi quali, p, es., si accorda nello assegnare Tanno 1149 
alla presa del castello di S. Pietro; e cogli Annales Veteres^ 
quando accenna alla morte del marchese Bonifacio nel 1101 e 
alla caduta di parte dell'ala dell'arena pel terremoto del 1117; 
e cogli Annales Veronenses del Parisio, quando parla della con- 
giura di Pilio Nichesola, ecc. Ha eziandio qualche notizia nuo- 
va, come questa sull'incendio del 1172: 

« 1172 an. i — Civitas tota per Veronenses fuit conbo- 
sta a domo illorum dela scala vsque ad S. Jean, ad forum »; 
ma difficilmente si può scindere le notizie che spettano alla 
categoria delle nostre ricerche da quelle che il compilatore 
può avere raccolto altronde. 

L'accordo fra gli apografi, prova che la Cronaca passando 
di mano in mano si pervertì assai poco, a parte qualche lieve 
appendice o qualche grossolano errore d' amanuense. Acquista 
quindi valore una notizia data dagli Annales Breves e dai Ve- 
tereSy e non isconosciuta anche a qualche Cronista posteriore, 
la quale ci può porgere fondamento per azzardare una conget- 
tura sulla origine della antica Fonte ; se fin dal principio le 
diedi il nome di Cronaca Zenoniana, fu perchè la sospetto pro- 
veniente dalla Badia di S. Zenone. I due Annales si accordano 
nel registrare le morti del marchese Bonifazio e della contessa 
Matilde; queste due morti, specialmente la prima, non entrano 
per nulla in una Cronaca Veronese. Costoro avevano largheg- 
giato in prò' dei Benedettini. Bonifacio, Beatrice e Matilde 
concessero il 19 Luglio 1096 un privilegio al monastero di S. 
Scolastica luviniacense (Mabillon, Ann, Ben.^ V. 368). Tebal- 
do, Bonifazio, Beatrice e Matilde furono larghi di concessioni 
verso l'insigne monastero di S. Benedetto di Polirono sul Man- 
tovano: se ne registrano molte dal 1007 al 1115 (1). Né di- 
menticarono i nostri Benedettini di S. Zenone. Fu publìcato 

(1) V. i docc. presso Bacchini, Ist, del mon, di S, Bened, di Polir., passim, 
Mabillon, V, 608; cfr. D* Arco, Munic. di ManL^ I, 54-56. Matilde, seooDdo 
DonizoDc, fti sepolta in questo monastero. 



Digitized by 



Google 



83 

dal Biancolini [Cr. Zag. 2, 1, 282 ; Chkse, 1, 51-2) un pri- 
vilegio di Beatrice e di Matilde a favore della Badia di S. 
Zeno, dato il 4 Agosto 1073 « iu Monasterio Sancti Zeno- 
nis in refetorio Fratrum », col quale concessero all' abate Va- 
rembario i loro possessi in Vonferrario (Bonferrar), Vmpi' 
gozzo (Pigozzo), Roncocarello (Ronco Leva?), Fatuledo ecc^ 
« prò remedio anime nostre seu Gottofredi Ducis et Bonifacii 
Marchionis, uel ceterorum parentum nostrorum ». Quindi nel 
Necrologio di S. Zeno dovevano essere registrati i nomi dei 
benefattori per la celebrazione degli uflScii: questo Necrologio 
avrà in ciò somigliato ad un altro, che sebbene passi sotto il 
nome della Badia di S. Zeno, pure non è certamente suo. 

Nella Biblioteca Comunale di Verona abbiamo un -pre- 
zioso Codice del secolo Xll, segnato Poligrafia^ IV, nel quale 
al Martirologio di Vsuardo ed alle Regole di S. Benedetto, se- 
gue un Necrologio di monaci Benedettini. Quivi al 4 Maggio, 
in carattere del secolo Xll, è registrata la sepultura del mar- 
chese Bonifazio : 

.G 11 N(Mai). Dep. doni boifatii Marchionis of plenu. 

Al 23 Luglio, quella della contessa Matilde pure in ca- 
rattere del secolo Xll, eccetto Tanno che fu aggiunto nel se- 
colo Xlll e che perciò scrivo in corsivo. 

M. CXV 
.B Villi K. (Aug.) Dep. dnae comitissae matildae... off plenu. 

11 Codice proviene dalla Badia di S. Zeno, soppressa dalla 
Republica Veneta nel 1772. Ma in antico apparteneva senza 
dubbio alla Badia Benedettina di S. Fermo e Rustico di Lo- 
nigo, convento vetustissimo e del quale si conserva ancora la 
Chiesa, annessa alla splendida villa del principe Giovanelli. 
Non v'è registrata la festa di S. Zeno, ricordata pure sotto PS 
Dicembre nel Calendario della fine del sec. XI, inserito da Ste- 
fano Borgia negli Anecdota litteraria^ Romae, 1773, 1, 456. 
Vari luoghi del Necrologio richiamano a Lonigo, e a questo 
convento; al 20 Gennaio è notato in carattere del secolo Xlll: 
« Dns Bonacursius de custodia, doctor i deètis », cioè Costozza, 
frazione del Comune di Longara, distretto di Vicenza; il padre 
di Giberto « d' Ionico » è ricordato al 24 Maggio; al 4 Feb- 



Digitized by 



Google 



84 

braio trovo : « Alb'tus fili' ardcrici d' montecello », ecc. E noto 
che la Badia di S. Fermo, era unita con quella di S. Benedetto 
del Mantovano, cui pagava un censo annuo (Barbabano, Sist. 
eccl. di Vicenza^ VI (1762), 45) ; ora il Necrologio segna airs 
Maggio la sepultura del famoso Teodaldo marchese, che fondò 
nel 1007 quest'ultimo convento (Mabillon, IV, 196): 

of. plenù sit. .B Vili id' (Mai). Dep. doni Theodaldi 
Marchionis. 
ne menziona la moglie al 29 Luglio : 
.A III K. (Aug.). Dep. done Willie comitisse officium plenu fiat. 

vxor tedaldi marchionis. q \ Fundauit mon 
Sci bndicti iter padu. 

Scrivo in corsivo l'aggiunta del secolo XIII. Vi si nomina- 
no parimenti vari Abati di quel monastero, fra cui al 6 Apri- 
le, il famoso Alberico (Depositio doni Alb'ici abbatis sci bn- 
dic), che fu abbate sulla fine del secolo XI e sul principio del 
seguente. Nella quale dipendenza dei due monasterj sta la ra- 
gione per cui nella Badia di S. Fermo si ufficiavano Bonifacio 
e Matilde benefattori di quella di Polirono. 

Il Macca [St del terr. Vie. I (1812), 103) trova ricordato 
il cimitero della Badia di S. Fermo, in rogiti 13 Aprile 1418, 
27 Dicembro 1419 : fu proibito di seppellire nel chiostro Tanno 
1418. A questo cimitero allude di certo, una nota del secolo 
XIII del Necrologio, 3 Novembre : 

.F^III N (Nou.) 
of. p. Riprandus d' nello 7 dna zenaria ei' mat 

sepulti sut in zimeter | sci fi'mi ? lega- 
uerut mon oi Anno dari quatuor lib, 
dn fictu d' I vna pec. t. Asco. Antoio 7 
d'iauacius not car. 

Inoltre, all' 1 1 Marzo è notato ufficio per Guia « mai ve- 
nabilis viri dopni. Bernardi poris Iconici » (1299). L'unico 
fatto storico registrato, è l'incendio di Lonigo del M. CC. XXI; 
forse v'è da dubitare che l'ultima X sia un errore in luogo 
di I, giacché sappiamo che nel 1212 Lonigo fu dato alle fiam- 



Digitized by 



Google 



85 

me dai Veronesi (1). Infine, hanno molto valore due note Tona 
del secolo XII sull' ultimo f. nersoy l'altra del secolo XIII su 
un f. staccato, che doveva essere T ultimo f. del CJodice : 

« Breue recordationis. admeraoria retinenda de oliuis. Scor. 
firmi, et Rustici, deionico quae sunt i bardolino ... ». 
« Isti sut libri sci firmi de leoico mutuati don 
gubéto psbitéo sci stephani de uulpino. 
Inpmis unù missale » 

Il Codice passò assai tardi alla Badia di S. Zeno, forse 
quando in quella di S. Fermo succedettero ai Benedettini i Ca- 
nonici di S. Giorgio in Alega, soppressi nel 1668 (Macca I, 
100). Non sarebbe la prima relazione fra Conventi Benedettini 
di Verona e di Lonigo, perchè la Chiesa degli Olivetani Bene- 
dettini di S. Pietro di Lonigo fu sottoposta ai nostri Olivetani 
Benedettini di S. Maria ad Organum da Papa Alessandro III, 
colla celebre Bolla IO Luglio 1 177, della quale diremo appres- 
so. Per cui se non abbiamo in questo Codice una prova diretta 
dei snfiragi de' Monaci Zenoniani a Bonifazio e Matilde vi ab- 
biamo tuttavia un esempio del modo in cui presso i Benedetti- 
ni si ricordava il debito verso i loro benefattori. 

Alla Badia di S. Zeno ci richiama ancora la notizia del- 
l' incendio della porta (contrada) di S. Zeno, data dagli Annales 
Veteres, dagli Annales Bretes e dalla Cronica Veronensis : e 
meno saremo diflBcili a credere che questa antichissima Cro- 
nica provenisse dalla Badia di S. Zeno, pensando che appunto 
verso i secoli XI e XII vi era monaco, giusta la bella conget- 
tura del Maflfei, l'autore della Leggenda della traslazione del 
corpo di S. Zeno. 

E tuttavia nostro obbligo non passar sopra ad un indizio 
che ci farebbe pensare invece al Monastero Benedettino di S. 
Maria ad Organum : gli Annales Bretes e gli Annales Veteres 
si accordano nel raccontare la venuta di Alessandro III a Vene- 
zia nel 1177, che importerebbe piìi al suddetto convento che 

(l) Una Dota sul margine inferiore del f. 1 recto del Martirologio di Vsuardo, 
in carattere del tempo, si riferisco probabilmente al Vicentino: « In millo Trecen- 
tesa, declo Jndic octaua die sabat. vigesslo septìo m@se Junij, velt diluuiù magnii 
Jta q' tota cSipagna fuit sub Aqua ». 



Digitized by 



Google 



86 

non a Verona. Giacché il 10 Luglio 1177, Alessandro III dava 
da Venezia il celebre privil^o air Abate Obizzone, col quale 
prendeva in protezione il Monastero, e ne confermava le giu- 
risdizioni. A questa bolla accennarono primi il Bertani, Hist 
d.gl. imag. d. Mad. di Lonico, Ver., 1605, p. 11, ed il Dalla 
Riva, Ist. d. gì. immag. d. Mad. di Zonigo, Ver., 1759, p. 45; 
fu poi publicata dal Biancolini, Chiese^ VI, (1761), 67, e quin- 
di da Hormayr (1808), citato dal JaflRè, Regesta Pontificum 
(1851), doc. 8503, p. 772: il recentissimo ordinamento delle 
pergamene dello stesso Convento, ora conservate nei nostri 
Antichi Archivi, dimostrò che se ne hanno due copie, ma non 
r originale. L'una è « exemplum exempli » del secolo XIII 
(Dipi. n. 9) in cui è raschiata la data « Venetiis in Riuoalto 

per manum », e sostituita : « Verone in manum », forse 

per autenticare Y apocrife iscrizione di S. Maria Antica, se- 
condo la quale detta Chiesa sarebbe stata consacrata da Ales- 
sandro III il 26 Luglio 1177. L'altra è una copia autenticata 
del secolo XVI (Dipi, n. 8) copia di copia autenticata tratta 
nel 1487 dall'originale che si afferma esistente a Venezia: 
ma neir Archivio Gen. di Venezia lo cercarono invano i prò* 
fessori Foucard (1861) e Cecchetti (1874) (1). La storia del 
documento, dimostra la somma e antichissima cura, che per 
esso ebbero i Monaci di quel Convento, ma non prova che ad 
esso accennino i passi citati dei due Annales: a spiegare i quali 
basta osservare, s' io non m' inganno, che in questi Annales si 
era parlato anche di Federico Barbarossa, e della guerra coi 
Lombardi, dì cui è una fase principalissima appunto la pace 
in quella occasione conchiusa da Alessandro III in Venezia. Se 
il Monastero di S. Maria ad Organum fu Benedettino, ciò non 
è sufficiente a dar ragione degli uffici stabiliti nel Necrologio, 
per le anime di Bonifazio e Matilde, poiché esso non ricevette 
privilegi dalla contessa Matilde o dai di lei antenati. Nel Necro- 
logio benedettino di S. Spirito del sec. XIII, che si conserva nei 
nostri Antichi Archivi, non sono ricordati Bonifazio e Matilde. 

(l) Il prof. Foucard ne trovò una copia Della Race. Manin, Cod. 1371, e. 157. 
Rendo publiche grazie al cb. comm. Cecchetti della ricerca Cattane dietro mia pre- 
ghiera. 



Digitized by 



Google 



87 
Pel secolo XIII gli Annales Veteres mostrano differente 
carattere. Il Cronista tuttavia non è contemporaneo certo: e 
bastano a provarlo le ripetizioni di qualche fatto, che egli cre- 
deva diverso perchè lo trovava narrato in pili fonti con qual- 
che variazione: cosi è p. e. della piena dell'Adige del 1239. Ai 
nostri Annali non sono estranei gli addicl^menta degli Annales 
S.Trinitatis^^ì quali richiamano specialmente i luoghi risguair- 
danti la cometa del 1222 e il terremoto del 1223: molta aflB- 
nità hanno pure cogli Annali del Parisio e colla Cronaca del 
Rolandino (ed. Pertz, M. G. H., ss. XIX, 32-147) ; cito qualche 
passo sagliente : 



Annales Veteres. 
1207. pare Monticuloram expulsa fùit 
de Verona. 

1223. Die Datiuitatis domini magnu« 
teremotas taxi. 



Parisius. 

1207 . . . Monticulos ezpulsisset de 

Verona. 

Rolandinus 
1223. in festo nativitatis domini . . . fuit 
terre motus. 



Qualche luogo, come la notizia dell' uccisione del Vesco- 
vo di Mantova (1235), ricorda la Cronaca Mantovana che nel 
Codice Marciano segue agli Annales Breves^ edita dal D' Arco 
e poscia dal Pertz che le diede il nome di Annales Mantuani 
(M. G. ss. XIX, 19-31) ; tuttavia le rassomiglianze non sono 
tali da dimostrare una vera dipendenza. Alcun altro fatto non 
trova riscontro né in Parisio né in Rolandino, dai quali i no- 
stri Annali differiscono spesse volte o in qualche circostanza o 
nella data. Di maniera che se è difiBcile sostenere che l'autore 
di essi non vide quelle due Cronache, è certo d'altra parte che 
esse non furono le sue fonti sole. Chi raccolse questa seconda 
parte degli Annales Veteres non fu un Monaco Zenoniano, poi- 
ché notando le due venute di Federico II a Verona, ommette 
d' avvertire che fu ospitato nella Badia di S. Zeno. 

Gli Annales Veteres occupano i primi fogli del Codice, dal 
f. 1 recto al f. 6 verso: de' quali i primi tre furono rovinati as- 
sai dalla umidità : le loro faccio verso^ perchè non deperiscono 
affatto, furono incollate nel sec. XVII sopra carte assai grosse 
su cui le si trascrissero, non tuttavia colla massima fedeltà, 
dimenticando anzi i due primi capoversi del f. 3 verso \ « 1229. 
Fuit rixa », « 1230. Die veneris ». Locchò rese diflScilissima la 



Digitized by 



Google 



88 

lettura delle pagine coperte, ma ne conservò insieme più inte* 
grò il testo poiché non erano allora deperite come al presente. 
Le parole date soltanto da questa copia pongo fra ( ) : quanto 
supplisco scrivo in corsivo : alcune correzioni del secolo XV, 
scritte senza dubbio dietro T originale, indico cogli asterischi. 
Ogni pagina del Codice conta circa 25 linee. 

Aggiungo gli Ànnaks Breves^ editi la prima volta da Carlo 
D' Arco, Anonymi Auctoris Breve Chron. Mantuan., neir4^^^- 
St lU N. S., I, 2 (1855), 27-28; l'edizione riuscì scorretta 
assai, colpa i caratteri poco intelligibili e di forma piccola 
che r editore lamenta nel Codice Marciano ; ripubblicandoli il 
Pertz, ne migliorò in più luoghi la lezione, ma non a suflBcien- 
za. Ad essi unisco un estratto dal Necrologio di S. Fermo e 
Rustico di Lonigo, del quale ho già parlato e forse più a lungo 
di quanto poteva sembrare allora necessario; ma premevami 
di far conoscere questo Codice da cui ricavai alcune notizie 
che risguardano Verona o illustrano i due Annales, Non om- 
misi una breve indicazione che determina il giorno della mor- 
te d' un Vescovo Bresciano. Negli Annales Veteres e nel Ne- 
CTologium i numeri arabici sono dell'editore. 

Verona, ^0 Febbraio 1815. 

Prof. Carlo Cipolla. 



Digitized by 



Google 



89 

ANNALES VETERES. 



Jd DomiDe sante et individue trinitatls. Àmen. Anno Millesimo 
quadrtngentesimo XXJ.** 

Hec est ratio prò qua scribi potest qu quod mundus creatus f. ' recco 

foit Q creauit Adam Et a creatìone Ade usqtce ad 

iiluuUxm faerunt anni et a diluuto 

E vr 

mancano 14 linee del Codice. 
.... veruQ veronaw appellauit set ^^^^atum est tem- 
pore Octanìanj Jmperatom anno Octa- 

niani natus est salua^or 

(oc) primo Lapus miles interfecit regem vngarorum. ^- * ^•"® 

(M)Lxxxv Fuit fames valida ^""ÌIom"''"* 

(M.cprijmo Marchio Bonifacius pater comitisse matelde obijt j^ p. ^ ^qi 

(Mc)xv (1) Comitissa matelda obijt a. B.a.4ii6 

(M.c.xvij) (2) Fuit magnus teremotus unde (maxima par)* ^'^^ij^i^im^ 
arene cecidit die (septimo intrante Jan)uario. ^nensf'a!?!'?' 
McxLu (Fuit amputatio Nasorum a (3) theotonicis.) a. b.« H46 

McLìv (Jmperator Federicus primo intrauit in Jtaliam.) a. b. a. 4154 

mancano nove linee del Codice. "^ "uatTs, 8. «"" 

(M.cxLviiu) (Combusta fuit Porta (4) sancti Zenonis tota) W*i*853 

M.cxLviiiJ Castrum hostilie (edificatum fuit) postea McLj.<* a. b. a. H5i-2 

data fuit (ebla) (5) 
(M.cLii)ij.<' Die ascensionis flume(n a)thesis 

Jta creavit quod pons lapidis secundus cecidit. ^ 5 recto 
M.cLxij. Jmperator fredericus destruxit ìlediolanum, a. b. a. ii65 

il) a Copista del sec. XVII ha; <^ MCXXV », con una « X » di più. 
&) 11 Copista del sec. XVII ha: « MCXXVIJ », con una « X » di più. 
v3) U Copista del sec. XVll: « et ». Corressi dietro gli Ann. Breves: « ampu- 
tati ftienmt nasi veronensibus a teotonicis ». 

(4) Il Copista del sec. XVJI : « PJathea ». 

(5) Porse è errore di lettura per <' sententia »: gli Annales Breves hanno: 
«' Jn Addo 1152 Lata fbit Sententia dicti Castri hostilie contra Mant. ». 



Digitized by 



Google 



A. B. a. H65 

A. B. a. ma 

P. 4. M. C. V. 

a. un 

A. B. a. Ii78 



C. V. a. 1188 
A. T. 6. 8i 



r. 3 Yerso 



A. B. a. 1156 
A. T. 5.60segg. 



r. 6,60-1(1199, 

8 ex. Jan. = 24 

Geo.) 

P.6.W 



P.6.53 
P. 6. 30-32 



r. 3 recto 



C. Y. a. 1187 



Boland., 18. 9 



90 

M.cLxY. Jmperator fredericas fait apud vocaldam 

M.c.LxxiJ. Ciaitas veron. combusta fait. 

M.c.LxviJ. Redificatum fait Mediolanum. 

M.C. LxxviiiJ. Alexander 

M.G 

mancano cinque linee del Codice. 

M.o 

M.c.Lxxxviij Veronenses ceperunt ferrarienses 
M.c.LxxxviiiJ Comes scaurus interfectas fuit a .... (1) octauo 

die latrante Ma *d* io 
M.o.Lxxxv*i*iiJ Rex henricas Coronatus fuit. 
M.c.Lxxxxj. Cremonenses submersi sunt in jQumine lolij. 

M.c.Lxxxxv. Regata ruit die sabbati xiiu exeunte Junio. 
M.c.LxxxxviiiJ. Yerooenses militaverunt contra paduanos et do- 

minum Scerinum (2). 
(M.c.Lxxxxviiij) Montorìum fuit combustum. 
(M.c.L.xxxx.iiiJ. Ver)onense8 cepe(runt Mantuajnos (prope) pon- 

t(em). 
(M.cc. Die Sabbathi viu. Januarij Veronenses ceperunt 

Castrum Hostilie). 
(M.cc.v.iJ. De mense Septembris pars Monticulorum expul- 

sa fuit de Verona) 
(M.)co.viJ. Pischeria (cB)pta est. 

M.cc.viiiJ. Rex oto coronatus est. 

(M).cc.xiJ. Pars comitis capta fuit in monte alto. 

(M.c)o.xiJ. Marchio Azo et comes sancti Bonafacij obierunt 

de mense Nouembris. 
M.CC.XXIIJ. Monticali expulsi fnerunt de verona. 

M.cLxxxv. Papa Incius obijt. 

M.c.LxxxviJ. Edificata est ecclesia maior a Vapa vrbano. 
M.co.xxvj. Jmperator fredericus intrauit Lombardiawi. 

M.co.xviiJ. Jmperator otto obijt. 

M.cc.xx. Fredericus secundus coronatus es^. 

M.cc.xxii/J Comes sancti bonifacij c^i^tus/uit cum Parte sua 

Ferrane Et 



(1) Forse: « Cerisio » ; la Cronaca di Aix : « 1189. Comes Scaurus fùit in- 
terfectas a Cerisio de monticulis ». Cfr. Riciardi Com. Sancti Bonifacii Vita., R. 
1. S., Vili, 122. 

(2) Ossia « Ecerrinum ». 



Digitized by 



Google 



91 

M.ccxxxvjf Àleardus de capite pontìs et ... . Rofinus de 

Castro forti tnaneipaH f ff^runt. 

H.cc.;rxiiJ. Stella cometa apparuit. 

M.CC.XXIIJ. Die natiuitatis domini mngnns ^erremotas fuit. 

M.cc.xxvj. Dominus Scerrinns de Romano facti^ fait pote- 

stas veron. 

M.CC.XXVJ. Dictns dominas ecerrinus (1) cum parte Monti- 

culorum et quatnor vìginti cept^ vincenciam. 

M.cc.xxviiiJ. Fuit rixa Campimarcij vnde Turigetus (2) de 
migolis interfecta (sic) fuit. 

M.cc.xxx. Die veneris xiu. intrante septembre Paduani Vi- 

centinj deprehendemnt villam ponti (3) et 
multi de populo veronensi ducti fuerunt ca- 
ptiui in Carceribus padue. 

M.cc.xxx. Die mercurij tercio intrante Julio Comes Sancti 

bonifacii cum magnatibus de parte sua captus 
fuit et in (carce)ribu8 veron. clausus. 

(M.c)c.xxxiJ Yenerunt (Mantnani fecerunt taionum) et de- 

8t(ruxerunt Villam Castrum) Nogar(ole) . . . 
(In)8ul(la8 Co)mitum Fagnani vigaxii (bodo- 
l)on(i) Noga(rie et) sancti guineti (4). Et tunc 
quamplures milites de exercitu capti fuerunt 
ad opedanum. 

M.ccxxxiJ. Die octauo exeunte aprilis veronenses intraue- 

runt societatem cum domino Federico Impe- 
ratore. 

M.cc.xxxiJ. Fossa burg^rum fuerunt facta. 

M.cc.xxxiiJ. Die veneris sancti. primo intrante Aprii (is) nocte 

recedente Castrum calderij combustum fuit, 
In quo. ce. viri et mulìeres et bestie bouine et 
equine et omnia suppellectilia combusta sunt. 

M.CC.XXXIIJ. Frater Johannes de ordine predicatorum natione 



P. 9. 50-1 



A. T. 6, 8 (a. 

Itisi 

A. 1 . 6. 14. P. 

6,50-1 

n. 60. 94-6 



P. 7. 44-6 



r. 3 Terso 
P. 7. 16 



P.7.SS 



n. 56. 6 segff. 



P.S.^secs. 



P.8.57 



f. 4 recto 



(1) 11 primo « e » vimue dal solito correttore sostituito alla « s >> deirama^ 
nueose. 

(2) Errore per « Inrigetus ». 

(3) Errore per « porti *: Porto Legnago presso Lego ago. 

(4) II Copista del secolo XVII ha questi nomi così : « Nogarole. Paludes. Tre- 
uenzoli. Insulas Comitum Pagani, {sic) Bodoloni. Nogarie. et SanguiDeti o. In 
luogo di « Insulas Comitum » è meglio leggere <n Insulam Comitum », cioò Isola 
della Scala. 



Digitized by 



Google 



92 

vicentinus erat, fait et extitit bonon. ybi fecit 
multa miracula, et rixas et discordias multas 
sedanìt, in ciuitate predicta. Et inde secedens 
de nocte clam Jait mutinam Et postea cum 
Episcopo mutinensi in yna naaicula fagit fer- 
rariam quia bononienses volebant eum liben- 
tissime habere, Et postea transtulit se paduam 
tandem ^riuisium et postea vincenciam. Et post 
hec hdiit Bononiam et tandem venit veronam, 
et demum Juit Bononiam. Et tunc comune 
mantue et dominus salinguera (1), et comune 
ferrarti Pflduani. Tnuisinì, vicentini. Comes 
de sancto bonifacio Comes de Camino dominus 
Scelinus de re^mano. Comune veron. Comune 
mantue, et omnes de predictis cit^t/atibus po- 
tentes Nobiles, magni et mediocres et parui 
et clerus vniuersus et layci receperunt eun- 
dem cum magno gaudio et Jurauerunt omnes 
custodire precediti Et reduxit omnes ad pa- 
cem, et in pace firmat^tV eos remissis in Juri- 
bus quibuscumque (2). 
M.cc.xxxiij. Mantuani cum lombardis silicet cum bononien- 

sibus et brisiensibus Militibus et peditibus in 
certa quantitate venerunt et fuerunt Castra- 
menati ad fontarias de auertolis * Et destru- 
xerunt vilam francham Summacanpaneam * 

^' ^' 39 xonam Guxolengum et pala§olum. die octavo 

exeunte Junio. 

P. 9. 35 M.cc.xxxv. Dominus Tisius vna cum domino nicholao Epi- 

scopo regiensi qui missi fuerunt a papa redu- 
xerunt partem Comitis veron. et cum volun- 
tate dominj Scerinj et sue partis. 
A. Mani. 21, 48 M.oc.xxxv. Die luue xiiiJ. madij Episcopus Mantue fuit in- 

terfectus. 
P. 40. 9-ìo M.cc.xxxv j. Dominus Scerinus cum parte intrinseca et quan- 

titate militum theotonicorum cepit castrttw 
bagnoli et illi qui intus erant ducti fuerunt 
captiui. 

(1) « Saluguera » Cod. 

(2) Forse: « remissis Jniuriis quibuscumque », 



Digitized by 



Google 



93 



if.CCXXXVJ. 



Jf.CC.XXXVJ. 



M.CC.XXXVJ. 



Jmperator Frederìcas intrauit cinitatem veron. 
die dominico xvij. Angusti, postea die Jouis 
xj. septembris Juit Cremon. 

De mense octobris padnani vicentinj ac Trioisi- 
Qj venernDt ad obsedendam Castrnm Rinealte 
et destrnxerunt Bonadici * castrum.* 

Die Jouis quarto exeuote octobre Jmperatop ve- 
nit in ocursum (1) Riualte et Paduani Vicen- 
tini ac Triuisini turpiter recesserunt dimissis 
macbinis edificijs tentorijs tendis plaustris. et 
nauibus, tunc dictus Imperator cum militibus 
et peditibus suìs die sabati cepit et invasit 
vicentiam que combusta fuit et in * cinerem* 
conuersa. 

Jmperator obsedit Castrum montisclarj quod 
pedditum fuit ei. 

Jmperator deuicìt Mediolanenses in Campo Cur- 
tenoue, et plures quingentis gladio peremit, 
et plures mille ducti fuerunt capti. 

Die dominico xvj. intrante madio dictus Impe- 
rator redijt veron. 

Dominus. Scerinus de romano duxtV vxorem de 
Apulia in pent^ostes, et vocabatur domina 
salua^a. 

Jmperator obsedit brixiam. 

Capta fuit damiata. 

Die veneris tercio Junij sol plurimum obscura- 
tus est. 

Athas ita creuit quod diruit muros ciuitatis ve- 
ron. in duas partes et pontes ceciderunt. 

Veneciani bononienses ac Mantuani obsederunt 
ferrariam que tradita est eis. 

Die mercurii xu. exeunte Junio. luna piena erat 
et paulatim mortificata est quasi tota in sero, 
et paulatim reuersa. 

Die sabbati tercio intrante nouembre mantuani 
capti fuerunt in terra treuengoli, circa centum 
milites. Et potestas fuit occisus tempore do- 
mini henrici de Egna potestas veron. 
1) Forse: « socursum ». 



M.ccxxxviJ. 



M.CC.XXXVIJ. 



M.cc.xxxviiJ. 



M.CC.XXXVIIJ. 



M.CC.XXXVIIJ. 

M.CC.XXVIIJ. 

M.cc.xxxviiiJ. 

M.CC.XXXVIIIJ. 

M.cc.xL. 

M.cc.xLvij. 



U.cc.xLj, 



P.faiOsegg. 



P. io. 15 segg. 



f. 5 recto 
P. 10. 18 



P. 10. 89. 43 

R.er.iT 



P. 11. 5 (14 

Maggio) 



P. 10. 56. 11, 1 



R.7S.46 



f. 5 Terso 
P. 11. 37 



P. 11. 15 



P. 11 15 



Ann. Mint 1S, 
n (a. 1S40) 



Digitized by 



Google 



94 

Jf.cc.xLiiJ. 

A. Maot SI tt J/.CO.xLlIU. 



r. 6 recto M.CO.xLviJ. 

P. 13. 14,15 



M.cc.xL. 
M.CC.XXXIJ. 



P. 6. ».» (a. M.C.LXXXX. 
1189; 



H.oo.xxx. (3) 



P. §. 5 segg. 



r. 6 Terso H.CC.VJ. 

P. 6. 12 (a. 1907) 



Castram aancti bonifacij captam fuit die mercu- 
rij xvj. septembris et postea castrom Illaxij 
a (1) domino Icerino de romano. 

Cum ii.antaani obsidissent castnim bostilie tam- 
diu qaam intrinseci consnmassent omnia, et 
conmedissent Carnes eqninas et alia non e- 
rant conmedenda, tandem vieti fame castram 
dederont mantuanis et captini dncti sant 
mantnam. 

Die martis sexto exeunte marcio facta est * com- 
muctatio captiaorum* (2) Jnter mantuam et 
veron. apad Castellariam. 

Combusta fuit bora sancti Johannis ad forum. 

De mense octobris venerunt paduanj vicentinj 
cum magno exercitu intuitu partis Comitis 
in obsidione Bonadici et riualte, et castrum 
et villa penitus fuerunt per eos destructa, et 
Castrum Biualte fuit eis redditum. 

Jtem combusserunt castrum et villam leniaci. 
villam benglarij villam et castrum rupeclarie 
et giare. Canouam Tombam et Jntrauerunt 
eciam in villam Cerete qui secum concordati 
sunt prò iiu." v.' libr. et de hoc dederunt xx. 
obsides. 

Mortuus est Jmperator Fredericu^ in aqua que 
dicitur Calef prouincia Armenie. 

Circa mensem Nouembris Athaxis taliter tumuit 
quod alueus eius unda/ non ualuit retinere, 
set diffusus vbique, et fluens impetuose more 
torrentis demos plures et pontem sancti Zeno- 
nifi et pontem de sancto Siluestro atque pon- 
tem nauium diruit. Padus et lacus garde et 
Brenta et multa flumina tumuerunt, et multa 
dampna hominibus intulerunt. 

Factum est prelium inter partem monticulorum 
et partem Comitis in mense madij. Et ignis 



(1) CorresBi. Il Cod. ha: « et ». 

(2) Con queste due parole fU corretta la primitiva lezione : « commuccatio i 

(3) Errore per 1339. 



Digitized by 



Google 



95 

magnns fait in cinitate veron. et tunc Mar- 
chio Azo fuit potestas veron. 



ANNALES BREVES. 



[in. 1095. fait fames] 
1040 

JN Anno. 1095. Fnit Fames vali- 
da in vninersso. 

.p.. Jn Anno. 1101. Marchio Bo- 
nifatins pater Comitisse Ma- 
thelde obait. 

Jn Anno 1115. Comitissa Matel- 
da obuit. 

Jn Anno 1117. Fuit Teremotus 

Magnns. 
Jn Anno 1135. Episcopus Ber- 

nardus de Verona obnit. Et 

Marchio Albertus obuit. 
(3) Jn Anno 1142. Comes Mal- 

regulatus obuit. 
Jn Anno 1146. Amputati fuerunt 

Nasi Veronensibus. A Teotoni- 



NECBOLOGIUM 
Ss. Firmi et Rustici de Leonieo. 

[avanti il 1007) A. III. k. Aug. 
(30 Luglio) Dep. domine Wil- 
lie comitisse vax>r tedaldi mar- 
chionis qui Fundauitmon. San- 
cti benedicti interpadum (1). 

(dopo il 1010) B. Vili id. Mai. (8 
Maggio) Dep. domimi Theodal- 
di Marchionis. 

[verso U 1073) E. XIIII. k. Feb. 
(19 Oennajo) Martinus Abbas 
de organo. 



(1052.) G. II. N. Mai. (6 Maggio) 
Dep. bonifatii Marchionis. 

(1115.) B. Villi, k. Aug. [2^ Lu- 
glio) MCXV. (2) Dep. dominae 
comitisse matildae. 



E. mi. id. Aug. (10 Agosto) Al- 
bertus Comes. 



(1) Le parole in corsivo sono di mano del seo. Xlil. 

(*2) Di mano del sec. XIII. 

(3) In margrine fra questa data e l'antecedente: « 1140 



Digitized by 



Google 



96 

cis super Lapidem Batistery 

^t Maior esset memoria. Et in 

ipso Anno Jnterfectas fuit hen- 

ricas morbias. Imperator... (1). 
(2) Jn Anno 1149. Combusta fuit 

porta Sancti Zenonis. Et Ca- 

ptum fuit Castrum Sancti pe- 

tri de Verona. 
Jn Anno 1151 Hedifflcatum fuit 

Castrum hostilie. a Veronen- 

sibus. 
Jn Anno 1152 Lata, fuit Senten- 

tia dicti Castri hostilie contra 

Mant. 
Jn Anno 1154 Jmperator Fedri- 

chus Rubens primo Jntrauit y- 

taliam. 
Jn Anno 1156 Mons Aureus fuit 

Combustus. 
Jn Anno 1162 dictus Jmperator 

destruxit Mediolanum. 
Jn Anno 1 164 Pilius cum *X' alijs 

militibus Jnterfectus fuit super 

carcerem. 
Jn Anno 1165 dictus Jmperator 

fuit vocaldi et ars riuole (3) fuit 

capta. 



(1) « henricus morbius Imperator ». Cod. Qui e altrove sospetto che il senso 
sìa rimasto corrotto dalla perdita di alcune parole. 

(2) In margrine: « de veronensibus ». Questa glossa serve forse ad indicare 
cbe questi Annali spettano ai Veronesi, in opposizione agli Annali Mantovani da 
cui sono seguiti nel Codice. 

(3) Arsriuole, Cod. ; Arfriuole, D Arco; Arfriuola, Pertz. Dal Parisio all'an- 
no 1236 (pag. 10) si raccoglie che Vacaldo (qui e negli AnnaUs Veteres detto Vo- 
caldo) era nel Veronese al di qua del Mincio: tuttavia non se ne conosce con si- 
curezza la posizione, e non è nemmeno registrato dal Dionisi nella sua Veteris 

Veronensis agri topographia in calce all'opuscolo : De Aldone et Notingo, Verona, 
1758. Credesi cbe esso sia Vigasi, la cui postura corrisponde infetti alla indica- 
zione del Parisio: ma questo paese nei secoli XI e XII, secondo le indicazioni rac- 
colte dal DiONisi, op. cit., p. 69, aveva il nome di Vicum Aderii o Vicum Àthici. 
Quanto a Rivole, questo castello fu preso tre volte nella guerra di Federico Bar- 



Digitized by 



Google 



97 

Jn Anno 1170 Bonifatius Comes 

filius Comitis malregulati obuit 

ìd Antiochia. 
Jn Anno 1172 Combusta fuit 

barossa. Il Barbarossa T occupò scendendo in Italia nel 1154, secondo Teodoro 
Monaco, Annales Palidenses in Pertz, M. G. ss. XVI, 88: « difficultatem autem a 
Veronensibus perpessus, Rivolam caatrum ipsoram cum nobilioribus eorum cepit, 
ac pertimescendo cunctis esemplo, spreta quaro prebuerant auri copia, patibulis 
608 affici precepit ». Pare che dopo sia stata rioccupata dai nostri, poiché Ottone 
vescovo di Frisinga, Gesta Friderici Imperatoris in Pertz, M. G. ss. XX, 247, 
dice che Rinaldo, cancelliere dell* Imperatore, ed Ottone, conte del Palazzo, ve- 
nendo in Italia a precedervi l'esercito tedesco « castrum quod Rivola vocatur, 
super Clausuram (il Cod. Guelferbytano del sec. XII ex. ha: « clusuram ») Ve- 
ronensium situm natura loci inexpugnabile in deditionem acciplunt » per assicu- 
rare il passo. Sospetto che il Vignati, Storia diplom. della Lega Lombarda, Mil., 
1866, p. 91, dicendo che <* nel Giugno vll64) Barbarossa invadeva il Veronese, 
s'impossessava dei castelli di Rivoli e di Appendice », lo desumesse sola- 
mente dal confronto di un passo del Cardinal d'Aragona, che riporteremo più 
sotto, con questo del Morena (R. I. S., VI, ll*i5) : « proximo vero mense Junii 
profectus est Impcrator cum militibus civitatum Longobardie ac paucis Teutoni- 
cis usque prope Verouam, multa Veronensium castra et villas dissipans ....»: 
ma non è credibile che tra questi castelli c'entri Rivole che non era sulla via per- 
córsa dair Imperatore. — La rioccupazione di Rivole, glorioso fatto d'armi della 
■ Lega Veronese, avvenne nel 1165, quando Federico era in Germania. Ne parla 
Teodoro Monaco, op. cit ,93: « 1165 . . . Veronenses rebellaut imperatori, et ca- 
strum Rivolam expugnautes, cum militibus ibi locatis capiunt »; la ricordano 
gli Annales Piacentini Guelfi in Pertz, XVIII, 413: « in mense Martio proximo 
(1165) Rivola castrum Veronensium fuit captum ab eisdem Veronensibus, quia a 
Theotonicis tenebatur » ; e nelle Vitae Pontificum del Cardinal d' Aragona, viene 
ricordata così : « Unde factum est, quod Veronenses, et Paduani .... munltissi- 
mum Castrum Rivoli et Appendicii (Cod. Ambros. « Appendi! ») arcem in manu 
forti aggressi sunt, et viriliter expugnautes funditus destruxerunt » (R. 1. S., 
Ili, 457). Quel fatto è cosi narrato dalla Cronaca di Aix : <^ 1170. Castrum Riuola- 
rum per Ueroneuses obsessum a festo Sancti Martini usque per totum mensem 
marcii tandem ipsum obtinuerunt et dirueruut quod gazapanus de insulo dotine- 
bat et arcem Riuolarum deuastarunt ». Questo luogo ò ripetuto in traduzione 
nella Cronaca dello Zagata, ma colla data corretta [Cr. Zag., I, 1, 87-8). Gazapa- 
nus senza dubbio è il Garzapanus menzionato insieme con certo Jsaac da Ottone 
di Frisinga: i quali due « veronensium ciuium illustres equites » erano nel 1155 
compagni al Barbarossa nel suo ritorno in Germania, dopo d'averlo seguito sino 
a Roma: poi accompagnarouo il vescovo di Verona Teobaldo (1135-57) quando 
andò alla curia dell'Imperatore a nome dei Veronesi « a populo suo ad impera- 
torem destinatus ». (Ottone, op. cit., p. 409, 411). — È fuor di dubbio che gli 
Annales Breves parlano di questa terza oppugnazione con cui si accordano nella 
indicazione cronologica. 

Era già stampata Ja prima parte di questa nota quando seppi che anche og- 
gidì esiste, tra Cdsiel d'Azzano e Virasi, una piccola borgata detta Vaccaldo, che 

•7 



Digitized by 



Google^ 



98 



Ciuitas Verone fer (1) Vicen- 
tinos. 



Jd Addo 1176Supradictu8Jmpe- 
rator fait de Victoria (2). expul- 
sua a Lombardia, et obuit... (3). 

Jd addo 1178 Papa ÀlixaDder 
fait Veoet. Ferarie ... (4). 



(1173.) G. II idus Aug. (12 Ago- 
sto) RaimuDdus BrixieDais epi- 
scopus. 



(1185.) G. XII. k. Nou. (21 Ot- 
tobre) Et omne boDum episco- 
pus veroDeDsis qui dedit Dobis 
meDsam altaris maioris prò 
cuios anima officium fiat et 
debitum soluatur. 

[Sec. XII) C. III. idus Apr. (11 
Aprile) Ramoardas deaeratico 
Vili MaDsoa dedit buie moDa- 
sterio. 

(1221?) D. Idus Mar. (15 Mar- 
zo) Addì domÌDÌ M.C. CXXI. 
cumbustum estcastrum. leoDi- 
cum totum .... die iDtraDte 
marcio. 

(1305.) G. XVII. k. Mai. (15 il- 
frile) ^mboDÌDU8 Abbas SaD- 
cti Nazarij DeueroDa. 



è eeriameDte il Vacaldo dei Cronisti. Così la pensava anche l'Autore o il raffleiz- 
zonatore della inedita Cronaca Veronese in volgare, Cod 10144 della Biblioteca 
del Re a Parigi, del sec. XVI (descritto dal Marsand, / manoscritti italiani della 
r. Bibliot. Parig.y I, 415-6), che, secondo la copia fattane trarre dall'Orti (esisten- 
te nella Biblioteca Comunale di Verona, Cod. segnato Storia, XCV), dice: <^ il 
quale {Federico Barbarossa) uené in persona persin a Veraldo (leggi: Vacaldo) 
presso Vigasi »: questo passo peraltro manca nel Codice Saibantino della stessa 
Cronaca, del sec. XVI, conservato nella Bibl. Comunale di Verona, Storia, XLV. 

(1) « a Vicentinos ». Cod. : le Bdd. hanno: « a Vicentinis «. Corressi dietro la 
forma usata dal Parisio : « per cives Veronenses ». 

(2) « vieta ». Cod. : le Bdd. leggono: « Vicentia u. 

(3) « et obuit ». Cod. Pertz sostituisce: « abiit », ma è meglio supporre ia 
perdita del resto della proposizione. 

(4) « Venetijs. Ferrerie ». Cod.: Il PerU congettura: « Venetiis Ferraris », 
notando tuttavia (p. 18) che il Codice legge: « Ferrane ». Qui e altrove, è proba- 
bile sieno andate perdute alcune parole 



Digitized by 



Google 



LE CARTE 

DEL MILLE E DEL MILLECENTO 

CHE SI CONSERVANO 

NEL R. ARCHIVIO NOTARILE DI VENEZIA 

TRASCRITTE * 

DA BARACCHI ANTONIO. 

(Continuazione, vc«ii Tomo Vili, pag. 134). 



LI. 



1172. Agosto, Sicurià fatta da Pietro Vitale di Ss. Apostoli, a 
Marino BaUtuino di S. Simeone Profeta. Atti Ioan agi Angelo, prete. 

Iq nomine domini dei et salvatorìs nostri ibesu christi. Anno 
ab incarnatione eiasdem redemptoris nostri millesimo centesimo se- 
ptoagesimo secando, mense Augusti indicione quinta rivoalto. Ple- 
nam et inrevocabilem securitatem facio ego quidem Petrus vitalis de 
confinio sanctorum apostolorum Symonis et ludo cum meis heredi- 
bus tibi quidem Marino baldoyno de confinio Sancti Sjmeonis pro- 
phete et tuis beredibus de tota illa testificationis carta quam mibi 
fecit Oracianus ministerialis curtis palatii anno domini millesimo 
centesimo septuagesimo mense Augusti indicione tercia continente 
quod ego tibi proclamavi sapra illam investicionem quam tu inve- 
stitam habebas unam peciam de terra vacua que fuit nicolay pele- 
grini posita in suprascripto confinio sancti sjmeonis propbete ad la- 
tus meum. sicut in ea legitur. Nunc autem tota suprascripta proda- 
macie per omnia et in omnibus semper inanis et vacua sit. Ita ut 
nuUis diebus nullisque temporibus te inde amplius requirere aut 
compellere debeam per uUum ingenium. Ipsam autem testificationis 



Digitized by 



Google 



100 

cartam tibi reddidi si exemplum inde apparuerit apud me vel apud 
alicubi inane et vacuum persistat sine omni vigore et robore. Qaod 
si quocumque tempore de suprascriptis omnibus capitulis aliquid 
requirere temptavero. componere promitto cum meis heredibus. tibi 
et tais heredibus auri libras quinque et hec securitatis carta in sua 
firmitate permaneat. 

Ego petrus vitalis manu mea subscripsi. 

Ego philipus nicola testis subscripsi. 

Ego martinus marcuni testis subscripsi. 

Ego Angelus ioanaci presbiter et notarius compievi et roboravi. 

•\- Ego Wariente calbo presbiter et notarius sicut vidi in matre 
testis sum in filia. 

-j- Ego dominicus memo index sicut vidi in matre testis sum 
in filia. 

Ego dominicus cortese presbiter et notarius hoc exemplum 
exemplavi anno domini millesimo centesimo octuagesimo octavo. 
mense Aprilis indicione sexta rivoalto nec minui nec ampliavi com- 
pievi et Roboravi. 

LII. 

1172. Agosto, Attestazione di sentenza a favore di Marino Bai- 
duino contro querela di Primitiva móglie a Nicolò Pellegrino per in- 
vestitura di una pezza di terra in S, Simeone prqfeta, già spettante 
al dtfunto di lei marito. Atti Saturnino Bonussenior, prete. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini. Millesimo Centesimo septuagesimo secundo Mense augusti 
Inditione quinta rivoalto. Testifìcamur nos quidem dominicus gisi. 
et lohanes maliazuco ambo de confinio sancti Symeonis prophete 
quia die decimo intran te suprascripto mense fuìmus in curiam ante 
presencia domini nostri Sebastiani Ziani gloriosi ducis et iudicum. 
quando Marinus balduyno de eodem suprascripto confinio proclama- 
bat et dicebat Ego feci precipere ad primitivam uxorem Nicolay pe- 
regrini de iamdicto confinio sancti Symeonis propter proclamatio- 
nem quam ipsa mihi fecit supra investicionem quam Ego posui su- 
pra peciam de terra que fuit de iamdicto viro suo. si ipsa habet ali- 
quid desuper addicendum veniat et dicat. lamdictus dominus dux et 
predicti iudices fecerunt scrithare in suprascripta curia si predicta 
primitiva aut alìquis prò ea fuisset ibi qui responderet. Verum quia 



Digitized by 



Google 



101 

suprascripta primitiva tunc in ipsa curia nullo modo inventa fuit. 
nec aliquis prò ea responderet. Ideoque predicti iudices intellecta 
racione predicti Marini per legem et iudicium evacuaverunt supra- 
scriptam proclamacionem quam prefata primitiva fecerat super in- 
vesticionem predicti Marini, hoc scimus et per testimonium verum 
dicimus. Signura suprascripti lohanis qui hoc fieri rogavit. 

f Ego dominicus gisi manu mea subscripsi. 

-{- Ego dominicus sanudo Index manu mea subscripsi. 

-}• Ego Vitalis faletro index manu mea subscripsi. 

Ego bonussenior saturninus presbiter et notarius compievi et 
roboravi. 



LUI. 



1173. Aprile. Promessa /atta dai fratelli Vitale e Domenico 
Copo, al di loro cognato Pietro Vitale, Atti Ioanaci Angelo jjr^^^. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri Ihesu christi. Anno 
ab incarnatione eivisdem redemptoris nostri millesimo centesimo se- 
ptuagesimo tercio Mense Aprilìs Indicione sexta rivoalto. promit- 
tentes promittimus nos quidem Yitalis cupo, et dominicus cupo am- 
bo fratres de confinio sancti raphaelis cum nostris heredibus. tibi 
quidem petro vitali cognato nostro de confinio sanctorum apostolo- 
rum Symonis et inde et tuis heredibus. Quod amodo in antea quic- 
quid nos excuciemus de illis nonaginta quatuor libris veronensibus 
que remanserunt ad excuciendum de repromissa Mariote sororis no- 
stre uxoris tue infra dies triginta post quam excuciemus illud nos 
vel noster missus tibi vel tuo misso dabimus inde totam medieta- 
tem absque omni occasione. Quod si non observaverimus omnia si- 
cut superius legitur. tunc omnia in duplum cum nostris heredibus 
tibi et tuis heredibus dare et emendare promittimus. de terris et ca- 
sis nostris vel de omnibus que nunc habemus aut 4n antea habituri 
sumus in hoc seculo. et inde in antea caput et duplum prode labo- 
rare debet de quinque sex per annum. 

X Ego vitalis cupo manu mea subscripsi. 

f Ego dominicus cupo manu mea subscripsi. 

-{- Ego Rugerius permarino testis subscripsi. 

-j- Ego lohanes civrano testis subscripsi. 

-{• Ego Angelus ioanaci presbiter et notarius compievi et ro- 
boravi. 



Digitized by 



Google 



102 

LIV. 

1174. 11 Deceniòre, Verona. Vendita immobili in Verona fatta 
da Marcheeino de Rotefreddo ed Agnese di lui moglie, a Rodolfo de 
Pulice. Atti Viviano. 

Id christi nomine, die mercurii undecimo intrante mense de- 
cembrìs. In domo Marchesini de rotefredo. Testes ibi faere Rogati 
Warnerius de rotefredo. et Wilielminns penzonis. Ubertus de gre- 
zana. Oto de briza. Benfathus. lordanos domine persende. Maleca- 
vatas. Isnardinus Wiberti de leticia. Corvus. Martinus de police. 
Bragacorta. Loscus de benedicto pellipario. Ibique in eorom presen- 
tia. predictos Marchesinus de rotefredo qui professus faìt se lege 
vivere Longobardorom et Àgnes uxor eiasdem Marchesini, prò Cen- 
tam et octo libris denariorum veronensium qnas ipsi iagales a Ro- 
dolfo de pulice nomine finiti precii se accepisse manifestaverunt. 
eundem Rodulfum de pulice titulo venditionis ad propriom investi- 
vernnt de pecia una de terra cum casa et mnris et com introdo co- 
muni de retro sui iuris que iacent civitate Verone, in hora sancii 
thome non longe a corubio paulo. Coheret ei de uno latere domina 

beatrix. de alio latere heredes quondam domini Marcab de 

alio capite Morandinus de alio via publica. Tali vero pacto et con- 
▼entiooe suprascripti iugales fecerunt ìamdictam investiiuram et 
venditionem quod ipse predictus emptor Rodulfus et sui heredes aut 
c«i dederint suprascriptam peciam de terra cum casa et muris et 
cum introdo comuni de retro una cum accessione et ingressu eius 
seu cum superioribus et inferioribus suis in integrum habeant et te- 
neaDt et de illa iure proprietario quod voluerint faciant. Insuper 
idem iugales Marchesinus et Àgnes suprascripti venditores per se 
et SBOS heredes stipulatione interposita promiserunt Rodulfo supra- 
scripto emptori defendere suprascriptam venditionem ei Rodulfo et 
suis heredibus aut cui dederint ab omni homine contradicente. Quod 
si facere nequiverint. aut si ex inde ab eis aliquid de suprascripta 
venditione per quodvis ingenium subtrahere quesìerint. tunc in du- 
plum eandem venditionem ei Rodulfo et suis heredibus aut cui de- 
derint restituere promiserunt. Sicut prò tempore fuerit meliorata 
aut valuerit sub exstimatione honorum hominum in consimili loco, 
et iusserunt ei Rodulfo ut habeat tenutam suprascripte vendite rei 
quam ipse habebat et tenebat. preterea suprascripta Àgnes consensu 



Digitized by 



Google 



103 

predicti viri sui renunciavit auxilio senatus consulti velleiani et iuri 
ypotbecarum sibi competenti in suprascripta venditione. et finem 
ac refutationem et ad proprium dationem exinde fecit in manu su- 
prascripti emptoris in pena dupli sui ìuris quoa ulterius in ea que- 
rere vellet. Et Marchesinus per se et parabola suprascripte Agnetis 
sue uxoris iuravit ad sancta dei evvangelia quod ipsi banc venditio- 
nem semper ratam babebunt. et quod ulterius eum Rodulfum vel 

suos beredes aut cui dederint de suprascripta venditione 

Et ipsi iugales stipulationem promiserunt suprascripto Rodulfo de- 
fendere ut dictum est suprascriptam venditionem et expedire eam 
ab omni homine sub pena dupli preterea lamdictus Marcbesinus no- 
mine permutationis investivit predictam Agnetem uxorem suam de 
tota sua giara quam babebat in bora sancti petri in carnario que 
tenetur ad fictum per ecclesiam sancti petri. et de suo manso de 
mazagatta cum omnibus suìs pertinenciis quem vernesinus tenebat. 
Tali vero pacto quod ipsa Agnes babeat et teneat suprascriptam 
glaram et suprascriptum mansum nomine permutationis prò supra- 
scripta re vendita, et de illis scilicet giara et manso quicquid volue- 
rit faciat. Et dedit ei Agneti parabolam ingrediendi possessionem 
et per ipsam se possidere manifestavit. factum est Verone supra- 
scripto loco. Anno a nativitate domini. Millesimo. Centesimo. Se- 
ptuagesimo. Quarto. Indicione septima. 

Ego Vivianus domini imperatoris frederici Notarius Rogatus 
interfui et scripsi. 

LV. 

1176. Marzo, Rialto. Procura di Stiano Barozzi Procuratore 
di S. Marco, a Guidone Gradenigo di S. Pantaleone. Atti Naviga- 
loso Giovanni, suddiacono. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ibesu cbristi. Anno 
domini millesimo centesimo septuagesimo sexto mense Marci Indi- 
tioue nona rivoalto. Committens committo Ego quidem Stepbanus 
barotius procurator operis sancti Marci tibi quidem Guydoni grado- 
nico de confinio sancti pantaleonis et per banc meam commissionis 
cartam plenissimam potestatem tibi do. inquirendi. interpellandi 
placitandi et excuciendi illos ducentos bizantios quos suprascripto 
operi sancti Marci debet Marcus betolino. propter unam cautionis 
cartam quam quondam fecit panchracio saponario prò trecentis bi- 



Digitized by 



Google 



104 

zantiis ad nomen operis seu procuratoris sancti Marci. Qaam qui- 
dem ego commisi ad petrum barbani per cartulam commissionis. 
Qaam eciam cautionis cartam idem petrus barbani dimisit lohani 
dandulo vice coramiti acaronis. Set prefatus Marcus betolino apa- 
gavit centam bizantios eidem petro barbani de suprascriptis trecen- 
tis qui continentur in suprascriptam cautionem. Nunc autem sapra- 
scriptos ducentos bizancios excucias vel a suprascripto Marco betu- 
lino, aut a suprascripto lohane dandulo si ipse illos recepit. et se- 
curitatem cuicumque opus fuerit per me facias sicut ego facerem. 
Committo eciam tibi excuciendi de lobane bono quondam vice com- 
mite totum quod continetur in una cautionis carta quam ipse mihi 
fecit percurrente anno domini millesimo 'centesimo septuagesimo 
mense Madii Inditione torcia, continente in ea bizancios perperos 
triginta sicut in ea legitur. et centum libras veronenses quas adhuc 
mibi debet de redditibus rugo acaronis quam illi concessi, sicut 
continetur in cartam promissionis quam ipse mihi inde fecit. et re- 
cipias ab eo sacramentum per me super omnibus que continentur 
in eadem promissionem secundum formam promissionis. quam eciam 
cum suprascripta cautione tibi committo. pienissima potestate in- 
quirendi. interpellandi. placitandi. et tam iliud totum quod in eis 
continetur. quam suprascriptas centum libras veronenses excucien- 
di. et securitatem faciendi. Quamcumque igitur securitatem de su- 
prascriptis omnibus fcceris firmam conservabo in perpetuum. Quod 
si centra hanc meam commissionis cartulam ire temptavero. com- 
ponere promitto cum meis successoribus tibi et quibus cumque se- 
curitatem prò me feceris et tuis ac illorum heredibus auri libras 
quinque et hec commissionis carta in sua firmitate permaneat. 

f Ego stefanus baroci procurator sancti Marci manu mea sub- 
scripsi. 

•\- Ego stefanus calbo testis subscripsi. 

-{- Ego Petrus Keulus testis subscripsi. 

Ego lohanes Navigaiosus subdiaconus et Notarius compievi et 
Roboravi. 

LVI. 

1176. Aprile, Mialto, Donazione immobili fatta da Aurio Bar- 
bani al prof rio figlio Pietro, Atti Grilioni Marco, diacono. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini millesimo Centesimo Septuagesimo sexto mense Aprilis In- 



Digitized by 



Google 



105 

ditione nona rivo alto. Magnus donatìonis est titulas ubi casus lar- 
gitatis nuUus repperitur set ad firmameutum muneris sufficit ani- 
mus largientis. Quapropter ego quidem Anrius barbani de confini© 
sancti Jobanis evangeliste cum ceteris mais heredibus nullo penitus 
cogente ant suadente nec vim inferente set optima et spontanea 
mea bona voluntate et prò filiali amore quam semper te amavi. Ab 
hodie in antea in dei et chrìsti nomine do. dono, concedo, contrado. 
atque transacto tibi namque petro barbani filio meo dilecto et tuis 
heredibus ac proheredibus seu et posteris tuis in perpetuum profutu- 
rum possidendum vel quicquid tibi placuerit faciendum. Hoc est 
videlicet cunctam et super totam terciam partem totius mee prò- 
prietatis terre et case in qua residemus cum suis babentìis et per- 
tinenciis ab intus et foris cum caìlìbus et viis suis. secundum quod 
est posita in suprascripto confinio sancti lohanuis. et secundum 
quod firmat uno suo capite in canale per quam haberi debes introi- 
tu et exitu. Alio vero suo capite totum firmat partim in monasteri© 
Sanctorum philippi et lacobi. et partim firmat in terra monasterii 
sancti zacharie. Uno suo latere totum quo equaliter firmat in rivo 
curtis ubi haberi debes introitu et exitu iunctorio et iaglacio. Alio 
vero suo latere cura callibus et viis suis. totum firmat in proprie- 
tà te terre et case, ananie querino. et nepotibus suis videlicet Lau- 
rencium et iohanem quirinum. Hanc autem suprascriptam et pre- 
designatam terciam partem totius suprascripte proprietatis terre et 
case mee in tuam et heredum ac proheredum tuorum do. et transa- 
cto. et per omnia inde me foris facio. et in vestram relinquo plenis- 
simam potestatem. habendi. tenendi. dominandi. vendendi. donan- 
di. commutandi. et in perpetuum possidendi. vel quicquid inde vo- 
bis placuerit faciendi nullo vobis homine contradicente. linde etiam 
promittens promitto quod nullo unquam tempore centra hanc do- 
natìonis cartam quam tibi bono animo feci ire non audeam. non 
per ecclesiastìcam interpellationem neque per testamentariam meam 
ordinationem. non in vita mea neque ad hobitum meum per aliquo 
modo vel ingenio quia in legibus piisimorum augustorum cautum 
atque preceptum est. ut quod semel datura vel denatura fuerit nul- 
lo modo revocetur. et insuper plenam et irrevocabilem securitatem 
fiacio ego quidem suprascriptus Aurius barbani cura ceteris meis 
heredibus tibi namque suprascripto petro barbani fìlio meo et tuis 
heredibus tara de saprascripta et predesignata tercia parte totius 
suprascripte proprietatis terre et case cum omnibus suis habentiis 
et pertinentiis. quam etiam et de omnibus bonis et habere unde- 



Digitized by 



Google 



106 

comque te requisivi vel inquirere potui Tel ta mihi dare debuisti 
Tel subìacuisti. tam per filiali subiectione. quam etiam per aliqoo 
modo vel ÌDgeoio. tam ex mea parte quam etiam ex parte defancte 
uxoria mee matris tue tam cum cartulis. quam sine cartulia. tam 
inste. quam etiam iniuste. per omnia et in omnibus et etiam desQ- 
per omnia a me divisus et diffinitus es etiam per sacramentom. Qoia 
nicbil remansit de tota suprascripta torcia parte totius suprascrìpte 
proprietatis terre et case unde te amplius requirere valeam. Scien- 
dum est quod nec tu suprascrìpte petre neque marcus filius mena 
non aadeatis dicere ad lohanem barbani filium meum nec facere 
enm partitorem de suprascriptam proprietatem terre et case, set 
commune inter tos inde benigne dividere debeatis. sicut inter vos 
in unum conveneritis. Amodo igitur in antea semper securas et 
quietus permaneas in perpetuum. Quia nichil remansit nec etiam 
de uUa re de sub celo qua homo cogitare possit unde te amplios 
requirere valeam. Quod si quocumque tempore contra hanc dona- 
tionis et promissionis atque securitatis cartam ire temptavero. tono 
componere promitto cum ceteris meis beredibns tibi et tuìs heredi- 
bus auri libras quinque et hec donationis et promissionis atque se- 
curitatis carta in sua firmitate permaneat. 

Signum suprascrìpti aurii qui hoc rogavit fieri. 

j Ego iozolino michael testis subscripsi. 

•Y Ego matheus longo testis subscripsi. 

Ego Marcus grilioni diaconus et notarìus compievi et roboravi. 

LVII. 

1176. Luglio, Rialto, Sicurtà fatta da Pietro Vitale e MaUUa 
di lui consorte, a Pietro Quirino loro avolo. Atti Abduixo Domb- 
Nico, prete. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini millesimo Centesimo Septuagesimo sexto mense lulii Iodi* 
cione Nona rivoalto. Plenam et inrevocabilem securftatem facimus 
nos quidem Petrus vitalis de confinio sanctorum apostolorum simo- 
nia et inde, et Mabilia uxor eius cum nostris heredibus yobis qui- 
dem domino Petro quirino de confinio sancte marie formose dilecto 
avio nostro et yestris heredibus de tota illa repromissa magna vel 
parva quam mihi snprascripte neptie vestre promisistis in die no- 
stre desponsacionis que fuit inter ipsam repromissam et dona diei 



Digitized by 



Google 



107 

lune et arcella cum capsella roea nupiiali libras denariorum tero- 
nensium centuui quatuordecim. et cartulam nnam de Constantino 
baldoyno continente in ea de capitanea libras denariorum ?eronen* 
sinm qninquaginta. Nunc autem quia per omnia et in omnibus et 
de super omnia nos inde sanastis et deliberastis Ideoque amodo in 
antea semper inde securus et quietus permaneas. Quìa nicbìl inde 
remansit unde vos amplius requirere valeam. Quod si quocumque 
tempore de suprascriptis omnibus capitulis aliquid requirere tem- 
ptaverimus componere promittimus cum nostris beredibus vobis et 
vestris beredibus auri libras qninque et hec securitatis carta ma- 
neat in sua firmitate. Signum suprascripte Mabilìe que boc rogavit 
fieri. 

-{- Ego petrus vitalis. manu mea subscripsi. 

•\- Ego petrus aniane testis subscripsi. 

•f Ego dominicus urso testis subscripsi. 

Ego Dominicus ardnynus presbiter plebanus sancti lohanis 
evangeliste et notarius compievi et roboravi. 

LVIII. 

1177. Mano, Rialto. Donazione fatta da Tribuno Zane a Do- 
menico Contarini/u Giovanni. Atti Ioanaci Aììqrlo, prete. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
ab incarnatione eiuadem redemptoris nostri millesimo centesimo se- 
ptuagesimo septimo Mense Marcii indicione decima rivoalto. Ma- 
gnus donacionis est titulus ubi casus largitatis nuUus repperitur set 
ad firmamentum muneris sufficit animus largientis. Quapropter ego 
quidem Tribunus ianne de confinio sancti Angeli cum meis beredi- 
bus nullo penitus cogente aut suadente nec yim inferente set opti- 
ma et spontanea mea bona voluntate et prò tuo condigno merito 
do. dono, concedo, atque transacto tibi namque dominico contaro- 
no filio quondam lohanis contareni de confinio sancti silvestri et 
tuis beredibus Videlicet has meas cartulas. Unam manifestacionis 
cartam quam fecit Bonus filius baruzo filius quondam lohanis baru- 
zi de confinio sancte margarite, ad dominicum ianne defunctum pa- 
trem meum anno incamationis eiusdem redemptoris nostri millesi- 
mo centesimo quinquagesimo mense marcii indicione torcia decima 
continente de capitanea libras denariorum nostre monete centum, 
quas sibi prestitit et eas apud se retinere debebat inde in antea us- 



Digitized by 



Google 



108 

que ad duos annos completos sine omni prode et ad soprascriptum 
terminum eas sibi reddere debebat salvas in terra, ut in ea legitur. 
et aliam manifestacionis cartani qnam fecit eopbimiam baruzo reli- 
eta lohanis baruzo de suprascripto confìnio sancte margarite ad ca- 
radonnam ianne matrem meam anno incarnationis eiusdem redera- 
ptoris nostri millesimo, centesimo quinquagesimo quarto mense au- 
gusti Indicione secunda continente tantum de habere suprascripto 
matris meae unde dare debebat ei libras denariorum veronensium 
octo. Quod quidem habere Bonus fìlius baruzo fìlius suus tunc se- 
cum portavit in taxegio de constantinopoli ita quod si ipso ad illud 
primum pasca de ea mudua navium de romania redisset in vene- 
ciam tunc iamdictas octo libras veronenses sine prode ei reddere 
debuerat infra dies viginti quibus ipse vel eius missus reversus fuis- 
set. si vero ad ipsum terminum in veneciam non venisset tunc inde 
in antea apud se remanere deberent ad prodem de quinque sex per 
annum. sicut in ea continetur et terciam testificacionis cartam 
quam fecit dominicus baruzo presbiter ecclesie sancte margarite 
anno domìni millesimo centesimo septuagesimo quarto mense Apri- 
lis indicione septima continente in ea quod in eius presencia et te- 
stimonio confessa fuit Mariota uxor alta verrà fiorentino de supra- 
scripta sancta margarita quod ego tribunus ianne frater eius pre- 
stiti ei libras denariorum veronensium tres minus solidos veronen- 
ses quinque supra omnia sua bona et repromissa ut in ea legitur. 
et quartam testificacionis cartam quam mihi fecit lohanes armatus 
ministerialis curtis palacii anno domini millesimo centesimo septua- 
gesimo quarto mense octubris Indicione octava continente in ea 
quod ipse erat in curia sexto die exeunte suprascripto mense octu- 
bris ante presenciam domini nostri Sebastiani Ziani dei gratia du- 
cis quando ego proclamavi prò tribus cartis et per omnes alias meas 
raciones supra illam investicionem quam positam babebat supra- 
scripta Mariota uxor caza verrà fiorentino supra proprietatem terre 
et case que fuit boni filii baruzo defuncti viri sui sicut in ea conti- 
netur. bas autem omnes suprascriptas et predesignatas cartulas 
cum omni virtute et potestate sicut eas habeo ita in tuam do et 
transacto plenissimam potestatem. habendi. tenendi. inquirendi. in- 
terpellandi. placitandi. excuciendi. vendendi. donandi. commutandi 
et in perpetuum possidendi vel quicquid inde tibi placuerit faciendi 
nullo tibi homine contradicente. cum omni vigore et robore tam de 
suprascriptis cartis quam et de quantocumque in cis continetur. 
quia nichil inde remansit unde te amplius requirere valeam per ul- 



Digitized by 



Google 



109^ 

lum ingenium. Quod si quocumque tempore de suprascriptis omni- 
bus capitulis aliquid requirere temptavero. componere promitto cum 
meis heredibus tibi et tuis heredibus auri libras quinque et hec do- 
nacionis carta in sua fìrmitate permaneat. 

f Ego Tribunus iane manu mea subscripsi. 

t Ego lohanes da ponte testis subscripsi. 

f Ego macba loto iorzani testis subscripsi. 

Ego Angelus ioanaci presbiter et notarius compievi et roboravi. 

LIX. 

1178. Agosto, Rialto. Procura di Leone Falier ad Enrico Zen^ 
Giovanni Tonisto e Domenico Contarini, Atti Lambardo Giacomo, 
prete. 

. In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini millesimo Centesimo Septuagesimo octavo mense augusti 
Indicione Undecima Rivoalto. Committens committo ego quidem 
Leo faletro de confinio Sanctorum apostolorum. Vobis benrico geno 
de confinio sancti cantiani. et lohani tonisto de confinio sancti tho- 
me. Atque dominico contareni de confinio sancti silvestri. Ut ple- 
nissimam virtutem et potestatem habeatis proclamandi in suro su- 
pra fontegam et supra omnes proprietates terrarum et casarum et: 
supra omnia bona et babere que fuerunt Vitalis dondi defuncti de 
amianis. sicut ego proclamare deberem. Eandem suprascriptam po- 
testatem committo omnibus vobis suprascriptis sive duobus aut uni 
ex vobis in cuius manu hec commissionis carta apparuerit si in si- 
mul non fueritis. Si igitur centra hanc commissionis cartam ire 
temptavero. tunc emendare debeam cum meis heredibus vobis et 
vestris heredibus auri libras quinque et hec commissionis carta ma- 
neat in sua firmitate. 

■{- Ego leo faletro manu mea subscripsi. 

Ego Andreas nayzo testis subscripsi. 

•}• Ego Stefano encio testis subscripsi. 

Ego lacobus lambardo presbiter et notarius compievi et Ro- 
boravi. 



Digitized by 



Google 



no 

LX. 

1 179. Marzo, Rialto, Quitanza di Vitale Grisuno a Marco Bar* 
iano. Atti Andbba, prete. 

lu nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini millesimo Centesimo septuagesimo nono mense Marcii In- 
ditione duodecima rivoalto. Plenam et inrevocabilem secnritatem 
facio Ego qnidem Vitalis grisnni de confinio sancti Inliani cum 
meis heredibns. Tibi namque Marco Barbano quondam Anrii bar- 
baci de confinio sancti lohanis evangeliste et tois heredibus. De 
ipsa caacionis carta facta in constantinopoli percorrente anno do- 
mini millesimo Centesimo sexagesimo octavo mense lanuarii Indi- 
tione seconda, qaam mihi et leonardo dedo de confinio sancti Oer- 
vasi. Atqne Sebastiano salarentano fecit Otto faletro de confinio 
sancti apoUinaris perperis auri veteribns pensantibus qnatuor cen- 
tos qainquaginta. tali namque convento ut eos apnt se retinere 
debebat ex tnnc in antea usque ad carnelazare prins ventorum per 
■aprascriptam inditìonem secundam. et ad ipsum terminum debe- 
bat per se aut per suum missum dare et deliberare nobis vel nostro 
misso. aut in cuius de nobis suprascriptìs tribus bec caucionis carta 
^pparuerit suprascriptos quatuorcentum quinquaginta perperoe. sai- 
▼08 in terra in constantinopoli sine ullo prode et sine omni occasio- 
ne ut in ea legitur. Nunc autem quia tu ex inde mecum in pacti 
oontenientia yenisti. et de totis suprascriptis quatuor centis quin- 
quaginta perperis auri veteribus pensantibus. de capitanea. cum suo 
prode, ad duplum. sive etiam de quantocumque in ipsam continetur 
de tuo proprio habere me perfecte appagasti et deliberasti. Idcirco 
eacdem caucionis cartam tibi do. et transacto. et me inde per omnia 
foris facio atque in tua pienissima potestate relinquo. habendi. te- 
nendi. dominandi. yendendi. donandi. commutandi. et in perpetuum 
posaidendi. et quicquid in ea continetur et legitur Inquirendi. inter- 
pellandi. placitandi. excuciendi. et securitatis cartam faciendi. yel 
quicquid inde tibi placuerit faciendi cum omni suo yigore et robore 
nullo tibi homine contradicente. Amodo igitur in antea semper inde 
securus et quietus permaneas. Si exemplum inde alicubi apparuerit 
inane et vacuum mihi existat per omnia. Quod si quocumque tem- 
pore de suprascriptis omnibus capitulis aliquid requirere temptaye- 
ro. tunc emendare debeam cum meis beredibus tibi et tuia heredi- 



Digitized by 



Google 



Ili 

bus aari libras qainque. et hec securitatis carta in sua firmitate per- 
maneat. Signom saprascripti Vitalis qui hoc rogavit fieri. 

-j- Ego Widotus grisuni testis subscripsi. -{- Ego dominicus 
barbus testis subscripsi. Ego Andreas presbiter Sancti cantiani et 
Notarius compievi et roboravi. 

f Ego lacobus lambardus sancte sophie plebanus presbiter et 
notarius sicut vidi in matre ita testifico in filia. 

-}- Ego petrus michael ludex. vidi, in matre. testis sum in filia. 

Ego Àndfeas presbiter Sancti. cantiani et Notarius. hoc exem- 
plum exemplavi percurrente Anno domini millesimo centesimo oc- 
tuagesimo sesto mense Augusti Indi tiene quarta nec minui nec am- 
pliavi, compievi et roboravi. 

LXI. 

1 179. Luglio, Rialto. Attestazione di Vitale Martinacio e Mar- 
co Staniario di dichiarazione /atta da Marco Orio sopra atto seguito 
tra Pietro e Vitale Corner nel 11 52. Atti Damiano Giuliano, diacono. 

In nomine domini nostri ihesu christi. Anno domini millesimo 
centesimo Septuagesimo nono, mense luiii. Inditione duodecima, ri- 
voalto. Testificamur nos quidem Vitalis martinacio de confinio san- 
cte trinitatis et Marcus staniario de confinio Sancte Instine, quod 
die quarto intran te suprascripto mense nos eramus in curiam ante 
"^presentia domini nostri Aurei mastro petri incliti veneciarum duci, 
quando Marcus aurio de prefato confinio sancte trinitatis proclama- 
vit ibi in nostro testimonio unam manifestationis cartulam factam 
anno domini millesimo centesimo quinquagesimo secundo. mense 
lanuarii. Inditione prima, quam petrus comario de confinio Sancti 
Apollenaris fecit hic in rivoalto ad Vitalem comario avunculum 
suum de eodem confinio sancti Apollenaris prò libris denariorum 
veronensium viginti quinque. quas ei dedit et prestitit in suis ne- 
cessitatibus per agendis. tali quidem convenientia quod eas apud se 
retinere debebat ex tunc in antea usque ad unum annum expletum. 
Unde nullum prode in suprascriptum unum annum ei persolvere 
debebat. In capite vero suprascripti unius anni in antea usque ad 
duos annos alios. suprascriptis viginti quinque libris denariorum 
veronensium apud se retinere debebat. Unde ei prode dare debebat de 
quinque sex per annum in suprascriptis duobus annìs. et cetera si- 
cut in ea legitur. hec per testimonium dicimus 



Digitized by 



Google 



112 

•\- Ego marcus staniario manu mea subscrìpsi. 
f Ego Vitalis martinacio manu mea subscripsi. 
Ego lolianus damianus diaconns et notarios compievi et Ro- 
boravi. 

LXII. 

1180. Gennaro, Rialto, Restituzione di Marche d' oro 72, ed 
argento 200 al Co. Rodolfo, ed al Maestro delV Ospitale di Gerusa- 
lemme. Atti DAL Pozzo Paterniano, suddiacono. 

In nomine domìni dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
incarnationis eiusdem Millesimo centesimo octuagesimo mense ian- 
nuarii indicione quartadecima rivoalto. Manifestus sum Ego quìdem 
Ercimbaldus frater hospitalis lerusalem et prior Sancti Egidii de ve-, 
necia cum meis successoribus. Quia per mandatum Rodulfi comitis 
et Rogerii magistri suprascripti hospitalis allatum mihi per fratres 
eiusdem hospitalis videlicet per Bernardum priorem boemie. et Al- 
bertum lombardum. et fratrem Gualterium. recepì a te stephano ba- 
roci procuratore ecclesie Sancti Marci et tuis successoribus. illas se- 
ptuaginta duas Marcas auri et ducentas Marcas argenti ad poudus 
coloniense. quas suprascriptus comes in comendacione tibi dimisit 
cum Consilio et parabola domini Auri mastropetri incliti venecie 
ducis et consiliatorum eius. Que fuerunt ponderate et date tibi in 
presentia Comitis leonardi. et Petri ursiolo. Octaviani quirino. atque ' 
dominici lanne. et Mathei longo. Quod aurum et argentum. in pre- 
sentia suprascripti domini ducis et eius iudicum et consiliatorum 
eiusdem atque quamplurium aliorum proborum vìrorum. et in pre- 
sentia trium suprascriptorum fratruum suprascripti hospitalis. et in 
presencia etiam fratrum templi silicet Engelfredi et Martini, tu mi- 
hi designasti seratum et sigillatum cum sigillo suprascripti comitis. 
Et ego illud reserari et exigillari et ponderari feci, et eum ita in- 
veni sicut tibi a iamdicto comite datum fuerat. Nunc autem quia tu 
totum suprascriptum aurum et argentum mihi in presentia supra- 
scripti domini ducis et aliorum sicut superius dictum est integre et 
sine diminutione aliqua dedisti. Amodo igitur in antea semper inde 
securus et quietus permaneas. quia nichil inde remansit unde te 
amplius requirere valeam per aliquod ingenium. Signum suprascri- 
pti Ercinbaldi prioris qui hoc fieri rogavit. 

Ego Bernardus prior boemie. subscripsi. Signum suprascripti 



Digitized by 



Google 



113 

Alberti et fratris Gualterii qui hoc fieri rogaverunt. Signum supra- 
scripti Engelfredi qui hoc fieri rogavit. 

•\' Ego aurio mastro petro dei gratia dux manu mea subscripsi. 

-}- Ego dominicus sanudo ludex testis subscripsi. 

-f- Ego Petrus michael iudex testis subscripsi. 

-[■ Ego lohanes badovarius iudex testis subscripsi. 

-}- Ego Andreas delfinus Iudex communi testis subscripsi. 

f Ego henricus civrano avocatus comuni testis subscripsi. 

Ego paternianus daputheo subdiaconus et notarius compievi 
et Roboravi. 

A tergo Kartula de aureo et arieuto. 

LXIII. 

1181. Giugno, Rialto, Sicurtà fatta da Pietro Co^o ai Archi- 
Iota relita Giovanni Flaibanico. Atti Paulino Marco diacono. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri ihesu christi. Anno 
domini millesimo Centesimo octuagesimo primo mense lunii indi- 
tione quartadecima rivoalto. Plenam et inrevocabilem securitatem 
facio ego quidem Petrus cupo de confinio sancte margarite cum 
meis heredibus. tibì namque Archilote reliete iohanis flaybanici de 
eodem confinio quondam socere mee et tuis successoribus. De quan- 
tocumque ad dicendum vel inquirendum habui vel habeo. super 
omnes proprietates terrarum et casarum. que fuerunt suprascripti 
Iohanis flaybanici viri tui soceri mei tam ex parte palmere filie tue 
defuncte uxoris mee. quam ex mea vel ex tua parte, quam etiam 
per omnem virtutem et potestatem quam tu ex inde mihi dedisti 
nec non et de omnibus investitionibus quas ego posui. super predi- 
ctas proprietates terrarum et casarum sine proprio et ad proprium 
et etiam de omnibus testificationibus quas ego uUo unquam tempore 
fieri feci, de prefactis proprietatibus terrarum et casarum. Sive etiam 
et de universo massaratico. et omnibus mobilibus que fuerunt supra- 
scripti viri tui. que omnia tu michi dedisti prò repromissa prefate 
palmere filie tue uxoris mee et de quantocumque aliquo modo vel 
ingenio addicendum vel inquirendum habui vel habeo. super predi- 
ctas proprietates per omnia et in omnibus et etiam desuper omnia 
exinde me foris faciens. in tuam et successorum tuorum relinquo 
atque transacto potestatem habendi. tenendi. vel dendi. (vendendi.) 
donandi. commutaudi. et in perpetunm possidendi vel quic inde tibi 



Digitized by 



Google 



114 

placuerit faciendi. nullo tibi homìne contradicente. Àmodo ìgitar in 
antea semper inde secura et quieta permaneas. Ita ut nullis diebus 
nnllisque temporibus, te inde amplius requirere valeam per ullum 
ingenium. Quod si quocumque tempore de suprascriptis omnibus 
capitulis aliquid requirere temptavero. componere promitto cum 
meis heredibus tibi et tuis successoribus auri iibras quinque. et hec 
securitatis carta maneat in sua fìrmitate. Signum suprascripti Petri 
cupo qui hoc rogavit fieri. 

•{• Ego Petrus Zancayrolus testis subscripsi. 

-{• Ego Petrus niichael testis subscripsi. 

Ego Marcus paulinus diaconus et uotarius compievi et roboravi. 

-}- Ego Marinus lambardus presbiter et notarius vidi in matre 
testis sum in fìlia. 

-j- Ego Leonardus navigoioso index ut vidi in matre testis sum 
in filìa. 

Ego Petrus sterminus presbiter et notarius hoc exemplum 
exemplavi. Anno domini millesimo ducentesimo secundo mense de- 
cembris inditione sexta in quo nec minui nec addidi compievi et 
roboravi. 

LXIV. 

1182. Gennaro, Rialto, Sicurtà fatta da Michele Semitecolo a 
Domenico Corner di lui genero. Atti Marcello Pietro, prete. 

In nomine domini dei et salvatoris nostri Ihesu christi. Anno 
domini Millesimo Centesimo octuagesimo secundo mense lanuari. 
Indicione prima rivoalto. Plenam et inrevocabilem securitatem facio 
Ego quidem Michael symiteculo de confinio sancti cassiani cum 
meis heredibus. Tibi namque dominico cornano genero meo de con- 
finio sancti apollenaris et tuis heredibus. de ipsa memorialis carta 
quam tu mihi fecisti. hoc preterito mense Àprilis sub indicione 
quinta decima prò libris denariorum veronensium octuagintis. quas 
de me in collegancia recepisti. Et tu adversum me in eadem colle- 
gancia iactasti. alias tuas Iibras veronenses quadraginta. Quod to- 
tum suprascriptum habere tecum tunc portare debebas ad negotian- 
dum per terram et per aquam prout melius potuisses. de bine in 
missina, cum nave in qua nauclerus ìbat lohanis marinus. et ex in- 
de ubicumque tibi bonum visum fuisset. usque ad muduam natalis 
de qua tunc prìus expetabatur per suprascriptam indicionem pri- 



Digitized by 



Google 



115 

mam. Et tunc ad ipsum terminum vel antea si in veDeciam redisses. 
tane infra dies triginta postquam in veneciam intrasses. debebas 
per te vel per taum mìssnm dare et deliberare mihi vel meo misso 
hic in rivoalto totani qaod de saprascripta mihi advenisset de ca- 
pite et prode com insta et vera racione sine fraade. Yidelicet capi- 
tanea salva, prode quod inde dominns dedisset per veram medieta- 
tem inter nos partiri debebamus. sine frande et malo ingenio, ut in 
ea legitar. Nane aatem tu de tota saprascripta coUegancia. de ca- 
pite et prode cum iusta et vera racione sine fraude. et eciam de 
quantocumque continetur in ipsa memorialis carta me perfecte apa- 
gasti, et cum sacramento mihi omnia deliberasti. Unde securus et 
quietus permaneas perpetuis temporibus. Ipsam quidem memorialis 
cartam tibi reddidi. Si exemplum inde alicubi aparuerit inane et va- 
cuum existat per omnia. Quod si quocunque tempore de suprascri- 
ptis omnibus capitulis aliquid requirere temptavero tunc emendare 
debeam cum meis heredibus tibi et tuis heredibus auri libras quin- 
que. et hec securitatis carta in sua firmitate permaneat. 

•\- Ego Michael srmiteculo manu mea subscripsi. 

f Ego aurius capellexi testis subscripsi. 

-}• Ego Gilius? de romano, testis subscripsi. 

Ego petrus marzelus presbiter et notarius compievi et roboravi. 

fContiuua.J 



Digitized by 



Google 



FRANCESCO SFORZA E VENEZIA 

DOCUMENTI 

MCDXXXVI-MCDLXX. 



La storia di Francesco Sforza ò bene conosciuta da tutti ; 
tuttavia nel publicare ora alcuni documenti inediti che si ri- 
feriscono alle sue relazioni con Venezia tratti dal nostro Ar- 
chivio Generale di Stato, credo non inutile di premettervi al- 
cuni brevi cenni. 

Muzio Giacomuzzo Attendoli di Cotignola detto lo Sfor- 
za, che da semplice contadino divenne uno dei migliori capi- 
tani di ventura del suo tempo, gonfaloniere di Santa Chiesa e 
gran conestabile del regno di Napoli, ebbe un figlio naturale 
nato in San Miniato il giorno 25 Luglio 1401, al quale venne 
imposto il nome di Francesco Alessandro. 

Sino da ragazzo militò sotto il padre, che nel 1418 gli 
fece prendere in moglie Polissena Rufib, la quale gli recò in 
dote la città di Montalto e molte terre in Calabria. Morto Mu- 
zio nel 1424 in Aversa, Francesco gli successe nel comando 
delle milizie nella fresca età d' anni 23 e mezzo, avendo con- 
tinuamente date prove d' indomabile coraggio. 

Trovavasi allora in Aversa anco la regina Giovanna, la 
quale, confortandolo, gli fece assumere in luogo del cognome 
Attendoli quello di Sforza^ ed inviavalo all' acquisto di Napoli. 
L'anno seguente passò al servizio di Filippo Maria Visconti 
duca di Milano, e verso la fine del 1433, essendo nelle Roma- 
gne, s^ impossessò di vari luoghi, e della Marca d'Ancona. Fat- 
ta la pace, Eugenio papa IV, per amicarselo, lo investì delle 



Digitized by 



Google 



117 

terre acquistate, lo creò marchese e gonfaloniere di Santa 
Chiesa. 

La fama delle sue gesta gli procurò finalmente dal Vi- 
sconti la mano di Bianca sua figlia naturale ed unica erede 
dei suoi Stati, la quale, rimasto egli vedovo altra volta, gli era 
stata promessa in isposa. Le seconde nozze ebbero luogo nel- 
r Ottobre 1441 e gli procurarono la sovranità di Cremona e 
Pontremoli. La Veneta Republica incaricava con la Ducale 10 
Ottobre gli ambasciatori Francesco Barbarigo e Paolo Tron 
di assistere a tale matrimonio (1). 

Lo Sforza fu stipendiato quale condottiero dei Veneziani 
e dei Fiorentini confederati, negli anni 1436, 1439 e 1444 (do- 
cumenti A, B, C) ; aggregato al veneto patriziato ai 23 No- 
vembre 1439 e donato d' una casa con due torri in contrada 
di San Pantaleone sul gran canale, che prima era del Marche- 
se di Mantova e presentemente il palazzo Foscari (documenti 
D, E), incoraggiatd nelle sue imprese colla promessa d'una 
delle principali città di Lombardia, cioè Mantova, Cremona o 
Milano (Ducale 8 Luglio 1440, doc. F). 

In qual modo fosse onorato alla sua venuta a Venezia in 
queir anno, lo racconta il Sanudo : 

ce Arrivò il giorno 18 Decembre 1440 con un malissimo tempo 
» onde non si potè fagli onore come meritava, nò il Doge andargli 
» incontro col bucintoro, ma ben nel suo ritorno gli fu fatto il dop- 
» pio, perchè il Doge l'accompagnò col bucintoro con tutti i trionfi 
)> che si ponno fare », 

Rimase a Venezia circa due mesi per assistere alle nozze 
di Iacopo, figlio del doge Francesco Foscari, con Lucrezia, 
figlia di Leonardo Contarini da San Barnaba, delle quali ri- 
porto la descrizione fatta da Marino Sanudo, publicata dal Mu- 
ratori nel Rerum Italicarum Scriptores^ voi. XXII, p. 1100, 
ed anche dall' ab. Cappelletti nella sua Storia della Republica 
di Venezia, voi. VI, p. 132-133 (Venezia, Anlonelli, 1850) : 

<c Nel 1441 al 10 di Febbraro fu fatto novizzo e sposo ser laco- 
» pò Foscari figliuolo di messer lo Doge nella figliuola di ser Lio- 

il) Senato, Secreti, n. 15, p. 100. 



Digitized by 



Google 



118 

» nardo Contarini quondam ser Pietro da San Barnaba, e per le 
» dette nozze fu fatto un ponte su barchi che attraversava il canal 
» grande da San Barna1)a a San Samuele, pel quale passarono più 
» di trecento cavalli col novizzo e colla sua compagnia e col signo- 
» re della festa. I quali erano vestiti di velluto cremesino a maniche 
» arlotti foderati di dossi nobilissimamente in un punto e pel simile 
» tutta la famiglia. Di poi venne il bucintoro, sul quale era una 
» grandissima quantità di donne molto nobilissimamente vestite e 
» la maggior parte di esse in panno d'oro. E fu levata la sposa e 
» condotta in palazzo, dove fu fatta nella sala una bellissima festa. 
» Vi fu messer lo Doge e il conte Francesco, e v'era grandissima 
» quantità di torchi bianchi ; e la sera cenarono in palazzo assai 
» persone. A d\ 11 il conte Francesco fece fare per amore della det- 
9 ta festa una notabil giostra sulla piazza di San Marco e mise per 
» premio una pezza di centanino cremisino di valuta di ducati 140 
» d' oro. E furono alla detta giostra giostratori 30. Ma venne una 
» pioggia la quale durò quattro ore. Il conte Francesco era a caval- 
la lo. E correndo un giostratore, saltò un tronco di lancia sulla fac- 
» eia di ser Vittore Trono, ch'era sopra di un solajo; per la qual 
» botta il terzo d\ morì. Dipoi compiuta la giostra, fu dato il pregio 
* la metà al Furiano, uomo d' arme di Taddeo marchese, et l' altra 
» metà a un uomo d'arme del conte Francesco, i quali si portarono 
» benissimo. Erano sulla piazza di San Marco più di 30,000 persone 
» a vedere la festa. E poi a dì detto per messer lo Doge, et per fare 
» onore alle nozze del suo figliuolo, fece egli fare un'altra nota- 
» bil giostra. Mise per premio una tornata di velluto cremesino, 
» piena d'argento di prezzo di ducati 100 d'oro. E -vi furono assai 
» giostratori. Durò la detta giostra ore cinque et più. Fu dato il 
» pregio in due parti, una alla compagnia del conte Francesco et a 
» quella di Gattamelata tra loro, et l' altra alla compagnia di Tad- 
» dee marchese. £ la detta giostra fa bellissima et durò due giorni. 
» E furono serrate le botteghe della terra, per onorare la detta festa. 
» E in palazzo fu fatto di grandissimi pasti a donne et a gentil- 
» uomini ». 

Venne altre volte per interessi dello Stato a Venezia nel 
suo palazzo, il giorno 21 Agosto 1441 e vi rimase 10 giorni, 
il 23 Febbraro 1441 more veneto (1442) essendogli andato 
incontro il Doge col bucintoro, ed ai primi di Aprile 1442 a 
Chioggia insieme alla moglie, alla quale, colla Parte 10 detto 



Digitized by 



Google 



119 
mese, si decretava un regalo del valore dai 500 ai 600 du- 
cati (1), e coir altra 14 detto mese si ordinava al capitarne di 
Verona Orsato Giustinian di presentarsi ad essi, onde invitarli 
a venire a Venezia per essere onorati (doc. G). Giunsero a Ve- 
nezia il giorno 3 Maggio, ma ci racconta il Sanudo che : 

« nella notte dei 4 di Maggio venne nuova al conte Fraùcesco, co- 
» me in Bologna Nicolò Piccinino faceva apparecchiare tutte le sue 
» genti. Onde sapendo questo il detto Conte volle lasciare ogni cosa, 
» ch'era determinata da fargli in questa terra, per onorare sua mo- 
» glie, di feste e giostre, e si parti subitamente, e mandò a dire al- 
» la Signoria, come per le nuove, ch'egli aveva avuto, voleva per 
» ogni modo partire e non istare ad aspettare l'Ascensione, né altre 
» feste. E subito il Doge montò nelle piatte con molti zentiluomini, 
» palischermi e barche, e andò a casa del detto Conte e fu a parla- 
» mento con lui, poi ritornò a palazzo. A dì 6 fu mandato per la 
» Signoria a donare a madonna Bianca un giojello di valuta di du- 
» cati 1000 e molti vini, cere, confetti e altre cose; e fu scritto a 
» Rettori, che facessero al Conte e a sua moglie le spese in questo 
» suo ritorno. E furono accompagnati da messer lo Doge colle piat- 
» te fino a Malamocco, dove si trovò il podestà di Chioggia e da 
» Chioggia con barche della riviera il detto Conte e sua moglie an- 
» darono fino a Ravenna con gran festa e trionfo ». [Rerwn Italie* 
Scnpt., voi. XXII, p. 1104). 

Lo Sforza fu arbitro nella conclusione della pace fetta a 
Cremona il 20 Novembre 1441 tra i Veneziani, le comunità 
di Firenze e Genova da una parte e Filippo Maria Visconti 
dall'altra, trattato publicato dal Lunig, IV, 1731 e dal Du- 
mont, III, I, 108. 

Dalle sue lettere ultimo Febbraro e 2 Marzo 1445 si po- 
trà scorgere quanto teneva in pregio d' essere ai servigi della 
Republica (documenti H, I), e quanto d'altronde fosse stimato 
dai Veneziani la unita tabella degli ambasciatori speditigli in 
varie epoche (doc. P). 

Francesco ebbe guerra col suocero, il quale, ingelosito 
dei suoi sempre maggiori possessi, cercava anche di suscitar- 
gli nemici: n'ebbe col Papa e col Re d'Aragona; ma colla 

1) Sonato, Secreti, u. 15, p. 118 t.' 



Digitized by 



Google 



120 

mediazione di Venezia, che cercò sempre di conservargli Cre- 
mona (1), si riconciliò. I dettagli di tali guerre si leggono nel- 
la Storia delle compagnie di Ventura in Italia di Ercole Ri- 
cotti, voi. Ili (Torino, Pomba, 1845). 

Morto Filippo Maria Visconti il giorno 15 Agosto 1447, 
lo Sforza cercò tutti i mezzi onde impossessarsi di Milano e 
dell' intero ducato, chiese secretamente aiuto ai Veneziani col 
mezzo di Angelo Simonetta suo cancelliere a dì 8 Ottobre 

1448 (2) ed ebbe risposte favorevoli; ma non essendosi poi 
potuto mettere d' accordo nelle trattative, ed avendo la Repu- 
blica il giorno 21 Agosto 1449 fatta la pace coW Aurea Repu- 
blica Ambrosiana (3), la soccorse con armati, onde poi lo Sfor- 
za ebbe guerra coi Veneziani. Il conte Greppi, nel fascicolo III, 
anno 1 AdV Archivio Storico Lombardo^ ci dà i dettagli dei fatti 
successi in quell'epoca e che finirono col trattato di pace fatto 
in Revoltella territorio Bresciano 18 Ottobre 1449 (publicato 
da Lunig, IV, 1766 e Dumont, III, I, 169). 

Ad onta di tale trattato i Veneziani vedevano di mal oc- 
chio i rapidi progressi dello Sforza, ed anzi al 1.** Decembre 

1449 (4) richiamarono gli ambasciatori ser Pasquale Malipiero 
procurator, e ser Orsato Giustinian, presso di esso accreditati. 
Finalmente la notte del 25 Febbraro 1450 (5) alcuni fautori 
di Francesco suscitarono tumulti in Milano in di lui favore ed 
il seguente giorno egli entrava in città e veniva proclamato 
Duca dal popolo radunato in Santa Maria della Scala ; e nel 
giorno 25 Marzo, detto anno, ne faceva colla sua famiglia il 
magnifico ingresso. 

Sebbene lo Sforza avesse cercato col mezzo dei Fiorentini 
di offrire la pace alla Republica (17 Marzo) (6), e tali offerte 
accettate, fosse stato incaricato al 31 di quel mese ser Giacomo 
Antonio Marcello provveditor a Crema (7), pure nulla si con- 
ili Senato, Secreti, n. 17, p. 44 t o, 48, 49 t.o, 55. 

(2) Ibld., p. 48. 

(3) Ibid., p. 159 t.o 

(4) Ibid. 

(5) Ibid., D." 18, p. 166 t.o 

(6) Ibid., p. 171 t' 

(7) Ibid., p. 177. 



Digitized by 



Google 



121 

eluse, ed anzi Venezia strinse lega il 15 Maggio (1) con Al- 
fonso re di Aragona e delle due Sicilie, con Leonello marchese 
d'Este, poi con Lodovico duca di Savoja, con Giovanni mar- 
chese di Monferrato e coi Sienesi. Il 16 Giugno (2) furono fat- 
te nuove offerte di pace per mezzo di Firenze e dei suoi rap- 
presentanti. Ma neppure queste ebbero effetto, e le trattative 
furono rotte il 6 Agosto (3), donde la guerra che, dopo va- 
rie vicende, ebbe fine coi preliminari 28 Marzo 1454 (4) e col- 
la pace conclusa a Lodi il giorno 9 Aprile susseguente (Mu- 
ratori, Rerum Italicarum Scriptores^ voi. XVI, p. 1009, lÓll) 
per opera di quel fra Simeone da Camerino, generale dell'or- 
dine degli eremiti agostiniani, a cui si concedeva dal doge 
Foscari, sino dal 25 Novembre 1436, V isola di San Cristoforo 
e Onofrio, posta tra Venezia e Murano, ad uso di convento, 
salvo il ducale iuspatronato, isola presentemente convertita in 
publico cimitero. 

In occasione di tale pace con Decreto del Senato 21 Mag- 
gio 1454 si concedeva a fra Simeone la chiesa di Santa Maria 
di Monte Ortone in Padovana e quella di Santa Maria di Cam- 
posanto fuori della porta di Cittadella (5). 

Tornato amico, fece parte della lega coi Veneziani contro 
il Turco (25 Maggio 1455) ; stipulò un trattato di confini tra 
Venezia e Milano (4 Agosto 1456) già publicato (Lunig, III, 
614), ed ottenne il 17 Luglio 1459 in dono dal Veneto Senato 



(1) Senato, Secreti, p. 186 t.o 

(2) Senato, Secretiy p. 194. 

(3) Ibid., p. 206. 

(4) Ibid., n. 20, p. 14. 

(5) In Monte Ortone, nel suburbio di Padova, in una tavola antica, conser- 
vata nel sacrario della chiesa, si le^ge : — « 1434. Sanctiss. D. Papa Eugen. IV 
» concessit hanc locum Ord. F. F. Eremit. D. August. ad preces A. R. P. Simeo- 
» ni Camerino qui fùit Romae ». — A piedi dell'altare maggiore giace il sepol- 
cro di fra Simeone colla sua figura e colla seguente iscrizione: — « Hoc in se- 
» pulcro clanditur Frater Simon de Camerino, qui suis temporibus Predicatorum 
» Corona fuit, banc Societatem Fratrum Regularium Sanctae Mariae Mentis Or- 
» toni Divo Angustino dicavit, fecitque; pacem inter lUustrissimum Dominium 
» Venetorum, et Ducem Mediolani Franciscum Sfortia ». (Iacobi Salamoni, Agri 
Patavini fnscriptiones, Padova, 1696). 



Digitized by 



Google 



122 

un altro palazzo posto in contrada di San Paolo (1) con tutte 
le sue pertinenze e con quanto in esso contenevasi, palazzo 
che prima apparteneva a Gattamelata da Narni (doc. L) e che 
venne materialmente consegnato ad Antonio Guidobuono, se- 
cretano ed ambasciatore del Duca (2). 

Morì Francesco il giorno 8 Marzo 1466 nell'età d'anni 
64, mesi 7, giorni 11, lasciando 7 figli legittimi (5 maschi e 
e 2 femmine) e molti figli naturali. La vedova Duchessa (che 
morì ai 23 Ottobre detto anno a Melignano) ed il figlio Ga- 
leazzo suo successore, ne informavano il Senato col mezzo de- 
gli ambasciatori milanesi Francesco d' Arezzo e Scipione di 
Casate. 

Fu uno dei primi condottieri d'Italia e protettore delle 
arti e delle lettere. Tra i vari suoi cancellieri il principale fu 
Angelo Simonetta, nato a Cuccari in Calabria, uomo scaltro 
ed afiezionatissimo suo secretario, che continuamente lo co- 
adiuvò nei suoi maneggi diplomatici, e ne venne largamente 
ricompensato. 

La Veneta Republica, per amicarsi tale influente secre- 
tario, gli rilasciava diploma di cittadino veneto in data 10 No- 
vembre 1437 (doc. M), lo regalava di alcune possessioni poste 
nel territorio di Padova colla Ducale 13 Maggio 1440 (doc. N) 
e gli accordava infine la cittadinanza veronese con altra Du- 
cale 17 Luglio 1441 (doc. 0). 

11 Simonetta seppe conservarsi in credito anche sotto di 
Galeazzo; morì in Milano nell'età di circa 72 anni il 20 Apri- 
le 1472, e venne sepolto nella chiesa dei Carmelitani. 

TODBRINI. 



(1) Tale palazzo venne comperato e poi rifabbricato nel 1548 dalla famiglia 
Corner, poi passò nei Mocenigo, finalmente fu sede dell' ex I. R. Direzione del 
Censo delle Province Venete. 

(2) Senato, Secreti, n. 20, p. 187. 



Digitized by 



Google 



DOCUMENTI. 



Capitula cum quibus conductus est et per sex annos servire 

DEBET ILLUSTRISS. LIGE ILL. COMES FraNCISCUS SfORTIA. 

Id nomine domini nostri lesu Chrìsti amen. Anno ab incarna- 
cione eiusdem millesimo quadrigentesimo trigesimo sexto. Indicione 
quintadecima die vero vigesima septima mensis novembris publice 
pateat quod cum hoc sit quod Illustrìs ac Magnificus dominus do- 
minus Franciscus Fortia vicecomes Cotignole et Ariani Comes Mar- 
chio Anconitane et Sancte RoiDane Ecclesie Confalonerius qui hac- 
tenos ad stipendia et servitia Sanctissimi Domini Domini Eugenii 
pape quarti et Sancte Romane Ecclesie nec non cum certo numero 
gentium equestrium et pedestrium Illustrissime lige vid. Illustris- 
simi Ducalis dominii Venetiarum et lUustris ac Magnifico Comuni- 
tatis Florentie militavit et militat ad presens foret ad finem eius 
firme fecissetque requiri dictos dominos lige si illum amplius ad 
eoram stipendia vellent, et prelibatum Dominium illum Venetiarum 
ad presentiam predicti 111. comitis et confalonerii destinaverit spe- 
ctàbilem et generosum virum Dominum Zachariam bombo in orato- 
rem suum cum pieno et sufficienti mandato ut constat Sindicatus 
instrumento facto et in publicam formam redacto venetiis in ducali 
palatio per circumspectum virum michelem de grassis quondam ser 
Bartholomei de venetiis publicum Imperiali auctoritate notarium et 
ducatus Venetiarum scribam In M.CCCC.XVI Indictione XIV.» die 
XXV.® mensis Octobris a nobis notariis infrascriptis viso et lecto 
prò parte sua. Nec non excelsa et Magnifica Comunitas Florentie 
destinaverit Spectabiles et Egregios viros dominum nericum Gini 
de Caponibus Nicolaum Bartolomei de valoribus et Laurentium Io- 
hanis de Medicis oratores suos cum pieno et sufficienti mandato fa- 
cto et in publicam formam redacto prò parte sua per circuspectum 
virum Paulum Cini lacobi notarium publicum Florentinum ac scri- 
bam Magnificorum dominorum priorum artium et vexilliferi justitie 



Digitized by 



Google 



124 

populi et comuniB Florentie acto Florentie in palatio prefatorum 
Magnificorum Dominorum in M.CCCC.XXXVI. Indictione XV die 
XXVI.* Novembris. Ipsi oratores Sindici et procuratores nominibns 
quibus supra reconduxerunt et reafirmaverunt ad servitia et stipen- 
dia lige vid. Ulustris dominii Yenetiarum et magnifice Comunitatis 
Florentie prelibata m lUustrem comitem Franciscus Sfortia et Con- 
falonerium prò se acceptantem et personaliter stipnlantem cum in- 
frascriptis modis condictionibus et capitulis vid. 

In primis li predicti Àmbassadori et Commissarii per nome et 
parte de la liga ciochè de la Signoria de Venetia et de Fiorenca con- 
ducono li loro servitii lo prefato Signor Conte cum lance mille et 
fanti milli per cinque anni continui proximi de venire incominciando 
lo primo di de decembre proximo che vera M.CCCC.XXXVI.® et 
finendo come seguita, et per un'altro anno a bene placito de la liga 
cioè de la Signoria de Venecia et de Fiorencia, cum questo che 
quattro mesi prima che fornisca la supradicta ferma de cinque anni, 
el prefato Conte debia esser richiesto da le prefate signorie del dicto 
beneplacito et in caso che al tempo supradicto el prefato Conte non 
fosse richiesto, se intenda essere refermo dal dicto beneplacito cum 
li supradicti signori venetiani et fiorentini cum quelle conduta soldo 
prestantia prov.°* pacti et capitoli di sopra et di sotto scripti et 
che al predicto Conte sia licito prima che fornisca la soa ferma de 
li dicti cinque anni overo dell'anno del beneplacito sopradetto aven- 
do eflfecto potere cercare e praticare li facti sui cum qualunque per- 
sona signore li piacerà mesi tre prima. 

Item li prefati Àmbassadori Commissarii per nome e parte de 
le prefate Signorie promettono al prefato Conte dare et pagare a lui 
overo ad altro cum suo mandato per le supradicte lance et fanti et 
per la provisione del prefato Conte de fiorini mille al mese in tutto 
omnibus computatis per ciascuno mese fiorini d' oro de camera qua- 
tuordecimila de buono oro et insto peso senza retentione alguna non 
obstante omne ordene et statuto et omne altra consuetudine che per 
qualunque modo se fosse potesse venire in contrario. Et debbase fare 
lo dicto pagamento al prefato Conte hoc modo vid. che stando el 
prefato Conte di qua dopo la prefata Magnifica Comunità de Fio- 
renza debbia pagare per lance seicento de le dite lance mille et sei- 
cento fanti delli supradicti milli fanti. Et la Illust." ducale Signoria 
de venecia debia pagare el resto cioè per lancie quattrocento et fanti 
quattrocento de la supradicta conducta de mille lance et mille fanti, 
et se el prefato conte se trovasse de la da pò cum le sue gente per 



Digitized by 



Google 



125 

tutto el tempo stesso de la da pò, la prefata Signoria de Venetia el 
debia pagare de la supradicta conducta per lance seicento et fanti 
siecento. E la Magnifica Comunità de Fiorencia li debia pagare per 
lance quattrocento et fanti quattrocento. 

Item prometteno li prefati Ambassadori et Commissarii al pre- 
fato Conte nominibus quibus supra che sera satisfacto et pagato in- 
tegramente et realmente de li sopradicti fiorini doro de camera ^2" 
mese per mese senza exceptione et contrarietà alcuna non obstante 
omne usanza e ordeue che fosse stato usato e facto per lo passato 
et potessese fare per V avenire in contrario. 

Item prometteno li predicti Ambassadori et Commissarii al pre- 
fato Conte nominibus quibus s.* dare et pagare per la prestanza de 
le supradicte lance et fanti per questo presente anno fiorini doro de 
camera quarantamila, li qual denari saranno pagati al prefato Conte 
ad altri con suo mandato per tutto el mese di gennaro del predito 
anno la qual prestanza se debia scontare infra tuto l'anno cioè mese 
per mese per rata. 

Item prometteno li prefati Ambassadori et Commissarii nomi- 
nibus quibus supra al prefato Conte che de li altri quattro anni a- 
venir durante la dieta ferma se farà al prefato Conte per le supra- 
dicte lance et fanti la prestanza de fiorini d' oro de camera trenta- 
mila la qual prestanza sera continuamente pagata per tuto el mese 
de genaro de quelo anno et cussi prometteno de pagare per l'anno 
del beneplacito si el dicto beneplacito bavera loco. 

Item prometteno li predicti Ambassadori et Commissari nomi- 
nibus quibus supra al prefato Conte essere contenti ex nunc che ad 
ogni beneplacito et voluntate del prefato Conte se possa scrivere et 
intitulare Capitanio generale de la liga cioè de Signori vinetiani 
et fiorentini. Et ex nunc concedimo al prefato Conte tutti queli ho- 
nori dignità et preheminentie che nessun altro Capitanio generale 
locotenente o altra major dignità de officio potesse bavere, et cussi 
li sia licito e possa in campo et in omne altro luoco del prefato 
Conte se trovasse cum la sua persona comandare a capitanii con- 
ductieri giente d' arme et omne altra persona de qualunque stato, 
grado, dignità pertinentia e condictione se sia secundo gli piacerà 
et pararà de bisogno per lo stato de la liga cioè de li supradicti si- 
gnori venetiani et fiorentini, et cussi possa lo prefato Conte corre- 
gere et castigare in persona et in omne altro modo li piacerà tutti 
quelli che non fossero ubbidienti et che facessero cosa non fosse da 
fare. Et corno superiore ritrovandose lo prefato Conte in campo pos- 



Digitized by 



Google 



126 

sa et debia fare Marescalchi et omne altro officiale che bisognasse 
in campo. Et tanto in campo quanto in omne altro Inoco che lo 
prefato conte se trovasse possa et debia far salviconduti et non altri. 
Excepto che retrovandose el Conte de la da pò dove simelmente se 
trovasse la persona de lo illustro signor missier marchese de Man- 
toa che lo prefato signor Conte et lo prefato signor Missier lo mar- 
chese tanto nelle cose prenominate quanto in ogni altra dignità o 
grado per qualunque modo se potesse intendere debbiano essere 
eguali et par de dignità. Et accadendo che in scriptura V uno et 
l' altro havesse ad scrivere del loro antecedere et preire se rimanga 
a quello che se mostrarà dell' accordo altra volta facto. 

Item prometteno li prefati Ambassadori et Commessarii nomi- 
nibus quibus supra al prefato Conte che delle supradite lance mille 
et fanti milli durante la dieta ferma non scriverà ne bullerà ne farà 
mustra per nissuno modo ne sarà richiesto o comandato. 

Item prometteno li prefati Àmbassadori et Commissarii nomi- 
nibus quibus supra al prefato Conte assecurare lo stato suo tanto 
nella marca quanto nel ducato patrimonio et Todi con lo suo destri- 
cto et cum le altre terre del Conte et sottoposte a lui circustante a 
Todi le qual possedè al presente. Et da mo vogliano li prefati Àm- 
bassadori nomìnibus quibus supra che lo stato del prefato Conte 
nelle sopradicte provintie et luochì se intenda essere per loro asse- 
curato da omne persona de qualunque stato, grado et conditione si 
sia et se alcuno T offendesse o cercasse de offendere o mandare de la 
sua iurisditione come dicto e di sopra al prefato Conte sia licito et 
possa trovandose in altro luoco potere andare a suo beneplacito cum 
tuta parte de la gente de la sua compagnia tanto da cavallo quan- 
to da piede a la sua defensione et de lo stato suo et de li homeni et 
cose sue e de la sua iurisditione et alle ofese de quamquam V ofen- 
desse o volesselo offendere per l'avvenire. Et più dicono li prefati 
Àmbassadori che considerato che la S. de nostro Signore papa Eu- 
genio ha offerto voler fare una bulla al prefato Conte per assicura- 
tione de lo stato suo voler dare opera cum effecto che la prefata S. 
farà la dieta bolla in buo(na) et sufficiente forma si chel Conte si 
perà contenere la quale sirà assignata al prefato Conte o ad altri de 
li suoi per sua parte. 

Item che lo prefato Conte sia tenuto et debia passar, de la da 
pò, ad omne requisitione de la Signoria de Venesia et de la liga 
cioè de Signor venetiani et fiorentini. Et se per caso el prefato Con- 
te fosse offeso nello stato suo fin che se trovasse ad servitii de la 



Digitized by 



Google 



127 

prefata liga, li sia licito et possa retornar ale sue defese et ofese co- 
rno sera de bisogno. 

Item prometteno li prefati Ambassadori et Commissarii nomi- 
nib. ut sopra al prefato Conte che non obstante in qualunque luoco 
se trovasse el conte prefato non essendo guerra per muodo che fosse 
necessario el rimanere li sia licito et possa andare ale stantie nella 
marca e nel patrimonio secondo sera più de suo piacere, et cussi 
possa fare stantiare le sue gente. 

Item prometteno li prefati Ambassadori et Commissarii modo 
quo supra al prefato signor Conte che qualunqua errore o fallo faces- 
si commettesse qualunqua fosse de le gente del prefato Conte tan- 
to da cavallo quanto da piede o de qualunque stato o condictione se 
fosse in qualunque luoco se retrovasse, non l'abbia revedere ne ga- 
stìgare altro che lo prefato Conte. 

Item prometteno li prefati Ambasciatori et Commessarii nomi- 
nibus quibus supra al prefato Signor Conte che nissuno de la com- 
pagnia sua de qualunque stato et condicione se sia non poterà essere 
convenuto ne astretto ne li sera fatta altra molestia over impedi- 
mento per ninno debito vecchio et cussi sera sicuro ogni altra per- 
sona de la dieta compagnia non obstante omne condemnatione che 
se trovasse avere per qualunque modo e caxone se fosse fatta exce- 
pto se fusse rebello. 

Item prometteno li prefati Ambassatori et Commissarii nomi- 
nibus quibus supra al prefato Conte che quando bisognasse stan- 
tiare li serano date le stantie senza pagamento et cussi li sia dato 
lo stramo e ligna a saccomano. 

Item promettono li prefati Ambassadori et Commessarii nomi- 
nibus ut supra al prefato Conte che la S. sua per ninno modo ne per 
ninna casone sera tenuto dividere le gente sue pib che voglia lo 
prefato Conte. 

Item li prefati Ambassatori et Commessarii nom. ut supra pro- 
metteno al prefato Conte che non sera tenuto per nissuno debito 
che suo compagni e famigli o altri de la sua compagnia facesseno 
ne gli ne possa esser facta retentione alcuna excepto de queli debiti 
che fosseno facti de voluntà et licentia del prefato Conte. 

Item lo prefato Conte promette a li prefati Ambassadori nom. 
ut supra che fornito lo tempo de la sua conducta per la quale cosa 
se venisse a partire da li servitii de la liga non offendere la predicta 
liga cioè li prefati Signori Venetiani e Fiorentini ne loro subditi ne 
recomandati ne colligati per spatio de sei mesi dapoi che haTcrà 
fornita la sua dieta ferma. 



Digitized by 



Google 



128 

Itera lo prefato Conte promette alli prefati Ambassadori nomi- 
ne ut sapra servire bene lialemente senza fraudo ne inganno alcuno 
et cavalcare cum le gente obbligate alla lega, e con la persona se- 
condo fosse de bisogno et fare centra ciascuno de qualunque condi- 
ctione esser si voglia, comò per la liga o per li deputati de quella 
gli sera comandato. 

Que omnia et singula suprascripta in dictis capitulis et quoli- 
bet eorum contenta supradicte partes bine inde solenibus stìpula- 
tionibus observatis nominibus quibus supra promiserunt et conve- 
nerunt ad invicem et vicissim attendere observare et adimplere et 
quod attendentur adimplebuntur et observabuntur a dominiis su- 
prascriptis et prefato domino Gomito realiter et cum efifectu, et in 
nullo contrafacere vel venire aliqua ratione vel causa de jure vel de 
facto sub ipotecha et obligatione omnium bonorum ipsius domini 
Comitis et ipsorum dominorum venetiarum et Florentie presentium 
et futurorum. Qui dominus Comes suo proprio nomine et oratores ac 
Commissarii prefati nominibus quibus supra renuntiaverunt exce- 
ptioni rei non sic gesto et omnium predictorum non sic factorum 
gestorum et promissorum nec sic soleniter celebrati contractus et 
generaliter omni alii legum juris statutorum ac constitutionum au- 
xilio et juri dicenti generalem renuntiationem non valere mandan- 
tes nobis notitiis infrascriptis ut publicis personis recipientibus et 
stipulantibus prò vice et nomine prefatorum domini Comitis et do- 
minii Venetiarum et Florentie quatenus de predictis omnibus et sin- 
gulis conficeremus publica instrumenta unum et plura cum clan- 
silis consuetis ut necessarium et opportunum fuerit. Actum in loco 
S. lacunde vulgariter S. Gonda in territorio S. Miniatis provintie 
Tuscbie presentibus Magnifico et strenuo armorum capitaneo Talia- 
no quondam Antoni Furlanì. Strenuis viris Troilo Rogeri de Muro 
de Rossano provintie Calabrie et Thomasio q. Petrutii de Nicasto de 
Barulo ac Egregiis viris Guglielmo Petri de Adìmaribus de Floren- 
tia 8. Angelo Simoneta de policastro Provintie Calabrie suprascri- 
pti domini comitis secretario contassio de Matheis de Canaria pro- 
vintie ducatus spoletani Bocacio de Alamanis de Florentia testibus 
ad beo vocatis et rogatis prestito iuramento partibus predictis de 
observatione premissorum. 

Ego F. Augustinus Bortholomei de rodolfinis de Narnia publi- 
cus Imp. ac per totum regnum Sicilie Reginale auctoritate nota- 
rius quia predictis omnibus et singulis dum sic per partes predictas 
agerentur interfui et ea scribere una cura egregiis viris ser lacobo 



Digitized by 



Google 



129 

Michaelis de Venetiis Ser Antonio pagni Melchioris de Florentie 
notariis publicis infrascriptis rogatus extiti per easdem partes et 
sin! ad presens in multis aliis negotiis illastris Comitis prefati cu- 
ius secretarius saus ultra modum occupatus ideo de conscientia pre- 
libatarum partium et voluntate dictorom consociorum nunciorum 
scribi feci per providum virum Giccum Antonii de policastro pro- 
vintie Calabrie ipsius lUustris Corniti et Cancellar! qui bene ac fide- 
liter omnia scripxit et integre prout inter nos coUationem fecimus 
autenticam. Et in majorem cautellam omnium predictorum mauu 
propria me subscripxi signumque meum apposui consuetum. 

Ego lacobus Michaele de venetiis publici Imperiali auctoritate 
notarius et 111. Ducali dominii venetiarum secretarius una cum in- 
frascriptis et suprascriptis circuspectis viris S. F. Angustino de 
Narnia et Antonio 3. pagni marchionis notariis publicis bis omni- 
bus predictis presens feci et simul cum ipsis notariis rogatis sed 
quia aliis occupatis dimisimus hec scribenda per providum virum 
Ciccum Antonii de policastro provincie Calabrie ipsius domini Co- 
mitis Cancellarium. Ideo me subscripsi in fidem horum signumque 
meum apposui consuetum. 

Ego Antonius Ser pagni Melchionis de Florentia pub. Impe- 
riali auctoritate notarius et judex ordinarius ac prefatorura commis- 
sariorum florentinorum Cancellarius una cum suprascriptis circu- 
spectis viris Ser faugustino de Narnia et ser lacobo et venetiis no- 
tariis publicis bis omnibus predictis interfui et simul cum ipsis no- 
tariis rogatus fui sed quia alii occupati dimisimus bec scribenda per 
providum virum Ciccum Antonii de policastro provintic Calabrie 
ipsius Domini comitis Cancellari ideo quia in collatione ex hind per 
nox facta bene subscripta inveni in fidem promissorum me sub- 
scripsi et signum meum apposui consuetum. 

L. S. Ego Cichus Cancellarius superscriptus prcseutem scri- 
pturam iussu subscriptorum notariorum scripsi et ex inbreviaturis 
prefatorum' notariorum fldeliter cxemplavi cum appositione sigilli 
domini Comitis predicti de suo mandato. 

(Commemori ALI, XIII, e. 20 t.o, 

(Continua,) 



Digitized by 



Google 



ANEDDOTI STORICI E LETTERARI. 



XXXIII. La Tipografia Merlo di Verona. 

(C. Cipolla.) L' antica tipografia Merlo di Verona cominciò 
intorno al 1607, fondata da certo Bartolomeo Merlo, unita sul prin- 
cipio alla tipografia dalle Donne ; poi se ne staccò, e continuò sotto 
varie ditte; verso il 1785 iniziò una tipografia certo Ereàe Merlo 
alla Stella (Giuliari, Ti'g. Veron,, 86, 98), di cui è continuazione 
V attuale stamperia vescovile sotto la ditta Antonio Merlo. E notis- 
simo che la stamperia Merlo fu sotto la Republica Veneta, per lun- 
ghissimo tempo la tipografia Camerale, ma non è altrettanto noto 
quando abbia principiato ad esserlo : potrà quindi tornare di qual- 
che interesse ai cultori della storia della nostra tipografia la pre- 
sente Lettera del Senato, 27 Gennaio 1752 m. v. (1753), a Girola- 
mo Ascanio Giustiniani, la quale ci indica che cominciò ad essere 
stamperia Camerale neir anno veneto 1632, e ci mostra ancora 
quanto i suoi servigi fossero apprezzati a Venezia. 

(1752, 27 Gen., in Pregadi) 

Al Gap."» V.» Pod.* di Verona. 

Oltre le informazioni, che dà Voi furono estese in lett.« 22 Ap.« passato so- 
pra Memoriale di Gio. Batta, e Felippo Fralli Merlo hanno pur esposto il proprio 
sentimento li Riff." dello Studio di Padova, o li Prov." et Aj?g> S.* Danari uni- 
formandosi nel rappresentare la pontualità usata dal 1632 sino in presente dalla 
loro famiglia nell'esercizio di codesta Camerale Stamperia, e sul soddisfare le 
accordate pensioni delle rinovate affittanze. — In riflesso pei^ciò alla fedeltà del- 
l' impiego loro, e air utile che al Pub.'^** deriva dal conservare in simili famìglie 
la esattezza del geloso Ministero concorre il Senato ad' esaudire le loro Suppliche 
investendo essi Fratelli Gio. Batta e Felippo nella Stamparia stessa loro vite du- 
ranti, à coudizione però, che debbano corrispondere annualmente li Duc.^ 150 
accordati nella corr." deliberazione. 

E da mò delle presenti sia data Copia al li Riff.'^ dello Studio di Padova per 
lume. — E istessamente al Mag. ^ de Prov." et Agg.^ a.» Danari. 
+ 114 

— 3 L. S. Girolamo Alberti Seg."'' 

— 2 

(Senato, Terra, Reg.® 347, f. 575 verso — 576 recto). 



Digitized by 



Google 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA. 



PUBLICAZIONI PER LE NOBILISSIME NOZZE PaPADOPOLI-TuOILI. 

I. San Polo nel Trevigiano, Cenni storici, aggiuntavi la genealogia 
dei Gabrieli, di Luigi Dall' Oste, antico magistrato. Venezia, 
. Antonelli, 1874, in 4.®, di pag. 4 non nuna., 139. 



ra le publicazioni storiche che ricorda- 
no nobihnente le nozze della contessa 
Matilde Troili col co. Angelo Papado- 
poli, meritano i primi onori queste Me- 
morie deir erudito cav. Luigi Dall'Oste 
che il co. Nicolò Papadopoli dedicò allo 
sposo, fratello suo. Il libro del Dall'Oste 
era sino dal 1865 nella biblioteca della 
nobile famiglia Papadopoli, ed era de- 
gno della luce per la sua storica im- 
portanza, e per lo studio e l' amore grandissimo di cui è frutto. 

Il testo del lavoro è distinto in tre parti e cadauna è conforta- 
ta da note abbondanti. I, i Patriarchi ; II, i Tolentino ; III, i Gabriel, 
perchè il villaggio di S. Polo, che verso la fine del secolo XII si de- 
nominò Castello, ed anche Corte, di S. Polo, appartenne ai Patriar- 
chi d' Aquileja dal secolo X sino al quarto lustro del XV; poscia al- 
la Republica di Venezia che alla metà di quel secolo ne infeudò i da 
Tolentino nella linea maschile, ed al principio del XVI estese la 
concessione anche alla femminile; e da ciò il passaggio del feudo 
nella famiglia patrizia Gabriel che ne ha goduto sino al suo spe- 
gnersi, cioè sino al 1805. 

Alla parte III fanno seguito sei tavole genealogiche della fami- 
glia Gabriel, precedute da erudito avvertimento e susseguite, cia- 
scuna, da note intorno ai personaggi di quella prosapia. 



Digitized by 



Google 



132 

Le vicende dell' umile villaggio, diedero buono in mano all' A. 
di rammentare con succosa brevità gli avvenimenti di storia patria 
ai quali esse connettonsi. Prende le mosse dal principio del secolo 
decimo (11) parlando del Patriarcato di Aquileja che godeva i reg- 
gimenti spirituale e temporale di notevole tratto di paesi, e nell'XI 
poteva già schierare in campo molte migliaia di armati; amplifica- 
togli dall'imperatore Enrico IV il dominio (13). Nel XII il patriarca 
Pellegrino I infeudò San Polo alla famiglia degli Eccelini (15), sulla 
•cui genealogia l'A. porge schiarimenti e rettificazioni opportune 
(38 a 40). Ricorda le varie e sempre rinascenti questioni e lotte dei 
Trivigiani col Patriarca nel secolo XII (17 a 21), e Je nuove guerre 
tra i medesimi rivali irreconciliabili nel successivo (22 a 26), non- 
ché i dissapori che durarono anche oltre al 1339, epoca della dedi- 
zione di Trevigi a Venezia, testimonio dell' autonomia che la Repu- 
blica lasciava ai paesi acquistati. Passa in rassegna i fatti del secolo 
XIV e le sollecitazioni che il Patriarca non indarno faceva all' Un- 
ghero ed all' Austriaco contro Venezia, spalancando a quei principi 
la porta d'Italia, e il suo allearsi con chiunque anelava com'esso a 
risospingere i Veneziani nelle paludi, sino a che nel quarto lustro 
del secolo XV la Republica s' iusignor\ del Friuli, e il Patriarcato, 
all' infuori di Aquileja, San Vito e San Daniele, con piccoli territori, 
fu contenuto nei limiti dello spirituale. 

Le pagine, in cui l'A. compendiò s\ notevoli avvenimenti, sono 
molto istruttive. Lo studioso della storia vi scorge l'attrito delle 
signorie in cui l'ItaUa era sbocconcellata a quei tempi, e la provvi- 
denziale estensione che prendeva il più robusto, che qui fu la Re- 
publica di Venezia, la quale, spegnendo al nord la potenza dell' in- 
festo Patriarca, e all'ovest e al sud quella degl'implacabili Carra- 
resi, agevolò nei secoli avvenire all' Italia il riacquisto dei diritti di 
nazione malamente esercitati da piccoli tiranni. 

Della famiglia dei Maurusi da Tolentino, di cui tratta l'A. nel- 
la parte II, sta nella memoria di tutti quel Nicolò, contemporaneo 
del Carmagnola, le cui relazioni colla Republica di Venezia comin- 
ciarono nel 1425 quand'egli era condottiero d'armi dei Fiorentini, 
alleati di Venezia contro Filippo Maria Visconti; come fu poi anche 
al soldo di Venezia, locchè non gì' impedì, com'era costume di quei 
tempi, di passare nel campo nemico, per ripassare poscia di nuovo 
nel veneziano e nel fiorentino, e finire misteriosamente prigioniero 
del Visconti. 

Fu nel primo periodo dei servigi di Nicolò che la Republica, 



Digitized by 



Google 



133 

per sempre più cattivarsene l'animo, gli promise risarcimento dei 
danni che il nemico gli avesse recato alle sue possessioni di Chiari 
nel Bresciano; e T A. (57) riporta la Ducale 29 Novembre 1427 di 
Francesco Foscari. Questa promessa, come dicemmo, non trattenne 
il prode ed accorto ma incostante condottiero di passare al campo 
del Visconti; ma gli uHimi servigi e la fine sventurata di Nicolò 
fecero si, nei consigli della Republica, che la promessa fosse attesa 
a Cristoforo figlio suo, e FA. lo documenta riportando opportunissi- 
mamente (59) Tatto 11 Maggio 1452 della investitura in Cristofo- 
ro del Castello d' Aviano e delle ville di San Polo e di San Giorgio; 
atto che fu celebrato nella Sala delle due Nappe del Palazzo Ducale. 
E poiché lo stesso Cristoforo si dimostrò prode e fedele alla Repu- 
blica contro Filippo Maria Visconti e contro lo Sforza, essa (morto 
Cristoforo nel 1462) insignì il figlio suo Lancillotto del privilegio 
Militiae et Comitatus, con la Ducale 27 Febbraio 1467 m. v. di Cri- 
stoforo Moro, riportata dall' A. (64) ; e con somma benevolenza ac- 
condiscese nel 1503 alla istanza che nel 23 Marzo dello stesso anno 
Lancillotto le fece e che l'A. ci porge (65), per cui il feudo passò ai 
figli che da Vittoria e Bartolomea da Tolentino, figliuole sue, ven- 
nero procreati con Silvestro e Cristoforo Gabriel da cui furono ri- 
spettivamente impalmate (1). 

oche sono le pagine in che l'A. ristrin- 
se la parte seconda dell' opera sua, ma 
sono una esatta ed utile rivista degli 
avvenimenti cui presero parte i da To- 
lentino nella prima metà del secolo XV, 
e le note contengono dotte e piacevo- 
li illustrazioni, e documenti importan- 
tissimi intorno a questa famiglia, co- 
me opportuna appendice agli studi del 
Litta. 

Il governo dei Gabriel sul già ca- 
stello di San Polo, fu un'aura dolce senza mutamento, per la mitezza 
e l' integrità congenite a tale schiatta, e non fu scoperto dall' A., 
che le dedicò la parte terza del suo lavoro, neppure un intorbida- 



li) Dopo il 1521 e sino al 1571 partecipò alla Signoria di San Polo la fami- 
glia Pasqualigo, per essere la Bartolomea da Tolentino passata a seconde nozze 
con Polo Pasqualigo-Grasso, ed avere avuto un figlio che morì nel detto anno 
1571 senza prole (50). 



Digitized by 



Google 



134 • 

mento, clic iuveco ebbe luogo qualche volta in Aviano, come rac- 
contò il Sanudo, stupefatto di avere veduto nel 26 Luglio 1525 un 
duecento villani di Aviano nella corte di Palazzo, dolentisi contro i 
loro signori Gabriel e Pasqualigo (68). È questa la parte più note- 
vole delle fatiche del Dall' Oste, nella quale, per quanto s' attiene 
alla famiglia Gabriel, non basta il considerarle sotto l' aspetto sto- 
rico letterario, benché quella famiglia e la pregevolissima illustra- 
zione che ne fa l'A., ne porgano cospicui argomenti. 

Altro e ben più importante frutto di moralità storica si ricava, 
pensando che il Dall' Oste si affaticò per il lustro d'una famiglia 
spenta sino dal principio del secolo, d' una famiglia la quale per tre- 
cent'anni signoreggiò la terra di San Polo che al Dall'Oste medesi- 
mo fu culla, laonde gli studi suoi sulla genealogia e sui fasti Gabriel, 
non possono essere sospettati di quell' adulazione in cui è tanto fa- 
cile intingersi a chi parli dei maggiori di schiatte vive e potenti, 
ma sono l'espressione di quella gratitudine che il governo dei ve- 
neti patrizi lasciò radicata anche nei posteri dei loro amorevoli. 

a terra di San Polo era governata con 
uno speciale Statuto publicato nel 1596 
dal conte Donato Gabriel e nel 1630 
(non 1600) (72) ampliato da Giulio suo 
figlio. Angelo Maria Gabriel, l' ultimo 
dei legittimi nella sua prosapia, fu dei 
tre ultimi Inquisitori di Stato, privi 
tutti pur troppo di quella ferrea tem- 
pera che gli avvenimenti avrebbero 
richiesto, che Bonaparte volle impri- 
gionati sotto l' accusa di mene contro 
i Francesi, e che il Maggior Consiglio nel 4 Maggio 1797, alla 
quasi unanimità, fece sostenere in S. Giorgio Maggiore (74). Un 
rossore intenso ascende alla faccia di chi ricordi la condotta vio- 
lenta di Bonaparte e l' imbelle contegno del Maggior Consiglio : ma 
nel riandare quei lugubri fatti, non si dimentichi che questo corpo 
sovrano nel 12 Maggio abdicò non a favore dello straniero, che ci 
fu poscia imposto sul collo, ma del popolo ; che il Senato veneziano 
sino all' ultimo non fu né spaventato né inerme (73) ; e che la Re- 
publica è caduta appunto perchè i Savi o postergarono i provvedi- 
menti vigorosi che quel sempre augusto consesso avea decretati, o 
gli occultarono le cose che per la sovrana autorità, in gran parte 
delegatagli dal Maggior Consiglio, avea diritto di sapere e non sep- 



Digitized by 



Google 



135 

pe (I). Ang;elo Maria Gabriel riposa onoratamente nella chiesa della 
terra di San Polo, ed i beni del feudo, ritornati allo Stato, passarono 
prima nelle mani di un Vivante, poscia nella famiglia Papadopoli. 

Non meno di sei tavole, come dicemmo, dimostrano, comin- 
ciando dall' epoca della Serrata del Maggior Consiglio, le propag- 
gini Gabriel, alla illustrazione delle quali giovano moltissime note 
di succosa erudizione. Non è perciò a maravigliare se in alcun 
punto possa sembrare opportuna qualche osservazione sopra un la- 
vero che, per V indole sua, può paragonarsi ad un conto aperto ad 
aggiunte ed emendamenti. 

E primieramente, in quanto alla cronologia, posto che l'A. non 
trascurò di alludere a varietà di date segnate dai cronisti come epo- 
che deir esaltazione di Andrea (114) e di Zaccaria (116) alla Procu- 
ratia di S. Marco, ricordiamo che Fulgenzio Manfredi, la cui auto- 
rità ci sembra importante perchè scrisse ad hoc (2), le registra al 
21 Dicembre 1502 per l'uno, e alli 18 Aprile 1516 per l'altro: ac- 
cessori di lieve o nessuna importanza, ma che mi porgono l' occa- 
sione di onorare nel Manfredi l' amatore della patria storia i cui la- 
vori furono crudelmente troncati dalla Inquisizione romana. Aggiun- 
gasi per il detto Zaccaria eh' egli fu eletto de' quarant' uno elettori 
del Doge nel 1521 alla morte di Leonardo Loredano (3). 

In onore di quel grande filosofo e letterato che fu Trifone Ga- 
briello di Bertucci (n. 1470, m. 1549), Emanuele Cicogna, nel terzo 
volume delle Iscriz, Venez., eresse il più grande monumento, ricor- 
dando i fatti della sua vita, gì' insegnamenti, i discepoli, le opere di 
lui, e quelle che di lui e delle dottrine sue porgono contezza. Del 
Trifone parla a lungo anche il Dall' Oste, con erudizione copiosa. 
Queir uomo maraviglioso che, nei tempi della maggiore floridezza 
della Republica, abborrendo da ogni ambizione di cariche, tutto si 
diede ai pacifici studi, rinunziò, questo è certo, all'onore di salire le 
cattedre episcopale di T'reviso e patriarcale di Venezia, ma vuole e- 
sattezza che si noti non doversi comprendere tra i suoi rifiuti quello 
della sede Argolicense (118), perchè il Cicogna trovò che la Bolla 

(1) Tentori, Raccolta cronologica ragionata dei documenti inediti che forma- 
no la storia diplomatica della rivoluzione e caduta della Republica di Venezia. Au- 
gusta, 1799. 

(2) Manfredi, Degnila Procuratoria. Venezia, Nicolini, 1602. 

(3) Sanudo, Diari. V. Ragguagli di Rawdon Brown, III, 62, 63. Zaccaria 
però fu sostituito da altro elettore perchè malato, ma gli rimase intero T onore 
del cospicuo mandato. 



Digitized by 



Google 



136 

papale 1498 riguardava non questo, ma Trifone (di Giacomo), zio 
di lui. Non ci sembra che le relazioni che passarono tra Pietro Are- 
tino e Trifone sieno bene definite col dire che il primo non trovò 
modo di attaccare col suo cinismo Trifone, e col citare una sola let- 
tera dell'Aretino. È primieramente da notare che molto di ciò che 
neir Aretino fu per gran tempo qualificato genericamente cinismo, 
fu con giustizia a' giorni nostri detto umorismo, definizione recente 
di cosa antica. Il Cicogna, che cita moltissime lettere dell' Aretino, 
conclude col dire che il Bembo e l' Aretino furono de' suoi (di Tri- 
fone) più famigliari (1). 

E tale ossequio dell' Aretino a Trifone fu costantissimo. Anzi a 
maggior prova, e poiché nella grande quantità di citazioni dal Ci- 
cogna addotte due gliene sfuggirono che mi sembrano importanti, 
trovo opportuno di riferirle. In quella del 22 Decembre 1536 a Ber- 
nardino Daniello l'Aretino loda costui di avere posto, ne' suoi Ra- 
gionamenti sulla Poetica, il riverito nome di Messer Trifone, perchè 
chi lo legge si svegli a ricogliere con V intelletto gli onori dei vostri 
detti, veramente degni della lingua del padre dei casti, dotti ed os- 
servati parlari, E in quella del 6 Decembre 1537 a G . . . Leonardi, 
descrivendo certa visione, dice che presso ad un trono, dov'era il 
divin Bembo, vide una corona di spiriti sacri, tra i quali Trifone (2). 

L' A. ricorda che il Morelli, nome che non va mentovato senza 
somma riverenza, attribuisce a Trifone un Trattato sul flusso e ri- 
flusso del mare (123). Però sembra ragionevole il dubbio che non 
a Trifone Gabriello, ma a Gaspare Contarini appartenga la pater- 
nità di una tale opera, pur troppo, smarrita; scrivendo monsignor 
della Casa, che il Contarini co^fecit libellum de aestu maris, et quam 
causam reciproca illa fluctuum agitatio haheret, diligenter monstra- 
vit: qui tamen liber amico suo commodatus, magno adhiàito studio 
recuperari numquam potuit (3), e che la scrittura del Contarini, pre- 
morto di sette anni al Gabriello, rimasta in mano del secondo, sia 
stata a questo attribuita erroneamente. 

Siamo debitori all' A. di averci richiamato ai monumenti che 
ricordano i Gabriel. A Treviso, presso alla piazza del Duomo, il pa- 
lazzo che era dei Tolentino, distinto pel marmo rosso di Verona, di 



(1^ Cicogna, Iscrizioni, 111, 211. 
\2) Aretino, Lettere, Lib I. 

(3) JoH. Casab, Latina monimenta. Vita Gasp. Coni. Floreutiae, in Offic. 
Fuutarum, 15C7, pag 133. 



Digitized by 



Google 



137 

cui è ornato (67, nota 17) ; a Venezia, a Ss. Gio. e Paolo, l'oratorio 
della famiglia Gabriel consacrato alla Madonna della Pace (116, no- 
ta 6) ; in Calle della Testa, in tutta V antica e severa sua forma, il 
palazzo Gabriel, sulla cui porta d* ingresso lo stemma marmoreo, 
sormontato dall'Angelo (117, nota 5), ed attigua una Galletta Ga- 
briella; al Museo Civico, o Raccolta Correr, una medaglia intitolata 
a Trifone ed effigiante la Verità (123). E le ceneri di lui? Depostane 
la salma nella tomba de' suoi maggiori nella chiesa della Celestia (1), 
è pur troppo da credersi che sieno state disperse, come lo furono, 
persino quelle del doge Lorenzo Celsi e dell'immortale Carlo Zeno (2), 
pensando alla qual cosa, mi viene vergogna e sdegno e pietà di mia 
terra natale e di mia gente del principio di questo secolo. Non una 
iscrizione, non un busto si può additare in onore del grande Trifone, 
e solo sappiamo dal Cicogna che nel secolo XVI, quando fu proget- 
tata dallo Scamozzi la riedificazione di quel tempio, si era divisato 
di fare la statua a lui ed allo Zeno, ma il divisamento andò a vuo- 
to (3), e Trifone ebbe comune collo Zeno la mancanza d' una statua 
e persino d' una iscrizione I 

È mestieri di spendere qualche parola intorno ad Angelo Ga- 
briel, di Silvestro. Iniziato alle cariche minori e Savio agli Ordini 
nel 1501, come indica l' A. (128) e come ricordava anche il Cico- 
gna (4), non poteva esso Angelo nel 1489 essere Consigliere, carica 
delle supreme. È onorevole per il suo nome l'avere appartenuto alla 
Neaccademia fondata da Aldo Manuzio (5). La sua missione del 1529 
in Terraferma, non può dirsi avvenuta durante la guerra della Re- 
publica contro il duca di Milano (Francesco Sforza), che della Repu- 
blica era anzi alleato, l'uno e l'altra contro le prepotenze di Carlo V. 
Avogadore nel 1527 lo indica anche Marin Sanudo nei Diari, ed è 
notevole l'iniziativa da lui presa coU'altro Avogadore Zanai vise Na- 
vagero, di limitare il numero di elettori di una famiglia quando trat- 
ta vasi di conferire ufScl (6). 

Andrea Gabriel, di Francesco (Tav. Ili), vuole mentovarsi per 



(1) Sansovino, Venetia, ediz. 1604, paj?. 129 t.** 

(2) Cicogna, hcriz, Ven., Ili, S. M. della Celestia. 

(3) Badisi che lo Strinjra, allo pag. 426 t." e 427 della Venetia, ed. 1604, de- 
scrive il tempio della Celestia, secoDdo il progetto dello Scamozzi, a rotonda^ men- 
tre fti riedificato allora a crociera e tale rimase sino al principio di questo secolo. 

(4) Cicogna, hcriz. III, 205. 

(5) Ibid., 43. 

(6) Rawdon Brown, Op. ciL, IH, 107. 



Digitized by 



Google 



138 

amore alle lettere, essendo stato uno dei dodici conservatori dell'Ac- 
cademia degli Uniti, nonché membro di quella celeberrima della 
Fama, durata dal 1553 al 1561, e riputato allora eccellente nella 
musica (1). 

La carica di Console (130) in Anzolo di Giacomo Gabriel, ri- 
chiedeva illustrazione. Intorno poi a Giulio indicato sopracomito di 
Galera nel 1657 e che contribuì con valore all' espugnazione di Volo, 
avvertasi che questa conquista fu fatta dalla Republica nel 1655, e 
fu notevole non per alcuna diflScoltà di espugnazione, ma per la 
viltà dei Turchi che abbandonarono la piazza senza punto difender- 
la, e per la stragrande quantità (nientemeno che ventisette magaz- 
zini) di biscotto allestito dai Turchi e predato dai nostri (2). 

Se Giacomo di Dona Gabriello fu ucciso da un' esplosione di 
polvere sulla nave in cui era sopracomito (131) nella guerra contro 
i Turchi, in Candia, un tale disastro non può registrarsi all' anno 
1611 in cui v'era pace tra Venezia ed il Turco. Probabilmente dun- 
que incorse errore di stampa. 

Il fatto d'armi navale ai Dardanelli nel 1654, al quale prese 
parte, come comandante di galeazza, Giacomo di Giulio Gabriel 
(131), non può indicarsi come battaglia vinta contro i Turchi. Fu 
molto pili che una battaglia uno scontrazzo assai ponderoso per am- 
be le parti, e meno può dirsi battaglia vinta dai nostri, che si pre- 
figgevano di impedire il passaggio dei Dardanelli alla flotta turca, 
e non l'impedirono (3). 

Per quanto concisamente poi voglia alludersi alla delusione di 
Giovanni Sagredo che stava per salire al trono ducale vacante per 
la morte di suo fratello Nicolò, e ciò fu nel 1676 non nel 1746 (131), 
non basta dire che Zuane non passò con tanti altri : il che era una 
vicenda ordinaria in tutte le elezioni ducali. Fa d'uopo invece ri- 
cordare che il Maggior Consiglio, con atto di deplorabile condiscen- 
denza (intimorito da un tumulto di popolaccio contrario al Sagredo 
perchè non aveva prodigato le largizioni consuete quando fu eletto 
Procuratore di S. Marco), non approvò quei quaranfuno elettori 
che si congetturavano favorevoli al Sagredo (4), tra i quali quel Cri- 
stoforo Gabriel, indicato dall' A. 

(1) Cicogna, IscHz., Ili, 18, 52, 321. 

(2) Andrea Valier, Storia della guerra di Candia. Trieste, Coen, 1859, II, U. 

(3) Valiebo, si. ciL, I, 262 e seg. 

(4) MiCH. FoscABiNi, Storia dal 1669 al 1690. Venezia, Combi e la Nou, 1699; 
pag. 51 e seg. 



Digitized by 



Google 



139 

A questi avvertimenti dettati da spirito d' imparzialità ed amo- 
re di precisione, vuole però con giusta impazienza sottentrare un 
sentimento di gratitudine, e per l' A. che facendo riflettere sul suo 
ameno San Polo tanti storici avvenimenti e le memorie di tanti ce- 
lebri personaggi, fece chiaro una volta di più che non può davvero 
amare la patria chi non ama a fede la sua terra natale, e che questo 
affetto è ferace in qualunque età della vita, dei più nobili frutti; e* 
per il conte Nicolò Papadopoli che publicò l'opera del Dall'Oste con 
isplendore inconsueto. Questo richiede un'occhiata araldica essendo 
l'edizione illustrata con gli stemmi dei signori di San Polo, cioè dei 
Patriarchi di Aqnileja, dei Maurisi o Da Tolentino, e dei Gabriel, 
contornati da emblemi storici e lavorati, con intaglio che fedelmente 
rappresenta, giusta le regole blasoniche, i colori (1). 

Trovasi il primo, cioè lo stemma dei Patriarchi di Aquileja, a 
p. 11 (2) : aquila bianca in campo azzurro. Poi, a p. 49, s'incontra 
lo stemma dei signori da Tolentino: leon d'oro rampante con la 
spada impugnata nelle due zampe anteriori e una stella sulla punta 
di questa, tutto in campo rosso (3). La terza impresa è quella dei Ga- 
briel (p. 71) : una fascia orizzontale a tre ordini di scacchi d'oro e di 
azzurro in campo d'oro (4). Ed è grato a sapersi che i Papadopoli ser- 
bino accuratamente a San Polo lo stemma in pietra dei Tolentino 
(63), come non sarà discaro al Dall'Oste di sapere che nel tempio di 
S. Reparata o S. Maria del Fiore, cioè nel Duomo di Firenze, vedesi 
tuttora la pittura a fresco di Dei-Castagno rappresentante in di- 
mensioni colossali Nicolò da Tolentino a cavallo, sopra un basa- 
mento, ai lati del quale due putti reggono, quello a sinistra lo stem- 
ma dei Tolentino sopradescritto, e quello a destra lo scudo colla im- 
presa propria di Nicolò, cioè in campo bianco un grosso cerchio 
rosso, formato da triplice fune con quattro nodi ai quattro punti 



(1) È noto a tutti clie nelle stampe il bianco rappresenta V argento, il pun- 
teggiato VorOy le linee perpendicolari il rosso le orizzontali V azzurro, le diago- 
nali scendenti da sinistra a destra il verde, e quelle da destra a sinistra il pavonac- 
do, e le linee incrociate il nero. 

(2) Ileo. Nicola Papadopoli avendoci gentilmente permesso Tuso di questi 
•legni, ne abbiamo fregiato l'articolo. Lo stemma dei patriarchi si trova nel T 

della nostra pag. 131. 

(3) È nel P della nostra pag. 133. 

(4) Nella L della nostra pag. 134. 



Digitized by 



Google 



140 

cardinali: impresa, dissi, e non isteraraa, come altri erroneamente 

l'ha creduta (1). 

onchiaderò notando che sul cartone del 
libro stanno incisi, pendenti dalle let- 
tere P e T ingegnosamente intrecciate, 
gli stemmi Papadopoli e Troili, e che 
il primo, a ragione, è anche inciso alla 
pag. 5 del libro (vedi qui a fianco] che 
allude alle attualità di San Polo. Si 
comprende la discrezione modesta che 
non volle inserito nel libro il simbolo 
che rappresenta la fausta occasione in 

cui fu publicato; la si comprende, ma il lettore emenda col grato 

pensiero la troppo schiva delicatezza. 

II. Del Governo e Stato dei Signori Svizzeri: Relazione fatta Vanno 
1608 (2) adì 20 Zugno, da Giovanni Battista Padavino, Se- 
gretario dell'Eccelso Consiglio dei Dieci, Venezia, tip. Antonelli, 
1874, in 8.^ pag. 6 non num., Vili, 146. 

Dobbiamo soffermarci sullo splendido nitore di questa publica- 
zione decorata, sul dinanzi della coperta, dagli stemmi Papadopoli 
e Troili, ed a tergo da quello del Padavino, avente il motto : Per 
Varios Casus, il quale compendia la lunga vita spesa da quest'in- 
signe uomo di Stato tutta al servizio della Republica, dall' adole- 
scenza sino al 1639 in cui morì di settantanove anni. E sebbene 
chi fosse il Padavino, la sua Relazione tutta quanta lo dice, non fu 
meno opportuna la cura del signor Vittorio Cérésole, che publicò 
la detta Relazione, di premettervi sotto il modesto titolo di Avver- 
timento una succosa biografia dell'acutissimo segretario e Cancel- 
lier grande. L'edizione s'ingemma, rimpetto al frontispizio, della 
fotografia d'un argenteo Leone di S. Marco, tuttora conservato a 
Zurigo, di cui tratteremo più innanzi. 

Questa Relazione deve avere un posto cospicuo nelle Delizie 
degli studiosi della storia universale, e ben a ragione il doge Marco 
Foscarini, nella sua Letteratura veneziana, augurava che venisse 



(1) L'avvertimento ò dato nella Firenze antica e moderna illustrata. Firenze, 
tip. Allegrini, 1790, pa{r. 322. 

(2) Corrcgasi nt»! frontispizio ove si legge 1606. 



Digitized by 



Google 



141 

alla luce (VII, Pref.) uno scritto di importanza tale, che il doge 
Leonardo Donato lo aveva tutto di propria mano copiato (130, nota 
1). Peccato che non esistano a Venezia i due allegati della Rela- 
zione Padavino, Puno la carta geografica da lui fatta disegnare con 
esattissima diligenza (123), la quale non fu ritrovata (144, nota 25), 
r altro il volume di duecento carte, contenente le copie di tutte le 
colleganze e convenzioni di que* popoli fra loro e con principi (123), 
il quale si congettura giacente negli archivi della capitale austro- 
ungarica (144, nota 25). 

Il Padavino ci rappresenta l'origine della libertà svizzera, P in- 
cremento del suo territorio, la divisione politica, i governi particola- 
ri dei federati, le leggi, i costumi. Quella libertà, nata nei tre canto- 
ni di Uri, Schwitz ed Untervald, fu suggellata nel 1308 dal sangue 
di Alberto tedesco, che vive anche nella Divina Commedia per P in- 
vettiva di cui è fatto segno nel e. VI del Purgatorio. A que' primi tre 
cantoni si aggiunsero nel 1332 quel di Lucerna, dal 1351 al 1355 
quelli di Zurigo, Zug, Glarona e Berna ; e questi otto cantoni vec- 
chi stabilirono più fermamente P indipendenza svizzera, colla gran- 
de vittoria del 1386 contro P austriaco Leopoldo III, povero di con- 
siglio, ricco d' audacia, rimasto sul campo memorabile di Sempach 
(32). L'edifizio della elvetica libertà fu davvero cementato col san- 
gue di principi, e fu terzo quello di Carlo il Temerario, duca di 
Borgogna, caduto nel 1476 a Nancy (87) : essendosi aggregati nel 
lustro seguente i cantoni di Friburgo e Solotomo, e nel 1501 i due 
di Basilea e Sciaffusa, e finalmente nel 1513 quello ^Appenzel che 
diventò il tredicesimo. Ai tempi del Padavino, che discorre da par 
suo sulla genesi della libertà e della estensione degli Svizzeri, non 
tutte quelle regioni erano strette da patti di scambievole eguaglian- 
za di diritti e di doveri. V'erano, oltre ai tredici cantoni, paesi 
raccomandati, come Bada ed altri (37) ; sudditi, cume Lugano, Lo-- 
camo, Mendrisio, Valmadia e Bellinzona (41) : ed altri come con- 
federati. Molto s' intrattiene il Padavino intorno alle condizioni di 
Ginevra (42 a 52), e quanto egli ne dice, è il più istruttivo commen- 
to delle insistenti cupidige dei duchi di Savoia inverso di quella 
città, fatta nido del libero pensiero, e introduzione al racconto che 
nel XV libro della Storia d'Italia fece il Botta intorno alla inopi- 
nata aggressione che nel 1602 fu indarno tentata dall'irrequietis- 
simo Carlo Emanuele. 

Possiamo permetterci di rettificare qualche punto della Rela- 
zione Padavino? (41) Lo richiede la verità storica alla quale la Re- 



Digitized by 



Google 



142 

lazione medesima è uno splendido omaggio. E primieramente il 
contado di Bellinzona, porta del Ducato di Milano, come dice il 
Guicciardini, non fu punto acquistato dagli Svizzeri perchè se l'ab- 
biano comperato, ma perchè se lo presero nel 1500, quando Lodo- 
vico il Moro fu fatto prigioniero a Novara da Lodovico XII re di 
Francia (Veggansi le istorie del Guicciardini, lib. IV, verso la fine, 
e di Milano del Verri, lib. XXI). In secondo luogo, di Lugano, Lo- 
camo, Mendrisio, gli Svizzeri ebbero il possesso non per convenzio- 
ne col duca Massimiliano Sforza, ma perchè profittando eglino, co- 
me dice il Verri nello stesso libro, della confusione e della debolezza 
dei contendenti Francesi che voleano prendere, e Massimiliano che 
volea serbare il Ducato, occuparono quel cospicuo lembo di territo- 
rio italiano e se lo tennero, anche ad istigazione di Giulio II che, 
debilitando in tal modo il Ducato di Milano, agognava a prendere 
per la Santa Sede, Parma e Piacenza, parti anch'esse di quel Du- 
cato. Cosi il Verri. E il Guicciardini alla sua volta nel libro XI ci 
fa sapere che il Re di Francia sarebbe stato disposto a cedere agli 
Svizzeri quei luoghi medesimi, a patto ch'eglino avessero accolto i 
di lui ambasciatori. 

Discepolo dei fondatori della Statistica, e maestro egli stesso 
in quella scienza, il Padavino fa l'inventario degli uomini dai 16 ai 
60 anni che ai suoi tempi la Svizzera poteva mettere sotto le armi 
(61 a 66), ed erano duecentotredici migliaia, dal che arguisce la 
popolazione di un milione e duecentomila persone : ne descrive l'or- 
ganamento militare (66 a 74) : punito di morte il disordinato bot- 
tino: avversione irremissibile al servizio in mare (117^ 143). 

Interessanti riflessioni sorgono dal vedere in quale considera- 
zione e riverenza fosse il sacro romano impero, presso quei popoli 
che si erano pur emancipati da ogni soggezione verso di quello. In 
vari cantoni il giudice delle cause criminali, benché eletto da loro 
medesimi, chiamavasi Vicario imperiale (7). Zurigo portava nel suo 
cimitero (o cimiero?) la corona imperiale (9). Cinque cantoni usa- 
vano mandare a ricevere la confermazione dei loro privilegi da ogni 
nuovo imperatore: altri, da ogni Duca d'Austria. Al contrario, ter- 
ribili le sanzioni contro le invasioni della Curia: mandato ad an- 
negare, colle Bolle impetrate, chi avesse ottenuto benefici e prela- 
ture da altri che dai metropolitani eletti dal popolo (34). 

Congiunto com' è all' incremento della Svizzera, nella fine del 
XV e nel principio del XVI secolo, il nome del Cardinale di Sion o 
Sedunense, come lo chiamano i nostri storici, il Padavino (58 a 60) 



Digitized by 



Google 



143 
lo ritrae, in brevi tocchi dimostrando come, di grado in grado, sia 
salito a tanta potenza il nato di poveri et abbietti Matteo Schinner. 

Manca alla descrizione del Padavino la scena rammentata dal 
Verri (Lib. XXI) della violenza fatta dallo Schinner, a mano arma- 
ta, al Capitolo della Cattedrale di Sion per ottenere il posto di co- 
adiutore nel Vescovado. In altro luogo v' è un tocco sulla conformità 
del consiglio del Sedunense e di Ulrico Zuinglio (101) sulla conve- 
nienza di mantenere gli antichi costumi. Era vivo, anche ai tempi 
del Padavino, l'orgoglio dei Vallesii di avere avuto un tanto Car- 
dinale concittadino (58). 

Nulla è sfuggito al Padavino. Tanto avidi di prole erano gli 
Svizzeri de' tempi suoi, che chi à sette over otto figliuoli si stima di 
averne manco degli altri (62) ; e quelle donne parevano vergognarsi 
se non erano circondate da vari putti ; uomini e donne, del resto, 
tetragoni agli stimoli della gelosia, se quelle versavano ignude nei 
bagni in compagnia d' altri, anco stranieri, lasciata così alle mogli 
come alle figliuole da marito, ogni libertà di giorno e di notte (77). 

Gli amatori o di antitesi, o di analogie storiche e regionali, 
hanno di che dilettarsi nell'ammiranda Relazione di cui ci studiamo 
porgere un'idea. All'imbelle contadino nostrale fanno contrapposto 
quegli Svizzeri che il Padavino vide guidar l' aratro cinti di spada 
(68), laonde questa universale armata tutela, e la severità asprissi- 
ma delle leggi, generavano grande tranquillità, e agli averi sicu- 
rezza incredibile (76). Berna manteneva otto o dieci orsi vivi (10) 
in testimonio della leggendaria sua origine, che vuoisi causata dal- 
l' incontro di un uomo con un orso, e così a Roma in Campidoglio 
s'agita una lupa vivente. Nella Vallesia trovavasi copia di certi sassi 
neri che ardono (57), come tre secoli innanzi ne avea veduto Marco 
Polo in Oriente; ed ai contribuenti italiani dell'oggi, che con per- 
petua rancura piangendo, dicono piiù non posso, non manca una le- 
zione intorno al caro prezzo della libertà, di recente conquistata, in 
quel sedici per cento (49) che, per ogni vendita di beni stabili, do- 
vea pagarsi dai Ginevrini. 

Ma ciò che il Padavino trovò di segnalatissimo nelle costuman- 
ze degli Svizzeri, fu l'eccesso e in pari tempo la santità delle liba- 
zioni. Commovente per certo fu il dono di quel Leone di S, Marco 
argenteo che, a nome della Republica di Venezia, il Padavino donò 
alla città di Zurigo nel giorno di S. Marco, 25 Aprile, 1608 (116), 
e che è rappresentato nella fotografia che, come rammentai, decora 
il volume; ma perchè ai Zurigani tornasse pili sacro quel dono, lo 



Digitized by 



Google 



144 

si dovette foggiare in guisa che vi si potesse infondere il vino (140, 
nota 20), e così fu mandato attorno e bevuto vi in un simposio che 
durò oti^ ore : documenti del proverbiale bere a isonne, o come uno 
svizzero. 

La Relazione chiudesi con uno sguardo politico intorno alle 
relazioni degli Svizzeri con tutte le potenze da cui erano circondati, 
e con Roma, ed intorno ai patti e alle condizioni di quelle pensioni 
eh' erano il prezzo del concorso o della neutralità di quei liberi po- 
poli, ed è seguita da varie annotazioni, alcune sostanziose di molto, 
le quali illustrano fatti e costumanze di cui il Padavino ha parlato 
o fu parte, tra le quali però ne cercai indarno una, che mi sarebbe 
sembrata importantissima, intorno alla fede di quegli Svizzeri che 
nel 1500 ricusarono di battersi a Novara per Lodovico il Moro che 
li aveva al suo soldo, e furono causa della sua prigionia, avendolo 
taluni tra di essi additato ai Francesi quando travestito fuggiva. 
Con parole severissime il Padavino detesta quel mancamento di 
fede (73). Ma dopo che il Verri, nel XX Capo della Storia di Mi- 
lano, ha fatto la luce intorno a quel tristo avvenimento, giova 
rifletterla in quest'occasione su quella pagina del Padavino. Di- 
stinguasi adunque, come fece quell' isterico, l' inazione degli Sviz- 
zeri di Lodovico il Mpro, dalla turpissima azione del tradire quel 
principe nelle mani dei Francesi. Di questa non potrà mai pur- 
garsi la memoria degli scellerati che se ne macchiarono, ma la lo- 
ro turpitudine non oscura la fama d' integerrima fede della nazio- 
ne elvetica. Della inazione poi degli Svizzeri di Lodovico, il Verri 
trovò la spiegazione nella lettera 30 Aprile 1500 di Girolamo Mo- 
rone al Varadeo, ed è che, per risparmiare un massacro tra concit- 
tadini, l'ordine di non battersi fu mandato dai governi svizzeri, 
tanto agli Svizzeri dello Sforza, quanto a quelli che in pari numero 
erano agli stipendi di Lodovico XII. Ai primi pervenne il corriere: 
ma giunto al campo francese l'altro, il Brissey, lo corruppe, e fu per 
questo che al campo francese rimasero intere le forze, mentre allo 
sforzesco mancarono (1). 



(1) L' importanza di questa publicazionc parve cos'i notevole al GoTerno fe- 
derale svizzero, che dispose immediatamente a ciò che neir Archivio dei Frari si 
traesse copia dei Dispacci dei veneti residenti in Isvizzera. Notiamo il fatto, la- 
sciandone il commento al lettore. 



Digitized by 



Google 



145 



III. Documenti traili dagli inediti Diari di Marin Sanudo. Venezia, 
pei tipi di Giuseppe Cecchini (figlio), 1874, in 4.®, pag. 31. 

Sono tre documenti per la prima volta publicati dai fratelli 
Bernardo ed Antonio Nodari, i due primi dal volume XXV e il 
terzo dal XXVII dei Diari di quell'infaticabile patrizio, conser- 
vati nella Biblioteca di San Marco. Il primo documento è una let- 
tera 13 Fevrer 1517 m. v. (1518), venuta di Spagna, data a 
Vaiadolit, descrivente un torneo fatto in quella città 1' 1 1 di quel 
mese. Il secondo è copia di una lettera di Francia, data in Am- 
boise a dì 26 Aprile dello stesso anno, descrivente le feste per il 
battesimo di Francesco, figlio di Francesco I re di Francia. Questi 
due documenti sono assai interessanti nei riguardi storici, quale 
testimonianza fedele dei costumi di quei tempi. Sono corredati di . 
opportune annotazioni, specialmente per designare viemmeglio gli 
storici personaggi intervenuti alle feste. Nel secondo, forse per ine- 
sattezza di stampa, viene indicato in nota per de la Trenville (pag. 
22) quel monsignor de la Terimoja di cui parla il testo: ma lo si 
conosce assai meglio per monsignor de la Tremouille o della Tra- 
moglia, come lo indicano gli storici. E per la migliore intelligenza 
della lettera, notisi anche, verso il fine della stessa (pag. 23), che 
in luogo di dai ambasadori dee leggersi dui ambasadori, cioè quelli 
dell' Imperatore e del Re Cattolico. 

Anche pib interessante è il terzo documento, che è la copia di 
una lettera da Roma, 13 Marzo 1519, di Tomaso Lipomano, descri- 
vente le feste carnovalesche, nelle quali primeggiò l'umore giocon- 
do di Leone X, tanto propizio a simili cose e tanto infausto alla 
Cristianità. Nell'ultima domenica del Carnovale vi fu giostra in piaz- 
za S. Pietro, intervenutevi ventiquattro livree del Papa : poi una 
commedia del cardinale Cybo, nella quale sola il Papa spese mille 
scudi : indi cena a casa il Cybo che ospitò il Papa, molti cardinali 
ecc., bellissima di vivande e musiche assai. Nel lunedì la non passò 
così liscia, perchè tornati quelli della livrea papale in piazza San 
Pietro, e fatti i loro torneamenti ed anche lotta contro dei tori, vi 
ebbero due morti (non di quelli della livrea) e molti storpiati. Que- 
sta disgrazia non trattenne il papa Leone dall'andare tosto ad altra 
commedia, ma ottona; e si are grandissimo piacere aldirla (cos\ 
leggerei per udirla, anziché al dirla). Il martedì finalmente il Papa 
foce tirar el colo a molte oche, corer a lo anelo et ala quintana : ma 

10 



Digitized by 



Google 



146 

per lui vi furono due commedie una inanti cena et una da poi cena. 
E con tali sollazzi e commedie, Leone, il cui nome vorrebbesi, da 
taluno ancora, dato al suo secolo, si riconfortava del tentativo male 
riuscito dell'opera in musica. Za disperazione di Sileno, poesia di 
Laura Guidiccioni, musica di Emilio del Cavallieri, lo che sappia- 
mo dall' Arteaga (1). Intanto il frate di Wittemberga scindeva la 
cattolicità! Non meno interessante è nel documento medesimo la 
descrizione d'una cena che Lorenzo Strozzi imbandì a quattro car- 
dinali fiorentini, nonché a fiorentini òt{foni (che qui interpreterei 
giovialoni) e a tre cortigiane, V era anche un Fra Mariano, buffone 
dil Papa, La cena fu preceduta da spaventevoli apparizioni di teschi, 
e scheletri ed altre paurose epifanie, tra le quali scoprivansi ghiotte 
vivande! Poscia i convitati passarono ad un luogo rotondo e stellato 
in cui altre vivande saltavano su come per incanto. Quindi scoppi 
•e giravolte. Insomma i cardinali, presi da fastidio e da male, dovet- 
tero ritirarsi. 

IV. Il trionfo della Dogaressa di Venezia nel secolo XV (da una mi- 
scellanea ms. della Raccolta Stefani). Venezia, prem. tip. di 
Giuseppe Cecchini (figlio), 1874, in 8.", pag. 12. 

Come è noto, nelle abitudini palatine di Venezia la parola 
Trionfo significava non il festoso ritorno ed accoglimento in patria 
del condottiero debellatore dei nemici, ma la solenne pompa con cui 
il Doge in tutta la maestà della sua carica, e qualche volta la Do- 
garessa, comparivano al cospetto del popolo. Il signor Girolamo 
Oriani publicò con molta opportunità la pagina che descrive il Mo- 
do et lo Ordine di tradur la Dogaressa di casa sua al palazzo del Se- 
renissimo, secondo il costume del XV secolo, pagina che precede il 
noto racconto di Francesco Sansoviuo nella Venetia Città NobUis- 
sima et singolare, ediz. 1581, del ricevimento nel 1557 della doga- 
ressa Friuli, come avverte T Oriani; la quale alla sua volta precede 
quella dell'ingresso della principessa Morosini-Grimani nel 1597 
(Venetia ecc., con aggiunte dello Stringa, ediz. 1604, Lib. X). Pie- 
na di utile moralità, nel concetto del buon accordo tra il principato 
ed il popolo, è quella parte principalissima che le arti della città 
prendevano nell' ornare il palazzo ducale e nel l'approntare ciascuno 
il suo bucintoro ovvero palischermo. Piena di maestà la bene ordi- 

(l* Sulle t'ivolaztoni del Teatro italiam. 



Digitized by 



Google 



147 

nata pompa del corteo : pieno di sapienza civile quel darsi il posto 
d' onore, a lato della Dogaressa, non alla moglie d' nn patrizio, per 
quanto sublime, ma a quella del Cancellier Grande, capo non dei gen- 
tiluomini ma della cittadinanza suddita; pieno di sacra ed affettuo- 
sa unzione quel Responsorio e c^xxeW Oremus della marciana liturgia : 
improntata di rude serietà quell'apostrofe alla nuova Dogaressa in 
Sala de' Piovegbi, cioè, che in quel luogo stesso sarebbe esposta la 
sua salma, dopo che vi saranno cavate le cervelU, gli occhi et le bu- 
delle: avvertimento solenne sulla caducità degli onori mondani. 

Sieno rese grazie all' Oriani o a chi gli ha suggerito il pensie- 
ro di questa interessante publicazione, nella quale ci permettiamo 
di correggere a pag. 8, riga 20, aver in over, come richiede la si- 
gnificazione alternativa tra una borsa tessuta d' oro e una tasca di 
seta cremisina fornita di lame d'argento che la Principessa dovea 
donare a ciascun di consiglieri et Cancelier. 

G. GlURIATO. 

Storia di Padova dalla 'sua origine sino al presente, narrata dal car. 
pr. Giuseppe Cappelletti, veneziano. Padova, 1874, Sacchet- 
to, in 8.<* (in corso di stampa). 

11 sig. Francesco Sacchetto considerando un giorno che Padova 
(in onta ai tanti che scrissero delle sue cose) non possedè peranco 
una vera storia completa, e tale quale la pretende la schifiltosa no- 
stra epoca, pensò di farla lavorare da dotta penna, che avesse già 
data al publico non dubbia prova del suo valore. 

Avrebbe potuto, a vero dire, indirizzarsi ad altri valentuomini 
che di patrie cose s' erano bellamente occupati nella stessa Padova, 
ma egli prescelse di indirizzarsi al cav. G. Cappelletti e di trovare 
per conseguenza, a luogo di un istorìografo coscienzioso, una spece 
di rapsodo. 

Non appena videro quindi la luce i tre primi fascicoli di questa 
così detta Storia di Padova, il dott. A. P, Sarti, nel num. 901 del 
Corriere Veneto, giustamente indignato per gì' inauditi strafalcioni, 
errori, anacronismi, contraddizioni che si incontravano in quei fa- 
scicoli, ne incominciò un critico esame, che prometteva per verità 
di riuscire molto piccante. 

Il cav. Cappelletti, quantunque stimasse inconcludenti quelle 
censure, pure ebbe la bontà di rispondere nel Giornale di via dei 
Servi, invitando il Sarti ad indicargli tassativamente irli anacronismi 



Digitized by 



Google 



148 

e gli errori. Il Sarti fatalmente non potè attenere l'invito per ca- 
gione di malattia. Mi sia lecito adunque di sottentrare in sua vece, 
e dimostrare al sig. Cappelletti che la Storia prima di scriverla è 
necessario impararla. 

L'A. esordisce nella Prefazione col dire che percorre un terreno 
non suo, E comincia a dimostrarlo non ricordando alcun di coloro 
che scrissero delle cose di Padova. E sì che il numero non gli face- 
va difetto, giacché, indipendentemente dai vecchi scrittori, poteva 
ricorrere tra i moderni al Furlanetto, al Gloria, al Cittadella, al 
De Marchi, al Leoni, al Selvatico, al Petrucci e via via. L' Autore 
promette, è vero, per incidenza, di commemorare e le opere e i no- 
dei vari autori, ma nello stesso primo fascicolo tutte le citazioni si 
restringono al libro di Storia Veneta del Crivelli, a due dissertazioni 
dello Stratico e dell' ab. Trevisolo, all' opera del Gennari e a quella 
dell' Orsato. 

Quattro libri comprendono la storia di Padova, dalla presunta 
fondazione della città ( 1179 anni a. C. ) sino al 1167 dell' èra 
cristiana: e la storia di que&ti 2346 anni è compresa nell' angu- 
stissimo spazio di 49 pagine. Potrei chiedere: perchè l'Autore, 
per ciò che riguarda i tempi antichissimi, non prese a guida gli 
storici che, come il Mazzoldi, il Micali, il Mommsen ecc. ecc., si 
affaticarono rintracciare i vestigi dell' antica civiltà, studiandone i 
monumenti? Per l'epoca romana, perchè non ricorse, più frequen- 
temente di quel che fece, a Tito Livio, a Strabene, a Silio Italico, 
e, per la Padova di quell'epoca, alle opere del Polcastro e del Fur- 
lanetto che studiarono le tante lapidi esistenti nel vastissimo ter- 
ritorio, le quali devono considerarsi (come disse il Gloria) un ve- 
ro archivio storico per l'epoca romana? E per l'epoca longobarda, 
quando, dove, o come ricorse all'opera di Paolo diacono? Nella stes- 
sa prefazione l' A. avverte che si asterrà nel corso dell' opera da di- 
gressioni polemiche; ma, come saggio, comincia intanto a pigliar- 
sela col Denina, che non può più rispondergli, confutando quanto 
si legge nelle Considérations sur VAllemagne, ove è detto che Pado- 
va non produsse né guerrieri, né artisti. L'Autore certo dimenticava 
che aveva già gagliardamente risposto al Denina l' ab. Cesarotti, e 
che l'Orsato avrebbe potuto fornirgli un elenco degli Illustri fioriti 
in Padova. 

Ma venendo propriamente alla storia, l'A. dice: « Benché d'or- 
dinario l'origine delle antiche città rimanga ravvolta in fra le te- 
nebre de' secoli, perchè . . . mancano monumenti ad attestarcela, . . . 



Digitized by 



Google 



149 
pure di alcuna, anche vetustissima, non rimasero ignoti i veri prin- 
cipi. La saggia critica infatti esclude ogni dubbiezza sulla verità 
storica di quanto commemorano gli antichi scrittori, quindi è che 
di Padova noi possiamo con tutta franchezza indicare l'origine, l'an- 
tichità, il fondatore », £ continua: « Gli storici greci egualmente 
che i latini la dicono fabbricata da Antenore, nobilissimo tra i Tro- 
jan!, . . . che in compagnia di numerosa schiera di Eneti . . . venuto 
a questa parte, . . • cacciò gli Euganei ... e fabbricò Padova 430 
anni prima di Roma, ossia 1179 anni avanti l'èra nostra ». 

Il Polcastro, nel suo discorso Sull' antico stato e condizione di 
Padova, scriveva invece: « Il farsi ad indagare l'origine di Padova 
per stabilirne la meno incerta epoca, oltre all' essere opera per sé 
stessa malagevole, nascondendosene i principi nella caligine dei tem- 
pi, sarebbe anche lontana dall' istituto di chi vuole rintracciare fatti 
certi e convalidati dalla testimonianza d'autori € di monumenti. Al- 
tri s'accinga ad impresa tale, io m'accontento del modesto titolo di 
espositore di sole cose notorie e certe, narrando avvenimenti di cui 
la scienza numismatica e la lapidaria attestino la verità ». 

Quali sono infatti gli scrittori greci e latini, sui quali il Cap- 
pelletti si appoggia? Forse il patavino Tito Livio? Ma Livio dice, 
proprio a questo proposito: « Sed haec et bis similia, utcumque 
animad versa aut existimata erunt, haud in magno equidem ponam 
discrimine ». Strabene? Ma Strabene reputa Padova piò, antica di 
Antenore. Polibio ? Ma Polibio suppone favolosa la venuta di An- 
tenore, e concorda con Strabene che Padova sia molto più anti- 
ca. Si potrebbero egualmente ricordare i dubbi di Plinio, di Dione 
Crisostomo, di Varrone; ma citeremo Tacito solo, che deride la 
vanità dei Padovani pel loro creduto fondatore Antenore. Catone, 
è vero, reputò i Veneti di stirpe trojana, ma egli si appoggiò a 
Sofocle il quale, parlando di Troja distrutta, fece trasmigrare An- 
tenore in Tracia e quindi in Italia ; e perciò non resta che la te- 
stimonianza di Sofocle, a cui il sig. Cappelletti può aggiungere 
quella d'Omero (1). Ora, queste poetiche testimonianze possono 
essere accettate dalla saggia critica lodata dal Cappelletti medesi- 
mo ? Non sa egli che cosa hanno scritto a questo proposito tanti 
scrittori moderni, che non vogliamo ricordare, perchè, salvo al sig. 
Cappelletti, sono noti a tutti ? 

(1) Si potrebbero agg-iungere Virgilio, Marziale, Sidouio Apollinare, Giove- 
naie ecc. Ma ehi andrà cercando in questi scrittori la storia delUi fondazione ài 
Padova? 



Digitized by 



Google 



150 

Ma seguitiamo l'Autore nel suo cammino. Dopo aver detto che 
Antenore era nobilissimo tra i Trojani, aggiunge che gli Euganei 
furono cacciati dalla pianura sui colli vicini che presero il nome da 
essi, e sentenzia risolutamente che il poetico nome di Antenorea sìa 
stato dato dagli antichi scrittori a Padova per riverenza ad Antenore. 

Ammessa pure per vera la distruzione di Troja, ammesso pure 
che non vi fosse tra gli scrittori discrepanza veruna circa l'origine 
dei Veneti primi (1), non ne deriva di logica conseguenza, come il 
nostro storiografo pretenderebbe, che il nobilissimo condottiere sia 
venuto in queste terre a combattervi e discacciare gli Euganei, e 
peggio poi che li abbia cacciati dalla pianura ai monti. Tutte le tra- 
dizioni, tutti i monumenti ci fanno vedere le prime abitazioni dei 
nostri popoli poste sulle cime dei monti. Catone annovera ben 34 
luoghi di ragione degli Euganei posti sulle prealpi e alle loro falde, 
e nessuno di qualche importanza che fosse innalzato nella pianura: 
e Plinio (lib. Ili, e. 20) disse città Euganee e Brescia e Verona e 
Vicenza e Trento poste sui monti. Il nome stesso che il Cappelletti 
vorrebbe derivato da Antenore, potrebbe derivare da avTt e opocy 
sicché città antenorea volesse significare città posta contro ai mon- 
ti : e i Greci potevano bene averla denominata così perchè Pado- 
va era situata di contro agli Euganei, proprio come chiamavano 
Esperia la Magna Grecia, e gli abitanti della Magna Grecia chia- 
mavano Esperia la Spagna. 

Il sig. Cappelletti non sarà certo di questo avviso, giacché do- 
po aver detto che relativamente a Padova toma possibile indicare 
con tutta franchezza l'origine, l' antichità^ il fondatore, soggiunge 
a pag. 17: « sebbene la pih comune opinione attribuisca ad Ante- 
nore la fondazione della città, non è certo che quella da lui fondata 
sia proprio questa . . ., anzi . . . Padova attuale avrebbe avuto suo no- 
me dalla pianura patina (egli voleva dire padusa) presso cui fu pian- 
tata », Patavium non é un nome che potesse essere imposto da An- 
tenore, anche se Antenore fosse vissuto e fosse tra i nostri disceso : 
Patavium è voce che si sente latina, è una visibile corruzione di Pa- 
danus vicus e nulla più. Aggiunga il sig. Cappelletti che dai ter- 
rieri, secondo ne scrisse Plinio il seniore, nominavansi anche ai suoi 
giorni pades gli alberi resinosi, che i latini dicevano abietes, e che 



(1) Il Furlanello scriveva: « Dalla siuiilitudine d» nome tra gli Enet» cono- 
sciuti dai Greci, e g\ì Eneti ricordati da Omero al cauto II, v. 358, ebbe principio 
la favolosa e volgare opinione della venuta di Antenore ». 



Digitized by 



Google 



151 

sogliono crescere rigogliosi massimamente lungo le rive del Po. Co- 
siffatto appellativo trova un riscontro tuttodì presso i modenesi, che 
chiamano padère le più rigogliose erbe palustri, e presso i berga- 
maschi ed i bresciani che dicono pagherà ^ paàghera il resinoso abe- 
te, a quanto almeno ne dice il Rosa nel suo libro : Dialetto e costu- 
mi òresciani. 

Se non che il nostro Autore non ha paura delle cpntraddizioni. 
A pag. 16 dice che « Antenore quivi morì, anzi se ne mostra il se- 
polcro poco lungi dal sito ov'era la chiesa di S. Lorenzo ». Ma po- 
che righe dopo, confuta la sua stessa asserzione; e nega l'attesta- 
zione del Lupati che diede origine alla popolare credenza. Il sepol- 
cro d' Antenore gli ricorda quello di Livio, dove il volgo ritiene che 
tuttodì si conservino le ossa del celebre padovano. Il Cappelletti for- 
tunatamente noi crede; ma accerta: 1.® che P antico tempio della 
Concordia sorgesse dove fu poi l'ortaglia dei monaci di Santa Giusti- 
na; 2.** che lo storico Tito Livio fosse sacerdote di quella Dea; 3.** che 
la lapide trovatasi più tardi accenni ad xxnh figliuola di Tito Livio. 

Se l'Autore avesse voluto approfondire un po' la critica inve- 
stigazione, non avrebbe assicurato che il tempio della Concordia sor- 
gesse in Padova, dove oggi s'innalza quello di S. Giustina. Egli 
doveva sapere che ì templi dei titolari erano situati nel centro della 
città. Ora, parrebbe all'Autore che a Padova il centro potesse es- 
sere dove oggi esiste il così detto Prato della Valle? Se il Cap- 
pelletti avesse dato un' occhiata anche superficiale alla pianta del- 
l'antica città di Padova, sarebbesi astenuto dall' accertare un fatto 
che, per lo meno, ò assai dubbio. 

lo non nego che molto e molto siasi disputato tra i dotti per 
determinare dove questo tempio sorgesse. Se Scardeone, Cavacio, 
Portinari suppongono che sorgesse appunto a S. Giustina, il Pi- 
gnoria, per converso, sostiene sin' anco non avere la Dea Concordia 
neppure avuto culto a Padova, e ciò appoggiandosi al silenzio degli 
scrittori latini. Ma questa opinione del Pignoria non suffraga il 
sig. Cappelletti, imperciocché se all'epoca del Pignoria potcvasi pen- 
sare così, così non può più pensarsi ora che si posseggono ben nove 
lapidi padovane, che accennano ai Sacerdoti Concordiali. Se v'erano 
i sacerdoti, vi dovevano anche essere gli altari. Che il tempio della 
Concordia esistesse poi a S. Giustina, benché l'abbiano supposto gli 
Autori sopra citati, pure oggi è lecito dubitarne, né poteva il signor 
Cappelletti asserire assolutamente che negli orti di S. Giustina si sa 
che sorgeva un tal tempio. 



Digitized by 



Google 



152 

Considerando l' antica topografia padovana e ricordando le re- 
gole di Vitruvio, si dovrebbe dire piuttosto che qael tempio sorgesse 
dove ò oggi la chiesa di S. Pietro, per lo che uno scrittore coscien- 
zioso avrebbe dovuto o confessare la propria ignoranza, o esprimere 
il proprio avviso in forma dubitativa. 

Ma ben piìi grave di questa è l' altra peregrina nozione che 
Tito Livio fosse nella sua patria Sacerdote della Dea Concordia ! Con 
buona pace dell'Autore, dobbiamo dirgli che egli, scrivendo così alla 
pag. 17 e ripetendolo alla pag. 24, sbagliò ma di grosso, giacché 
nessun autore, né contemporaneo a Tito Livio, né posteriore, sognossi 
mai di fare dell' istoriografo un sacerdote qualunque. 8q quale auto- 
rità poteva dunque il sig. Cappelletti ripetere questo errore, già da 
lui proclamato nella sua Storia delle cAiese i' Italia, voi. X, pag. 
478? Non sa l'Autore che, per concorde asserzione degli scrittori an- 
tichi e moderni, lo storico patavino, nato nel 695 di Roma, visse ora 
in quella metropoli ed ora a Napoli sino all'epoca della morte di 
Augusto, nel quale anno tornava alla sua nativa città? Ora Augusto 
morì a Nola neiranno 14 di G. C. cioè nel 768 di Roma; Tito Li- 
vio, secondo scrive pur S. Girolamo nella sua Cronica di Eusebio^ 
morì nell'anno decimosettimo dell'era cristiana, cioè nel 770 aò U. 
C, onde Tito Livio sarebbe entrato nel sacerdozio della principale 
divinità del suo paese T>ella fresca età di 73 anni. Pare all' Autore 
che ciò concordi colle abitudini e coi costumi romani? Egli de^e 
rammentarsi benissimo che da tutti gli storici viene attestata la 
somma modestia di Tito Livio, che non ambì mai né cariche, né altri 
ufl5ci onorevoli nella Republica. Valgano a prova le parole del prof. 
Tomaso Vallauri, che nel secondo libro della Storia critica della let- 
teratura latina (ed. 1872, pag. 89) scrive: « Titus Livius ambitio- 
ne vacuus, et futurae aetatis immortali tatem potius quam praesen- 
tem gloriam spectaus, ad rempuàlicam numquam accessit, seque to- 
tum in litteris abdìdit ». Aggiunga il sig. Cappelletti che il culto 
della Dea Concordia, essendosi a Padova istituito solo nel 714 di 
Roma per celebrare l' accordo stretto a Brindisi dai triumviri Lepi- 
do, Antonio ed Ottaviano, i suoi sacerdoti, all'epoca di Tito Livio, 
non erano ancora stimati tanto quanto Io furono gli Aogustali sotto 
Tiberio. Dall'epoca di questo Imperatore, che divinizzò Augusto, i 
21 Augu&tali vennero tratti dall'eletta dei cittadini, dal fiore della 
nobiltà romana, ma prima di Tiberio il sacerdozio era in mano dei 
plebei, né Tito Livio vi avrebbe aspirato di certo. Né si dica che, 
essendo morto Livio sotto Tiberio, ed avendo costui scelto gli Au- 



Digitized by 



Google 



153 

(gustali tra i nobili e gli ottimati, potrebbe avere scelto anche Livio, 
di non ignota, né bassa stirpe. Risponderei, coir autorità del Fur- 
lanetto, del Vermiglioli e di altri molti, che mentre a Roma gli 
AugQstali si sceglievano a queli^ epoca tra' nobili, nelle provincia 
si seguitò sempre a sceglierli tra i plebei e tra i liberti. Una 
prova ulteriore potrebbe aversi nelle tante lapidi padovane in cui 
parlasi di individui tolti tutti dalla classe dei liberti, e che abbi- 
navano i due sacerdozi di Concordia e di Augusto, Concordialis et 
AugustalU ! 

È noto a tutti che Livio ebbe un solo figlio ed una figliuola, 
maritata a Lucio Magio, come Seneca attesta. Or come sentenzia il 
Cappelletti che la lapide scoperta nel 1340 negli orti di S. Giustina 
appartiene proprio a Tito Livio e a sua figlia Quarta? Ma avverti 
che il Liviae non è punto dativo ma genitivo? L'epigrafe V . F | 
LIVliE . T . F . I T . LIVIVS | QVART^ . L . | HALYS . | SIBI . 
ET . 8VIS I CONCORDIALIS | FATAVI J OMNIBVS | va letta, 
secondo Marquardo Gudio, precisamente così : Vivens Fecit Titus 
Livius Liviae liti Filia Quarta Liberùue Haiis Concordialis Pa-- 
tati Hbi et suis omnibus. 

Scrive l'Autore (pag. 17, nota 2): <^ In quegli stessi recinti, 
ove sorgeva il tempio della Dea Concordia, fu anche trovata una 
pietra con iscrizione che diede argomento a dispute lunghissime, 
per sostenere da una parte e negare dall' altra, che appartenesse ad 
una figliuola di Tito Livio. Su ciò vedasi l'Orsato, Monumenta Pa- 
tavina, p. 28, ed altrove. Marmi eruditi, p. 148, ove si adopera a 
dimostrare potersi benissimo accordare ed ossa di Tito Livio Pisto- 
rico, e memoria di altro Tito Livio dall' istorico diverso ». Questa 
annotazione è perfettamente eguale a quella posta alia pag. 478 
. delle sue Chiese d'Italia, voi. X. L'Orsato invece nell'opera: Marmi 
illustrati, lettera Vili, ediz. del 1669 (in quella del Cornino non 
corrispondono né la pagina, né la lettera, né l' indice, essendo un 
estratto dell'opera, e non l'opera intera), diretta ad Albertino Di- 
scalzo, l' Orsato dichiara (si noti bene) di prender la penna per con- 
fessare un errore ben grave preso da Lui nel 1652 stampando i « Mo- 
numenta Patavina », quello cioè che la lapide in discorso riflettesse 
V istorico T, Livio. Or dopo d'aver l'Orsato colle stesse parole del 
Gudio provato che quella lapide ricordava invece esclusivamente 
un liberto di Livia quarta, conclude ammettendo, non già che colla 
memoria d' un Tito Livio qualunque si possa accordare la esistenza 
dell'ossa dell' i:*toriografo, ma sibbene la possibilità che nel luogo 



Digitized by 



Google 



154 

istesso dote già si trorarono le ossa del liberto diventato Libero e Con- 
cordiale, ad opera della famiglia Liviana, potessero pure quando si 
sia trovarsi anche quelle dello storico Tito Livio. Egli reputa infatti 
quel sito come un publico cimitero, ed appoggia tale criterio ricor- 
dandoci Cicerone, pel quale sappiamo essere stata legge romana 
quella di tumulare indistintamente i defunti in appositi luoghi, di- 
stanti dall'abitato, e mai xìqW interno della città; altra prova code- 
sta che il tempio della Concordia non poteva essere punto nel luogo 
dove sorge attualmente quello di S. Giustina. 

Ora, domando io, è questo il modo di citare gli autori ? E dato 
pure che V Orsato si fosse espresso nel modo che riferisce il Cap- 
pelletti, doveva e poteva oggi il Cappelletti, istoriografo, accettare 
senza esame la sua asserzione? Non doveva egli ricordarsi e ricor- 
dare che la lapide fu trovata nel 1340, e che solo nel 1413 si rin- 
venne la cassa mortuaria di piombo? Ciò essendo, non potevagli 
venire il dubbio se quest' ultima si fosse trovata precisamente nello 
stesso sito, come attestò il Polentone in una lettera publicata dal 
Pignoria, o non piuttosto nella eguale località? ?e in un cimitero 
noi troviamo ad 8 o 10 piedi di distanza da una lapide qualunque il 
punto dove è sepolta una cassa, con qual criterio potremo noi dire 
che Puna all'altra appartenga ? . . . D'altro cauto, nella eguale lo- 
calità (cioè nei pressi di S. Giustina) non erasi trovata fors' anche 
un'altra lapide, che per l' Orsato stesso sarebbe a tenersi (loco cit.), 
forse con più sicurezza, memoria di Tito Livio? quella lapide cioè 
conservata tuttora in casa Capo di Lista a S. Daniele? 

Uno storico coscienzioso, come si vanta d'essere il Cappelletti, 
doveva esaminare un pochino anche codesta questione d'archeolo- 
gia; ma egli non lo fece, pensando forse che se il parlar poco è pru- 
denza, il tacere in certi casi è saviezza. 

Dagli Aborigeni, anzi dalla pretesa venuta di Antenore sino 
alla guerra che i Galli mossero a Roma, dichiara il Cappelletti (pag. 
17) che veruna memoria ci giunse dei popoli della Venezia. Ma sono 
solamente le guerre guerregj^iate che costituiscono l'argomento di 
una vera storia? I costumi, la religione, lo stato delle arti presso i 
Veneti primi non ci sono già ignote, e copiose notizie ci offersero 
molti e dotti scrittori, cosicché all' A. non doveva riuscir difficile il 
parlarne nella sua Storia ! 

Strabene, p. es., accennò già allo sviluppo che, sino dalle età 
più remote, avevano avuto appo i Veneti i lavori d'idraulica, tanto 
necessari per la natura del suolo; e rammemorò gli inalveamenti 



Digitized by 



Google 



155 

dei fiumi, i ripari, il prosciug^aiuento di paludosi terreni, trovativi 
poi dai romani. 

Anche quel primo fatto guerresco dei Padovani, dellMnvasìone, 
cioè, delle terre dei Galli a favore di Roma, poteva essere descritto 
dal Cappelletti meno sommariamente che non abbia fatto nelle 
quattro linee che vi dedicò, essendo relativamente importante alla 
Storia parziale di Padova e generale d'Italia; tanto piti che Umbri, 
Greci ed Etruschi allora si consociarono ai Galli, e stettero nell'al- 
leanza sino a che Roma, col possente aiuto delle Venete popolazioni, 
potè scacciar definitivamente gli estranei e soggiogare buona parte 
del paese dei Galli. 

« Proseguendo per altri due secoli sino al 451 di Roma, nuove 
testimonianze della potenza dei Padovani abbiamo (scrive il Cappel- 
letti) da Tito Livio, descrivendoci l'approdo militare di Cleonino re 
di Sparta ;». Facciamo astrazione dal nome di questo antico condot- 
tiero spartano, che, in luogo di Cleomene, come lo dissero Strabene 
(I, 193) e Diodoro Siculo (lib. 20), o Cleonimo come lo disse Livio, 
per il Cappelletti è Cleonino, né solamente nel luogo sopra citato, 
ma anche a pag. 18 e a pag. 24. 

Tito Livio dunque (secondo T A.) descriverebbe l'approdo mi- 
litare di Cleonino ai lidi mariUimi del territorio Padovano, con una 
flotta di Greci, i quali, sbarcati a terra, saccheggiarono ed incendia- 
rono alcuni abitati. Non tardarono un istante i Padovani ad affron- 
tare gli aggressori ; ed allestite perciò le lor barche, nel mentre a 
mano armata li respingevano dal territorio occupato, facendone or- 
rendo macello, gli rincalzarono in mare, ne predarono molte navi e, 
ricchi di bottino, ritornarono in patria, ove appesero nel tempio di 
Giunone i rostri di quelle. 

Prima di tutto, io mi permetterò di credere col Micali che Cleo- 
nimo altro non fosse che un semplice condottiero degli Spartani, e 
non già dei Greci, in genere, come indicò il Cappelletti. 

Secondariamente (giova avvertirlo), Tito Livio nella I Decade, 
X libro, piuttosto che descrivere, accenna semplicemente alla ve- 
nuta di Cleonimo nelle nostre lagune, e in luogo di darle il carat- 
tere d'una invasione, la rappresenta come una mera scorreria fatta 
allo scopo di vettovagliarsi. 

Il Cappelletti dice che i Padovani, facendone orrendo macello, 
incalzarono i Greci in mare e lor predarono molte navi. Secondo che 
ci lasciarono Diodoro Siculo e Tito Livio, le navi di Cleonimo sta- 
vano ancorate dinanzi al porto eh' ora si dice di Malamocco ; anzi, 



Digitized by 



Google 



156 

visto die r alveo del fiume Medoaco (oggi Brenta) non portava quel- 
le pesantissime navi, in laeviora navigia transgressa una parte dei 
suoi armati, ai popolati campi di tre marittime borgate diresse al- 
cuni nomini della sua squadra per vitto vagliarsi. Siccome poi quei 
ladroni s'erano messi a disastrare il paese, e sembrava che vi si 
volessero stabilire, così la gioventù padovana accorse a snidarli. Si 
combattè con tutto V impeto, e a modo che i Lacedemoni essendo 
pochi e male armati fuggirono, lasciando nelle mani dei vincitori 
alcune delle hr barche, \ cui rostri, in segno di vittoria, furono po- 
scia in città trasportati. 

Il dire che le navi fossero molte, gli è dire una cosa che non è 
dimostrata, nò può dimostrarsi storicamente, comechè l'antichissi- 
mo storico Diodoro non ne parla, né Tito Livio ne accenna il nu- 
mero.' 

Questo io osservo per ciò che riguarda il fatto per sé stesso. 
Ora aggiungerei che, scrivendo o pretendendo di scrivere la storia 
del paese dove un tal fatto avvenne, sarebbe pure stata ottima cosa 
l'indicare almeno per sommi capi chi fosse questo Cleonimo, e per- 
chè da Sparta fosse venuto sin qui. Nel modo seguito dal Cappel- 
letti, sembra questa una notizia inutile, incastonata senza ragione, 
senza motivo, e che non si capisce, appunto perchè isolata ! In quel- 
la vece, la scorreria di Cleonimo, seppure ha un' importanza storica, 
l'ha in quanto ricorda e riflette le vicende generali d'Italia. Infatti, 
la Republica di Taranto, vedendosi tolta ogni speranza di soccorso 
dai confederati, per la ragione della lega Romano-Sannita contro 
l'esorbitanza di Àgatocle tiranno di Sicilia, impetrò aiuto dagli 
Spartani che inviarono Cleonimo con cinquemila e piii' armati. De- 
lusi i Tarentini (dopo il conquisto di Metaponto fatto da Cleonimo) 
nelle loro aspettative, protestarono (dice Diodoro) di non voler pih 
di tali soccorsi, che rubavano loro le vergini, devastavano i paesi, 
spogliavano i cittadini e mancavano alla data parola. Cosiffatta pro- 
testa diede a Cleonimo l'occasione di ricalcare la via per l'Italia nel 
301 av. G. C. ; e laddove non avesse trovate pronte a riceverlo le 
schiere romane di Emilio Paolo Console, avrebbe fatto patir grave 
danno ai Tarentini che reputava e dichiarava ribelli. 

Vista però l' impossibilità di ridurli a soggezione, temendo 
d'altra parte i Liburni o gli Istriani (gente feroce, ai cui lidi era 
stato spinto da venti girando il capo di Brindisi), cercò riparare 
invece pel momento ai paesi dei Veneti, sofTermandosi alle foci dei 
Medoaco! Quivi, ancorate le navi al porto, spedi alcuni dei suoi su 



Digitized by 



Google 



157 

piccole barche a vittovagliare, e questi, avendo dato in eccessi, ben 
meritavano e s'ebbero pronta ed energica repressione. Ma, in con- 
clusione, il fatto per sé stesso nulla ebbesi d' importante, e si limitò 
ad una semplice scorreria nell'estuario, scorreria alla quale forse 
la vanagloria paesana volle dar più importanza di quella che real- 
, mente si meritasse, coli' istituirne persino a memoria annuali nau- 
machie. 

Ora è notevole che, nel mentre il Cappelletti descrive il breve 
combattimento contro Cleonimo, dandogli tutto l'aspetto d'una im- 
portante battaglia, non sa poi spendere una parola per indicarci, né 
per argomentare (come era dovere di storico coscienzioso) qual for- 
ma di governo si avessero i Padovani nei primi secoli, né quali fos- 
sero le relazioni dei Veneti con Roma prima della guerra coi Galli. 

Se egli fosse ricorso ai molti scrittori che lo precedettero, gli 
sarebbe potuto sembrare abbastanza provato, che i Veneti primi 
fossero per lungo tempo sotto il protettorato romano, e poi che 
spontanei si sottomettessero alla dipendenza di Roma. Che se pure 
facevangli difetto le nozioni positive ed indubbie, ben n'aveva a 
sufficenza per arguire che fossero retti a forma republicana federa- 
tiva, e le opere di Strabene e di Polibio avrebbero potuto sommini- 
strargli qualche notizia. 

L'asserire invece alla pag. 17 che dopo le prime notizie d'An- 
tenore, che si hanno da sicure fonti, nessun* altra memoria ci giunse 
dei Veneti sino alla guerra che i Galìo-Senoni mossero a Roma, non 
può lodarsi di esattezza. 

Poiché, tra le altre cose taciute dall' A., noi sappiamo p. e. da 
Plinio che una fortissima immigrazione di Etruschi avvenne nella 
Venezia all'epoca della seconda irruzione dei Galli in Italia, per cui 
sarebbe già a supporsi come si introducessero in queste terre e nuo- 
vi costumi, e nuovi riti, e nuove idee; tanto più che ci rimangono i 
molti oggetti e le lapidi etrusche che qui si rinvennero col progres- 
zo del tempo. 

Tutti sanno, per l'attestazione di G. Cesare, di Livio, di Stra- 
bene, di Polibio, che dopo la seconda discesa dei Gallo-Celti in Ita- 
lia, nella sola Venezia eransi conservate l'arti, l'agricoltura er il 
commercio così da mantenerla fiorente, quantunque, per vista di si- 
curezza, astretti ne fossero gli abitanti a vivere sempre coli' armi 
alla mano, parati contro gli arditissimi Galli che li circondavano 
quasi da ogni parte. All'epoca poi della terza e più fatale discesa 
dei Gallo-Senoni in Italia, tutti sanno che i Veneti (secondo Plinio 



Digitized by 



Google 



158 

stesso assicura) ebbero a soffrire ripetutamente pericolose ed atroci 
guerre contro i Galli, massime prima del conquisto di Veio. 

Ma qual meraviglia che il Cappelletti non accenni tali cose, se 
non distingue neppure ciò che appartiene ai Padovani, da ciò che 
spetta ai Veneti ? 

Difatti, non già i Padovani, com'egli dice (pag. 18), ma i Ve- 
neti in genere, come scrivo Polibio, diedero ai Romani un'armata 
di circa ventimila soldati per entrare nel territorio dei Galli Boi 
(due secoli dopo della discesa di Brenne), quando l'Italia mostrò per 
la prima volta quale numerosa popolazione atta alle armi si avesse, 
specialmente quando s' osservi che fu raccolta dalla sola Italia non 
occupata dai Galli. 

A proposito poi della famosa diversione all' epoca della presa 
di Roma, il Cappelletti se ne sbriga in tre sole righe (pag. 17), e, 
notato che i Padovani misero in piedi un esercito di 120,000 uo- 
mini, salta di pie pari ogni critica riflessione per parlarci del fatto 
di Cleonimo. 

Importantissimo invece alla storia, con sua pace, fu quest'av- 
venimento a favore dei Romani, glorioso per la nostra nazione e 
troppo poco avvertito sinora, forse perchè (come dice il Filiasi) rap- 
porto alle antiche gesta romane noi siamo avvezzi ad abbadare più 
a Livio che ad altri, e Livio fa dipendere da Camillo la salvezza di 
Roma e punto dai Veneti. 

Il Cappelletti citò Polibio e Strabene. Ora, come è dunque che 
egli non fece caso delle nozioni nò dei ricordi di questi autori ? Per- 
chè non provò egli l'importanza dell'aiuto prestato dai Veneti ai 
Romani, come già fece il Filiasi, abbattendo il racconto liviano che 
ne attribuisce l'onore a Camillo? Perchè non fece osservare il si- 
lenzio di Strabone, di Trogo Pompeo, di Polibio sulla favolosa vit- 
toria di Camillo, e le parole invece che proverebbero la gloria dei 
nostri padri? 

In tra le tante omissioni, non va di certo dimenticata quella se 
Padova fosse o no ridotta (come la vicinissima Este) a militare co- 
lonia nel 723, e l'altra se siasi riscattata coli' oro, come Servio as- 
serisce essere avvenuto per altri municipi italiani. 

Pensi in contrario ciò che vuole l'A., ma pure sono tutte e due 
codeste questioni oltre ogni dire importanti e non sciolte ancora, 
comunque v' abbiano elucubrato e* il Pignoria, e il Polcastro, ed 
altri, quantunque abbiano cercato di scioglierle quanti dettarono 
coscienziosamente sulle cose politiche di Padova. 



Digitized by 



Google 



150 

Né si può credere che il Cappelletti abbia pretermesso di trat- 
tare siffatto tema perchè gli ripugni (come già dichiarava) parlare 
di cose non assolutamente comprovate ed assicurate alla storia. No I 
perchè in questo caso non saprei intendere davvero come, per l'epoca 
romana, abbia egli pure taciuto e della morte di Pediano nella se- 
conda guerra cartaginese ricordata da Silio Italico, e dell'invio di 
Asinio Pollione dopo la battaglia di Modena, e delle due incursioni 
dai Cimbri fatte nella Venezia, e della pretesa origine dei sette co- 
muni all'epoca di Mario, e della cacciata da Padova per popolare 
rivoluzione dei Legati d'Antonio nel 710, e della libertà accordata 
ai servi denuncianti il ricovero degli emigrati padovani, e della ve- 
nuta a questa volta e del lungo soffermarsi di Ottaviano, e del con- 
sulto chiesto all' oracolo Gerione da Tiberio, e della ribellione dei 
Veneti all'imperatore Vitellio e via via ! 1 , . . 

L'A. consacra l'intero capitolo quinto della sua Storia per par- 
larci degli antichi ediflzi di Padova. 

Ed in fatto, incomincia il Cappelletti scrivendo: Delle sue f ab* 
briche non rimasero che le muraglie dell'antico suo Anfiteatro, il 
quale serviva alle consuete lotte dei gladiatori, ed è di fianco alla 
chiesa degli Eremitani, 

Poscia, parlato del Zairo, già esistente in Prato della Valle, fi- 
nisce l'articolo citando i quattro ponti romani di S. Lorenzo, dei 
Molini, l' Altinate ed il Ponte Corbe I . . . 

V'hanno peraltro scrittori che parlano d'un secondo teatro 
(oltre il Zairo) ; v'hanno memorie irrecusabili dell'esistenza d'un 
foro, i cui ruderi vennero ritrovati scavando nei pressi della chiesa 
di S. Giobbe nel 1774, in occasione che ergevasi la nuova facciata 
di quel tempio. L'A., consultando la Guida di Padova e sua provin^ 
eia regalata ai membri del IV Congresso degli Scienziati Italiani 
(1842), poteva anche accertarsi che fu trovata in quell'epoca una 
colonna senza base e senza capitello di bel marmo bigio antico, por- 
tante il n. 6 nel suo diametro inferiore, ed ora innalzata nella 
Piazza dei Signori. 

Oltre a questa, rinvennesi un pezzo di cornice e le vestigia di 
antiche muraglie. Nel 1812, nel medesimo sito, venne dissotterrata 
una porzione di colonna di marmo scanalata, avente 92 centim. di 
diametro, pari ad altre tre trovate in antichissimo tempo. Nel 1815, 
scavandosi in Garzaria, trovaronsi ceneri, carboni e rottami di fab- 
brica, ed alla profondità di 7 m. un selciato di grandi macigni sol- 
cati da ruote di carri; finalmente nel 1819 dal Pedrocchi, facendosi 



Digitized by 



Google 



160 

eseguire altri scavi nel proprio fondo a 5 metri, rinvennersi altri duo 
frammenti di colonne scanalate simili a quelle succitate, e il plinto 
d' un' altra sulle proprie fondamenta. Posavano tutte su un lastri- 
cato di macigno ; un gradino annunciava che scendeasi in un piano 
più basso selciato pur di macigno. Si trovarono pezzi di cornicione, 
altri frammenti di colonne, un'iscrizione su marmo rosso di Verona 
a memoria d' un correttore delle Venezie, e frammiste enormi quan- 
tità di carboni e di ferro fuso, locchè indicava aver avuto luogo colà 
un vastissimo incendio. 

Ora, il genere di costruzione, la qualità della pietra, non la- 
sciano dubitare che questi fossero avanzi d' un' antica fabbrica ro- 
mana. 

La lunghezza degli intercolumni, il canaletto simile a quello 
del foro Vellejate, l'iscrizione al Correttore che non poteva aver 
luogo se non nel foro, fecero conghietturare agli eruditi che fosse 
questa la fabbrica più importante dell'antica Padova, comecché in 
essa v' andavano necessariamente comprese la Basilica, la Curia, 
l'Erario, il tempio principale, e che fosse stata edificata nel V secolo 
sotto Massimiano Erculeo. 

Ora, perchè di tal foro preesistente là dove sorge il Caffè Pe- 
drocchi, r A. non credette di fare neppure indiretto accenno? Altra 
dimenticanza si riferisce alla piccola cappella in cui radunavasi il 
collegio dei Centenari, che indubbiamente è quello citato nell'iscri- 
zione di M. Giunio Sabino ! . . . 

Ma tornando al punto da cui partimmo, cioè a dire all'Arena 
di cui il Cappelletti vede esistere ancora e sole le muraglie, si po- 
trebbe sapere e dove sono e come ei le scoperse? Mi pare di udire 
il Marchi che nella sua Guida di Padova disse visibili \ resti del 
teatro Zaire, nel fondo delle acque che contornano il recinto interno 
del Prato delle Statue o della Valle ! Peggio è quando il Cappelletti 
scrive alla pag. 21 : Ques^ edificio, a mio credere, non è ora che un 
rimasuglio di quello che dovea essere stato, per poterlosi dire Arena. 
Esso non offre se non V aspetto d^ un semplice muro, né dà indizio 
alcuno dell' antica struttura di quel genere di edifizt. 

Eppure, anche quelle poche vestigia devono riconoscersi d'ori- 
gine veramente romana e precisamente propria a quel genere di 
edifìzl. 

Il Pivati, che T A. forse non consultò mai, felicemente è riu- 
scito in un suo opuscolo ^\x\V Arena di Padova (publicato nel 1743 
con elogio ed annuenza del Muratori; a provarci come esistano pro- 



Digitized by 



Google 



161 

ve materiali e formali dell' esistenza in Padova d' una vera Arena, 
e questa giusto nelle vicinanze dell'attuai chiesa degli Eremitani. 

In fatto, quell'ovale che al Cappelletti non offre se non se l'a- 
spetto di un semplice muro, e che pel MaSei rappresentava appena 
un vasto cortile del Palazzo Scrovegni, ha 358 piedi in lunghezza, 
230 in larghezza, 815 in circonferenza, ha quindi la dimensione di 
una vera Arena, anzi d'una vastissima Arena! Quel muro, che ò dif- 
ficile, non lo nego, determinare se al primo, al secondo od al terzo 
degli ambulacri appartenga, forma l' ovale, ed è un complesso di 
32 piedi d'altezza! Di questi, 18 appartengono all'epoca romana, 
gli altri ad una a noi più vicina. 

Se il Cappelletti avesse osservato prima di scrivere, avrebbe 
visto che la parte più bassa è di tufo duro, il quale pella sua vetu- 
stà fa equivoco col macigno bianco, polito e riquadrato a scalpello. 
Per entro ad esso veggonsi tuttora alcune nicchie murate, servienti 
già a porte d' ingresso o di egresso ai gladiatori od al publico. 

Anche il cemento è degno di nota, comecché identico a quello 
commendato da Plinio nella sua Storia Naturale. A queste memorie 
materiali sono poi da aggiungersi quelle tradizionali; e le isteriche, 
tra cui la lapide al Gladiatore erettagli da Purricina sua moglie td 
illustrata dal Furlanetto. 

Relativamente all'epoca in cui venne innalzata quest'Arena, 
il Cappelletti al solito nulla dice, forse perchè havvi questione tra i 
dotti se si riferisca all'epoca di Ottaviano. Del come sia avvenuto il 
passaggio di proprietà nei Delesmanini, e non Delesmaninis, come 
in altro luogo dettò il Cappelletti; dell'acquisto fattone il 6 Febbra- 
io 1300 da Enrico Scrovegno, da cui passò ai Foscari poi ai Gradc- 
nigo, egualmente egli tace ... 

Ma dopo ciò, come potrà credere l'editore Sacchetto d'aver of- 
ferto ai Padovani una storia esatta e completa della loro città, quale 
non poteva dettare che una dotta penna già cognita per indubbie 
prove ? 

Né questo ancora è tutto quello che può osservarsi al sig. Cap- 
pelletti pel suo quinto Capitolo ! Havvi pure qualche cosa da oppor- 
re a ciò eh' egli dettava pel Zaire, teatro che il Bocchi e lo Stratico 
mostrarono come appartenesse all' epoca etrusca. 

11 sig. Cappelletti, dicendo alla pag. 22 avanzi dell* antico tea- 
tro detto il Satiro, corrottamente Zadrio o Zairo . . ., mostra di non 
ne saper proprio nulla. Io mi permetterò ricordargli che la voce 
Zairo non può essere derivata da Satiro, sapendo dal Ducangc cho 

n 



Digitized by 



Google 



162 

le voci Zairum, Zadrum, Zatrum, Saórum, souo tutte della bassa 
latinità, e sinonimi e corruzione della parola greca Tkeatron, nel 
mentre la voce Satirum avrebbe anche in latino del Medio Evo un 
significato del tutto diverso. 

Saranno queste sul nome di Zaire forse inconcludenti conghiet- 
ture, come le dice il sig. Cappelletti (pag. 22), per cui anzi s' astie- 
ne per brevità dal parlarne; ma se ne ha un'altra delle osservazioni 
che io spererei potesse dirsi una ulteriore conghiettura. Essa rile- 
vasi dal Diploma dì donazione fatta dall'imperatore Arrigo III al 
vescovo Milone nel 1090 d. G. C. In esso si legge: « Concedimus. . . 
arénam quoque cum Satiro, cum famulis et famulabus cum planetis 
et destrictis etc. et vias pnblicas cum ripaticis et telloneis, casas 
etiam cum massericis, pratis etc. ... ». Il Satiro altro non era che 
un guardiano, un custode dell'Arena. Infatti, nel Glossario del Da- 
cange, alla voce di Satirum è rapportata una carta di Ponzio di To- 
losa del 936, nella quale pure si legge un passo quasi simile al so- 
vraindicato, cioè : « Dono . . . tibi et tallias et omnes actos ... et 
iustitias et omnes Satiros et leudas et venationes etc. ... ». Final- 
mente quello Stratico stesso, che il Cappelletti accenna al solito 
senza aver letto, è d' opinione che il vocabolo Satiro altro nei bassi 
tempi non indicasse che villano, cultore di terra; quindi la parola 
Arenam cum Satiro, di cui scrive Arrigo, altro non indicherebbe 
che V Arena col Custode. 

Ora, quando uno storico confonde un villano con un teatro, ini 
pare che s'abbia tutto il diritto di dirgli: imparate la storia prima 
di scriverla! 

Il culto pagano e la divinità dei Padovani costituiscono il sog- 
getto del Capitolo VI del Libro I della Storia di Padova del signor 
Cappelletti. 

Ma anche in questo disgraziatamente l' A. ripete gli errori da 
noi confutati relativamente a Tito Livio, sacerdote al tempio della 
Concordia; non parlò di quanto realmente poteva interessare alla 
storia, e commise altri errori che è giocoforza correggere, per- 
chè non vengano radicati nel popolo dalla presunta autorità della 
storia. 

Leggendo il titolo di Culto pagano e Divinità padovane, sem- 
brerebbe che il Cappelletti avesse voluto farne un po' di storia re- 
ligiosa, ed accennare al culto che a vicenda portarono in queste 
terre gli Eneti, gli Euganei, gli Etruschi, i Romani. Sarebbe a sup- 
porsi, dal titolo, eh' egli volesse parlarci anzitutto delle favole che 



Digitized by 



Google 



1G3 

Tantichità disse svolte nei nostri paesi. Parrebbe volesse descrivere 
i costumi, parlare delle opinioni, delle idee religiose dei nostri avi; 
citarne qualche celebre nome o di aruspice o d' augure o di sacer- 
dote; discutere sugli antichi giuochi Isellastici, sugli spettacoli sa- 
cri, sulle sacre corse come sui sacrifìci a Padova compiuti ; rappor- 
tando, illustrandole, le principali iscrizioni, le lapidi, i monumenti 
religiosi trovati in Padova o nei contorni, e infine indicarci preci- 
samente, presso a poco, in quale epoca e per quali motivi avessero 
qui avuto culto queste o quelle divinità . . . Nulla di tutto ciò. 

Il Cappelletti tratta la storia del culto pagano in Padova di- 
cendo: 1. esistono a Padova iscrizioni in onore di più Dei o Dee, 
cioè di Giunone, Concordia ecc. (e fatalmente non è felice nem- 
meno nella lor citazione) ; 2. v'erano Sacerdotesse e Sacerdoti, ed 
uno tra questi fu lo storico Tito Livio ; 3. Giunone nel culto pata- 
vino aveva, a suo senno, la procedenza, perchè se ne trova in Livio 
commemorato il tempio vecchio ; 4. il tempio della Concordia esi- 
steva a S. Giustina; 5. Padova doveva avere la euavia Saera, se 
Tertulliana in una lapide /« deUa Sacerdotessa delle Dee; 6. ad Aba- 
no ebbero tempio Esculapio e Gerione, consultati dagli Imperatori 
di Roma (senza indicarli) ; 7. tra gli Auguri fu celebre Caio Cornelio, 
i cui vaticini furono pienamente verificati a Farsaglia ! E questo ò 
tutto che abbia riferimento o che meriti d'esser noto del culto pa- 
gano in Padova e delle divinità die vi si adoravano. 

Dopo tutto quello che dissi relativamente al sacerdote Tito Li- 
vio ed al tempio della Dea Concordia, io non ispenderò un' ulteriore 
parola a riconfutare gli errori del Cappelletti ; ma non posso pas- 
sargli buoni quegli altri errori che incontriamo in questo Capitolo, 
ov'egli dice che esistono iscrizioni in onore di Giunone, Venere, 
Iside, Cerere, Cibele, Proserpina, Fortuna, Giano, Mercurio, Bacco, 
Plutone, Penati, Concordia, Vesta, Domitilla. 

In quanto a Vesta, per credere che essa in Padova avesse culto, 
bisognerebbe provare che vera fosse V unica iscrizione che in qual- 
che modo l'accenna, e fu dal Polcastro illustrata, quella cioè di 
Serviliae virg. Il Furlanetto, autore competentissimo in questa ma- 
teria, riportando tale iscrizione al n. 137. dubita nient' altro che 
non sia neppnr genuina la lapide ! 

Per i Penati, non si può dedurre che avessero culto altro che 
da un'unica iscrizione, Diis Penatibus, alta m. 1.00, larga cent. 49, 
posta in una casa all'angolo delle Beccherie Vecchie. Ma oltre che 
esser l' unica memoria dei Penati in Padova, essa è giudicata spuria 



Digitized by 



Google 



1(J4 

da MaflFei, da Orelli ecc. non solo, ma lo Scardcone, V Orsato, il Fi- 
liasi, il Salomoni attestano che fu trovata in Abano ! 

Io non nego che i Penati potessero aver avuto culto in Padova, 
come lo ebbero ad Abano e come in genere l' avevano per tutta V I- 
talia, a quanto almeno scrive Virgilio (Lib. Ili deìVFneide), ma ne- 
go che si possa asserirlo in via assoluta, appoggiandosi solo ad una 
iscrizione che è giudicata apocrifa dagli intelligenti, e che per di 
più non fu trovata nella città, ma distante 11 kil. e pib. Il Furia- 
netto indica come Deità venerate in Padova dubitativamente Vesta 
ed i Penati, sicuramente poi Giunone, Concordia, Gerione, Iside ed 
Esculapio. 

Ora, dove e com' è provato per V A. che in Padova avessero 
culto anche Venere, Cerere, Cibele, Proserpina, Fortuna, Giano, 
Bacco, Mercurio, Plutone e Domitilla? Perchè forse esistono alcune 
lapidi a queste divinità consacrate e riportateci ed illustrate dall'Or- 
sato e dal Salomoni? Non è questa una buona ragione. Se fosse così, 
si sarebbero potute aggiungere e la Dea Bona, e Diana, e Arpocrate, 
e Marte, e Minerva, e le Parche, e Priapo, e Sileno, e Silvano, e Lieo, 
e Vulcano ecc., comecché di tutti costoro o sonvi tuttavia, od esi- 
stettero in Padova lapidi ed iscrizioni commentate specialmente 
dal Furlanetto alle pagine 18, 25, 39, 40, 51, 117, 316, 380, 424 
e 462. 

A norma dell' A. devo dirgli però che una sola lapide esiste a 
Padova, la quale ci ricordi Venere Vittrice innalzata da certa Mi- 
nucia, ma, secondo il Grutero (pag. 60, n. 2) ed altri, è lapide tolta 
ad Aquileia e che nulla ha da fare con Padova. 

Di Cerere tanto sonvene due, ma una, quella cioè: Genio dom- 
narum Cereri JT. Poàlicius crescens etc, appartiene alla Dalmazia, e 
precisamente a Zara, dove fu trovata, dove esisteva la gente Pobli- 
cia, e da dove fu trasportata in Padova dai Ramusi nel XVII secolo. 

L'altra, Impune Une Cererum (riportata dall'Orsato nei Monu- 
menti Patavini)^ ò giudicata apocrifa anche da lui, oltre che dal 
Furlanetto. Ciò posto, ne consegue che monumenti né marmorei, né 
laterizi, sotto forma di epigrafi o di sculture, non provano al certo 
esservi stato a Padova in altri giorni, come P A. assicura, un culto 
alla Dea Cerere ! 

Lo stesso dicasi di Proserpina : imperocché la lapide riportataci 
dal Furlanetto al n. 318 tra le sepolcrali, e nella quale si nomina 
questa Dea in uno a Plutone per renderli tutti e due propizi alla 
defunta, è lapide che P Apiani stesso disse: Ravennae nuper reperta; 



Digitized by 



Google 



165 

ò lapide che fu trasferita a Padova nel 1400, e che nel 1509 fu por- 
tata in Germania e ch'oggi pare siasi smarrita! 1 

Per la Dea Fortuna esistono, è vero, lapidi in Padova ; ma quel- 
la che fu trovata ad AJtichiero nella villa Quiriniana, unica che po- 
trebbe dirsi padovana, è invece della Pannonia Superiore; un'altra ci 
ricorda un Publio Opsidio Rufo, straniero a Padova come alle vicine 
città; una terza appartiene ad Este, una quarta a Rovigo. A Pado- 
va dunque neppur una ! 

Di Giano trovavasi in Padova una lapide rapportata dal Ra- 
ujusio, dal Grutero; ma anche questa, prima di tutto è giudicata 
spuria dagli intelligenti, secondo si trovò ad Este, terzo avrebbe 
appartenuto a Salona e non a Padova, come provò il Furlanetto, ri- 
spondendo al co. Poicastro il quale, appoggiandosi alla sola autori- 
tà di questa lapide, cercò stabilire che in Padova fessevi un tempio 
dedicato a Giano. 

Nò di Bacco, né di Cibele esistono od hanno esistito, come ri- 
tiene ed assevera il Cappelletti, iscrizioni lapidarie in Padova. 

Che se di Mercurio e di Plutone se ne contano due, fatalmente 
quella: Plutonis sacrum munus etc. fu trovata in Este nel 1500; 
l'altra a Mercurio pare sia lapide vicentina, parlandovisi della gente 
Laberia che a Padova mai esistette l ! 1 

Veda dunque l'À. quanto sia mal basata la sua induzione! Non 
merita poi confutazione l' opinione espressa a pag. 24, cJie Padova 
avesse cioè come Roma la sua via Sacra, ove sorgessero % templi delle 
varie divinità ivi onorate, o che /orse Roma, posteriore d'origine, ne 
avesse avuto l' esempio da Padova ; e ciò per la semplice circostanza 
che Lusia Tertullina dicesi in una lapide Sacerdotessa delle Dee, le 
quali, seguendo il Pignoria, ritiene che fossero Cibele, Cerere, Pro- 
serpina. Disgraziatamente, il bell'edifìcio della via Sacra padovana 
cade come un castello di carta, ove si ricordi che nò di Cibele, nò 
di Proserpina, nò di Cerere esistettero mai in Padova lapidi partico- 
lari, e che la sovraccitata iscrizione per Usia (e non Lusia) Tertullina 
appartiene a Trieste, come provò vittoriosamente il co. Gian Rinal- 
do Carli (Antichità italiche, P. Ili), da cui sappiamo che nel XVI 
secolo fu trasportata in Padova da uno della famiglia Cavino, dal 
quale passò ai Bassani e da questi al Museo di Padova. 

Egli è poi veramente degno di nota, che mentre il povero Cap- 
pelletti affaticasi per darci come venerati e culti a Padova Dei e Dee 
sconosciuti, non ricordi invece nò il culto prestato a Diomede, nò il 
perchè d' esso, nò la celebrità di Gerione venerato in Abano, e da 



Digitized by 



Google 



16G 

cui ottennero responsi gli imperatori romani Claudio, Tiberio ed Au- 
reliano; nulla del culto ch'ebbe realmente in Padova il divinizzato 
imperatore Augusto! E si che per quest'ultimo furonvi lapidi e 
tempio non solo, ma collegio di Sacerdoti in città; ma simulacri e 
tempio pur nella vicinissima Este, sia per adulare la famiglia allora 
regnante, sia per V ambizione dei Padovani di pareggiare la metro- 
poli dell' Impero. 

In quanto ai luoghi dove esistevano i templi, il nostro Autore 
non è punto più esatto, indicandoci che quello della Concordia fu 
innalzato da Antenore e che esisteva dove or sorge la chiesa di Santa 
Giustina; che quel di Apollo (pag. 40) s'innalzava dov'oggi è la 
chiesa di S. Sofia ; che del luogo ove fosse il tempio di Giunone non 
esistono indizi e via via. Tutte inesattezze, perchè è pili che prova- 
to dalle tante cose sino a qui dette che il tempio della Dea Concor- 
dia, essendo posto in oppiai medio, non potea essere in altra parte 
che verso S. Pietro, e quello di Giunone a S. Sofia. È chiaro che 
Antenore 'anche se fosse provata la sua venuta in Italia) non avreb- 
be mai potuto edificare un tempio alla Dea Concordia, non foss' altro 
per la ragione che il nome latino di Concordia neppur esisteva, e 
che se con altra voce si fosse voluta indicare l'idea della Concordia, 
non era vi però certamente un culto a questo ente morale deificato 
da Lepido Emilio, come si ha dagli scritti di Velleio Patercolo al 
Lib. II, Cap. 76. 

È graziosissimo poi il fatto, che nel mentre in questa storia 
si citano come esistenti nell'epoca romana sacerdozi che non v' era- 
no, divinità che non mai ebbero culto, si dimentichi di annotare il 
Collegio dei sei Pontefici, tra i quali una lapide trovata fuori di 
Porta S. Croce ne ricorda appunto Q. Camerio Q./. Culleoni. Egual- 
mente viene dimenticato il Collegio dei dieci Auguri, quantunque la 
sua esistenza, non foss' altro, comprovisi coli' iscrizione di Sesto 
Pompeo recataci dal Grutero (pag. 455), e che fu trovata nel 1562 
a Carrara, villa poco distante da Padova ! . . . 

Parmi che Tito Livio sia nome tale (non solo pei Padovani, ma 
per tutti i cittadini d'Italia) ch'avrebbe dovuto trovar largo posto 
nella storia generale della penisola, e massimamente poi in quella 
parziale di Padova. 

Eppure il sig. Cappelletti se ne sbriga con otto righe, dimen- 
tico d'aver intitolato il Capitolo VII: Dello storico Tito Livio, Il 
nacque, visse, morì costituisce la sua biografia. Ed invero, quel che 
ne dice V A. si riduce a questo : d Lo scrittore pili antico di cui Pa- 



Digitized by 



Google 



167 

dova si gloria fu Tito Livio, vissuto lungameute in Roma, caro agli 
imperatori Augusto e Tiberio. Non parlo della celebrità della storia 
perchè nota a tutti. Certo è che Padova non ebbe rivali in questa 
sua gloria se non Verona e Mantova. Morì Tito Livio il 17 d. G. C, 
ebbe sepoltura presso il tempio della Concordia di cui era sacerdote 
(sic). Nel 1413 fu trovata una cassa con entro ossa che furono cre- 
dute di lui . . . Si progettò un mausoleo ... ma non fu eseguito . . . 
Furono trasferite le ossa sovra la porta occidentale del palazzo della 
Ragione, e di qua nel 1547 passarono a più decente riposo nelP in- 
terno del palazzo ». E basta! 

Ma con ciò, di Tito Livio parmi che siasi detto troppo poco in 
una Storia di Padova. Si poteva, a mio credere, stabilire l' anno ed 
il paese in cui nacque, comecché se Weissenborn accenna V anno 
60 av. G. C, altri indica invece il 59. Se presso che tutti dicono 
Tito Livio nato nella città di Padova, havvi chi, dietro un passo di 
Marziale (Epig., I, 62) che suona: Ce-nsetur Afona litio suo tellus, 
lo vogliono invece nativo di Abano e chi di Teolo. Inutile quindi 
non sarebbe stato per uno storico sviscerare una tale questione, e 
provarne l' errore. Come che poco o nulla si conosca della sua ori- 
gine, così il citare quei passi delle opere di Tito Livio in cui mo- 
strasi favorevole agli Ottimati, disgustato della corruzione romana 
ed amico come tutti i Veneti allora di Pompeo e non di Cesare, 
avrebbe potuto darci un poco di luce sull'argomento. E perchè la 
esposizione non facesse difetto alF intitolazione del capitolo, parmi 
egualmente che fuor di luogo non sarebbe stato punto il parlare 
delle suo personali relazioni, e con Claudio imperatore di cui fu mae- 
stro e eh' egli esortava a dettare T istoria di Roma, secondo che 
scrisse Svetonio nella vita di Claudio, e con Augusto imperatore, di 
cui erasi pur attirata l'attenzione, e con Seneca che nella XVI Epi- 
stola ne lo ricorda siccome filosofo valente quanto fu Cicerone, e con 
Ovidio, Mecenate, Orazio e Virgilio. Poteva parlarci della sua di- 
mora a Napoli ; ricordarci almeno per sommi capi gli elogi che di 
Tito Livio scrissero e Seneca, e Quintiliano, e Plinio il iuniore, e 
Strabene. Anche in una semplice nota poteva dare un cenno dei 
tanti biografi italiani e stranieri, non foss'altro per dimostrare sem- 
pre più l' importanza storica di questo grande, il cui solo nome è 
bastante ad eternare la gloria d'un intero paese. 

Siccome poi T A. è dall'Editore proclamato per una dotta pen- 
na notissima nei fasti della republica letteraria, così egli poteva be- 
nissimo esprimere il proprio avviso sulle opere storiche di Tito Li- 



Digitized by 



Google 



1C8 

vio, giudicandole in relazione alle condizioni della coltura della 
età 8ua. 

Opera inutile non era parimenti lo stabilire (sia pure approssi- 
mativamente) r epoca in cui Tito Livio abbandonava la patria per 
ridursi a Roma, dove cominciava F impresa arditissima della sua sto- 
ria da Romolo ad Augusto, e dei cui 142 libri fatalmente oggi non se 
ne conoscono che 35. In tale proposito anzi, perchè lo storico Cappel- 
letti non accennava al fatto di quello spagnuolo venuto espressa- 
mente in Italia solo per vederlo in volto e ripartirsene tosto? Perchè 
non accennò egli alle critiche acerbe fattegli da Asinio Pollione, e per 
le quali poco mancò che Caligola non togliesse da ogni biblioteca le 
copie della sua storia? Perchè, sullo stesso argomento, non dettò egli 
manco una parola a ricordare le spese, le premure di tutta l'Europa 
civilizzata per rinvenire i perduti suoi libri? Perchè tacere della 
severità dei costumi, della politica sua indipendenza, della modestia 
tanto encomiata da Macrobio, da Marziale, da Plinio? Perchè non 
dir verbo della sua famiglia? Invece di tutto questo, l' A. ribadisce 
una terza volta l'errore imperdonabile che Livio sia stato sacer- 
dote della Dea Concordia. 

Fornita cos^ bellamente la biografia di Tito Livio, riassumiamo 
la storia (dice, e senza punto riassumere conseguita) e senza timore 
di errare mi sembra di poter asserire che non una, ma fik volte 
r imperatore Augusto venisse a Padova; e sapete perchè? perchè 
Svetonio assicura che spesso ei visitava le 28 colonie da lui per 
l'Italia disperse e le adornava di ragguardevoli privilegi. Secondo 
il Cappelletti, i ragguardevoli privilegi ottenuti da Padova per Au- 
gusto erano principalmente quelli di aversi i Decurioni ed i Duum- 
viri, dei quali parlano gli antichi marmi. 

Ecco un altro errore imperdonabile a chi pretende di scrivere 
la Storia di Padova! Prima di tutto, il compimento della cittadinan- 
za romana non fu concesso ai Veneti nel 768 di Roma, ma sebbene 
nel principio dell' 800, come Tacito stesso, negli Annali al Lib. XI, 
ne avverte. Il buon Cappelletti ricorderà che Claudio imperatore 
sorse a perorare a favore dei Veneti, allorché si volevano negar loro 
i supremi onori della cittadinanza romana. D'altronde, se egli è na- 
turale che Padova non appena divenuta municipio abbia cominciato 
ad eleggersi i suoi magistrati, è pur sicuro ch'essa non ebbe che: 
1. i Quattuorviri con potestà giudiziaria; 2. i Quattuorviri con po- 
testà edilizia ; 3. il Praefectus fabrum che presiedeva all'arti fab- 
brili, carica di cui furono insigniti e Tito Muzio e Manio Alennio 



Digitized by 



Google 



169 

Cassio, ambidue cittadini di Padova; 4. i facenti funzione di Quat- 
tuorviri, detti Prarfecti juri dicendo, i qoali, come accertava il 
card, de Noris, erano in sostituzione dei Quattuorviri giudiziari, 
quando fer contestationes candidatorum non potcvasi procedere alla 
nomina dei primi; 5. ultima carica istituita fu quella dei Decuriones 
ch'erano in numero di 200. Aggiungasi che le lapidi trovate in 
Padova ed alludenti ai Quatuorviri Juri dicendo, sono tutte poste- 
riori ad Augusto, e che i Duumviri a Padova non esistettero mai. 
Difatti, nessuna lapide padovana ci rammenta i Duumviri. Quelle 
di Giulio Stratore e di certo Euticchio, Duumviri, appartengono, la 
prima alla Pannonia, la seconda a Roma. 

In tale proposito, e' insegna il Furlanetto come, trovando lapidi 
in Padova nelle quali si parli dei Duumviri, devono tutte reputarsi 
o vicentine, o veronesi, o istriane, o dalmatine, ma non mai pado- 
vane; esse (aggiunge) vennero tutte recate a Padova dai veneti ma- 
gistrati reduci dall'Istria o dalla Dalmazia durante il XI V secolo ; 
allo scopo di abbellire le tante lor ville od arricchire i patri musei. 

Neppure il breve Capitolo Vili, destinato a parlare di Peto 
Trasea, non va esente da errori. 

Di colui che, per attestazione concorde dei contemporanei scrit- 
tori, era a dirsi il pivi virtuoso uomo che l'Italia e l'impero a quei 
dì conoscessero, altro non dice l'A. se non che fu perseguitato a mor- 
te per le singolari sue virtù da Nerone. Copiando litteralmente uno 
squarcio dell' informazione storica di Padova del Gennari, publicata 
a Bassano nel 1796, alla pag, 23 e seg., senza rilevarli, ne copia gli 
stessi errori, e finisce col citarne quattro o sei nomi d'altri pado- 
vani illustri, tra cui mette anche il Corellio e la Sabina, quantunque 
estensi e non patavini ! 

Peto Trasea era marito ad Arria, figlia di quel Cecina Peto 
e di queir Arria che, pronunciando il famoso Pete non dolet, suici- 
davasi col marito sotto il regno di Claudio. Fu egli in patria sacer- 
dote quindecimtirale, fu console a Roma, fu proconsole in Asia, 
fu senatore sotto il I. Impero. Accusato prima dal liberto Arato e 
poscia da Cossuziano uomo rotto ad ogni vizio, fu condannato alla 
pena capitale dal vile Senato, e scelse per genere di sua morte la 
resezione delle vene. 

La moglie e la figlia Fannia furono più tardi esiliate, solo per 
aver offerto nozioni a Senecione onde dettasse la vita di Trasea. Il 
figlio di Fannia con Senecione furono pur dannati a morte. Ora di 
tutto ciò, come delle famose parole pronunciate prima di morire da 



Digitized by 



Google 



170 

Trasea, degli atti d'indipendenza, di giustizia, di onore, di virtù del 
sommo padovano, nulla ci disse al solito il nostro Autore. Egli co- 
pia invece dal Gennari V errore che Peto Trasea avesse cantato in 
abito tragico nei giuochi del Cesto instituiti da Antenore. 

Antenore, o meglio chi per esso, instituì, a quanto dicesi, i 
giuochi Iselastici, non quelli gladiatori del Cesto, che nulla aveano 
a che fare, io crederei, né col canto, né col suono, né colla declama- 
zione, che invece nei ludi Iselastici principalmente aveano luogo. 

Tali giuochi (se P A. non lo sapesse) erano consacrati agli Dei 
ed erano perciò chiamati sacri, e celebra vansi fuori delle mura con 
sfide di canto, di suoni, di versi. V'erano, ma come complemento, 
anche le corse dei cocchi e le equestri, per le quali si spendevano 
enormi somme. Finalmente, con sceniche rappresentazioni accenna- 
vasi alle avventure degli Dei ed eroi ; e siccome la religione ne au- 
tenticava l' uso, cosi Peto Trasea, senza oflFendere la propria digni- 
tà, poteva prestarsi benissimo per ispirito religioso ai ludi Iselastici, 
ma non mai a quelli del Cesto. 
fConiinuaJ 

G. dott. Pasqualioo-Sacchi. 

G-eschicktstaòellen. Uebersieht der polUiseAen und cultur-g^schichte 
von Friedrich Kurts. Leipzig, 1875, Weigel. 

Federico Kurts, l'autore ììqWk Mitologia uaivenale, ripublicò, 
migliorandole, le sue Tavole storiche, già edite nel 1860. Sono 27 Ta- 
vole consacrate parte allo specchio sincronistico della storia di tutte 
le nazioni, e parte a molte genealogie riguardanti sì la storia anti- 
ca che la media e la moderna. Cinque Tavole sincronistiche, oltre 
ad una genealogica, spettano alla storia antica, alle quali segue 
(Tav. 7) un quadro della storia delle invasioni dei popoli, dove la 
storia di Roma, dai piU antichi tempi sino alla metà del secolo VI, 
è posta in raffronto con quella degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, Sve- 
vi. Vandali ecc. Le Tavole 8-12 spettano alla storia medioevale, e 
a queste segue una Tavola genealogica (Tav. 13). Le Tavole 14 21 
comprendono la storia moderna e sono illustrate da cinque Tavole 
genealogiche (Tav. 23-27). La Tavola 22 è uno specchio sincroni- 
stico della intera storia mondiale, e serve a dar luce a tutta l'opera 
e a facilitare le ricerche. Notiamo con piacere che in queste Tavole 
abbondano le notizie sulla storia della coltura e della letteratura, 
argomenti pur troppo talvolta quasi dimenticati nei compendi di 



Digitized by 



Google 



171 
storia. Notizie sulle cose nostre non mancano : anzi le Tavole 26 e 
27 danno anche le genealogie dei Visconti e di Casa Savoia ; tutta- 
via un italiano non può restare sempre contento di un libro scritto 
pei tedeschi, e desidererebbe di non vedere omessi alcuni nomi, 
specialmente nella storia della coltura e della letteratura. Lavori di 
questo genere, condotti con tanta chiarezza, non possono essere di- 
retti soltanto « far Schulen und den Selbstunterricht », come dice 
modestamente l'Autore, ma sono di valido aiuto a quanti si interes- 
sano di studi storici. 

C. Cipolla 

Storia della Bepuòlica di Firenze di Gino Capponi. Firenze, i875. 
Barbèra, 2 voi. 

Scrivo poche linee non per parlare di un'opera di tanta impor- 
tanza, e della quale la Direzione deW Archivio si occuperà diffusa- 
mente in uno dei prossimi fascicoli, ma solo per non ritardarne 
r annuncio ai nostri lettori. 

« Una gentile francese, madama Ortensia Allart . . . ., mandò 
alle stampe nel 1843 un ristretto della storia della Republica Fio- 
rentina, che per molti rispetti è il migliore di quanti se ne abbiano 
tentati sin qui. Di questo libro il signor Alessandro Carraresi negli 
anni seguenti aveva compito una traduzione: ma in esso alcune 
cose erano di troppo per noi Italiani, altre non bastavano. Mi posi 
a farvi cosi a mente alcune note, poi a ristringere alcuni brani del 
testo, altri ad allargare : cosi a poco a poco mi trovai con tutto il 
pensiero dentro alla storia di Firenze ». Ecco, colle modeste parole 
dell'illustre scrittore, il venerando march, comm. Gino Capponi, 
l'origine di un'opera che gli costò trent'anni di studi, in mezzo a 
gravissime difficoltà morali e fisiche. — La storia va dall'origine 
di Firenze sino al 1532, chiudendosi col memorabile assedio dove la 
Republica ha fine per dar luogo al Principato; succinta nei pri- 
mordi della città, prende sempre pib larghe proporzioni comincian- 
do dalle prime lotte cittadine tra i Buondelmonti e gli liberti, sul- 
r esordire del secolo XIII. Essa, meglio che una raccolta di ricerche 
minuziose, è lo specchio della vita di una grande città per lungo 
volgere di secoli, di quella Firenze la cui storia, a detta del Macchia- 
velli, è tra tutte la più feconda di ammaestramenti. Ad ogni pagina 
si vede lo scrittore che ha raccolto molto e meditato moltissimo; la 
quale profondità di pensiero si rivela specialmente nella assennatezza 



Digitized by 



Google 



172 

dei giudizi e nel modo franco, sicuro con cui tratteggia i caratteri 

dei vari personaggi. 

Questa storia è destinata a far molto parlare di sé in Italia e 
fuori anche per un'altra ragione. Adesso che si agita tanto viva- 
mente la questione dell'autenticità delle cronache dello Spinelli, dei 
Malespini e del Compagni, non può restare dimenticata la opinione 
autorevole del Capponi, il quale cita con fiducia le tre Cronache e 
consacra due lunghe note, in fine ai due volumi, per difendere l'au- 
tenticità delle due ultime. Queste parole siano dette senza entrare 
nel merito della questione. 

La semplicità e la eleganza dello stile sono pregi che vogliono 
essere particolarmente notati. Di molto valore sono le numerose Ap- 
pendici che contengono sia monografie, sia interessanti documenti, 
molti dei quali inediti. 

C. Cipolla. 

Viaggi di Domenico Trevisan, ambasciatore veneto al Gran Sultano 
del Cairo nell'anno 1512, descritti da Zaccaria Pagani di 
Belluno, Per nozze Miari-Buzzati. — Venezia, tip. Antonelli, 
1875, in 8.0, di pag. XIl-62. 

Ogni provincia nostra, per piccola che sia, conta più d' un 
illustre rappresentante delle scienze storiche ed archeologiche. Bel- 
luno riconosce nel cav. Augusto Buzzati, r. consigliere d'appello 
in Venezia, uno dei piii intelligenti cultori di siflFatti studi geniali. 
Era giusto che, in occasione di una festa di famiglia, si togliesse 
dalla collezione Piloni a Casteldardo, ora trasportata a Venezia, 
questo viaggio di Domenico Trevisan, scrittura inedita di Zaccaria 
Pagani bellunese. Il Trevisan, diplomatico illustre, fu ambasciatore 
anche a Roma e in Turchia, e morì nel 1535; del Pagani non si sa 
quando morisse, ma, recatosi a Venezia, fu tenuto in buon conto. 
La publicazione di questo viaggio è dovuta alle cure del comm. 
Nicolò Barozzi e del co. Girolamo Soranzo. 

L' ambasceria del Trevisan ebbe a scopo di calmare le ire 
del Soldano del Cairo, il quale stimava che Venezia conducesse 
segrete brighe coi Persiani. Nel 22 Gennaio 1512 partì dalle la- 
gune l' ambasciatore, con seguito di venti persone, sopra una ga- 
lera bastarda, ossia maggiore delle galere sottili, essendo lunga 
150 piedi veneti. Giunsero al Cairo il 7 Maggio, dopo essersi fer- 
mati in qualche porto a causa del tempo, 12 giorni nell'isola di 



Digitized by 



Google 



173 

Candia eli in Alessandria. Dappertutto il Pagani fa osservazioni mi- 
nute e curiose, e confronta i paesi e i luoghi che incontra con quelli 
della dominante o della terraferma veneta. Corfìi « ha popolo assai 
e massime ebrei, universalmente tutti poveri ». A Candia si vedono 
ancora gli effetti del terremoto del 29 Marzo 1508, « che ben si po^ 
trebbe assomigliare alla ruina di Roma»: tutta l'isola produce cento- 
mila botti di vino. Ad Alessandria si tagliavano già i foraggi ma- 
turi ; e quivi V ambasciatore fu accolto nei fondachi veneziani, e si 
leggeva per la via : . ITaee dies quam fedi Daminus, exultemus et 
laeiemuT in ea, Btnedictus qui venit in nomine Domini. 11 Pagani 
riferisce molte tradizioni di questa città. 

Ricchi furono i doni offerti dalla Republica alP ammiraglio di 
Alessandria, ma principeschi quelli presentati dal Pagani e da un 
turcimanno veronese al Sultano del Cairo: 100 vesti tra d'oro e 
velluto e raso e damaschino e panno, 120 pelli di zibellino, 4500 di 
varidossi, 400 di ermellino e 50 pezze di formaggio da lire venete 
80. Alla Sultana e agli altri della corte 31 veste, tele e velluti in 
braccia, e 18 pezze di formaggio. Interessante è la descrizione del 
cerimoniale e delle stanze diverse per le udienze solenni, che furono 
otto. Il sultano, di nome Campon el Gauri, fu giudicato dall' amba- 
sciatore per « uomo grave e maturo, e non giovane, perchè hanno il 
cervello sopra la berretta ». Il Trevisan vide il console di Damasco, 
Pietro Zeno, prigione del Sultano, sotto la imputazione di aver avu- 
te pratiche col Sofì di Persia ; e vide inoltre le due separate amba- 
scerie dello stesso Sofì e del Re dei Giorgiani. Nel Cairo è « la mag- 
gior parte tutta canaglia, e persone senz' alcun costume » ; supersti- 
zione religiosa, usi singolari, prodotti a dovizia. « Sono alcuni matti 
in questa terra, i quali sono addimandati i loro santi, e vanno per la 
città nudi come nascono dal corpo della loro madre, e pigliano il 
mangiare per uso loro nelle botteghe che alcuno non li disdice, ma 
sono riguardati grandemente da tutto il popolo » . L' ambasceria fé' 
ritorno per Cipro, Rodi e Candia, durando nel viaggio e nelle soste 
lunghe e frequenti dal 2 Agosto al 23 Ottobre. Insomma questo li- 
bretto è un vero boccon ghiotto per gli amatori dei costumi e delle 
patrie memorie. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 



Digitized by 



Google 



174 



La eommlssioHe del doge Michele Steno al Podestà e Capitano di 
Belluno, Per nozze Mrari-Buzzati. — Venezia, tip. del Com- 
mercio di Marco Visentini, 1875, in 8.® di pag. 26. 

Il direttore di questo periodico, per piacere a un amico suo e 
della famiglia Suzzati, nella miniera dell' Archivio dei Frari trovò 
quattordici registri di Commissioni ducali. Sette di questi registri 
contengono le piU antiche ai Rettori delle terre del Dogado e delle 
Provincie; uno dà in compendio quelle del cinquecento; negli altri 
sei si trovano commissioni a particolari persone. Questa che si pu- 
blica è inedita, scritta in latino intorno al 1401, e fu la prima per 
Belluno : il Podestà e Capitano rimaneva in carica un anno, e aveva 
per sé e il suo seguito trecentocinquanta lire di piccoli il mese. La 
Commissione è preceduta da una nota del Fulin e dall' indice di tut- 
te le 74 contenute nei sette primi registri ; ed è proprio vero che sa- 
rebbe opera utile ricavarne la importante e curiosa sostanza, o pu- 
blicarle ordinatamente mano mano che se ne presentasse l' occasio- 
ne. Il desiderio che le publicazioni per nozze avessero una certa 
mira fu manifestato altre volte dal Fulin, che si duole bensì di avere 
parlato al deserto, ma soggiunge che a disperare c'è tempo. 

G. 0. B. 

Tre lettere di Michele Miari ambasciatore della città di Belluno a 
Costanza. Per nozze Miari-Buzzati. — Belluno, tip. Deliberati, 
1875, in %:\ di pag. 12. 

Belluno e Feltre, con esempio non insolito nelle storie, erano 
state cedute al conte di Gorizia dall'imperatore Sigismondo, il 23 
Giugno 1413, in compenso di un credito di sedicìmila fiorini d'oro. 
Le città protestarono contro la vendita indegna e i mali trattamen- 
ti usati loro da Gaspare Kuchmeister, luogotenente del conte, e pro- 
testarono ancora contro la tirannide e le ruberie di Ulrico Scala, vi- 
cario imperiale, che Sigismondo aveva mandato alle due città in 
veste di paciere. Inviati all' Imperatore, che doveva ritornare al con- 
cilio di Costanza verso il chiudersi dell'anno 1416, furono, per 
Feltre, il Della Porta e il Goslini ; per Belluno, Ippolito Doglioni e 
il nostro Michele Miari. Si venne a capo di far cessare la signoria 
del conte, ma, quanto alle estorsioni del vicario, non ne fu nulla ; 
finché, per dimezzare la spesa, furono richiamati il Goslini e il Do- 



Digitized by 



Google 



175 

glioni. Nel libro delle Provvigioni della città di Belluno si leggono 
le tre lettere del Miari, 18 Agosto, 31 Ottobre 1417 e 3 Febbraio 
1418. À correggere i molti guasti della prima lettera valse, fin che 
potè, l'opera illuminata del prof. Francesco Pell^rini. 

G. 0. B. 

Bellotti-Bon, Una lamentevole storia. Torino, 1875, Som, pag. 14, 
in 8.« — P. Bettoli, Storia deU* Egoista e di P. T. Sarti. 
Milano, 1875, Treves, pag. 108, in 16.*> 

Un singolare omaggio fu reso nei primi mesi di quest'anno a 
Carlo Goldoni : i giornali di tutta Italia affaccendati a sostenere o 
a negare che si fosse trovato un nuovo lavoro, fosse pur giovanile,, 
deir immortale comico veneziano. Possiamo raccogliere brevemente 
la storia di questo scherzo, se scherzo fu, grazie alla cortesia del- 
l' amico del Biblioiecario, come i giornali chiamavano il cav. L. Sai- 
violi, il quale in fatto di erudizione drammatica, se non è l'unico, è 
certo il primo in Italia. È una lettera ch'ebbe la bontà di scriverci 
su questo argomento, e dalla quale togliamo tutte le formule sug- 
gerite dalla modestia. 

— .... Immediatamente dopo la publicazione della circolare 
Bellotti-Bon (Decembre 1874], inserita anche nella nostra Gazzetta 
n. 343 di quell'anno, le aveva fatto conoscere il mio parere intorno 
al merito di quella produzione in genere, ed in ispecie relativamente 
alla pretesa paternità che, pel soggetto, pel titolo e per lo stile non 
goldoniano, io disconobbi, mi sia lecito il dirlo, prima di tutti . . . 

L' onorevole cav. bibliotecario, Giovanni Veludo, era stato da 
un certo P. T. Barti parmense richiesto del suo parere intorno ^X- 
V Egoista fer progetto. Il cav. Veludo a quell'epoca (Ottobre 1874) 
era occupatissimo nel suo ufficio, essendo assente, anzi gravemente 
ammalato in Este, il Prefetto della Marciana. Il cav. Veludo mi affi- 
dò adunque il manoscritto per un sollecito esame, pregandomi di 
dirgliene l' avviso mio. 

Compiuto frettolosamente in pochissime ore notturne l' inca- 
rico, erami pressoché affatto fuggita di mente quella produzione, 
alla quale non aveva dato, a dire il vero, gran peso; quando venne 
ridestata la mia memoria dalla suddetta circolare, nella quale il cav. 
Bellotti-Bon impegnavasi di far conoscere al mondo teatrale il la- 
voro da circa cent' anni sconosciuto dal sommo commediografo no- 
stro. Quell'egregio capo-comico mantenne la sua parola, e dalle sue 



Digitized by 



Google 



176 

tre compagnie- fece recitare V Egoista per progetto nella sera mede- 
sima (18 Gennaio 1875) a Roma, Firenze e Torino. 

Tutte le gazzette della penisola divulgarono poi telegrammi e 
notizie d' ogni fatta : quella di Venezia ne fece parola in venti circa 
dei suoi numeri, dal 19 Gennaio al 12 Aprile: furono publicati 
articoli prò e contro, taluni assai giudiziosi ed assennati, altri sti- 
racchiati e strambi, per non dir peggio, a fine di combattere o 
sostenere la legittimità àeXV Egoista: persino a Torino, in un li- 
bretto di quattordici pagine, venne publicata dal cav. Bellotti-Bon 
Una lamentevole storia; ma ella ben sa che si minacciava a Venezia 
pur anco una Non lamentevole storia dell' argomento medesimo, la 
quale avrebbe bensì fatto traboccare la noia del publico, ma avrebbe 
anco poste in luce tutte le circostanze del fatto, se per buona sorte 
non ne fosse stata allontanata l'idea dall'insorta procedura giu- 
(Jiziale, provocata da una querela del cav. Bellotti-Bon ; procedura, 
la quale ebbe quell' esito ; Non farsi luogo a procedere, che le feci 
ben presentire circa alla metà dello scorso Marzo. 

Dopo tutte queste publicazioni, e specialmente dopo la Storia 
dell' Egoista e di P. T. Sarti publicata dai fratelli Treves, che cosa 
potrei aggiungere di nuovo? 

Mi limiterò a dire, a proposito di quest' ultimo opuscolo, che 
il sig. P. T. Barti dissimula alcune circostanze, che forse è prezzo 
dell'opera ricordare. Egli cominciò collo spedire una lettera al bi- 
bliotecario Veludo, pregandolo di fargli conoscere se gli fosse nota 
una commedia di Goldoni col titolo l'Egoista per progetto. Ot- 
tenne risposta, e gli venne promessa più positiva, se avesse date 
informazioni intorno all'argomento della favola, ai nomi dei perso- 
naggi ecc. ecc., affinchè si potesse conoscere se, a caso, a qualche 
commedia del Goldoni, taluno si fosse compiaciuto di cambiare il 
titolo. 

Il sig. P. T. Barti non diede un transunto della commedia, ma 
spedì addirittura il manoscritto, accompagnandolo con una sua let- 
tere [l.^ Ottobre 1874), la quale comincia così: « Giovane ignaro 
» come sono di cose teatrali, non mi sento di riassumere concisa- 
» mente e chiaramente il soggetto di una commedia; stimo miglior 
» cosa spedirle senz'altro il manoscritto da me rinvenuto, pregan- 
» dola avere la compiacenza di esaminarlo, e solamente per dire il 
y> suo pregiato giudizio ». 

Non è dunque del tutto esatto, ove dice (pag. 49) che « gli 
saltò in capo di spedire il manoscritto alla Biblioteca di Venezia ». 



Digitized by 



Google 



Il manoscritto, in sostanza, gli venne chiesto, dacché se volle evi- 
tare, a' suoi fini, Tesposizione del soggetto che gli si domandava, ne 
veniva di conseguenza la spedizione dello scartafaccio, se pur vole- 
va risposta. 

La risposta fu data, e lo ammette egli stesso (pag. 50), con- 
traria alla paternità goldoniana; della qual cosa malcontento il ni- 
pote del quondam Domenico Mantovani da Fivizzano, insistette con 
una terza sua lettera del 29 Ottobre 1874, chiedendo categorica- 
mente: I. che fosse riconosciuto il manoscritto press* a poco dei tem- 
pi goldoniani, e quindi certo presumibilmente commedia di quel- 
r epoca istessa ; IL che nulla racchiudesse per cui non si potesse 
dichiarare che assolutamente non può essere di Goldoni. 

10 non conosco affatto i termini precisi della risposta del cav. 
Veludo (dacché quest'ultima lettera non mi venne comunicata), ma 
parmi che debbano essere stati piuttosto ambigui, e non da valutarsi 
gran fatto. Né poteva essere altrimenti, dacché coli' ultima lettera 
non fu spedito di nuovo il manoscritto per un esame piti diligente. 
Ed è da notarsi che il manoscritto depositato dal cav. Bellotti-Bon 
in giudizio, in seguito alla sua querela, mostrato al cav. Veludo ed 
a me, non parve precisamente il medesimo che avevamo veduto nel- 
r Ottobre 1874. Avremo avuto forse ambidue le traveggole o nel- 
Tun caso o nell'altro; quantunque non sia da meravigliare che ce 
ne fossero due esemplari : il negoziante da Fivizzano ne aveva la 
fabbrica in casa. 

11 sig. P. T. Barti, a mio umile avviso, esponendo la storia di 
tutta questa faccenda, avrebbe dovuto narrarla pih scrupolosamente, 
non limitandosi ai pochi cenni che espone (pag. 51), ma riferendo 
distesamente, integralmente le sue lettere al Bibliotecario, e le ri- 
sposte del cav. Veludo. Il che sarebbe stato tanto più necessario, in 
quanto che riseppi dal cav. Veludo che la sua definitiva risposta, 
allorché gli fu mostrata in Tribunale, era qua e là macchiata d' in- 
chiostro, come caduto a caso, ma che impediva assolutamente di 
cogliere il senso piuttosto dubbio ed ambiguo che il cav. Veludo ave- 
va inteso di dare alle sue parole. 

Il sig. P. T. Barti nelle sue confessioni non avrebbe dovuto ta- 
cere che r originale lettera dell' amico del Bibliotecario era sparita, 
e sostituita da un' altra lettera di diverso tenore, la quale leggesi al 
n. 3 dei documenti della Lamentevole storia (pag. 9). 

Del resto, nella fuggevole scorsa all' opuscolo P. T. Barti, mi 
sorprese che egli si vada meravigliando perchè questo e quello sia 

12 



Digitized by 



Google 



17« 

stato preso nelle sue reti. Chi non correva pericolo di esser preso, 
se non potè salvarsi lo stesso cav. Bellottì-Bon, interessato pih di 
tutti a conoscere il vero? L* egregio capo-comico aveva potuto ave- 
re in sue mani il manoscritto, per il quale esibiva lire 2000, a suo 
grand'agio aveva potuto esaminarlo foglio per foglio, e avvedersi che 
era malamente cucito, anzi raccappezzato a mezzi foglietti uniti con 
gomma (la quale circostanza lo diversifica da quello spedito a Ve- 
nezia nell'Ottobre 1874). Esso cav. Bellotti-Bon, prima di esborsare 
il prezzo offerto pel prezioso acquisto, aveva ottenuti gli attendibili 
documenti dal n. 1 al n. 5, descritti nella sopra citata pag. 9 della 
sua Lamentevole storia, e avrebbe potuto anche notare che il quinto 
era di un' attendibilità senza pari, mentre per esso si stabiliva che 
Domenico Mantovani da Fivizzano, zio del Barti, moriva in Parma 
il 18 Ottobre 1874. Ora l'egregio Bellotti-Bon non potè avvedersi 
che il Barti e i suoi parenti avevano posto mano agli enti ereditari 
del loro ottimo zio parecchi giorni prima ch'egli morisse: a fronte 
che questa circostanza venisse stabilita dalla lettera 10 Ottobre 1874, 
colla quale il cav. bibliotecario Veludo restituiva da Venezia al Barti 
di Parma il manoscritto, che aveva viaggiato per le poste tanti gior- 
. ni avanti alla morte del buon Mantovani. Bisogna dire che qualche 
goccia di benemerito inchiostro, non certamente dalla penna di chi 
scriveva a Venezia, andasse provvidamente a cadere sulla data sur- 
riferita, rendendo fatalmente impossibili le opportute valutazioni ! 

Per parte mia, nell' affrettato parere mi tenni pili che no con- 
trario alla paternità goldoniana: lo riferisce anche il sig. P. T. Barti 
nella sua Storia (pag. 50, 51), e lo ammetteva più chiaramente nel- 
r anzi citata sua lettera 29 Ottobre 1874, diretta al bibliotecario 
Veludo. Non mi estesi in quel mio scritto gran fatto, per mancanza 
di tempo e, nel caso di buona fede, per non deludere aspramente e 
d' un colpo r eventuale illusione di chi avesse creduto di avere in 
mano un tesoretto. Lasciai nondimeno cadere un cenno da cui tra- 
pelava il sospetto di una vera mistificazione, la quale, del resto, io 
poteva sospettare, non dichiarare .... — 

Fiabe, Novelle e Racconti 'popolari siciliani, raccolti ed illustrati da 
Giuseppe Piteè. Palermo, 1875, Luigi Pedone Lauriel edit., 
volumi 4 in 16.*^ 

Vi* Archivio Veneto, quantunque abbia per principale intendi- 
mento di illustrare con la scorta dei documenti la storia e le tradi- 



Digitized by 



Google 



179 

zioni della regioue veneta, pure non può a meno di salutare con 
plauso gli studi che si fanno anche nelle altre parti del Regno per 
portar lume alla storia dei tempi oscuri d' Italia. Quindi non solo 
applaudì alla publicazione dell'infaticabile ed erudito signor Pitrè, 
ma si diede tosto cura che i suoi lettori ne fossero più ampiamente 
informati con opportuna relazione. Se non che, non avendo anco- 
ra potuto la persona a cui fu affidato V incarico soddisfare, per ra- 
gioni estranee al suo buon volere, l'impegno, non vogliamo tardare 
più oltre a rendere intanto avvisati i nostri lettori della importante 
publicazione, e speriamo di richiamare quanto prima sopra di essa la 
loro attenzione con una notizia bibliografica circostanziata e diffusa. 

La Redazione. 



Digitized by 



Google 



180 



GIORNALI STORICI ITALIANI E STRANIERI. 

Archivio Storico Italiano. I fascicoli S4-87 contengopo: 

I manoscritti Torrigiaiii donati al R. Archivio Centrale di Stato di Firenze 
{Cesare Guasti). 

Esame critico d» Ha vita e dello opere di Alfonso Cittadella detto Alfonso Fer- 
rarese Lombardi {E. Ridolfi). 

Delle professioni di legge nelle carte medio evali {Guido Padelklti). 

Della utilità ed opportunità di nuove storie [Carlo de Cesare). 

Di Galeazzo Marcscotti de' Calvi da Bologna e la sua Cronaca [Cesare Albicint). 

La Sicilia sotto Vittorio Amedeo di Savoia {Isidoro la Lumia). 

Delle condizioni e delle vicende della libreria medicea privata dal 1494 al 
lò()8. Appemhciì (Enea Piccoìomini). 

Ta.'^gia e i suoi cronisti inediti {Girolamo Rossi). 

Studi sulle fonti dt'Ila storia fiorentina {Cesare Paoli). 

Rassegna ed annunzi biblio^rraflci. — Varietà.'— Necrologie. 

Archivio Storico Siciliano. I tre ultimi fescicoli contengono: 

Storia degli istituti femminili d'emenda della città di Palermo dal sec. XVI 
al XIX [L. Sampolo). 

Del vero sito delia vetusta Sifonìa [A. Holm e L. Vigo). 

Saggio di giunte e correzioni alla bibliografia siciliana di Giuseppe M. Mira 
G. Salvo Cozzo). 

Del Dotarlo (ielle Regine di Sicilia, detto altrimenti Camera Reginale (Z^. 
Starrabbà). 

II prof. Cusa e gli studi moderni di paleografia e diplomatica {Sac. I. Carini]. 
Notizie e documenti intorno alla Sala Verde e al Palazzo degli Scavi (/?. 

Starrabbà) . 

Accenni storici di Sicilia, Lombardia e Toscana in occasione di un documen- 
to inedito del secolo XIV [S. Cassarà). 

Una httera di Pietro dell'Aquila, pittore palermitano, del secolo XVII {V.). 

Vestigi antichi in Salaparuta e nel suo territorio {V. di Giovanni). 

Vita del cav. D. Filippo luvara ab. di Selve ed architetto di S. M. di Sardegna. 

Origine e progresso del Collegio di S. Rocco di Palermo {A. Flandtna). 

Documenti inediti intorno alla raccolta dei Parlamenti di Sicilia compilata 
da Andrea Marchese {R. Starrabbà). 

Rassegna bibliografica-archeologica. — Varietà. — Atti della Società Sici- 
liana per la Stora Patria. 

Archivio Storico Lombardo. I due primi fase, di quest'anno contengono. 
Su di una investitura del vescovo di Mantova Enrico II [Bonollo). 
Canti storici popolari italiani. La morte di papa Alessandro VI (D^Adda). 
Altre notizie sulla morte di Alberto Maraviglia {Portioli). 
Il corredo nuziale di Bianca M. Sforza- Visconti, sposa dell' impcr. Massimi- 
liano I {A. C). 

Una giornata di spavento delle città lombarde . . . nel 157(5. 



Digitized by 



Google 



181 

* Benvenuto Cellinì a Roma e gli orefici lombardi ed altri che lavorarono pei 
Papi (sec. XVI) {A. Bertolottt). 

Mainfredo della Croce e il borgo di Rosate [C. Vignati). 

Un ambasciatore del Soldano di Egitto alla corte milanese nel 1476 [P. 
Ghinzoni). 

Curiosità d'archivio. — Bibliografìa. — Bollett. della Consulta archeologica. 

GiORNALB Ligustico. Oli ultimi cinque fascicoli dell'anno scorso, e i primi 
sette di quest'anno, contengono: 

Di una iscrizione murata sulla porta della chiesa parrocchiale di Rapallo 
{Marcello Remondini). 

Osservazioni sull'atlante Luxoro publicato negli atti della Società Ligure di 
Storia Patria (C. Desimoni), 

Di un bassorilievo con iscrizione murato nella torre di S. Giovanni di Prè in 
Genova ( M. Remondini) . 

Elenco di carte ed atlanti nautici di autore genovese, oppure in Genova fatti 
e conservati (C. Desinami). 

Sopra Agostino Noli e Visconte Maggiolo cartografi (M, Staglieno), 

Chi sia l'autore della tavola dell'Annunziata di S. Maria di Castello in Ge- 
nova {S. Vami). 

Sigillo del Magistrato di Sanità in Genova [C. Astengo). — Medaglia fatta 
coniare da Carlo III principe di Monaco {G. Rossi). — Medaglia onoraria a Dume- 
iiico Promis (Z. T. Belgrado]. — Il sigillo del Comune di Sarzana [A. Neri). — 
Sigillo dell' uflSzio di Moneta [G. Grasso), ~ Sigillo di Battista Campofregoso 
[C Astengo), 

Documenti riguardanti alcuni dinasti dell'Arcipelago [A. Zuworo e G. Pinelli 
Gentile). 

La compagnia genovese delle Indie e Tommaso Skinner [L. T. Belgrano). 

Lettera di Laudivio da Vezzano sulla caduta di Caffa [A, Neri). 

Due nuovi cartografi della famiglia Maprgiolo [M. Staglieno). 

La sepoltura del marchese Ludovico II dì Saluzzo [A. Remondini). 

Dell' uflBciuolo Durazzo e di alcune altre opere d'arte [T. Luxoro). 

Atti della Società Ligure di Storia Patria. — BuUettino bibliografico. — Ne- 
crologie. 

CuriositX b ricerche di Storia Subai^pina. 1 fascicoli 2-4 contengono: 

Il manifesto del conte Radicati di Passerano [F. Saraceno). 

Torino e i Torinesi sotto la Republica (0.). 

Il testamento di M. R. Cristina di Francia ed il conte Filippo d'Agliè [A. D. P.). 

Studi nazionali in Piemonte durante il dominio francese {C. Rodella). 

Tre edizioni torinesi del secolo XV {V. Promis). 

Singolare preponderanza dell'elemento democratico nei tre Stati del Ducato 
d'Aosta [A. D. Perrero). 

Il museo storico della casa di Savoia (P. Vayra). 

La prepotenza di Luigi XIV ed il matrimonio del principe Emm. Filiberto 
(1682-85)^.1. D. Perrero). 

Fac-simile di una lettera di Daniele Manin {N. Bianchi). 

Su alcuni mss. della biblioteca di S. M. in Torino ( V. Promis). 



Digitized by 



Google 



182 

Giornale di erudizione artistica. 1 fascicoli 3-9 del 1874, e il primo del 
1875, contengono: 

Vita di Bastiano Conca. 

Documenti per la storia della scultura ornamentale in pietra {A. Bossi). 

Documenti intorno alla statua dai Perugini innalzata a Paolo II (A. B.). 

Ordine di pagamento ad un ingegnere idraulico del sec. XVI. 

Docum. inediti . . . dei maestri d'organo nel XV e XVI secolo {A, Bossi). 

Tiziano Gricci da Possano maestro d'orologi nella seconda metà del secolo 
XVI (A. B.). 

Memorie di musica civile in Perugia [A. Bossi). 

Documenti per la storia dell'arte musicale (A. Bossi). 

La tavola dell'incoronazione di Maria nella pinacoteca municipale di Trevi 
{Lor. Leonij). 

11 quadro dipinto da Pietro Perugino per Isabella d'Este Gonzaga {Alfredo 
Beumont). 

Altre memorie di musica civile in Perugia [A. Bossi). 

Seconda e terza serie di stanziamenti e contratti per opere di orifloeria. 

11 palazzo del capitano del popolo in Perugia. 

Giunta ai maestri d'organi e di legname. 

Prospetto cronologico della vita e delle opere di Agostino d'Antonio scultore 
fiorentino. 

Appendice di erudizione varia. 

Periodico di Numismatica e SPBAOis-ncA per la Storia d'Italia. L'anno 
1874 contiene: 

Della zecca e delle monete camerinesi [M. Santoni). 

Intorno alcune monete del principato di Monaco {F. Benvenuti). 

Le medaglie del poeta V. Monti {A. Monti). 

Sopra due sigilli in cera del XIII e XIV secolo IM- Camera). 

Monastero di S. Chiara del Giuncheto in Castiglioù fiorentino [G. Oki%zi). 

Sigillo mercantile di Geri di Doflb della Rena fiorentino [Q. G argani). 

Le monete d'oro etrusche e principalmente di Populonia [0. F. Oamurrini). 

Le monete ossidiopali di Brescia {Di Kohene). 

ContrafTazìone italiana di una moneta dei Paesi Bassi illoq/ì van Iddekinge). 

Monetazione in Sardegna di Carlo VI Imperatore [G. Spano). 

Si«;:illi diplomatici italo-greci (A. Salinas). 

Sigilli parmensi di Guido Roggeri e Iacopino Baratti [L. Pigorini). 

Osservazioni sopra un riposti <rl io di monete consolari [S. T. Baxter). 

Numismatica genovese esterna [C. Desimoni). 

Di alcune maglie da tavernaio in Savoia [F. Baòut). 

Dì una nuova moneta di Tresana [A. Bemedi). 

Medaglia della Polisena figliuola del Gattamelata IL. C. Ferrucci) . 

I sigilli del Comune di Cingoli {F. Bafaelli). 

La zecca di Casale Monferrato sotto Federico Gonzaga e Margherita Paleo- 
Ioga {A. Portioli). 

Ongaro di Piacenza del duca Ranuccio I Farnese (Z. Pigorini), 

VJEs Signatum scoperto nella provincia d) Parma (L. Pigorini). 

Monete di Galeazzo Visconti battute in Piacenza nel sec. XIV (^. Pallastrelli). 

Sui quarti di danaro genovese e sui loro nomi volgari (0. Desimoni). 



Digitized by 



Google 



183 

ho. monete monumentali dei Papi (A. Monti). 

Alcune osservazioni intorno alle tessere mercantili [A. Lisini)). 

Sij^illo del card. Francesco De' Sederini \L. Passerini). 

Stemma del Comune di Ferrara [L. N. Cittadella). 

I Bonzn^i e Lorenzo da Parma coniatori [A. Ronchini). 

CosMOS. 1 quattro ultimi fiasciooli dell'anno 1B74 contengono: 

LMsola di Samoe {Aristotile Stamatiadis). 

Via^ffio di 0. Beccar! nel sud-est di Celebes [Ouido Cora). 

Recenti spedizioni alla Nuova Ouinea (0. Beccaria 6. Cora). 

Appunti sul fiume giallo della China [Ne^ Blias). 

Note idrografiche sulla traversata da Singapore a Yokoama (viaggio della 
Vettor Pisaniy 19 Maggio — 6 Ajrosto 1872) [Carlo Orillo e Q. Lovera di Maria). 

V isola di Jeso. 

Esplorazioni di N. M. Prscevalski nella Monprolia orientale e sulle falde del 
i.oid-est del Tibet (1871-18';3). 

Contribuzioni geografiche italiane a Borneo. 

i.a geografia in Italia; 

Esplorazioni del dott. F. V. Hayden, 

Notizie geografiche. — Atti delle società geografiche. — Letteratura geo- 
;: ni fica. — Cinque tavole. 

Rbvue des questions historiqubs. I fascicoli 32-35 contengono: 

Ia Royautó fran^aise et le droit populaire, d'après Ics écrìvains du Moyen 
iv^i^ [Ch. Jourdain). 

L'ambassade de Lavardin et la s^quéstration du nonce Ranuzzi [Ch. Oérin). 

lies sources de l'histoire de la croisade contro les Albigeois [Ch. de Smedt). 

L'anciennetéde Phomme, d'après T archeologie préhistorique, la paleonto- 
logie et la geologie [H. De Valroger). 

Vincent de Beauvais et la scienc<^ do Tantìquité classique au douzième siécle 
[B. Boutaric). 

Acté, sa conversion au christianisme [A. Loth). 

LMnstruction primaire en France avant la revolution, d'après les travaux 
recente [B. Allain). 

Le caractère de Charles VII [6. de Beaucourt). 

Inuocent III, Philippe de Souabe et Boniface de Montferrat [C. Riant). 

M. Guizot, son role comme historien [H. de V Bpinois). 

Le Drapeau de la France [M. Sepet). 

Les monastères franciscains et la commission des Règuliers (1766-1789) 
[Ch. Oérin). 

Nicolas Oresme et Ics astrolog-ues a la cour de Charles V [Ch. Jourdain). 

Le marquis de Fontonay et son ambassade a Rome en 1647 et 1648 [0. Ba- 
guenauU de Puchesse). 

Mélanges. — Courrier allemand-anglais-ìtalien-espagnol-russe. — Chroni- 
que. — Revue de recUeila póriodiqms. — Bulletin bibliografique. 

BiBLiOTÈQUE DE l' ÉcoLE DES Chartes. I fasclcoli 3-6 del 1874, e i due pri- 
mi del 1875, contengono: 



Digitized by 



Google 



184 

Mémoire sur le Romani ou Cbronique en langue vulgaire, dont JoinvìIIe a 
reproduit plusleurs passages {N. De Wailly). 

L'age de la catbedrale de Laon (/. Quicherat). 

Charte sarde ócrite en caractères grecs. 

Notice sur les collectious de Baluze, de Bréquigny et de Brienne. 

Les chàtelains de Saint-Omer (1042-1386) (A. Oiry). 

Origìnes dee Àrchives du ministère des affaires étrangères [L. Delisle). 

Àctes de Notaires concérnant rhistoire du droit criminel en Saintonge {P. 
Marchegay). 

Une lettre inedite de La Bruyère (Ul. Robert). 

Chartes franQaises de Saint- Quentin en Vermandois {F. Le Proux). 

Essai sur rorganisation de T industrie à Paris aax XIII et XIV siècles [0. 



Mémoire sur deux cbroniques latines composées au XII siècle à Tabb. de 
Saint Denis (/. Lair). 

Ètat au l^^' Janvier 1875 des inventaires-sommaires et des autres travaux 
relatifò aux diverses àrchives de la Franco [L. Pannier), 

* Instructions données aux commissaires cbargés de leyer la ran^n du roi 
Jean (J. M, Richard). 

Lettre inèdite dMnnocent III de Tan 1206 (L. De Mas-Latrie). 

Jean Priorat, de Besangon [A. Castan). 

Cantique latin du dóluge (Sepet). 

Notice sur J. Duclos (A, Lotk). 

Bibliographie. — Livres nouveaux. — Cbronique et Mélanges. 



Digitized by 



Google 



e 

ATTI 

DELLA DEPUTAZIONE VENETA 

SOPRA QU STXJDJ 

DI STORIA PATRIA 



Il giorno 3 Giugno p. p., nelle sale della R. Prefettura, e sotto la presidenza 
del sig. comm. Carlo Mayr, senatore del R«gno e prefetto di Venezia, si raccolse 
la Giunta esecutiva per la costituzione di una Società di Storia Patria in Venezia, 
unitamente ai sig^uori: cav. Luigi prof. Bailo (Treviso), nob. cav. Francesco dott. 
Bocchi (Adria), nob. cav. Giuseppe prof. De Leva (Padova), cav. Pietro Paolo Mar- 
tinati (Verona), cav. Gaetano dott. Oliva (Rovigo), delegati e invitati dalle Pro- 
vincie vicine. Aperta la seduta, il prof. Rinaldo Fulin, segretario della Giunta, 
lesse la seguente 

RELAZIONE. 



Ci presentiamo a voi, o Signori, e non è piii con noi 
queir uomo operoso che diresse i nostri lavori, e al cui consi- 
glio dobbiamo attribuire quel poco che pur possiamo aver fat- 
to. Voi conoscevate il Prefetto della Marciana, vicepresidente 
della nostra Giunta, e sapete com'egli a senno di vecchio ac- 
coppiando una operosità giovanile, che serbò fino air ultimo e 
che manifestò in tutti gli uffici a cui lo chiamò la fiducia del 
Governo e dei cittadini e V interesse degli studi e degli stu- 
diosi, dovesse adoperarsi anche per la costituzione della Socie- 
tà nostra con queir intelligenza e con quell'impegno che non 
lo abbandonavano mai. Prendendo a rendervi conto di ciò che 
in gran parte fu inspirato e fu diretto da lui, sentiamo ancor 
pili vivo il rammarico di averlo perduto ; e voi troverete ben 



'Digitized by 



Google 



186 

giusto che alFonorata memoria di Giuseppe Valentinelli siano 
consacrate lo prime parole di questa relazione che dobbiamo 
farvi. 

Il Comitato Promotore per la costituzione di una Società 
di Storia Patria nel Veneto, nella sua tornata 17 Maggio 1873 
avendo unanimemente approvato le conclusioni della Giunta 
eletta nella tornata del precedente 12 Aprile, deliberò che la 
stessa Giunta, col titolo di Giunta esecutrice^ fosse incaricata 
di attuare le conclusioni medesime. 

Queste conclusioni si riferivano: 1." alla costituzione dei 
fondi; 2.** alla publicazione dei lavori; 3.** alla compilazione 
dello Statuto. 

Riferirò nello stesso ordine quello che fece la Giunta. 

Riguardo al primo, ci siamo ripetutamente indirizzati 
alle Provincie, ai Comuni e ad alcuni corpi morali, che si spe- 
ravano favorevoli, pregandoli a dichiarare se e in qual misura 
volessero associarsi all'impresa. Il prospetto che abbiamo l'o- 
nore di presentarvi vi dice a quali rappresentanze ci siamo ri- 
volti, e quali risposte ne abbiamo avute. Senza contare le 2000 
lire promesse dal R. Ministero dell' Istruzione Publica, a lire 
4365 ascende l'annua somma di cui possiamo disporre oggi (1). 
E dico oggi, perchè non ancora furono dappertutto od esau- 
rite le pratiche o tolta la speranza che questo fondo possa tra 
breve aumentarsi. Crediamo anzi che il sapere costituita e 
operosa la Società, possa contribuire efficacemente a risolvere 
alcune difficoltà che ancora non ci fu possibile vincere. Intor- 
no a che vi potremo dare gli schiarimenti che vi paressero 
necessari a sapere. 

Queste parole debbono peraltro farvi comprendere che la 
prima parte del nostro mandato ci obbligò a lunghi e ripetuti 
carteggi, nei quali necessariamente si consumò molto tempo. 



(1) Basterà qui ricordare le Rappresentanze che hanno contribuito con annuo 
assegno in danaro alla costituzione della Società: Provincia di Venezia e di Vero- 
na. Comune di Venezia, Marano, Chiog^ia, Portogruaro, Mirano, San Dona di 
Piave, Treviso, Adria, Maroatica, Motta di Livenza, Conegliano, Rovigo, Valda- 
gno, Este. 



Digitized by 



Google 



187 
Era dunque passato pressoché un anno dacché la Giunta ave- 
va ricevuto T incarico, e non eravamo ancora venuti a capo 
di nulla. A dire la verità, ci doleva che fossero così lenti i 
progressi dopo che erano stati così lieti gli auspici; e consi- 
derando che delle lire 3625, ond'era costituita la nostra annua 
ricchezza nella primavera dell' anno scorso, 3145 venivano 
dalla sola Venezia e dai Comuni della sua Provincia, ci chie- 
devamo se non fosse il caso di accingersi al lavoro, coi fondi 
che Venezia aveva somministrato, perchè gl'indugi non no- 
stri non costringessero all' inazione noi pure. 

A questa proposizione peraltro potevano farsi due princi- 
pali obbiezioni : l'una che concerneva la sostanza, e l'altra la 
forma delle publicazioni. Dando immediatamente mano al la- 
voro, poteva in fatti parere che la Giunta si arrogasse il diritto 
di determinare le publicazioni da farsi ; diritto che si doveva 
lasciare intatto alla Società, la quale una volta o l'altra si sa- 
rebbe infine costituita. D'altra parte, benché i tipi, la carta, il 
sesto d'una publicazione qualunque, non includano la neces- 
sità che una nuova publicazione si debba fare con quegli stessi 
tipi, con quella carta ed in quel sesto medesimo, poteva nondi- 
meno parere che una serie di publicazioni dovesse avere quella 
uniformità dei caratteri estrinseci, che potesse tipografica- 
mente distinguerla da altre publicazioni consimili. La futura 
Società in questo caso avrebbe dovuto adottare per le sue pu- 
blicazioni la forma che avesse preferito la Giunta. 

Quest'ultima obbiezione non aveva di serio che l'appa- 
renza. Nessuno di noi misura l'importanza di un libro dalla 
grandezza del sesto o dalla qualità della carta. Nessuno di noi 
crede che debbano sprecarsi i danari in edizioni di lusso. Il 
maggiore decoro possibile colla maggiore possibile economia : 
questi, noi dicevamo, sono i criteri che debbono guidare la 
Giunta e guideranno, senz'altro dubbio, la Società. La quale, 
del resto, se non troverà conveniente la forma che avessimo 
preferita, potrà mutarla a suo senno; giacché Tessersi publi- 
cata in un dato sesto una data opera, non sarà certo buona 
ragione perché quel sesto debba essere conservato invariabil- 
mente nelle publicazioni future. 



Digitized by 



Google 



188 

E non potevasi meno facilmente rispondere anche alla 
prima obbiezione. Di fatti il Comitato promotore non s'era ar- 
rogato di dare consiglio alcuno sulle publicazioni che potes- 
sero particolarmente illustrare la storia delle Provincie: gli 
studiosi delle Provincie contribuenti allo scopo, dovevano in 
questa parte avere le mani del tutto libere. Ma per ciò che ri- 
guarda la storia di Venezia, il Comitato promotore aveva in- 
dicato espressamente i lavori, a cui si poteva immediatamente 
por mano con utilità incontrastabile dei nostri studi comuni. 
La scelta di questi lavori non era dunque da porsi piìi in di- 
scussione; essa era stata determinata di già: si sarebbe forse 
anche potuto dire che la Giunta, appunto perchè chiamavasi 
esecutrice^ se voleva adempire compiutamente l'ufficio proprio, 
non solo poteva, ma doveva por mano a questi lavori. Ad ogni 
modo era facile togliere del tutto ogni scrupolo, dichiarando 
costituita la Società, e autorizzandola a lavorare coi fondi sui 
quali poteva fare a queir epoca assegnamento. 

Fu questo appunto il partito che si discusse ed unanime- 
mente si prese il giorno 20 Maggio 1874, in una seduta a cui 
presiedette l'onorevole Senatore, Prefetto della nostra Provin- 
cia. « Ammessa ad unanimità questa massima », dice il pro- 
cesso verbale che fu redatto dal sig. segretario Francesco De 
Tomi, « si passò a discutere sul modo di attuarla bene e colla 
» maggiore sollecitudine. Ed anzi essendo stata messa in cam- 
» pò la questione di competenza della Giunta, di dichiarare, 
» senza sentire il Comitato promotore, costituita la Società, il 
» sig. Senatore Prefetto Presidente esternò l'avviso, che in 
» base alle conclusioni emesse dal Comitato stesso nella se- 
» duta plenaria del 17 Maggio 1873, e per le quali la Giunta 
» aveva piena facoltà di azione nel condurre la bisogna sino 
» al raggiungimento dello scopo, era la Giunta medesima pie- 
» namente competente a dichiarare, nelle forme e dentro i li- 
» miti della relazione approvata nella predetta seduta, legal- 
» mente costituita la Società » (1). 

Essendosi poi discusso il da farsi, si venne unanimemen- 

(1) Vedi anche Archivio Veneto, t. VH, pag. 463. 



Digitized by 



Google 



189 
te alle risoluzioni che seguono: 1.** rivolgersi di nuovo alle 
rappresentanze che non avevano sino allora aderito; 2.** invi- 
tare quelle che avevano, comunque siasi, aderito, a deputare 
chi le rappresentasse nell'acjunanza in cui si dovesse discu- 
tere lo Statuto definitivo; 3.^ dar mano immediatamente alla 
publicazione degli avviati lavori ; 4.® dichiarare frattanto la 
legale e formale costituzione della Società. 

« Approvate, come fu detto piìi sopra, in ogni sua parte 
» e ad unanimità tutte e quattro le premesse proposte, il sig. 
» Senatore Prefetto Presidente, in analogia all' ultima delle 
» medesime, dichiarava costituita di fatto la Società di Storia 
» Patria, per la regione veneta, con residenza in Venezia, ri- 
» servandosi d' informare di tale costituzione il Ministero della 
» Publica Istruzione, anche per ottenere e il sussidio promesso 
» per sua parte, e quelli lasciati sperare da qualche altro Mi- 
» nistero » (1). 

Al processo verbale di questa seduta del 20 Maggio si 
riferisce in particolare il decreto successivamente emanato in 
data 10 Settembre 1874, sotto il numero 11817, col quale 
è costituita in Venezia la Deputazione di Storia Patria per le 
Provincie Venete^ e la Giunta esecutiva è delegata a procedere 
ad ogni ulteriore pratica conseguente. 

Con qual successo poi si effettuassero le pratiche racco- 
mandate dalle risoluzioni prima e seconda dell' adunanza del 
20 Maggio, ve l' abbiamo per la prima già esposto, e per la 
seconda non è bisogno di esporvelo. Dobbiamo dirvi piuttosto 
che cosa abbiamo fatto per attuare la terza risoluzione, che ci 
invitava a dar mano immediatamente alla publicazione degli 
avviati lavori. 

'tioi non potevamo uscire dal campo che il Comitato pro- 
motore ci aveva prescritto, ma in questo campo era in-nostra 
mano la scelta. Abbiamo quindi preferito un lavoro che non 
avesse un interesse puramente veneziano, ma veneto e, meglio 
ancora, italiano: vogliamo dire il regesto dei libri Comme- 
moriali. 

(1; Vedi Archivio Veneto, t. VII, pat:?. 4G1. 



Digitized by 



Google 



190 

Attendeva da molto tempo a cosiffatto lavoro il valoroso 
ufl5ciale d' Archivio, sig. Riccardo Predelli (1), già noto per 
avere condotto lodatamente e publicato i regesti del Liber Pie- 
ffiorum^ il piti vetusto originale registro del nostro Archivio. I 
primi sei volumi, eh' è quanto dire i più diflScili e antichi, dei 
libri Commemoriali aveva dunque studiato accuratamente il 
sig. Predelli ; il quale, per uso d' ufficio, ne aveva già compi- 
lato il regesto. Ora, fin dal Settembre 1873, la Giunta ese- 
cutrice, col mezzo dell' onorevole Senatore Presidente, aveva 
presi ì necessari concerti, perchè il Predelli potesse rivedere 
il già compiuto lavoro e dargli, al caso, la nuova forma che 
rispondesse al nuovo bisogno. A raggiungere il doppio intento 
sarebbero stati certo utilissimi i consigli della vostra dottrina 
e r appoggio dell' autorità vostra, su cui potrà quind' innanzi 
fare assegnamento il Predelli ; ma frattanto il nostro collega 
cav. Federico Stefani, deputato a ciò dalla Giunta, s' incaricò 
di rivedere i regesti, e li rivede di fatti di mano in mano che 
sono pronti alla stampa. La quale incominciò finalmente, e re- 
golarmente procede con quella speditezza maggiore che può 
consentire la diligenza necessaria all' autore parimenti e al 
tipografo in questo genere di lavori. Peraltro, prima che chiu- 
dasi il presente anno accademico, noi speriamo che il primo 
tomo sia pronto : e dai primi fogli di esso, che siamo lieti di 
potere oggi mostrarvi, potrete argomentare l'accuratezza con 
cui e fu compilato il regesto e furono indicate le fonti, ove per 
avventura si trovino già publicate sommariamente o distesa- 
mente le memorie medesime. 

Cosi, Signori, abbiamo creduto di adempiere alla se- 
conda parte del compito a noi commesso. Spetta ora a voi sta- 
bilire in qual misura debba continuarsi la publicazione già in- 
cominciata, e a quali altri, anche più importanti, lavori possa 
contemporaneamente dar. mano la nostra Società. Noi, depo- 
nendo il nostro mandato, siamo lieti di avere avviata frattanto 

(1} Nel R. ArcUivio Generale fii cominciato e bene avviato il Regesto dei li- 
bri Commerciali dalV officiale sig. Riccardo Predelli. Vedi il libro: // B. Archivio 
Generale di Venezia^ Ven , 187;^, Naratovich, pag. 16. 11 Predelli condusse a fine 
il Refr«»slo dei sei primi volumi. Archivio Veneto, t. VII, pag. 426. 



Digitized by 



Google 



191 

la publicazione di un'opera che, senza impedire la vostra ope- 
rosità, vi permette di provvedere maturamente alla scelta ed 
air esecuzione di quei lavori che giudicherete opportuni. 

Resta che noi diciamo qualche cosa di ciò che si riferisce 
alla terza parte del nostro compito, cioè dire alla compilazione 
dello Statuto. 

Lo Statuto deve essere discusso da voi, e noi non pote- 
vamo fare più di quello che abbiamo fatto, sottoponendone al- 
la discussione vostra un progetto. Dobbiamo aggiungere tut- 
tavia che S. E. il sig. Ministro sopra la Publica Istruzione si 
mostra molto desideroso che lo Statuto nostro sia compilato 
definitivamente al più presto. Non sarà inutile il dirvi in quale 
occasione il sig. Ministro esprimesse questo suo desiderio. 

Per le spese necessarie alla stampa noi potevamo fare 
assegnamento sui fondi, che le varie rappresentanze ci hanno 
stanziato ; e il sig. comm. Barozzi si assunse aozi provvisoria- 
mente r incarico di tesoriere. E nondimeno, a chiedere il ver- 
samento delle somme promesse, abbiamo creduto miglior con- 
siglio di attendere che lo Statuto definitivo determinasse chi 
e come le dovesse raccogliere e custodire. Bisognava peraltro 
far fronte alle prime spese; e ci siamo perciò rivolti alPonor. 
Municipio di Venezia e al R. Ministro della Publica Istruzione, 
esponendo all'uno ed all'altro che la Società era costituita, 
che il regesto dei Cora memoriali era pronto, e che, per inco- 
minciarne la stampa, occorreva ci fossero somministrate le 
somme promesse. Il Municipio accordò subito il pagamento 
della prima annualità già stanziata. 11 R. Ministro indirizzò al 
sig. Commendatore nostro Presidente la lettera che segue: 
« Roma, 26 Gennaio 1875. Io mi rallegro assai della costitu- 
» zione della Deputazione di Storia Patria nelle Provincie Ve- 
» nete. Ma so debbo sperare assai bene dell'avvenire, tuttavia 
» per ora ciò non è che un buon principio. Bisogna che la co- 
» stituzione abbia il suo pieno efietto, che sia fatto il regola- 
» mento della Deputazione, che siano raccolti i fondi per pò- 
» terle assicurare almeno qualche anno di vita, e che si cono- 
» sca il lavoro a cui essa porrebbe mano subito. Dopo che ciò 
» sia fatto, e desidero che si faccia prontissimamente, io non 



Digitized by 



Google 



192 

» tarderò a corrispondere le 2000 lire promesse. Ma, bisogna 
» che io lo dichiari, l'obbligo del Groverno per tale responsio- 
» ne, comincia solo dal momento che la Deputazione sarà ef- 
» fettivamente costituita e divenuta operativa. Queste norme 
» molto ragionevoli furono seguite per la Deputazione di Si- 
» cilia, la quale si è già messa in condizione di poter riscuo- 
» tere il sussidio governativo, e por mano a' suoi lavori. Ninno 
» desidera più di me che avvenga lo stesso della Deputazione 
» Veneta ; ed ella accrescerà le mie obbligazioni, sig. Prefetto, 
» se, continuando la sua buona opera, vorrà agevolarle al pos- 
» sibilo la sua reale costituzione, da cui tanto incremento at- 
» tendono gli studi storici italiani ». 

Per soddisfare compiutamente al desiderio del sig. Mini- 
stro, manca soltanto, se ben vediamo, la definitiva compila- 
zione dello Statuto; e vi preghiamo perciò di procedere imme- 
diatamente alla discussione del progetto, che abbiamo avuto 
l'onore di presentarvi, e di procedere in pari tempo alla no- 
mina di quella autorità che debba assumere in luogo nostro la 
direzione della Società. 

Si passò quiodi alla discussione dello Statuto che venne liefinitUamcute ap- 
provato nei seg'Uenti termini : 

STATUTO. 

Art. 1. 

La Deputazione veneta di Storia Patria si occupa di tut- 
to ciò che serve ad illustrare la storia della Republica di Ve- 
nezia, e delle singole città e provinoie che la costituirono o 
che formano parte della regione veneta. 

Art. 2. 

La Deputazione è composta di soci effettivi, onorari e 
corrispondenti. I soci effettivi sono tratti dalle provincie ve- 
nete ; i soci onorari sono eletti per ispcciali benemerenze. Pos- 
sono essere eletti a soci corrispondenti anche coloro che non 
appartenendo alle provincie venete, concorrono coi loro studi 
agli scopi della Deputazione. 



Digitized by 



Google 



193 

Art. 3. 
La Deputazione veneta di Storia Patria ha la sua resi- 
denza in Venezia. 

Art. 4. 
Ogni anno nel mese di Gennaio avrà luogo un'adunanza 
solenne dei soci, la quale si terrà per turno nelle varie città 
della regione veneta designate volta per volta dall' assemblea 
dei soci. 

Le altre adunanze generali si raccoglieranno in Venezia, 
ogni volta che la Presidenza col Consiglio lo crederà op- 
portuno. 

Art. 5. 
La Deputazione è rappresentata da un presidente, da due 
vicepresidenti e da un consiglio direttivo composto di sei mem- 
bri, che si eleggeranno fra i soci effettivi dall' assemblea, nel- 
r adunanza solenne di Gennaio. 

Art. 6. 
Il presidente e i vicepresidenti durano in carica tre anni. 

Art. 7. 
Il consiglio direttivo si rinnova ogni anno per terzo : nei 
due primi anni, mediante estrazione a sorte; in seguito, per an- 
zianità di nomina. 

Art. 8. 
Il consiglio direttivo provvede a tutto ciò che si riferisce 
alla Deputazione ; propone i lavori da publicarsi, e ne dirige e 
sorveglia la stampa; propone all'assemblea i soci da nominarsi, 
ed amministra i fondi della Deputazione. 

Art. 9. 
Uno dei membri del consiglio funziona da cassiere, e firma 
col presidente e col segretario i mandati di pagamento ordina- 
ti dal consiglio. Tiene in regola il resoconto finanziario, ed en- 
tro la prima quindicina di Decembre lo presenta al segretario. 

Art. 10. 
I fondi della Deputazione saranno depositati nella Cassa 
di Risparmio di Venezia. 

Art. 11. 
Uno dei membri del consiglio per turno funge ogni an- 

13 



Digitized by 



Google 



194 

no da segretario, tiene le corrispondenze, i processi verbali 
del consiglio e delle assemblee generali, e riferisce alla fine 
dell'anno al consiglio direttivo sulf andamento della Deputa- 
zione, presentando il conto finanziario. 

Art. 12. 

11 consiglio direttivo si raccoglie una volta al mese, e di 
più, ove sia necessario. Alle sue adunanze intervengono con 
voto il presidente della Deputazione ed i vicepresidenti. Il pri- 
mo ne tiene la presidenza, regola la discussione degli argo- 
menti, ed in caso d'assenza è sostituito dal vicepresidente, che ^ 
neir ultima elezione ottenne maggior numero di voti. 

Art. 13. 

Il presidente od il vicepresidente, che lo sostituisce, firma 
il carteggio della Deputazione e la rappresenta nei contratti e 
negli atti, nei quali essa interviene come parte civile. 

Art. 14. 

L'assemblea generale della Deputazione, alla quale inter- 
vengono e possono prendere la parola i soci effettivi, onorari 
e corrispondenti, nomina di volta in volta il suo presidente 
definitivo, tenendone intanto le veci il socio anziano d' età fra 
i votanti. Hanno diritto a voto i soci effettivi ed onorari, e le 
deliberazioni sono prese a maggioranza di voti. 

Art. 16. 

Le deliberazioni dell'assemblea generale saranno valide 
quando sia presente almeno un quarto dei soci che hanno voto 
deliberativo. Nella seconda convocazione sarà suflBciente qua- 
lunque numero. Soltanto nel caso dell'art. 25 e quando fosse 
proposta qualche modificazione dello Statuto organico, deve 
essere presente almeno la metà del loro numero. 

Art. 16. 

Le convocazioni dei soci avranno luogo per iscritto, fir- 
mato dal presidente o da chi ne fa le veci, e vi sarà indicato 
l'ordine delle materie da trattarsi. 

Art. 17. 

Le convocazioni saranno fissate coli' intervallo almeno di 
dieci giorni dalla spedizione dell'invito. 



Digitized by 



Google 



195 

Art. 18. 
Le votazioni per nomine di cariche e di soci, nonché per 
publicazioni di lavori, si faranno a scrutinio segreto. 

Art. 19. 
La presidenza della Deputazione ed il cons